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I Siciliani televisivi di Giuseppe Fava: la serie RAI del 1980

giuseppe_fava_librodi Fabio Fancello

La nascita della serie televisiva “Siciliani”

Il rapporto tra Giuseppe Fava, figura iconica nel mondo del giornalismo d’inchiesta, scrittore, drammaturgo, pittore e simbolo della lotta alla mafia, e l’audiovisivo, non ha sempre ottenuto l’attenzione che avrebbe meritato.

Come sostengono Di Mauro (2025) e Greco (2025), probabilmente la sua lunga battaglia per la verità ha spinto a celebrare soprattutto il giornalista, appiattendone all’occhio esterno la complessità e gli aspetti della figura di un uomo di cultura a tutto tondo.

Eppure Fava si era occupato di cinema come critico e recensore, già negli anni ’60  (D’Angelo, 2019), alcuni suoi romanzi e soggetti teatrali sono stati ispirazione per opere cinematografiche e lui stesso ha collaborato alla realizzazione di soggetti e sceneggiature, come nel caso di “Palermo oder Wolfsburg” di Werner Schroeter, vincitore dell’Orso d’oro al Festival di Berlino. Proprio Schoeter, conosciuto a Roma quando conduceva la trasmissione “Voi ed io punto e a capo” 1 per RadioRai, è stato fondamentale per Fava, che ha imparato i segreti della macchina-cinema, piantando dei semi per un nuovo rapporto con la macchina da presa che sarebbero germogliati a breve.

Con la nomina di Mario Giusti, già direttore del Teatro Stabile di Catania, nonché amico e collaboratore di Fava per diverse opere, come direttore della Terza Rete siciliana della Rai, fu approvato il progetto di una serie televisiva a episodi che raccontasse «gli aspetti più agghiaccianti dell’isola» 2. Si trattava di “Siciliani”, corpus audiovisivo di sei veri e propri film, dal genere misto tra documentario, giornalismo d’inchiesta e drammaturgia teatrale, spesso adattata dalle opere dello stesso Fava. Girata in 16 mm, la serie sarà trasmessa una sola volta e, tutt’ora, è difficilmente reperibile 3. L’immaginario è la Sicilia tra il dopoguerra e la prima metà degli anni ’80, mentre il linguaggio e le forme espressive oscilleranno da un iperrealismo attento e minuzioso a un’ironia e un sarcasmo a tratti surreale.

Come sostiene Spina, se per il giornalismo e la pittura di Fava la fotografia aveva già un ruolo importante, la scrittura sembra nascere da un rapporto intrinseco con l’immagine in movimento, come se si trattasse della «scrittura di un regista che fa vedere e racconta attraverso un movimento della descrizione» (Spina 2013: 69-70). A dare forma alla visione di Fava sarà Vittorio Sindoni, che dirigerà la serie, prodotta dalla Cooperativa Alpha, creata dallo stesso Fava per il teatro, che avrebbe poi prodotto anche un giovane Giuseppe Tornatore 4. Quanto alla sceneggiatura, il regista ha raccontato che è stata elaborata in soli tre giorni. In un’intervista al Radiocorriere TV, Fava e Sindoni dichiararono di voler proporre agli italiani un’immagine dei siciliani diversa dagli stereotipi di età preunitaria, proponendo un punto di vista reale sui problemi dell’Isola (Bocconetti, 1979).

Il poeta Ignazio Buttitta declama i suoi versi nella sigla della serie Siciliani (@Rai Teche)

Il poeta Ignazio Buttitta declama i suoi versi nella sigla della serie Siciliani, 1980 (@Rai Teche)

La produzione durò circa un mese, con riprese effettuate quasi contestualmente al film di Schroeter 5 e un montaggio rapido. Sei film dalle caratteristiche e temi differenti, ma coerenti nella ripresa e nella ricostruzione della realtà, tra improvvisazione e finzione. Con i temi cambia anche il registro narrativo e il linguaggio diventa freddo, malinconico o provocatorio. Se, da un lato, Sindoni si limiterà a seguire la voce e l’intreccio dei testi, dall’altro, la voce di Fava si alternerà tra l’onniscienza e il mischiarsi alla gente di strada, tra uomini, donne e bambini, giovani e anziani, emigranti e mogli in attesa, professori, poeti e artisti, e coinvolgerà gli attori che all’epoca orbitavano attorno al Teatro Stabile. Fonte privilegiata saranno soprattutto le inchieste di Fava, già concepite come sceneggiatura in Processo alla Sicilia, che il giornalista “rivisiterà” più di dieci anni dopo: trent’anni di lavoro di analisi e ricerca su un mondo del quale Fava conosceva ormai ogni venatura, dalla più profonda e sottile alla più terribile. Per la prima volta usa l’immagine in movimento, non solo scrivendo, ma anche agendo attraverso il cinema (o la televisione) e apparendo in prima persona (Spina, 2013: 72-73). Appare in video, prendendo parte alla narrazione e intrecciando il suo lavoro d’inchiesta con la messa in scena di stralci del suo teatro, adattando storie e personaggi alle immagini televisive. Sembra aver già compreso il potere, a volte anche oscuro, del mezzo televisivo, e sceglie di utilizzarlo per mostrare agli spettatori ciò su cui scrive da tempo, portando i suoi testi e romanzi, le sue inchieste, ricostruzioni e fotografie verso una conoscenza di massa.

