1. Introduzione
L’identità non è un dato originario né una sostanza immutabile: è una costruzione storica che prende forma attraverso il racconto. Ogni comunità si definisce nel tempo configurando il proprio passato, selezionando memorie, articolando continuità e discontinuità, stabilendo ciò che deve essere ricordato e ciò che può essere dimenticato. In questa prospettiva, l’identità collettiva può essere intesa come una forma di “identità narrativa”, ossia come un processo attraverso cui una comunità mantiene una certa coerenza simbolica pur trasformandosi nel corso della storia (Ricoeur 1990). La permanenza non coincide con l’immobilità; al contrario, implica la capacità di rielaborare il proprio racconto fondativo alla luce del presente. L’identità, dunque, non è un’essenza, ma una configurazione temporale che tiene insieme memoria e progetto, eredità e reinterpretazione.
Letta alla luce di questa concezione, la Cairo International Book Fair appare non soltanto come evento editoriale, ma come spazio simbolico in cui le identità nazionali si mettono in scena attraverso i testi che vi circolano. Le fiere del libro non sono difatti semplici mercati ma dispositivi culturali nei quali la comunità nazionale si immagina e si autorappresenta, attraverso la selezione dei titoli, le scelte tematiche, i programmi culturali, le narrazioni che vengono privilegiate o rese centrali (Anderson 1983). In esse, ciascun Paese si riconosce in un repertorio di storie condivise e, al tempo stesso, ridefinisce il proprio orizzonte simbolico.
L’edizione 2026 ha reso esplicita questa dimensione scegliendo come tema centrale l’identità egiziana, in un momento simbolicamente segnato dall’apertura del Grand Egyptian Museum, evento che ha riacceso l’attenzione globale sull’Egitto come civiltà antica e come attore culturale contemporaneo. Nelle dichiarazioni istituzionali, l’identità egiziana è stata presentata non come mera eredità archeologica, ma come fonte viva di creatività e conoscenza: una storia che continua a produrre senso nel presente. In questo modo, la fiera non ha soltanto celebrato un passato glorioso, ma ha proposto una precisa articolazione tra memoria storica e produzione culturale attuale, tra patrimonio e immaginazione.
È all’interno di questo quadro che si colloca la presenza della Tunisia. Allo stand degli editori tunisini, tra i romanzi del 2025 troviamo Blāṣ al-Yahūdī (La Piazza dell’Ebreo) di Mīya al-Kasūrī, al-ʿUẓamāʾ Yamūtūna fī Abrīl (I grandi muoiono ad Aprile) di Amīra Ghanīm e Ayyām al-Fāṭimī al-Maqtūl (I giorni del Fatimide ucciso) di Nizār Shaqrūwa. Questi titoli si inseriscono in una produzione tunisina contemporanea che partecipa pienamente alla circolazione culturale regionale. La loro presenza al Cairo diventa particolarmente significativa se letta in relazione al discorso identitario proposto dalla fiera: mentre la manifestazione celebrava l’identità nazionale come patrimonio storico generativo, questi romanzi tunisini proponevano una riflessione parallela e in parte problematizzante sulla costruzione e sulla revisione dell’identità in ambito nazionale. In essi, il racconto collettivo non appare come eredità pacificata, ma come spazio di interrogazione, frattura e riscrittura. L’identità non viene assunta come fondamento indiscusso, bensì come campo di tensione tra memoria e oblio, tra narrazione ufficiale e voci marginali, tra continuità simbolica e crisi storica.
La Cairo International Book Fair diventa così un laboratorio identitario mediterraneo: uno spazio in cui le comunità non soltanto espongono i propri testi, ma rinegoziano le proprie narrazioni. È in questo laboratorio che si produce un dialogo implicito tra Tunisia ed Egitto, tra celebrazione e revisione, tra memoria istituzionale e interrogazione letteraria. Al di là delle differenze nazionali, emerge una medesima urgenza nella letteratura araba contemporanea: ripensare il sé collettivo non come dato acquisito, ma come processo narrativo aperto, costantemente esposto alla necessità di essere riscritto.
Scrittrice e giornalista tunisina appartenente alla generazione più recente della narrativa contemporanea, Miya al-Kasūrī si distingue per un’attenzione particolare alle dinamiche sociali e alle zone periferiche della memoria collettiva. In Blāṣ al-Yahūdī, questa sensibilità trova una formulazione particolarmente significativa, in quanto la ridefinizione dell’identità passa attraverso lo spazio urbano. Il quartiere ebraico tunisino non è un semplice scenario narrativo, ma una struttura simbolica che organizza memoria, appartenenza e rimozione. La città emerge come palinsesto, luogo in cui il passato non scompare ma si stratifica sotto la superficie del presente, lasciando tracce che continuano a orientare l’esperienza contemporanea (Huyssen 2003). In questa stratificazione si inscrive una memoria culturale selettiva, fatta di conservazioni e cancellazioni, di archivi ufficiali e memorie marginali (Assmann 2011).
