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Il bisogno della luce. Riflessioni meridiane a partire da Camus

Albert Camus

Albert Camus

di Enrico Palma

1. Questo testo, come si dice in gergo, è un testo d’occasione. Nasce infatti dall’invito del Direttore di scrivere un articolo che potesse riassumere o integrare le riflessioni condotte in un mio recente libretto dal titolo Il sogno del Sud. Sulla vita meridiana (Mimesis, Milano-Udine 2026). Da parte degli autori, anche a stretto giro rispetto alla data di pubblicazione, è sempre molto difficile trarre un bilancio, considerando anche se l’effetto sperato di ciò che si è scritto è stato sortito oppure no.

Ciò che è certo, al netto di tutto, è che quel volumetto prendeva le mosse da una motivazione molto personale, dal bisogno concreto e spirituale di ricostruire una casa che qualcuno/qualcosa aveva distrutto, di ritrovare quello sguardo e quell’armonia verso un luogo e una modalità di vivere che avevano perso ogni significato, in relazione a una condizione geografica ed esistenziale, vorrei dire anzi domestica, che prima si era ritenuta inscalfibile e sempre il frutto della scelta migliore possibile, e adesso non più all’altezza e profondamente in crisi. Non posso dire che quella lacerazione si sia ricomposta, i segni delle ricostruzioni rimangono anche nei recuperi architettonici migliori, ma, se non altro, posso affermare di aver fatto pensiero. Un pensiero come frutto, sperabilmente buono, di una grande crisi e di un grande dolore, di cui l’atteggiamento filosofico deve servirsi per creare idee.

Nelle pagine di quel libretto, poche nelle mie intenzioni per mantenere una certa sveltezza e ariosità nella lettura, ho dedicato le mie riflessioni principalmente a tre grandi personaggi della cultura europea: Van Gogh, Heidegger e Guccione. Un percorso che affrontando la vita e l’opera di artisti e filosofi approdasse alla concettualizzazione di un’esistenza meridiana, che ho lasciato però al lettore ricostruire e definire, mancando infatti volutamente di una conclusione che riassumesse il percorso tentato. In buona sostanza, credo adesso che una vita meridiana possa sintetizzarsi così: una vita radicata nelle relazioni che rendono significativa e calorosa la vita, dedicandosi in modo profondo al lavoro, di qualunque genere esso sia, nel raccoglimento fiduciario del luogo in cui si è germinati e nel quale il tumulto del cuore non si avverte pacificato come altrove, pensando, per quanto è possibile, a quell’infinita serenità di cui danno pegno il sole, la luce, il mare, che nel e del Sud sono la vera abbondanza. Questo, a mio modo di vedere, poteva non certo decidere ma almeno aiutare a rendere legittima la scelta di restare, a sostenere le storture, le mancanze e il degrado di questi luoghi, a rendere meno amari gli abbandoni di chi parte e lascia in una solitudine irrisolta.

Ho dovuto però sacrificare autori il cui confronto sarebbe stato non meno importante e decisivo. Penso, intanto, a quel libro fondamentale che è Il pensiero meridiano di Franco Cassano, di cui ricorrono i trent’anni dalla pubblicazione, che nel libretto è assente e che costituisce nondimeno un costante polo di dialogo, anche per prenderne tacitamente le distanze. Una scelta che motivo per via di una indipendenza teorica ricercata su un tema che Cassano a suo tempo ha posto in modo ormai paradigmatico, per tracciare, insomma, un sentiero se non inedito almeno diverso. Penso anche a Nietzsche, che Cassano discute, che da uomo del Nord ha offerto riflessioni profondissime nel suo contatto con il Meridione, lui filosofo del grande meriggio e anche della grande aurora. Ma penso, su tutti, e non poteva che essere così, a Camus, l’antesignano del pensiero meridiano, in quello scritto difficile e allo stesso tempo estremamente denso e fascinoso che conclude L’uomo in rivolta, affinché l’Europa, dopo la devastazione inenarrabile della Seconda guerra mondiale, potesse ritrovare una nuova bussola teoretica, un nuovo pensiero a cui riferirsi, per riguadagnare un’idea di umanità all’altezza contro il male che troppo spazio aveva avuto negli ultimi tempi, segno ineludibile di una dismisura che si era impadronita degli animi.

Per questo, dunque, la necessità di ritornare alla misura, di abbandonare lo spirito del Nord, alias tedesco, per mettersi nuovamente in ascolto di un’eco flebile ma non ancora estinta, quella dei Greci, i quali, per l’appunto, aborrivano l’eccesso per rinserrarsi nella giustezza delle cose. Da qui, allora, l’esigenza del pensiero meridiano, che altro non vuol dire, almeno dal mio punto di vista, il pensiero mediterraneo: una sensibilità dell’equilibrio, dell’armonia e della riparazione dell’assurdo sia dell’esistenza che della storia. Come scrive Castoro in riferimento a Camus: «Evidentemente, le coste di un ideale mediterraneo sono in grado di arginare, nei limiti del possibile, non solo il mare della povertà ma anche il sangue che ben presto bagnerà l’Europa» [1].