Ogni puntata è introdotta dalla stessa sigla, che si apre con una declamazione del poeta Ignazio Buttitta sull’orgoglio di essere siciliano 6 che, come raccontò Sindoni a un incontro pubblico 7, piacque così tanto a Fava, che volle mantenerla per l’intera serie. Fava e Sindoni saranno gli autori, mentre la colonna sonora è affidata a Riz Ortolani. I titoli di testa vengono annunciati come se uscissero da un’auto in corsa, probabilmente per rendere l’idea del viaggio; nel mezzo, frammenti di un combattimento tra pupi, danze popolari, urla di ambulanti e volti di anziani, insieme ai cartelli e ai luoghi delle province siciliane. Quando il paladino sconfigge il suo avversario, la danza si completa e appare il titolo della puntata.

Gaetano Falsaperla di Leo Gulotta scommette con Fava sulla fattibilità del Ponte sullo stretto di Messina, 1980 (@Rai teche)

Gaetano Falsaperla (Leo Gulotta) scommette con Fava sulla fattibilità del Ponte sullo stretto di Messina (@Rai Teche)

Gaetano Falsaperla, emigrante

Il primo episodio si apre con una scelta metanarrativa: un set allestito alla stazione ferroviaria di Catania, vicino a un treno in partenza. Fava è pronto a intervistare i passanti, quando irrompe il personaggio di Gaetano Falsaperla, interpretato da un giovane Leo Gullotta, che porta subito la narrazione verso il dramma teatrale, tra l’ironia travolgente del protagonista. È un livello narrativo che è stato definito “finzione-reale” (Catania, 2013), che riprende e adatta il capitolo “Il treno di notte” dal romanzo Passione di Michele, scartato dal film di Schroeter per esigenze registiche. Falsaperla è un emigrante diretto in Germania, che affronta il viaggio con spirito positivo, cercando di contagiare con il suo entusiasmo anche gli altri passeggeri con cui condivide lo scompartimento. Tra di loro ci sono Anna Malvica, che interpreta una madre con figli a seguito, Agostino Scuderi, il “compare” Amodio con le sue polpette, oltre a un ragazzo silenzioso dal volto triste e allo stesso duttureddu Fava. Ricorre anche il personaggio di Mariella Lo Giudice, con cui Falsaperla tenta ripetutamente di approcciarsi fino a farsi insultare brutalmente in tedesco. Gaetano non perde tempo nello svelare i suoi trascorsi, la provenienza dalla Civita di Catania, poi la prima partenza per la Germania per andare a raccogliere patate per otto ore al giorno dormendo in una baracca, fino a diventare operaio specializzato nella costruzione di cuscinetti a sfera a 1800 marchi al mese.

Con le parole di Falsaperla, Fava esprime anche un’opinione sul “nascente” ponte sullo stretto: l’emigrante è pronto a scommettere che non lo faranno mai, nonostante i proclami ricorrenti, perché è un progetto molto costoso e ogni parte in causa lotterà per tutelare i propri interessi economici. Quindi lo fermeranno ancora, adducendo che «ci sono sabbie mobbili, ci sono terremoti, concodrilli, liofanti, pulici ca sautunu…». Dalle riflessioni del protagonista si intuiscono le abitudini e le aspettative degli emigranti: c’è chi entra nel Paese straniero grazie a un ingaggio e si licenzia dopo un mese per cercare altri lavori; sfottendo il compare che non parla tedesco, affronta anche il problema dell’inserimento nella società locale, ricordando che ci sono emigranti che sognano di accumulare abbastanza soldi da poter comprare un pezzo di terra in Sicilia e altri che aspettano di tornare al paese natio solo per esibire il proprio riscatto sociale. Nell’arco finale dell’episodio, ci ricordiamo di Nino, il giovane silenzioso che scoppia in lacrime. Si verrà a sapere, ha da poco perso il padre in un incidente sul lavoro e si sta recando in Germania, perché la ditta, come risarcimento, gli ha offerto di occupare il suo stesso posto. L’elogio di Falsaperla al sistema tedesco, a commento della vicenda, chiude l’episodio: «questa è organizzazione: restituiscono un cadavere e si prendono un uomo vivo», svelando in realtà l’amarezza e la disumanità della condizione di tanti migranti siciliani.

Quando i passeggeri finalmente prendono sonno, la voce di Buttitta recita alcuni versi «A Sicilia nun avi cchiù nome…» 8 che chiudono la puntata. Nell’episodio, dal tono umoristico e dai risvolti amari, Fava si ritrova attore silenzioso, non interferendo, ma parlando attraverso la voce dei suoi personaggi e ricoprendo un ruolo analogo a quello del Michele del suo romanzo. Tra l’ironia e l’ottimismo del personaggio di Gullotta, si apprendono i dettagli sulle vite e le sventure dei coprotagonisti, richiamando le condizioni e gli stili di vita reali degli emigranti siciliani, che abbandonano l’isola in cerca di una vita migliore.