Il romanzo intreccia le storie di donne appartenenti a diverse classi sociali e religioni, costruendo una coralità che riflette la complessità storica dello spazio. Non vi è un centro unificatore né una prospettiva dominante: l’identità si articola attraverso traiettorie individuali che si sovrappongono senza fondersi. Il quartiere diventa così un archivio vivente, in cui le presenze ebraiche, oggi marginalizzate nel discorso nazionale, riemergono come parte integrante della storia tunisina. La memoria ebraica non è evocata in chiave nostalgica, né come semplice testimonianza di un passato cosmopolita perduto. Al contrario, essa opera come dispositivo critico: riportare al centro della narrazione uno spazio progressivamente relegato ai margini significa interrogare i processi di costruzione dell’identità nazionale. Ciò che è stato rimosso o silenziato continua a incidere nella configurazione del presente. L’identità tunisina che emerge dal romanzo non è omogenea né lineare, ma stratificata, attraversata da fratture che ne rivelano la natura composita. Il quartiere, in quanto spazio palinsestico, rende visibile la tensione tra pluralità storica e narrazione nazionale uniformante. Le vicende delle protagoniste si muovono in un presente segnato da precarietà e difficoltà quotidiane, ma tale presente è costantemente attraversato da tracce di convivenza, conflitto e migrazione.
Un confronto utile può essere stabilito con l’Alessandria narrata da Fausta Cialente, in cui la città mediterranea appare anch’essa come spazio plurale, attraversato da comunità differenti la cui coesistenza ridefinisce continuamente il senso di appartenenza. In entrambi i casi, la dimensione urbana non coincide con un’idea statica di identità, ma con una configurazione stratificata che mette in crisi ogni pretesa di purezza. Tuttavia, mentre l’Alessandria di Cialente registra la dissoluzione di un cosmopolitismo coloniale, il quartiere di al-Kasūrī si confronta con una marginalizzazione interna al progetto nazionale post-indipendenza. Il parallelismo evidenzia una dinamica comune alle città mediterranee, cioè la tensione tra memoria plurale e consolidamento identitario. Attraverso la centralità dello spazio urbano, al-Kasūrī restituisce visibilità a una componente della storia tunisina che continua a operare, anche quando non è esplicitamente nominata. L’identità emerge come processo stratificato, costruito non soltanto attraverso ciò che viene celebrato, ma anche attraverso ciò che resiste alla cancellazione.
Il corpo del leader e la fragilità della nazione
Se in Blāṣ al-Yahūdī l’identità si articolava nello spazio urbano, nel romanzo di Amīra Ghanīm essa si concentra nel corpo del leader. Scrittrice tunisina nata nel 1978, docente e studiosa di linguistica e traduzione, Ghanīm si è affermata nel panorama narrativo contemporaneo con opere che intrecciano ricerca storica e tensione psicologica. Nel suo romanzo del 2025, al-ʿUẓamāʾ Yamūtūna fī Abrīl, affronta la figura del presidente Bourguiba non come icona statuale o oggetto di celebrazione storica, ma come corpo vulnerabile, attraversato da ambivalenze, desideri e fragilità. La ridefinizione dell’identità nazionale passa qui attraverso la messa in crisi del mito del “grande uomo”.
La narrativa tunisina ha a lungo contribuito alla costruzione epica della figura bourguibiana. Nelle rappresentazioni legate alla lotta anticoloniale, il leader emergeva come combattente eroico, disposto al sacrificio personale per la liberazione della patria. Questa tendenza trova una formulazione significativa già in Bechir Khraief con I datteri nei loro mazzi (1959), dove la dimensione patriottica si intreccia a un’immagine fortemente idealizzata del leader. In seguito, alcune opere hanno accentuato ulteriormente questa linea, assumendo una funzione quasi propagandistica, come nel caso dell’opera teatrale La battaglia per la naturalizzazione (1986) di Hamadi Ben Hammad. In queste narrazioni, l’identità nazionale si struttura attorno alla figura carismatica del fondatore, e la memoria collettiva tende a coincidere con il suo mito. Ghanīm si colloca consapevolmente in discontinuità rispetto a questa tradizione. Il suo romanzo non demolisce la figura di Bourguiba, ma la restituisce alla complessità. Il protagonista non è soltanto il liberatore della patria; è anche un uomo attraversato da tensioni interiori, da ambizioni di controllo e da desideri di possesso. La grandezza non è negata, ma problematizzata. Il paradosso che attraversa il testo risiede proprio nel fatto che i momenti di più intensa auto-percezione epica emergono nelle fasi di maggiore vulnerabilità: durante la detenzione nelle carceri coloniali francesi o negli anni di esilio, quando la fragilità fisica e politica convive con l’immaginazione di sé come figura leggendaria del Nord Africa.