9788849710007_0_0_536_0_75È soprattutto su Camus, quindi, che vorrei qui sostare, per colmare un vuoto allora necessario nel libretto e per affermare con decisione quanto ancora il pensiero del filosofo franco-algerino sia importante per il tema prescelto – è significativa una vita vissuta al Sud? – e per le ingiustizie, numerose e vergognose come in passato, del tempo presente, che con tutta evidenza non ha rivolto orecchio a quella voce ellenica tanto auspicata dall’autore della Peste.

L’uomo della rivolta, che in conclusione si comprende come l’uomo meridiano della moderazione e della giustezza, è quell’individuo che riconosce l’importanza del limite anche alla propria libertà, il cui eccesso, ad esempio, si è manifestato atrocemente proprio in quell’assenza di libertà che nel nazionalsocialismo si è tradotta in volontà di potenza e di sopraffazione, sotto le mentite spoglie di una rivoluzione di portata storico-messianica. Afferma invece Camus: «Lungi dal rivendicare nella sua rivolta l’indipendenza generale, l’uomo vuole si riconosca che la libertà ha i suoi limiti ovunque si trovi un essere umano, il limite essendo appunto costituito dal potere di rivolta di quest’essere. Sta in questo la ragione profonda dell’intransigenza della rivolta. Più questa ha coscienza di rivendicare un giusto limite, più è inflessibile. L’insorto esige senza dubbio una certa libertà per sé: ma in nessun caso, se è conseguente, il diritto di distruggere l’essere e la libertà dell’altro. Non umilia nessuno. La libertà che egli reclama, la rivendica per tutti; quella che rifiuta, la vieta a tutti» [2].

È dunque un egualitarismo ontologico prima ancora che storico, politico e sociale quello che ha di mira l’uomo della rivolta, il cui meridiano, il discrimine dell’agire per una corretta morale del mondo umano, lo si può rinvenire almeno in due affermazioni di Camus. La prima sembra il frutto di una assai amara constatazione, per cui il male nel mondo sarà sempre tale e il compito dell’equilibrio è rimesso alle idee e alle azioni dell’uomo che più della rivolta propongo di chiamare del meridiano. L’uomo del meridiano è l’uomo del limite e dell’equilibrio, che cerca, con la propria presenza e il proprio operato, di ridurre il male mondano che altrimenti sarebbe quel fatale eccesso se non trovasse un’opportuna resistenza, una rivolta.

Con una chiarezza lampante, Camus scrive: «Ma se l’uomo fosse capace d’introdurre da solo l’unità nel mondo, se potesse farvi regnare, per suo solo decreto, la sincerità, l’innocenza e la giustizia, sarebbe Dio stesso. Se esiste rivolta, è in quanto menzogna, ingiustizia e violenza ne determinano, in parte, le condizioni» [3]. La rivolta, prima ancora che dal cuore dell’uomo, nasce infatti dal cuore di tenebra del mondo. Ed è per questo che il meridiano va portato dalla geografia della Terra, dal Mediterraneo che bagna popoli e culture, dentro il cuore dell’uomo, per riconciliarne la violenza.

413ohxbgrpl-_ac_uf10001000_ql80_Siamo, sottolinea Camus, in tempi di miseria, in cui se un tipo di pensiero ha fallito mettendo a repentaglio l’esistenza dell’Europa e del mondo intero, allora bisogna eleggerne un altro. Infatti, e arriviamo alla seconda, importante tesi: «Nella miseria comune, rinasce allora l’antica esigenza: di nuovo la natura si erge di fronte alla storia» [4]. Di quale natura parla? È un modo di ricadere nella sterile distinzione tra natura e cultura, che ha nella storia l’esito ultimo di straniamento e anche di alienazione? È una presa di distanze dall’idealismo? Non è la natura del Nord Europa, di quella Germania nazionalsocialista che ha dimenticato le radici e le origini di un’altra Europa, in Grecia, sprofondando nella dismisura. Ma aggiunge Camus: «Beninteso, non si tratta di disprezzare nulla, né di esaltare una civiltà contro un’altra, ma semplicemente di dire che esiste un pensiero cui il mondo di oggi non potrà più a lungo rinunciare» [5].