Fava interista Saverio Ganci derubato della salma della moglie (@Rai Teche)

Fava interista Saverio Ganci derubato della salma della moglie (@Rai Teche)

L’occasione mancata

Il secondo episodio introduce la figura di Bruno Caruso, a detta di Fava, l’artista che ha meglio rappresentato il dolore siciliano, esprimendolo come un dolore che oltrepassa la soglia e che spinge l’essere umano quasi a ridere di scherno, prendendosi gioco della sua stessa condizione, fino a quasi liberarsene: «così probabilmente è la pazzia». Caruso parla di una strana alienazione, di una violenza quotidiana che è parte della storia isolana, alludendo all’alto numero di siciliani che lasciano l’isola per sopravvivere. Azzarda anche un paragone tra le vicende dei vietnamiti in fuga dalla guerra, recuperati dalla marina italiana, e quello dei sopravvissuti del Belice, a cui è stato fornito anche un passaporto per lasciare l’Italia, che nessuno è mai più andato a recuperare. Tema dell’episodio, dallo spiccato taglio giornalistico d’inchiesta, saranno proprio gli scandali legati al terremoto della Valle del Belice, avvenuto circa 12 anni prima, dai quali emerge la disaffezione dei residenti verso uno Stato sprecone o colpevolmente assente. Altri, coscientemente, ammettono che il vero latrocinio è avvenuto proprio sull’isola.

Sindoni mostra i resti delle sei città della valle, un patrimonio urbanistico e monumentale abbandonato al suo destino, mentre i sopravvissuti vivono ancora nelle baracche in condizioni igienico-sanitarie inaccettabili. Fava spiega che in quella vallata viveva la società siciliana, una civiltà “sbagliata”, composta da cose meravigliose e infamità, divisa in livelli, come se fossero razze, tra eccessivamente ricchi ed eccessivamente poveri. Dopo il terremoto, solo chi ha avuto fortuna ha trovato una nuova casa. Tra pianificazioni urbanistiche e strategiche che hanno del tragicomico, opere inutili spacciate come essenziali e altre mai realizzate, molti sono emigrati per non tornare mai più, altri hanno preferito l’edilizia alla campagna, pur sapendo che prima o poi dovranno comunque andare via. Un terzo dei fondi per la ricostruzione è scomparso, mentre le leggi e le procedure emergenziali si portano il doppio sospetto di essere state troppo rapide, per facilitare l’elusione dei controlli sulla spesa e sui suoi beneficiari, o troppo lente, per essere strumentali e funzionali alla speculazione edilizia. Nel frattempo, le baracche sono rimaste affollate e c’è anche chi racconta di aver subito il furto della salma della moglie morta allo scopo di intascare il sussidio statale. I proclami di una società ingiusta da abbattere, per sostituirla con una più giusta e più umana, sono rimasti tali. Il terremoto, che poteva comunque rappresentare l’azzeramento di quella civiltà “sbagliata”, è diventato l’occasione perduta del titolo, portando il giornalista, legittimamente a chiedersi, «come sarà la nuova civiltà che gli uomini riusciranno a edificare?».

Il barone Sghembri di Pippo Pattavina conversa con Fava sugli usi delle classi nobiliari (@Rai Teche)

Il barone Sghembri (Pippo Pattavina) conversa con Fava sugli usi delle classi nobiliari (@Rai Teche)

La conversazione mai interrotta

Suddivisibile in tre blocchi, il terzo episodio si apre con il combattimento tra i paladini della sigla. A manovrarli è il puparo Nello Caramma, che attualizza le figure di Orlando, come un potenziale reazionario, e di Rinaldo, come un ribelle, lasciando intendere che valori come quelli declamati da Ludovico Ariosto nell’incipit de L’Orlando furioso non appartengono più alla società odierna. La produzione si sposta tra gli Iblei, mostrando le chiese barocche di Modica, Ragusa Ibla, Noto e Palazzolo Acreide, città in cui i bambini giocano ancora per strada, come aveva fatto lo stesso Fava durante l’infanzia. Sono i cosiddetti “paesi buoni”, parte di una Sicilia che definisce segreta, perché custodisce ancora un’umanità antica e buona, frutto di un misto tra società contadina e borghese, che non ha subìto trasformazioni. Un mondo a parte, protetto dalla frontiera dei monti Iblei dalla violenza e dalla disperazione, la cui architettura richiama l’indole umana, festosa e delicata, e le chiese si elevano su tutto.

Tuttavia, spiega Fava, sono luoghi in cui gli anni diventano polvere che il vento si porta via e tutto rimane uguale, mentre i volti invecchiano fino a scomparire, finché non rimane che uno spazio vuoto. Anche questa è un’altra faccia della tragedia siciliana. Sono luoghi in cui la massima ambizione per un contadino è avere un figlio avvocato, medico o insegnante, come mostra il gruppo di amici che passeggia parlando di concorsi falliti perché privi di raccomandazioni adeguate, dell’importanza di iscriversi a un partito, che sia quello giusto anche per fare carriera, e delle volontà di non emigrare per non accettare lavori più umili, deludendo le aspettative dei padri. Sono luoghi in cui il gioco delle carte è quasi una regola di vita: lo fanno tutti. Le carte danno la più costante sicurezza di essere vivi, il lottare restando immobili su una sedia, contro un avversario che l’indomani tornerà seduto allo stesso posto, per una rivincita perpetua, in una lotta che non prevede sconfitta definitiva. Non ci sono alternative, se non il passeggiare, magari nella via centrale del paese, salutandosi a vicenda migliaia di volte o semplicemente incontrandosi per parlare e conversare un po’ di tutto.