In questa prospettiva, l’identità nazionale moderna viene riportata al corpo. Il ritorno al corpo mortale del leader mette in crisi la separazione tra “corpo naturale” e “corpo politico” che ha tradizionalmente sostenuto la costruzione del potere simbolico (Kantorowicz 1957). Il leader non è più simbolo astratto, ma organismo mortale. Il titolo stesso – I grandi muoiono ad aprile – insiste sulla finitezza. La morte non è un evento marginale, ma il dispositivo attraverso cui si ridefinisce la memoria. L’epica nazionale viene così attraversata da una dimensione di vulnerabilità che ne altera l’orizzonte simbolico. L’identità collettiva non si fonda soltanto su gesti eroici, ma anche sulla consapevolezza della mortalità. Il romanzo mette in scena la tensione tra amore sincero per la patria e desiderio di dominio, tra vocazione emancipatrice e volontà di controllo, anche a costo di conflitti familiari e sacrifici umani. La figura del leader si compone di elementi contraddittori: idealismo e autoritarismo, carisma e solitudine, sacrificio e ambizione. L’identità nazionale non è più costruita come racconto lineare di liberazione, ma come trama ambivalente.
Il corpo del leader diventa dunque metafora della nazione stessa: forte e fragile, celebrata e contestata, proiettata verso l’eternità e inevitabilmente esposta alla morte. L’epica nazionale si confronta con la dimensione della caducità, e proprio in questo confronto si ridefinisce. Se in Blāṣ al-Yahūdī l’identità era stratificazione spaziale, qui essa è concentrazione simbolica nel corpo di un individuo la cui biografia coincide con la storia collettiva. Il romanzo di Ghanīm mostra dunque che l’identità nazionale non si consolida soltanto attraverso la glorificazione del passato, ma attraverso la sua rilettura critica. La memoria del leader non è fissata in una statua immobile, ma sottoposta a una narrazione che ne mette in luce le tensioni interne. In tal modo, l’identità tunisina appare meno come mito unificatore e più come processo complesso, attraversato da conflitti, ambivalenze e inevitabile finitezza.
Genealogia e spaesamento generazionale
Se nel romanzo di al-Kasūrī l’identità emergeva come stratificazione spaziale e in quello di Ghanīm come concentrazione simbolica nel corpo del leader, Ayyām al-Fāṭimī al-Maqtūl introduce un ulteriore livello: l’identità come ricerca genealogica. Poeta, romanziere e critico d’arte nato a Sfax nel 1970, Nizār Shaqrūn coniuga ricerca teorica e scrittura narrativa, muovendosi tra storia, arte e interrogazione identitaria. In Ayyām al-Fāṭimī al-Maqtūl, questa sensibilità si traduce in una riflessione sulla genealogia come forma di indagine del sé collettivo. Non si tratta più di custodire una memoria né di rielaborare un mito politico, ma di investigare le proprie origini in un tempo percepito come fratturato.
L’opera, inserita nella longlist della International Prize for Arabic Fiction 2026, si apre nel 2030, nella “Città Bianca”, durante una rivoluzione denominata “Rivoluzione del Maiale”. Il corpo mummificato di Mokhtar al-Fatimi viene riesumato per ordine militare e sottoposto a dissezione. Da questo gesto violento prende avvio una narrazione che intreccia dimensione visionaria e ricostruzione storica: lo spirito di Mokhtar, liberato dalla bara, ripercorre la propria vita e il proprio viaggio alla ricerca delle radici fatimidi tra Tunisia, Cairo e Alessandria. Il passato non è sfondo remoto, ma campo di battaglia simbolico su cui si misura il presente.