Il pensiero che si candida a sostituirsi al precedente è nella luce e nel mare mediterranei, nei quali Camus rinviene l’alternativa. È, per l’appunto, il pensiero meridiano. Il pensiero della misura, che nasce dalle ingiustizie di questo mondo poiché ispirato da un’ontologia della rimarginazione, è il vero pensiero della rivolta. Infatti, con un giro di frasi chiarissimo e inoppugnabile, Camus sigla: «La misura non è il contrario della rivolta. La rivolta è essa stessa misura: essa, la ordina, la difende e la ricrea attraverso la storia e i suoi disordini» [6]. Il pensiero di Camus è forse rivolto a un’umanità veramente rara, magari anche impossibile: un’umanità che, come il dottor Rieux della Peste, si fa garante della creazione, lotta per diminuire il male che scaturisce da essa, e in questo esercizio trova un senso per vivere e morire. «Tutti portiamo in noi il nostro ergastolo, i nostri delitti e le nostre devastazioni. Ma il nostro compito non è quello di scatenarli attraverso il mondo; sta nel combatterli in noi e negli altri» [7]. Un compito chiaramente ontologico, poiché richiama il mondo e la vita che si conduce in esso. Un compito di scegliere il luogo da cui proveniamo per insediarci in esso.

Nella conclusione del suo saggio più discusso e dibattuto, Camus, su una scia plausibilmente nietzscheana, scrive che «al meriggio del pensiero, l’uomo in rivolta rifiuta così la divinità per condividere le lotte e la sorte comune. Sceglieremo Itaca, la terra fedele, il pensiero audace e frugale, l’azione lucida, la generosità dell’uomo che sa. Nella luce, il mondo resta il nostro primo e ultimo amore» [8]. La luce, infatti, era ciò che l’Europa aveva smarrito nei lunghi anni di guerra e di desolazione morale, nel più totale smarrimento di quell’umanità per cui secondo Camus vale la pena lottare e anche morire, alla ricerca di quei principi che rendono l’esistenza nuovamente degna di questo nome, senza ricadere in balia di quell’assurdo che allontana il mondo dalla vita fino a farsi sopraffare. 

9788845299506_0_0_536_0_752. Tuttavia, se nelle poche ma vibranti pagine dell’Uomo in rivolta si coglie l’aspetto formale della questione, il tracciato che Camus indica per la risoluzione dei problemi brucianti della storia suggerisco che si possa trovare nei testi in cui effettivamente egli riflette sul suo Mediterraneo e su cosa significhi precisamente vivere di conseguenza al pensiero meridiano, nella riconciliazione e nell’equilibrio che esso predispone per l’etica e per l’agire. Sono i testi della raccolta L’estate, nonché quelli che in modo assolutamente non accessorio Camus ha intitolato Saggi solari. In questi scritti, Camus dà voce alla sua diretta esperienza nel mondo in prima persona, dando l’impressione di testi di resoconto biografico, persino di esercizi fenomenologici in cui la coscienza si espande e si estende al mondo divenendo essa stessa il mondo. È qui, credo, come giustamente notato anche dalla critica [9], che Camus dà sostanza al pensiero meridiano rimasto nell’Uomo in rivolta allo stato, per così dire, soltanto intuitivo e presagito.

Camus dialoga costantemente con gli elementi, con il sole, il mare, la gran luce, elementi che insieme costituiscono la scena del mondo, di un certo mondo, anzi, in cui l’essere è in una disposizione tale da consentire quella riconciliazione e quell’equilibrio di cui il pensiero meridiano si incaricava della realizzazione, sì da potervi inserire sensatamente l’esistenza umana. L’uomo Camus, figura, potremmo dire, dell’uomo in generale, rappresenta allora il tentativo di collocarsi nel mondo, un mondo però che scopre ciò di cui è fatto, la propria essenza, nel Meridione delle cose, nel Sud, nel Mediterraneo a cui l’Europa deve adesso guardare se vuole risollevarsi e riottenere la dignità che aveva un tempo. E così anche la vita umana segnata dall’assurdo e dalla costante ricerca di un senso che la fondi nella realtà.

In Nozze a Tipasa Camus scrive che esiste qualcosa a cui aggrapparsi tenacemente, di cui essere fieri: «Sì, qualcosa c’è: questo sole, questo mare, il mio cuore che balza di giovinezza, il mio corpo che sa di sale e l’immenso scenario dove s’incontrano l’amore e la gloria nel giallo e nell’azzurro. È per conquistare questo che devo adoperare la mia forza e le mie risorse. Qui tutto mi lascia integro, non abbandono nulla di me stesso, non indosso alcuna maschera: mi basta apprendere pazientemente la difficile scienza della vita che vale certamente tutto il loro saper vivere» [10]. La giornata trascorsa da Camus parla anche della conquista da parte dello scrittore di una gioia quasi insperata, data dal coinvolgimento profondo con gli elementi primordiali che questa città, questa terra, questa regione di mondo, riescono a dare. Dice Camus di aver compiuto «la mia opera d’uomo», come il «compimento commosso di una condizione che, in alcune circostanze, ci fa un dovere d’essere felici» [11]. È questo allora a cui richiama la primavera nel sole e nel mare, e più ancora l’estate, di Tipasa: una condizione emotiva ed esistenziale che congiunge il sé con il mondo in un’appropriazione piena e autentica, anche altamente lirica ed emozionata, come la prosa di Camus restituisce alla perfezione.