La conversazione introduce l’ultima parte dell’episodio, suddivisa tra un circolo della società operaia di mutuo soccorso e un circolo di conversazione. Sono luoghi per solo uomini, non per un divieto specifico, ma perché la presenza delle donne, che siano mogli o figlie, può apparire disdicevole per la mentalità del tempo e rischia di distrarle dai doveri familiari e casalinghi. Nel circolo di conversazione si assiste a un’esilarante interpretazione di Turi Ferro e Pippo Pattavina, nel ruolo di due baroni che svelano a Fava le logiche, le usanze e i ragionamenti di una nobiltà ormai decaduta. Il primo commenta l’attualità, criticando chi protesta non lavorando, mentre il secondo si immerge in un contorto ragionamento sul fatto che il suo non lavorare, perché quotidianamente troppo impegnato con la sua vita mondana, sia in realtà una forma di protesta verso una società che a lui non avrebbe mai dato nulla. L’episodio si chiude con un nuovo duello tra i paladini per la bella Angelica.

L'anziano di Melilli spiega a Fava perché non vuole andare via (@Rai Teche)

L’anziano di Melilli spiega a Fava perché non vuole andare via (@Rai Teche)

Opere Buffe

L’episodio è strutturato come un’inchiesta giornalistica. Si apre su Siracusa, mostrando immagini di Piazza Archimede e di una Ortigia pre-riqualificazione, con piazza Duomo ancora attraversata dalle auto. Il narratore Fava descrive l’isoletta come dolce, vecchia e silenziosa, con delle stradine che precipitano tutte incontro al mare, un luogo diametralmente opposto all’Ortigia odierna, spesso sovrappopolata e rumorosa, meta del turismo di massa. Dopo aver brevemente ripercorso la storia e il ruolo ricoperto dalla città in Europa, cita l’eredità della civiltà greca, tra le più grandi della storia umana, intrecciata con le bellezze seicentesche. Tuttavia, Siracusa era mirabile, ma anche povera e portava con sé la malinconia di chi non vuole far sapere agli altri le proprie difficoltà e che non accetta compassione.

Ma il cambiamento era dietro l’angolo: il sogno della ricchezza si era presentato alle porte dei siracusani. Le immagini mostrano le coste del tratto tra Augusta e Siracusa, anticamente meta dei soli pescatori e pastori. Fava racconta dell’investimento di un gruppo finanziario milanese, comprendente alcuni cavalieri del lavoro, per l’acquisto di una vecchia raffineria dismessa nel Texas, trasportata da una vecchia nave bellica e impiantata su quella costa, che rispondeva alle necessità di vicinanza al petrolio mediorientale, di posizionamento intermedio tra Africa e Europa e di manodopera a basso costo. Trovarono, sulla riva, vecchi impianti della base navale e una grossa disponibilità di manovalanza disposta a lavorare 8 ore al giorno per la costruzione.

L’impianto, che sembrava un ammasso di ferro arrugginito, divenne operativo il 6 agosto del 1950, quando la RASIOM avviò la sua attività (Adorno, 2023: 101). Era il principio della felicità industriale dell’opera buffa, capace di attrarre altri contadini e manovali nel territorio e di generare una vera e propria speculazione edilizia, che devastò l’area e cancellò il verde, negando anche servizi essenziali come la fognatura. Ortigia fu abbandonata dal trionfo della ricchezza, che presto si sarebbe rivelato un cancro di fuoco e cemento, capace di uccidere prima la terra, poi il mare e infine l’aria. Fava racconta di Marina di Melilli, uccisa dai veleni, in cui molti operai erano pecorai e pescatori. Erano quasi felici, finché non si fece strada una nausea insopportabile, arrivarono la paura e la fatica nel respirare e infine il terrore di perdere anni di vita e rendere più breve quella dei figli. Descrive una realtà deserta, intervistando un ragazzo rassegnato a vivere in un luogo che non offre nulla e un anziano ostinato a non andare via nonostante sia rimasto solo, pronto a negare la presenza dei veleni nell’aria e nell’acqua e la paura di ammalarsi.

