Il bilancio post mortem di un terrorista

COPERTINA MARTA di Marta Gentilucci

«Ricordate che stanotte, figli miei, numerose sfide vi aspettano. Ma dovete affrontarle e comprenderle. Non è più il momento del gioco. Il momento del giudizio è arrivato. Dunque dobbiamo utilizzare queste poche ore per chiedere perdono a Dio. Dovete essere convinti che non vi resta più tempo da vivere. Dopo, comincerete una vita di beatitudine, il paradiso infinito. Siate ottimisti». È la vigilia del 16 maggio del 2003. Siamo a Casablanca, Marocco. Yashin, Hamid, Nabil, Fouad, Khalil e Azzi si preparano alla morte come fosse un matrimonio: lavano e rasano i loro corpi accuratamente, indossano biancheria pulita, recitano le ultime preghiere, si abbracciano con gli occhi lucidi. L’indomani avrebbero compiuto il più tragico attentato che il Marocco ha finora conosciuto: 41 morti a Casablanca e un centinaio di feriti, cinque attacchi simultanei nei luoghi-simbolo degli“infedeli”: il consolato belga, l’hotel Safir, un centro culturale della comunità ebraica, il vecchio cimitero israelitico e il ristorante ispanico Casa de Espana.

L’ultima notte dei condannati a morte è scandita da una voce mielosa che salmodia versetti del Corano ed è segnata dall’odore acre emanato dai corpi di chi sa di stare andando incontro alla propria fine. Uno squallido garage è il bunker dell’attesa: si esce presto la mattina, con le occhiaie scure dell’insonnia e dei gilet esplosivi troppo stretti. Quando arriva l’ora della jihad si viene catapultati nel tumulto della strada, accecati dalla luce fastidiosa delle prime ore della giornata. La conclusione è un miscuglio di rantoli e gemiti in lingue diverse, pianti e stordimento:

«Il fumo, le fiamme, la polvere e i detriti dei mobili e dei corpi; e poi grida, e ancora grida, quelle dei mutilati e quelle dei superstiti. E i rantoli degli agonizzanti che non hanno avuto la fortuna di morire subito; i gemiti risuonavano in lingue diverse, ma i pianti erano senza colore e senza patria. Pianti di esseri umani distesi a terra, storditi, inebetiti, perduti, e un caotico fuggire da ogni parte, nel terrore di una nuova esplosione».

Probabilmente non è un caso che Il grande salto (Rizzoli, 2016), nono romanzo dello scrittore marocchino Mahi Binebine, scritto nel 2010, sia stato tradotto e pubblicato in Italia dopo gli attentati di Parigi e Bruxelles, ovvero quando la questione del terrorismo ha colpito direttamente il cuore dell’Europa e la domanda cosa passa nella testa di un kamikaze? è diventata ricorrente.

La storia inizia a Sidi Moumen, periferia a nord-est di Casablanca, luogo dimenticato dalle autorità e coacervo di povertà, crimine, droga e violenza. Trecentocinquantamila abitanti su 47 chilometri quadrati, la più estesa delle bidonville marocchine: un ghetto di disperazione divenuto terreno di coltura ideale per le cellule terroristiche.

Il protagonista è già morto quando inizia il libro: si tratta di Yashin, uno dei kamikaze della strage di Casablanca del 2003, ucciso dall’estremismo religioso e dalla disperazione. Già: come si fa a entrare nella testa di un kamikaze? È questa la scelta narrativa di Binebine: immaginare che sia uno dei terroristi morti suicidi a raccontare la propria breve parabola esistenziale, come fosse un bilancio post mortem. Agghiacciante proprio perché proviene da un’anima senza più corpo, fatto a brandelli dalla violenza dell’esplosione. La voce di Yashin risuona dall’oltretomba srotolando il proprio passato come un gomitolo ricoperto di nodi, ripercorre l’infanzia tra i tetti di lamiera di Sidi Moumen, le fogne a cielo aperto, l’amore per il calcio, unico diversivo al grigiore più esasperante.

A differenza degli attentatori di Parigi e Bruxelles, quasi tutti figli della classe media, i kamikaze di Casablanca erano giovani poverissimi, senza alcuna prospettiva, cresciuti in una discarica di cento ettari che diventa metonimia dell’intera Sidi Moumen.

Attentato a  Casablanca. 17-05-2003. Patio della Casa de España (ph. L. De Vega)

Attentato a Casablanca, 17 maggio 2003, Patio della Casa de España (ph. L. De Vega)

La miseria è una condanna dalla quale nessuno dei personaggi del libro è esente: non lo è Hamid, il fratello del protagonista, che lavora alla discarica e possiede un’innata propensione alla violenza, non lo è Nabil, che sembra «uno di quei cristiani sbarcati dal Nord per mischiarsi alla nostra miseria come un hippy», aitante figlio di una pasionaria del sesso a buon mercato. Non lo è Ali detto Azzi (“nero”, in arabo) perché aiuta il padre carbonaio. Non lo è Fouad, l’unico che si sottrarrà all’appuntamento con la morte nell’ora della jihad, rinunciando a farsi esplodere, e non lo è nemmeno Yashin, voce narrante dalla solitudine dell’Aldilà.