Insieme a ciò, oltre dunque l’appagamento esistenziale, la chiave della felice pienezza che può aversi in un’esistenza meridionale, non molto distante, per il Meridione europeo, dall’Algeria di Camus, c’è ovviamente anche una considerazione delle cose più ampia, di carattere sociale e politico. C’è l’ordine delle cose che coinvolge stavolta l’umanità in quanto tale, in cui l’individuo si eclissa o, per meglio dire, fa espandere la sua conquista emotiva interiore a un’intera civiltà, che deve ottenere una nuova bussola per scampare dagli orrori del passato recente, dalla guerra, dal genocidio, dalla mancanza di ogni rispetto, che sono di allora, certamente, ma sono anche del nostro presente. «No, non ero io che contavo, né il mondo, ma soltanto l’accordo e il silenzio che fra il mondo e me faceva nascere l’amore. Amore che non avevo la debolezza di rivendicare per me solo, cosciente e orgoglioso di esserne partecipe con tutta una razza nata dal sole e dal mare, viva e saporosa, che attinge la propria grandezza dalla semplicità e in piedi sulle spiagge rivolge il proprio sorriso complice al sorriso splendente dei cieli»[12].

shoppingLa forza d’animo e la solidarietà verso l’alterità che hanno sempre contraddistinto Camus, se pensiamo alla sua attività per il Combat o al suo romanzo certamente più collettivo come La peste, lo spingono a trascendere se stesso e la sua sola felicità, poiché altrimenti essa sarebbe colpevolmente egoista e inconcludente. La mossa di Camus è platonica e dunque politica. Questo amore che lo ha unito al mondo, tale scoperta solare e meridiana, tanto da trasformare la sua in una nuova esperienza umana, è così potente che, vorremmo presumere, non accorda l’esistenza soltanto, risolvendo in questo modo il suo difetto di senso originario da cui scaturisce l’assurdo, ma anche l’umanità intera. Se l’assurdo era il risultato dello scollamento tra il sé e il mondo, condensato nell’implacabile battuta di Meursault per me è uguale, che significa che niente vale la pena nella più totale indifferenza, e se, come si legge nel Mito di Sisifo, «l’Assurdo non è nell’uomo […] e neppure nel mondo, ma nella loro comune presenza» [13], l’amore invece è ciò che rifonda il sé, come una giornata di sole, di luce, di caldo e di mare può aver fatto nel cuore dello stesso Camus, dal quale le acute e sconvolgenti riflessioni dello Straniero hanno pur avuto origine. Questo è un messaggio che deve andare oltre, sostiene Camus, il messaggio di una razza che può insegnare a dare pace al cuore degli uomini, a guarire le ferite dell’Europa, a impartire un nuovo corso. Tanto da ritrovare persino la complicità del sorriso che splende nei cieli, affinché siano di tanti, di tutti.

Quella di Camus è una lezione che proviene anche dai sensi, dal corpo, organo filosofico ancora prima del pensiero e della ragione, che conosce la giustezza nella canicola, nel sudore, nell’estate algerina. Il Mediterraneo insegna a conciliare la vita e la morte, il caldo estremo del giorno metafora della vita con il refrigerio del vento notturno. Aiuta a pensare la vita e la morte come espressioni della stessa verità. «Tutto qui respira l’orrore della morte in un paese che invita a vivere. Eppure, è sotto le mura del cimitero che i giovani danno appuntamenti e le ragazze si offrono ai baci e alle carezze» [14]. In questa terra che sa di morte e di vita, prevale una fisicità che tracima in concetti insieme esistenziali e politici, talché «fra questo cielo e questi visi rivolti verso di esso» non c’è «nulla a cui appendere una mitologia, una letteratura, un’etica o una religione, ma pietre, carne, stelle e quelle verità che la mano può toccare» [15].