Shaqrūwa costruisce un romanzo stratificato, ricco di simbolismi ed enigmi, che richiede al lettore una partecipazione attiva. La storia fatimide non è evocata come semplice repertorio erudito, ma come dispositivo critico. Ambientare le domande esistenziali nel periodo fatimide non è casuale: quell’epoca, ricordata per una relativa tolleranza religiosa e per la fioritura scientifica e culturale, diventa controcampo implicito rispetto al presente. Il passato viene mobilitato per giudicare la contemporaneità, per interrogare il declino percepito e le rigidità dottrinali che segnano l’oggi.
La frase ricorrente “Vai, ti darò una dottrina” – apparentemente innocua – assume nel romanzo un valore rivelatore: non è un augurio, ma un’etichetta, un gesto di classificazione. L’identità religiosa diventa strumento di separazione, perfino di insulto. In questo scarto semantico si condensa il problema centrale dell’opera: la trasformazione dell’appartenenza in confine rigido. Il giovane Mokhtar percepisce questa chiusura come asfissiante; il suo respiro si fa corto nella monotonia della vita “tra i fedeli della setta”. La ricerca genealogica nasce da un’inquietudine generazionale, da un bisogno di uscire da un’identità ricevuta come gabbia. Il viaggio verso il Cairo e Alessandria non è soltanto spostamento geografico, ma attraversamento simbolico. Quando il padre gli dice: “L’est è una maledizione, viaggia verso ovest”, si delinea una geografia carica di significati storici e politici. Mokhtar, invece, sceglie di seguire le tracce dei suoi antenati fatimidi proprio in Egitto, negli archivi e nei centri di ricerca che custodiscono manoscritti e documenti. La genealogia si costruisce attraverso lo studio, l’archivio, la filologia. L’identità diventa così un atto di scavo. In questo senso, il romanzo intercetta una tensione più ampia della narrativa araba contemporanea: il ritorno al romanzo storico in forma ibrida, che combina dimensione documentaria, visione futuristica e riflessione esistenziale. La presenza nella longlist IPAF non è neutra. Essa segnala come, nel panorama letterario attuale, risultino particolarmente significative opere che rielaborano il passato per interrogare il presente. Il romanzo storico-ibrido sembra rispondere a un bisogno regionale di radicamento, in un contesto percepito come instabile e attraversato da trasformazioni politiche e sociali profonde.
L’identità, qui, non coincide con un’appartenenza lineare trasmessa di generazione in generazione. È piuttosto una domanda aperta. Mokhtar non accetta la genealogia come dato; la mette in discussione, la esplora, la ricostruisce. Il passato fatimide non è celebrato in modo ingenuo: è sottoposto a confronto critico, messo in tensione con le derive contemporanee. La tolleranza e la fioritura culturale attribuite a quell’epoca diventano parametri attraverso cui misurare il presente. Il dialogo implicito tra Tunisia ed Egitto si fa qui genealogico. Il giovane protagonista attraversa fisicamente e simbolicamente lo spazio mediterraneo per comprendere se stesso. La ricerca degli antenati fatimidi diventa ricerca di senso in un’epoca che appare priva di orizzonte. Il romanzo intreccia passato, presente e futuro in modo visionario, rendendo plausibili eventi che oscillano tra realismo e allegoria. La riesumazione del corpo mummificato all’inizio del testo non è soltanto espediente narrativo: è figura della riapertura forzata della storia.
Se nel romanzo di Ghanīm il corpo del leader mostrava la fragilità della nazione, qui il corpo mummificato del ricercatore evoca la vulnerabilità della memoria stessa. La storia può essere dissezionata, manipolata, riutilizzata. Ma può anche parlare, liberare voci rimaste intrappolate. L’identità non è più racconto stabilizzato né mito fondativo: è campo di indagine, attraversato da domande esistenziali e tensioni politiche. In questa prospettiva, Ayyām al-Fāṭimī al-Maqtūl amplia la riflessione sull’identità tunisina proposta dagli altri romanzi del 2025. Se al-Kasūrī lavorava sulla stratificazione urbana e Ghanīm sulla vulnerabilità del mito politico, Shaqrūwa sposta l’attenzione sulla genealogia come spazio critico. L’identità non è ricevuta passivamente, ma costruita attraverso uno scavo nel tempo. È in questa trasformazione – dall’eredità all’investigazione – che il romanzo intercetta una sensibilità contemporanea diffusa, in cui la storia diventa risorsa e, insieme, terreno di conflitto simbolico.
I tre romanzi tunisini del 2025, pur differenti per struttura, ambientazione e registro narrativo, convergono su un punto essenziale: la ridefinizione dell’identità come processo critico. Ognuno interviene su un livello specifico della costruzione del sé collettivo, delineando una mappa articolata della riflessione tunisina contemporanea.