L’adesione all’ideologia islamista risulta così più una via di scampo a un destino di povertà e fame che una scelta consapevole. Di fronte a un’aspettativa di vita fatta di degrado e violenza, rifiuto tra i rifiuti di una discarica maleodorante, si preferisce morire nell’illusione di «un paradiso felice dove mangiare tajine e pastilla al piccione». Del resto, Sidi Moumen è un luogo in cui la morte fa parte del quotidiano: la gente vive o muore senza che nulla cambi nell’equazione della miseria. E allora, morire non diventa più una prospettiva così spaventosa: 

«La morte restava lì, onnipresente. L’avevamo adottata. Ci abitava e noi l’abitavamo. Erompeva dai nostri occhi rossi e dai nostri pugni chiusi per delle brevi sortite. Passeggiava vestita di bianco sulle rovine della nostra città e tornava a rannicchiarsi tra di noi. Eravamo la casa dove riposava e noi trovavamo pace appoggiandoci a lei. La morte era nostra alleata. Ci serviva e noi la servivamo. Le prestavamo il nostro odio, le nostre vendette e i nostri coltelli. Lei li utilizzava al meglio e poi ce li restituiva per reclamarli ancora. Ancora e ancora. Ci liberava dalle sofferenze e ci toglieva dai guai, perciò le eravamo riconoscenti».

L’operazione narrativa di Binebine – pur correndo il rischio di giustificare l’”ingiustificabile”, quale è un attacco terroristico, fornendo l’“alibi” della disperazione – ha senza dubbio il merito di tentare di addentrarsi nel nesso profondo tra povertà estrema e radicalizzazione ideologica. Il degrado della banlieu marocchina diviene humus fertile dove attecchisce il fanatismo religioso. Abou Zoubeïr, Zaïd, Nouceïr e i fratelli Oubaïda – reclutatori dei nuovi kamikaze tra i morti di fame di Sidi Moumen – non fanno alcuna fatica a convincere i sei giovani al martirio. Il procedimento è semplice: li allontanano dal marciume della discarica, gli restituiscono vestiti puliti e dignità, gli offrono uno schema per incanalare il proprio malessere, un’identità e un inedito senso di appartenenza. Particolare degno di nota: più del Corano, più della povertà, è la visione dei film di Bruce Lee, attore statunitense e leggenda del kung-fu, ad avvicinare inizialmente Yashin e gli altri alla dottrina religiosa:

«Il saluto dei samurai era riveduto e corretto da un versetto del Corano. Così cominciavamo il riscaldamento in un fervore semireligioso (…). Provavamo un piacere folle a imitare il Bruce Lee di Dalla Cina con furore. Avevamo fabbricato la sua arma letale: due pezzi di legno legati da una catena (…). Quando i suoi film passavano in televisione li guardavamo religiosamente, alla stregua di una partita di calcio. Come se fossimo degli eroi, volevamo anche noi raddrizzare i torti, vendicare i deboli e ripristinare la giustizia».

È interessante sottolineare questo mix di sacro e profano (il saluto dei samurai dei film di Bruce Lee mescolato ai versetti coranici) soprattutto alla luce dei più recenti risvolti del terrorismo internazionale. La contaminazione tra strategie di propaganda terroristica e immaginario occidentale (film, spot pubblicitari e videogame) è divenuto infatti uno dei tratti distintivi del modus operandi dello Stato Islamico, che attinge a un’estetica colma di richiami alla cinematografia horror, alla musica rap e hip hop e ai videogiochi (avvalendosi pure, all’insegna della gamification, di giochi di ruolo e di simulazione della «guerra contro gli infedeli» diffusi via Internet) [1].

FOTO2Tornando al romanzo, il titolo in francese è Les étoiles de Sidi Moumen: “Le stelle di Sidi Moumen”, il nome della squadra di calcio in cui giocano il protagonista e gli altri personaggi del libro. È l’immagine che più ha colpito Mahi Binebine quando ha valicato l’alto muro che separa lo squallido agglomerato di casupole a nord-est di Casablanca dal resto del mondo: un gruppo di bambini gracili che corrono dietro a un pallone sgonfio dimenticandosi per qualche ora di ciò che li circonda. Un’immagine che torna in modo ricorrente e che stride con quelle finali, quando i futuri terroristi scambiano la passione del calcio con la conversione all’islamismo più radicale, una “ragnatela d’austerità” che li priva del sorriso e li rende “ombre di sé stessi”, sino a condurli al suicidio.

Nelle ultime pagine il bilancio di Yashin si fa sempre più disperato. Di fronte alla morte, di fronte a un corpo diciottenne dilaniato in nome di una presunta ragione ideologica, si coglie, in tutto il suo orrore, l’incomprensibilità di una scelta estrema. Il fantasma del kamikaze, nell’oscurità della solitudine, vigila dall’alto su Sidi Moumen e si rammarica che la bidonville dai tetti di lamiera sia sempre uguale a sé stessa, desolante come la vita dei suoi abitanti: «un’immensa città di morti viventi».

Dialoghi Mediterranei, n.21, settembre 2016
Note

[1] Per approfondire si veda il documentario Stato Islamico – Nascita di un format (Titolo inglese: Decoding Isis- Anno: 2015 – Regista: Riccardo Mazzon – Autori: Antonio Albanese e Graziella Giangiuli:

http://www.italiandoc.it/area/public/wid/TCEE/video.htm)
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 Marta Gentilucci, giovane laureata in Italianistica presso l’Università degli Studi di Bologna, ha collaborato con la Cineteca Lumière di Bologna e si occupa di giornalismo ed editoria. Tra i suoi interessi di ricerca, lo studio della letteratura delle migrazioni. Ha insegnato nel laboratorio di video-giornalismo presso il Liceo classico F. Scaduto di Bagheria. Ha partecipato a stage e seminari su identità di genere, letteratura post-coloniale e scritture migranti.

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