Dopo aver esposto queste verità terrestri, il cui significato come visto può andare oltre fino a diventare politica, Camus inserisce la questione della propria casa, di questo mondo che può farsi dimora giustificata, tanto da potersi proporre anche laddove tali condizioni solari e marine non possono sussistere. C’è lo spazio per un ideale, vorrei dire, molto più intenso dell’ulissiaco ritorno a casa, della nostalgia dell’origine da cui si è stati generati e che si è fatta, insieme a ciò, anche dimensione di crescita e di evoluzione, l’ideale del legame con la propria terra mediterranea, di cui Camus coglie ed esprime una sensatezza filosofica, come visto contro l’assurdo e il veleno da cui l’Europa si è fatta compromettere. «Sentire i propri legami con una terra, il proprio amore per alcuni uomini, sapere che c’è sempre un luogo in cui il cuore troverà la sua armonia, ecco già molte certezze per una sola vita umana. Senza dubbio ciò non basta. Ma in certi istanti tutto aspira a questa patria dell’anima. “Sì, è laggiù che dobbiamo tornare”. Che cosa c’è di strano a ritrovare sulla terra l’unione che auspicava Plotino? L’Unità si esprime qui in termini di sole e di mare»[16]. Sapere che c’è un luogo che risponde benevolmente al nostro dolore e al nostro richiamo per la vita può valere il peso di una certezza, un luogo insomma in cui l’assurdo del vivere può persino annullarsi e ci si riempie della concordanza con ciò che il corpo sentiva ancora prima che la ragione potesse manifestarsi. Un luogo d’amore, che cura. Eppure, dice il filosofo, ciò non basta, perché la vita deve farsi anche altrove, e soprattutto perché questo ideale deve sconfinare, e come nel caso di Camus deve sconfinare anche dalla persona che lo prova, viaggiando, lavorando, scrivendo, anche negli altri luoghi in cui la cosiddetta civiltà della ragione e non degli elementi, come fu Parigi per il filosofo, si raggruma, suscettibile però di distorsioni e di fatali pericoli.

13Come per il Van Gogh in Provenza, che riteneva quella gente molto più artistica benché priva di ogni arte e cultura, Camus apprezza l’implicitezza della gente di Algeri, che lotta e difende una vita in cui questa consapevolezza dell’amore è assente, ma pur presente e viva, sincera e onesta, senza eludere o barare. Così deve aversi una nuova unione, all’insegna dell’odore dei carrubi, che inonda fuori l’estate algerina e dentro il cuore, poiché «questo odore consacra le nozze dell’uomo e della terra, e fa nascere in noi il solo amore veramente virile in questo mondo: caduco e generoso» [17]. Un mondo sempre a rischio, che si può prendere e che però dà molto, a patto che se ne sia consapevoli. Guardando Fiesole e la campagna toscana, Camus afferma con icasticità: «Il mondo è bello, e fuor d’esso non c’è salvezza»[18]. È la lezione di immanenza che il pensiero meridiano dovrebbe consegnare non perché le cose nel Sud vadano bene così come vanno, poiché pensare questo significherebbe mentire gravemente, bensì per la ragione che la giustezza che c’è in esso possa influire sui mali che lo attanagliano e su quelli di altre geografie e altri meridiani.

Si tratta allora, avanzando un’ipotesi interpretativa, di avere il cuore di Sisifo e il fegato di Prometeo, il primo riempito dallo sforzo quotidiano che gli dà un senso, il secondo più forte del suo supplizio e incrollabilmente fiducioso negli uomini e nel loro destino. «Nel fondo più buio della storia, gli uomini di Prometeo, senza smettere il loro duro lavoro, terranno uno sguardo sulla terra, e sull’erba instancabile. L’eroe incatenato conserva nel fulmine e nel tuono divini la sua fede tranquilla nell’uomo. In questo modo egli è più duro della roccia e più paziente dell’avvoltoio. Per noi, più della ribellione contro gli dèi, ha senso quella sua lunga ostinazione. E quella ammirevole volontà di non separare né escludere nulla di ciò che ha sempre riconciliato e riconcilierà ancora il cuore doloroso degli uomini con le primavere del mondo»[19]. È l’ostinazione che lega al mondo e fa riconoscere in esso un luogo d’amare e nel quale, alla fine e nonostante tutto, è sensato vivere.

Ciò che è in gioco, sulla scena della vita e della storia, è far accettare intanto questa fede difficile e poi di riconciliare l’uomo con il dolore per le meschinità e le atrocità che, come conclude Rieux, esattamente come i flagelli non smetteranno mai di esistere. Perché il mondo, proprio come la vita, può conoscere sempre un nuovo inizio. Un inizio che, come momento più alto della sua crescita, diventa consapevolezza del limite, della misura, del contegno, ma soprattutto la più piena accettazione e scoperta, da tenere ferma e dura nell’orizzonte di comprensione dell’esistenza: un ideale che vince l’oscuro nichilismo, per il quale una certa natura vince la deriva di una certa storia, «e non per virtù, né per rara elevatezza d’animo, ma per istintiva fedeltà a una luce in cui sono nato e dove gli uomini hanno imparato da millenni a salutare la vita anche nella sofferenza» [20].