L’intervista a un pastore, interpretato da Turi Scalia, introduce il blocco successivo, verso il cuore della Sicilia, sede di un’altra opera buffa. Sono piccoli paesi vuoti sulla cima delle montagne, lontani da tutte le strade e perduti nella solitudine, come Villalba, paesino che ha più migranti che abitanti. All’interno di un circolo di conversazione, Fava incontra il personaggio interpretato da Miko Magistro, che definisce indecifrabile la situazione di quei luoghi, “cuore cupo della Sicilia”. Richiamando tutti i temi affrontati dalla serie, spiega che ci sono tre ipotesi per vivere in un paese come quello: la prima è conquistare il paese alleandosi con il potere, iscrivendosi al partito più forte e cercando di prendere il più possibile con ogni mezzo necessario, omicidio compreso; la seconda è la rassegnazione a una schifosa vita di ignoranza e malattie, in un paese che muore, costruendosi una nicchia in cui rintanarsi e accontentarsi di vivere semplicemente fino alla fine; la terza è il dolore di partire, abbandonando casa, affetti e ricordi, seppelliti in una fossa per ricominciare da capo, nascendo una seconda volta, ma morendo due volte. C’è anche una quarta ipotesi mostrata da Sindoni con le immagini della zolfara di Cozzo Disi. Fava descrive accuratamente il lavoro in miniera, rendendo molto chiara la sofferenza, il sacrificio e il rischio a cui sono sottoposti i minatori, che lavorano più di 8 ore al giorno sotto terra, nel cuore della montagna. Lo stesso giornalista descrive la sensazione provata al primo ingresso, come di terrore, mentre lascia esprimere i minatori, sottoposti a temperature soffocanti e all’odore fetido dello zolfo. È la logica del bisogno che supera anche la paura delle malattie, mentre a 100 km di distanza ci sono la ricchezza siciliana e un uomo che si rifiuta di morire lontano dal luogo in cui è nato. Da questa puntata, i contenuti si fanno più ricchi e gli episodi sempre più complessi.

Fava conversa con il professore poeta (Tuccio Musumeci)  (@Rai Teche)

Fava conversa con il professore poeta (Tuccio Musumeci) (@Rai Teche)

La rivoluzione mancata

Il quinto episodio è in gran parte dedicato a Palma di Montechiaro e si apre con un folto gruppo di bambini che si apprestano ad andare a giocare. Uno di loro, Sebastiano, rivela a Fava di aver scritto a scuola un tema sulla sua famiglia, ma rifiuta di farglielo leggere. Tra i bambini sbuca il personaggio di Tuccio Musumeci, un professore-poeta, che rivela a Fava che, in un luogo dove non c’è nulla, né lavoro né servizi fondamentali per un’esistenza civile, l’unico “oro” sono proprio i bambini. Quando Fava gli ricorda che quello è il paese dalla più alta mortalità infantile in Europa (Fava, 2025: 219-220), l’attore conferma che, anche se quella città è la prima per nascite, molti muoiono di malattie e non arrivano all’adolescenza. Altri diventano uomini e finiscono col delinquere o devono emigrare, diventando materiale prezioso da esportazione, al pari del carbone e del petrolio degli altri paesi.

Il professore legge a Fava una sua poesia, unico suo passatempo oltre la scuola, dedicata ai paesi spopolati dall’emigrazione, dove nascere è subito cominciare a morire. Per il professore la poesia è l’intelligenza dei vinti. Fava racconta del fallimento di una legge speciale che doveva assegnare fondi alla costruzione di servizi civili indispensabili, bloccata dai litigi all’interno della commissione, che preferì lasciare tutto com’era. Loredana Martinez interpreta la moglie di un emigrante, mostrando l’altro aspetto delle migrazioni, quello di chi resta e attende, a volte anche invano, il ritorno del proprio consorte emigrato. La coppia ha dei figli piccoli che il padre non ha praticamente visto crescere, tornando saltuariamente sin da quando si è sposato. La disperazione si concretizza nello sguardo della donna che, guardando in camera, si commuove appellandosi al marito affinché ritorni, dopo oltre due anni.

Riprendendo i temi del primo episodio, prima attraverso le parole di Musumeci e poi con la sua voce narrante, Fava affronta il tema delle aspirazioni degli emigranti che, oltre a sostenere a distanza la propria famiglia, sognano un ritorno a casa, con abbastanza soldi per aprire un’attività, estinguere qualche debito e far fronte anche allo Stato, che non dà nulla ma pretende la sua parte. Dopo anni di lavoro, tornano e si costruiscono una casa, spesso più un tugurio, abusivo, privo di servizi essenziali, come acqua, fognature e energia elettrica, che il comune ovviamente non può dare, poiché dovrebbe anzi arrestare l’abusivo. Tuttavia, dopo dieci anni trascorsi in fabbrica o in miniera, a versare sudore, sangue e disperazione, nessuno si permette di negare allo sventurato il diritto di conquistarsi una casa.

Fava incontra un ultimo personaggio, interpretato da Giovanni Cutrufelli, che si dichiara pazzo e  gli parla dell’immobilità di quei luoghi, dove tra terremoti, malattie e invasioni, tutti sbarcano e poi se ne vanno, ogni tanto qualcosa esplode e poi tutto si ricompone: da una parte pochi uomini, i padroni, dall’altra la moltitudine dei poveri ignoranti. Con la piazza di Buscemi sullo sfondo, il personaggio racconta dei disagi delle vite delle famiglie contadine e rivela di aver lottato come sindacalista per la conquista delle terre, prendendo bastonate e facendo comizi, tutto per la passione. Non si spiega la mancata voglia di ribellarsi e di fare una rivoluzione, perdendosi in un ragionamento dal quale viene fuori che né la parte dei padroni, né quella dei poveri può attuarla, finendo quasi per chiedersi per chi dovrebbe avvenire questa rivoluzione.