In Blāṣ al-Yahūdī, l’identità si articola nello spazio urbano. Il quartiere ebraico diventa un archivio vivente, un palinsesto in cui emergono le stratificazioni della memoria minoritaria. La nazione non è rappresentata come corpo omogeneo, ma come spazio attraversato da presenze plurali e da rimozioni. L’identità appare qui come risultato di sovrapposizioni, non di uniformità. In al-ʿUẓamāʾ Yamūtūna fī Abrīl, la questione identitaria si concentra invece nel corpo del leader. Il mito politico viene riportato alla vulnerabilità, e la grandezza si misura nella tensione tra carisma e fragilità. L’identità nazionale non è demolita, ma umanizzata: la memoria pubblica si intreccia alla dimensione intima, e la narrazione epica viene permeata dalla consapevolezza della finitezza. Con Ayyām al-Fāṭimī al-Maqtūl, l’identità assume la forma di un’indagine genealogica. Il passato non è eredità pacificata, ma oggetto di ricerca. Il giovane protagonista non accetta un’appartenenza data; la mette alla prova, la ricostruisce, la interroga attraverso l’archivio e la storia. L’identità diventa pertanto investigazione, campo di tensione tra memoria e presente, tra tradizione e spaesamento generazionale.
Considerati insieme, questi tre testi delineano una traiettoria coerente. Spazio, corpo e genealogia rappresentano tre scale attraverso cui la coscienza nazionale viene ripensata: la dimensione urbana e minoritaria, quella politico-mitologica e quella storica-generazionale. In ciascun caso, l’identità non è proposta come formula compiuta o monumento celebrativo, ma come configurazione fragile e stratificata. La Tunisia che emerge da queste opere non è una Tunisia celebrativa, ma una Tunisia che interroga se stessa. Tale postura si inscrive in un più ampio processo di revisione della memoria nazionale che ha caratterizzato il dibattito culturale tunisino negli ultimi anni, soprattutto nel periodo successivo alla rivoluzione del 2011, quando il rapporto con il passato statuale e con il mito fondativo è stato oggetto di riconsiderazione critica (Perkins 2004). La memoria viene riaperta, il mito riletto, il passato investigato. L’identità non è assunto ideologico, ma processo narrativo in movimento. In questa tensione tra continuità e revisione si colloca la forza della narrativa tunisina contemporanea: non demolizione del passato, ma sua rielaborazione, non rifiuto dell’eredità, ma interrogazione delle sue ambivalenze.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Riferimenti bibliografici
al-Kasūrī, Mīya. Blāṣ al-Yahūdī (La piazza dell’ebreo). Tunisi: Maskiliani, 2025.
Anderson, Benedict. Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism. London: Verso, 1983.
Assmann, Aleida. Cultural Memory and Western Civilization: Functions, Media, Archives. Cambridge: Cambridge University Press, 2011.
Ghanīm, Amīra. al-ʿUẓamāʾ Yamūtūna fī Abrīl (I grandi muoiono ad aprile). Tunisi: Maskiliani, 2025.
Hammad, Hamadi Ben. Maʿrakat al-Tajnīs (La battaglia per la naturalizzazione). Tunisi, 1986.
Huyssen, Andreas. Present Pasts: Urban Palimpsests and the Politics of Memory. Stanford: Stanford University Press, 2003.
Kantorowicz, Ernst H. The King’s Two Bodies: A Study in Mediaeval Political Theology. Princeton: Princeton University Press, 1957.
Khraief, Bechir. al-Tamr fī ʿudhūqihi (I datteri nei loro mazzi). Tunisi, 1959.
Perkins, Kenneth J. A History of Modern Tunisia. 2nd ed. Cambridge: Cambridge University Press, 2014.
Ricoeur, Paul. Soi-même comme un autre. Paris: Seuil, 1990.
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Shaqrūwa, Nizār. Ayyām al-Fāṭimī al-Maqtūl (I giorni del Fatimide ucciso). Tunisi: Maskiliani, 2025.
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Mila Fantinelli, è dottoranda presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, in Linguistica e Letteratura Araba, e research assistant presso European Youth Think Tank. Ha terminato la magistrale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore in Scienze Linguistiche per le Relazioni Internazionali, dove ha studiato arabo, inglese e turco. Inoltre, ha ottenuto un master dall’American University del Cairo in lingua e cultura araba. Oltre a pubblicazioni in ambito giornalistico e culturale, in lingua italiana, inglese e araba, ha scritto di letteratura araba contemporanea. Dal 2024, lavora come mediatrice culturale per favorire la comunicazione arabo-italiano.
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