È questa la luce/patria a cui essere fedeli, anche nella presunta parte giusta delle cose, come la civile Parigi in cui si è consumata, in realtà, parte della tragedia del Novecento. È questa l’idea a cui la nostalgia dovrebbe far tornare con desiderio ardente. «Parigi è una meravigliosa caverna e i suoi abitanti, vedendo le proprie ombre agitarsi sulla parete in fondo, le scambiano per l’unica realtà» [21]. L’allucinazione di aver scambiato la vera luce per un’altra. E così, aggiunge Camus in modo decisivo, «lontano da Parigi abbiamo imparato che c’è una luce alle nostre spalle, che dobbiamo voltarci indietro, gettando le catene, per guardarla in faccia, e che prima di morire il nostro compito è di cercare, attraverso le parole, di darle un nome» [22]. Questo nome, infine, tanto ricercato nel fondo del cuore e della natura, potrebbe essere proprio la luce, elemento metafisico per eccellenza, che si conosce al meglio solo nelle lunghe, calde, afose, estati meridiane, sì che portata nel cuore diventa un’invincibile estate, che appunto «dal cielo discende nel cuore dell’uomo» [23]. È la luce meridiana che alla fine della sua vita, stroncata prematuramente com’è noto da un incidente, Camus ha ricercato: il bisogno di una casa, del Sud, «di quella luce meridionale che gli dà la forza di creare e di vivere»[24]. «Imparavo finalmente, nel cuore dell’inverno, che c’era in me un’invincibile estate» [25]. Una luce infitta nel corpo, fattasi carne, e che ora si fa parola e si espande.

images-_1_-102. La riflessione di Camus viene intercettata e discussa anche da Cassano in un modo assai acuto e penetrante, rilanciando l’auspicio filosofico ed esistenziale dello scrittore premio Nobel facendone una vera e propria linea di pensiero, un cammino per una civiltà meridiana che possa farsi faro di resistenza, e perché no anche di rivolta, per le altre in Europa. Cassano, prima di guardare al Mediterraneo cantato con toni di elegia e di fasto da Camus, volge però lo sguardo a quella Germania da cui lo stesso pensatore franco-algerino voleva prendere concettualmente le distanze, affrontando la nota posizione di Heidegger riguardo al dispiegamento della tecnica contemporanea come manifestazione inesorabile del nichilismo e alla disumanizzazione che quest’ultima comporta. Nonostante la perentorietà del pensare heideggeriano, nel quale bisogna ovviamente riconoscere elementi di grande coraggio e densità, Cassano individua dei limiti interessanti. 

Certamente Heidegger propone, come ho anche avuto modo di discutere nel mio libretto, una riflessione seria e difficilmente aggirabile sull’opportunità del radicamento, della fedeltà alla terra che in realtà è un rinserrarsi nell’origine per non cadere inermi nelle spire del progresso tecnico come detto disumanizzante e nichilistico, per trovare riparo e lì continuare a esistere, a pensare, a permanere nello svelamento della verità. Ma alla riflessione heideggeriana, per quanto potente, secondo Cassano manca quell’elemento aggiunto che la renderebbe per l’appunto meridiana: il mare, nonché il dialogo necessario con la terra. Heidegger ha terrore del mare, il nomadismo e la novità a cui invece Nietzsche aveva spalancato le porte per il Novecento, sicché il filosofo di Meßkirch ne arretra preoccupato, riconoscendovi il segno dell’ultra-tecnica culminante nella questione atomica da arginare con il radicamento, nell’ascolto del sentiero campestre, che trattiene nella fiducia che dà senso alla vita e la fonda. Tuttavia, per Cassano, pur riconoscendo la fecondità di questo approccio, motivo per cui anche nel mio libretto mi slanciavo provocatoriamente a definire lo stesso pensatore tedesco come un uomo del Sud accostabile alla riflessione meridiana, «né Nietzsche né Heidegger mostrano la strada» [26]. La strada, infatti, è per Cassano quella indicata da Camus. 

Il Camus di Cassano è quello discusso in questo testo, il pensatore della misura che oppone all’Abendland, all’Occidente terra della sera e del tramonto, il Midi fatto di luce, calore e fiducia nella natura e nella storia. Cassano auspica allora un rigurgito di orgoglio del Sud, ridotto in povertà e sicuramente devastato da numerose piaghe ancora purtroppo ben presenti, ma che può affrancarsi dalle logiche implacabili del mercato e oceaniche, di quell’Atlantico statunitense che sempre di più sta inglobando dentro di sé l’Europa fino a condurla a un declino forse inarrestabile. Non si tratta di vedere nell’arretratezza e nell’inefficienza diffusa il motivo di una colpa, bensì di un riscatto e di una rivolta, una «rivolta libertaria di Camus [che] non è comprensibile senza questa fedeltà al futuro delle radici» [27].