L’episodio si conclude con il ritorno dei bambini che giocano a nascondino. Fava ritrova Sebastiano che, finalmente, gli lascia leggere il tema sulla sua famiglia, che vive le complessità di molte altre di quel tempo: numerose, con difficoltà economiche, alcuni membri affetti da malattie e altri scomparsi prematuramente. Il sogno del bambino è quello di crescere alto e forte, al riparo dalle prepotenze e in grado di vivere senza il bisogno di sussidi. La sequenza finale dei bambini che corrono, intervallata dai loro primi piani, ci mostra che sono loro che meriterebbero un cambiamento capace di donargli un futuro diverso.

Fava racconta le origini della mafia siciana (@Rai Teche)

Fava racconta le origini della mafia siciliana (@Rai Teche)

Da Villalba a Palermo. Cronache di mafia

L’ultimo episodio è anche quello dalla durata più lunga e dalla fotografia più cupa. Se le altre puntate erano dedicate alla rappresentazione delle varie facce del potere e dei suoi abusi sulla povera gente, in questo episodio si parla molto più apertamente di mafia. «Che cos’è la mafia?» è la prima domanda con cui Fava, in veste di giornalista, apre la puntata, intervistando un astante nei pressi del banco di un macellaio. A Corleone Fava incalza dei giovani locali, chiedendo loro della presenza mafiosa in quei luoghi, degli omicidi e di una eventuale disponibilità a denunciarne i colpevoli. Le risposte sono evasive, negano la presenza mafiosa e la attribuiscono a una cattiva fama che la città ha accumulato in passato.

Nell’episodio sono presenti diversi momenti di prosa teatrale. Il primo vede Ida Di Benedetto interpretare una madre, vestita di nero, a cui è stato ucciso il figlio. Guardando in camera, parla dei disagi del territorio, nel quale manca un elemento fondamentale alla vita, come l’acqua, e delle lotte del figlio, sindacalista figlio di contadini, assassinato per aver lottato per la realizzazione di una diga che avrebbe salvato lo stesso territorio. La scena è adattata dal dramma teatrale La violenza e consente a Fava di ricostruire la storia di origine della mafia, nata nei paesi più poveri al centro della Sicilia, da miseria e disperazione. In questa società, alcune migliaia di famiglie possedevano tutto, mentre una folla sterminata di “infelici” non possedeva nulla, neanche il pane per sopravvivere. La fame aveva scatenato la disperazione, tra assalti alle campagne, furti e rapine, fino al brigantaggio. I grandi proprietari, detti “galantuomini”, minacciati da “cafoni” e briganti, scelsero di proteggersi da soli, attuando una giustizia semplice e assoluta, che ammetteva un’unica condanna: la morte. Era il destino riservato a ogni brigante, ladro di animali, gabellotto infedele o bracciante che rubava.

Ne nacque un sistema infallibile fondato su alleanze che si espandevano da un paese all’altro e da una provincia all’altra. In breve aumentò anche il potere che controllavano, sempre più vasto e terribile, insinuato anche in altri aspetti della società, tra pubblico impiego, mercati agricoli, opere pubbliche e anche elezione di politici complici e devoti al sistema. Era nata la mafia agricola, con patriarchi sopravvissuti a due guerre mondiali, che governavano territori in cui non avvenivano furti né delitti, i padroni si godevano la ricchezza e i poveri obbedivano alla miseria, senza possibilità di ribellarsi. Nell’audiovisivo Fava ripercorre le vicende di alcune figure storiche, dagli intoccabili Calogero Vizzini di Villalba e Giuseppe Genco Russo di Mussomeli, che controllavano il potere, gestivano i rapporti con la mafia americana (Gelarda, 2017) e anche un ampio consenso elettorale, fino al corleonese Luciano Liggio, protagonista della nuova mafia che li avrebbe rimpiazzati conquistando anche Palermo, che fondava il suo potere sulla disperazione di uomini piegati ad uccidere per sopravvivere. Menziona anche i fratelli Rimi di Alcamo, i La Barbera, i Greco e Pietro Torretta, legati alla complicità di deputati e magistrati e a uomini sempre pronti a uccidere; furono tutti sottomessi dall’astuzia e dalla crudeltà dello stesso Liggio, che mirava a ottenere la potenza politica.

Fava racconta anche di Salvatore Giuliano, possente bandito che trucidava contadini e piangeva per i bambini poveri, nient’altro che un Orlando nelle mani dei pupari mafiosi. Di ognuno di loro Fava descrive anche le fattezze fisiche: quasi sempre silenziosi, sguardi infuocati ed espressioni serie e tristi. Oltre a quello della madre, interpretata dalla Di Benedetto, che tornerà per chiedere giustizia per l’uccisione del figlio, nell’audiovisivo ci sono altri due momenti di prosa teatrale. Fava li utilizza per rappresentare i due archetipi che ha appena descritto: il mafioso che vive nella società con le sue regole e il disperato che è pronto ad accettare tutto pur di cambiare la propria condizione. Corrado Gaipa interpreta un avvocato accusato di aver commissionato l’omicidio del giovane sindacalista. L’imputato schernisce il giovane, passionale ma poco rispettoso e saggio, mentre delinea il suo pensiero, assecondando la mentalità mafiosa: nega le accuse di aver assoldato un uomo in cambio di una raccomandazione, ma le considera una prassi per l’intera società italiana; sostiene di non manovrare gli avvenimenti politici, ma di avere delle conoscenze influenti; infine, mostra disprezzo verso la vita altrui. Tra i fortunati, i furbi e i corrotti da una parte e gli indifesi, gli stupidi e i deboli dall’altra, lui ha solamente scelto la parte giusta. Considera la sua una forma di ribellione a una società che può uccidere un uomo anche solo negandogli l’essenziale per una vita dignitosa, togliendogli la coscienza e il rispetto umano.

Sono le stesse condizioni di disperazione che sembrano motivare il personaggio del bracciante interpretato da Biagio Pelligra, omicida reo confesso, di un uomo che neanche conosceva. Si definisce un infelice e vuole differenziarsi dal padre, trattato da animale per tutta la vita, senza mai ribellarsi. Oltre ai soldi ha scelto l’onore, il poter vivere senza chiedere l’elemosina, il sentirsi qualcosa nella vita, godendo del rispetto e dell’amicizia di altri uomini. Fava riprende la cronistoria della mafia, che aveva assunto il controllo di ogni cosa, tra opere pubbliche, contrabbando, prostituzione e servizi cimiteriali, il potere mafioso appariva sterminato. L’esplosione di Gibilrossa del 30 giugno 1963, con l’uccisione di sette carabinieri, cambiò tutto e lo Stato sembrò finalmente reagire. L’arresto dei 100 mafiosi più feroci immobilizzò Palermo per un anno, nell’attesa di un processo a Catanzaro, per il quale fu allestito uno scenografico gabbione con tutti gli imputati, tra cui gran parte dei nomi citati da Fava in precedenza. Tuttavia, gli esiti furono condanne insignificanti, alcuni testimoni ritrattarono, altri morirono prima di rispondere e altri ancora si fecero condannare o scomparvero. Ma con Liggio in carcere e i patriarchi morti o scomparsi, le eminenze grigie erano ancora nell’ombra.

La terza fase della mafia iniziò con una carneficina presso l’impresa del costruttore Moncada, a Palermo, a opera di uomini vestiti da finanzieri che, anziché arrestare gli astanti, spararono e uccisero tutti. Tra di loro, anche Bernardo Provenzano (Bianconi, 2007: 19). Questa terza fase non riguardava più solo Palermo e la Sicilia, ma l’intera nazione. Era una mafia che coinvolgeva qualsiasi potere economico, dal contrabbando ai monopoli commerciali, dagli appalti pubblici all’Anonima sequestri, fino al riciclo. Questa mafia ha distrutto le vecchie regole, coinvolgendo i vertici nazionali, l’alta finanza, la politica, l’informazione e la giustizia. Ha avviato una guerra sanguinosa che non puntava più alla sola ricchezza, ma alla potenza i tutti i sensi, come la possibilità di influire sulle leggi e persino sui grandi fenomeni della politica in grado di modificare il corso della vita nazionale.

Per dare meglio l’idea del peso della nuova mafia, Fava elenca la sequenza delle sue vittime, a cominciare dal giornalista Mauro De Mauro, fatto scomparire per aver indagato sui traffici di droga e l’omicidio Mattei, il Procuratore Capo Pietro Scaglione, tra le massime eminenze di Palermo, anch’egli taciturno e sempre triste, ucciso dalle pistole di tre uomini, e il Colonnello Giuseppe Russo, autore di un dossier di 2000 pagine sui politici complici dell’anonima sequestri e lo scandalo del Belice, prima cambiato d’incarico, poi ucciso alle spalle appena lasciati i gradi. L’elenco prosegue con Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo, funzionario più abile, temerario e onesto, ucciso mentre era al bar, e Cesare Terranova, magistrato che aveva annientato Liggio, con trascorsi nella commissione antimafia, ucciso dopo aver cercato di riavviare alcune indagini grazie a nuove informazioni. Anche il Presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella subì lo stesso destino, così come il prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel 1980 e lo stesso Fava il 5 gennaio 1984. L’episodio e la serie si concludono con un’altra declamazione di Ignazio Buttitta «L’avemu cca ancora a mafia…» 10.