Cosa deve fare, dunque, il pensiero meridiano, suggellare il sussistente ricadendo in questo modo nella più sterile delle estetizzazioni romantiche, per cui la bellezza del Sud così caloroso e luminoso può far sopportare storture e insufficienze che se così fosse sarebbe colpevole ignorare o peggio perdonare? Si deve agire per il progresso, per ciò che manca e si fa sentire in tutta la sua assenza, cose che l’esperienza quotidiana fa avvedere in modo lampante e spesso doloroso. Ma lo si deve fare letteralmente alla luce di un ideale dell’origine e delle radici, un Mediterraneo che si cura da sé, senza farsi predare o soggiogare da logiche che non gli appartengono, dando appunto alle radici, come vogliono sia Camus che Cassano, un futuro, fruttificando dal terreno storico in cui si trovano piantate.

linee-meltemi-tedesco-mediterraneismo-1Sono giusti, dall’altro lato del dibattito, i rilievi di Tedesco, il quale in una pagina del suo libro Mediterraneismo. Il pensiero antimeridiano pone degli opportuni caveat. Tedesco intravvede in Cassano, «accarezzandolo e respingendolo» [28], un heideggerismo però non del tutto meditato, nonché un’imprecisa messa a fuoco del fatto che «la regressione marittima è la dimensione speculare della regressione tellurica, contadina di Heidegger: come se il mare non fosse porta di accesso a ogni città, come se la costruzione della città non postulasse l’andare per mare, il saper dominare il mare, la violenza sul mare, téchne polemiké e téchne nautiké» [29].

A dire di Tedesco, con ottime ragioni, il pensiero meridiano non avrebbe fatto altro che alimentare quello stereotipo che costituisce invece di un motivo di affrancamento e di liberazione un fattore aggiunto della permanenza nella minorità. Sarebbe accaduto il rinsaldarsi di una “orientalizzazione” nel senso suggerito a suo tempo da Said, un fenomeno che, coinvolgendo anche l’Occidente meridionale, avrebbe acuito la narrazione di inferiorità, subalternità e infine anche di inguaribile vittimismo. Siamo fatti male, ma abbiamo la bellezza. Un punto di vista, se vogliamo, realmente imperdonabile. Il pensiero meridiano non farebbe che cercare così di «rovesciare lo stigma, perpetuandolo» [30], scegliendo dunque un meridiano di luce opaca.

3. Il Sud, dunque, fa vivere con gli elementi, in una dimensione in cui il caldo fa fondere i confini in un concetto di unità superiore, un affratellamento ontologico, un abbraccio tra il sé e il mondo a seguito del quale non c’è nessuno dei due ma soltanto la loro assoluta coordinazione. L’io diventa mondo, supera la crisi della sua presenza, oggettivandosi in ciò che lo supera, riscoprendo il mondo che giace sopito dentro il sé. Un mondo perduto che il Sud riporta alla superficie della conoscenza. 

Come un abilissimo fenomenologo, nella sua riflessione sul Sud inseribile nel tracciato camusiano, Cimatti dà le parole a questa sospensione del mondo per ritrovarlo più pienamente al proprio interno: «Avrei voluto sedermi per terra, ma l’asfalto scottava troppo. Non passava nessuno, c’era tutto il tempo per una foto in mezzo al mondo. Solo io, e l’infinito Sud bollente. Ma non è vero che fossi solo, c’era la strada, la macchina, le balze solcate dall’erosione, alberi, macchia verde, qualche animale nascosto, un predatore che dall’alto mi avrà osservato. Essere solo non vuol dire mai essere davvero soli, significa che non ci sono alla vista altri umani, ma c’è comunque il mondo, infinito e paziente» [31]. La presenza del mondo si esibisce quando quella dell’io si eclissa, permettendogli di emergere in tutto il suo splendore, nella gloria della physis, di cui diventa parte, elemento, sguardo silenzioso. «E il mondo, di colpo, scoppia in tutta la sua assordante potenza. Il sole, il caldo, la terra che brucia, l’aria che torna» [32].

31L’esperienza integralmente metafisica di Cimatti ha quindi questo esito: il Sud che consegna il nostro essere alla verità di noi stessi, al di là di qualunque sterile e pernicioso antropocentrismo, di una burocrazia che spesso deruba la vita del suo tempo proprio, dell’astrazione dalla fisicità sempre più presente in questi tempi segnati dal digitale-artificiale, delle sofferenze quotidiane, delle amarezze, dei turbamenti, delle angosce, delle difficoltà che pur affliggono un territorio complesso e dai molti problemi: «Ecco allora perché ero scappato dalle carte e dai numeri per respirare l’aria rovente del Sud: per essere un corpo. Finalmente. Ci vogliono 47 gradi perché un io riesca a dimenticarsi di essere un io, per permettersi di diventare finalmente un corpo. Ossia per diventare un pezzo qualunque di mondo. Il Sud è il mondo. Per questo la salvezza è nel Sud, cioè negli occhi neri di un meraviglioso cane bianco» [33]. Il Sud, insomma, come enigma metafisico dell’essere e della presenza, che fa continuamente domandare e anche dubitare, e dunque, infine, pensare.

Dall’altro lato, però, ci sono importanti interrogativi che potremmo porci, onde evitare anche una cieca e ottusa partigianeria. Perché infatti altri popoli del mare, come quelli settentrionali, hanno raggiunto un grado di civiltà e di benessere almeno materiali indiscutibilmente superiori ai mediterranei e non prenderne atto? Perché avvertire il bisogno di ricercare una bellezza più forte in un degrado massiccio e in una gestione politica obiettivamente spesso malsana e inadeguata, ricadente nel malaffare e nelle varie forme di illegalità trasversali a ogni ambito sociale? Perché sopportare episodi diffusi e percepiti come invincibili di ostilità verso il territorio, indifferenza estetica ed ecologica, sciatteria intellettuale, corruzione diffusa, talché inquadrarli in una mancanza di quella alfabetizzazione culturale minima sarebbe persino una grave ingenuità? Perché, insomma, restare mediterranei, radicati, meridionali, fiduciosi, nonostante gli affronti quotidiani, l’incuria, la rottura dei rapporti, gli abbandoni?

Una prima risposta, che al momento mi pare sufficiente per concludere, potrebbe stare nel fatto che nel Sud esiste realmente una bellezza più forte, nel modo in cui è stato descritto dalla sensibilità altissima e a tratti commovente di Camus. Perché il mare, come insegna il Guccione sulle cui opere ho provato a riflettere nell’ultimo capitolo del libretto, e soprattutto il Mediterraneo, celano in sé una lezione metafisica. E insieme a ciò, chi percepisca in sé quella fedeltà alla terra che muove però alla rivolta, insieme al potente desiderio di restare, guardando questo mare, sedendo sotto questo cielo e vivendo in mezzo a questa luce, può trovare una ragione per la giustezza della sua scelta. Che è una scelta filosofico-politica, come sostiene Camus, per fare del meridiano del Sud il meridiano della sensibilità del mondo. Ma anche una consapevolezza per credere di non sbagliare, se è questa la casa in cui si è voluto mettere il proprio cuore, fin quando, almeno, essa lo difende dalle amarezze e dalle ferite, lo riempie per una vita felice.   

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] P. Castoro, Albert Camus. Il pensiero meridiano, Salento Books, Nardò 2015: 17.
[2] A. Camus, L’uomo in rivolta. Saggi (L’homme revolté. Essays, 1951), trad. di L. Magrini, Bompiani, Milano 2002: 310.
[3] Ivi: 311.
[4] Ivi: 328.
[5] Ibidem.
[6] Ivi: 329.
[7] Ibidem.
[8] Ivi: 334.
[9] Su questo punto rimando il lettore a studi assai acuti e che, benché non citati direttamente, ho tenuto in considerazione per la stesura di queste riflessioni: J. Chabot, Albert Camus, «la pensée du midi», Édisud, Aix-en-Provence 2002; R.D. Boisvert, Albert Camus and the Philosophy of the Ordinary, Bloomsbury, London 2023.
[10] A. Camus, L’estate e altri saggi solari, a cura di S. Perrella, trad. di E. Capriolo, Bompiani, Milano 2019: 34-35.
[11] Ivi: 37.
[12] Ibidem.
[13] Id., Il mito di Sisifo (Le mythe de Sisyphe, 1942), trad. di A. Borrelli, Bompiani, Milano 2013: 30.
[14] Id., L’estate e altri saggi solari, cit.: 52.
[15] Ivi: 53.
[16] Ivi: 53-54.
[17] Ivi: 55.
[18] Ivi: 65.
[19] Ivi: 99.
[20] Ivi: 115.
[21] Ivi: 114.
[22] Ivi: 115-116.
[23] M. De Cesare, L’invincibile estate. Albert Camus, Mimesis, Milano-Udine 2014: 32.
[24] V. Tanase, Albert Camus. Una vita per la verità (Camus, 2010), trad. di A. Bresolin, Castelvecchi, Roma 2013: 232.
[25] A. Camus, L’estate e altri saggi solari, cit.: 123.
[26] F. Cassano, Il pensiero meridiano (1996), Laterza, Roma-Bari 2005: 41.
[27] Ivi: 99.
[28] F. Tedesco, Mediterraneismo. Il pensiero antimeridiano, Meltemi, Milano 2017: 60.
[29] Ibidem.
[30] Ivi: 27.
[31] F. Cimatti, Nella giornata più calda dell’anno. Attraversando il Sud, Donzelli Editore, Roma 2025: 63.
[32] Ibidem.
[33] Ivi: 75.

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Enrico Palma è dottore di ricerca di ricerca in Scienze dell’interpretazione, con una tesi dal titolo De Scriptura. Dolore e salvezza in Proust. Ha pubblicato saggi, articoli e recensioni in numerose riviste di filosofia, estetica, ermeneutica, critica letteraria e fotografia. Nel 2022 ha curato il volume L’anima della collana del «Corriere della Sera» Greco. Lingua, storia e cultura di una grande civiltà a cura dei Proff. M. Centanni e P. B. Cipolla. Collabora con Il Pensiero Storico ed è fondatore e co-direttore de Il Pequod.

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