91dl-o6qqjl-_ac_uf10001000_ql80_Conclusione

Dopo l’esperienza di “Siciliani”, nel 1982 Fava scrisse una nuova serie televisiva, “Effetto luna sulla Sicilia Ellenica”, di cui curò anche la regia, aiutato da Orazio Torrisi, girando con una troupe leggerissima, che gli avrebbe consentito una totale libertà espressiva (Spina, 2013: 73-74). Pur utilizzando registri narrativi differenti in ogni episodio, l’intera serie “Siciliani” è strettamente connessa, con temi, luoghi e vicende che ricorrono con frequenza: la piaga dell’emigrazione, il sacrificio del lavoro e lo sfruttamento dei potenti, la povertà diffusa, la ricchezza nelle mani di pochi, l’immobilità di luoghi carichi di rassegnazione e disperazione. Fava racconta di paesi e contrade dove non c’è niente, descrivendoli come veri e propri nonluoghi, statici, immutabili e sempre più vuoti. Non danno un futuro ai bambini, né occasioni di riscatto ai poveri, che chiama infelici, perché la miseria, l’abuso e lo sfruttamento sono la regola. Nell’allegoria con cui descrive la società siciliana, si trovano elementi ricorrenti, come i concetti di felicità e infelicità, connessi alla ricchezza, e le fattezze fisiche, gli sguardi truci e le espressioni tristi dei potenti, che in realtà dovrebbero avere ben poco di cui rattristarsi.

Fava si alterna come giornalista, attore e narratore onnisciente, gioca con la narrazione, se interviene non giudica, rivisitando, in qualche modo, l’impossibilità del riscatto tipica dei personaggi pasoliniani, che ambiscono a migliorare la propria condizione ma, fatalmente, finiscono per tornare al punto di partenza. Utilizza sapientemente il linguaggio teatrale e i suoi personaggi per dar voce al suo lavoro di ricerca e ricostruzione di una Sicilia rassegnata, in cui gli eroi vengono sconfitti e ogni possibilità di ribellione o cambiamento viene respinta. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] https://www.raiplaysound.it/playlist/voieiopuntoeacapo.
[2] Riportato, come contenuto ritrovato da ufficiostampa.rai.it, da G. Spina, Una voce contro il potere. Il cinema di Giuseppe Fava, in “Rapporto Confidenziale”, n, 37, anno V, dicembre-gennaio 2013: 69-74.
[3] Non è presente né su RaiPlay, né sul sito delle Teche Rai, che ne detengono ancora i diritti e ne hanno catalogato e pubblicato, erroneamente, una sola puntata con il titolo dell’intera produzione https://www.teche.rai.it/2020/07/siciliani-1980/. La serie è stata restaurata, insieme all’altra produzione “Effetto luna sulla Sicilia ellenica”, a cura dell’associazione culturale Nomadica.
[4] Le minoranze etniche in Sicilia (1982).
[5] Spina fa notare che i bambini presenti nell’episodio su Palma di Montechiaro sono presenti anche nel film del regista tedesco.
[6] «Io, quando dico siciliano, mi sento più alto, più grande, più vivo, più coraggioso, più uomo!».
[7] “Giuseppe Fava, oltre il giornalismo”, 16 maggio 2019.
https://www.youtube.com/watch?v=H7vn08nb39E.
[8] Da Un seculu di Storia, Settembre 1970.
https://www2.regione.sicilia.it/beniculturali/dirbenicult/info/news/bandi/Buttitta/UN_SECOLO_DI_STORIA.DOC
[9] Ancora tratto da Un seculu di Storia, Settembre 1970.
Riferimenti bibliografici
Adorno, 2023 = Adorno S., “La bonifica dei Siti di interesse nazionale. Il caso della Rada di Augusta”, in: “Meridiana”, No. 108, 2023:101.
Bianconi, 2007 = G. Bianconi, “«Strage di viale Lazio, il killer era Provenzano»”, in: Corriere della Sera, 23 gennaio 2007: 19.
Bocconetti, 1979 = G. Bocconetti, “Una voce che arrivi al potere”, in: “Radiocorriere TV”, anno LVI, N. 51, dal 16 al 22 dicembre 1979.
Catania, 2013 = C. Catania, “Gaetano Falsaperla emigrante, ovvero Il treno di notte”, in: “Siciliani giovani”, 28 giugno 2013.
D’Angelo, 2019 = G. D’Angelo, “Giuseppe Fava e il cinema. Lo sguardo dell’artista l’analisi dell’intellettuale”, Fondazione Giuseppe Fava, Giarre (CT), 2019.
Di Mauro, 2025 = G. D. Di Mauro, “Breve guida alla narrativa di Giuseppe Fava”, in: “Dialoghi Mediterranei”, 1 novembre 2025.
Fava, 2025 = G. Fava, La vergogna, in: “Processo alla Sicilia”, 1967 (ristampa 2025), pp. 219-2020.
Gelarda, 2017 = I. Gelarda, Misteri, eros e intrighi: i segreti dell’Hotel delle Palme, in: “PalermoTodayBlog”, 5 agosto 2017.
Greco, 2025 = S. Greco “Dalle inchieste ai romanzi: l’orizzonte “profetico” di Giuseppe Fava”, in “Dialoghi Mediterranei”, 1 novembre 2025.
Spina, 2013 = G. Spina, “Una voce contro il potere. Il cinema di Giuseppe Fava”, in “Rapporto Confidenziale”, n, 37, anno V, dicembre-gennaio 2013: 69-74.
Videografia
V. Sindoni, “Gaetano Falsaperla, emigrante”, Rai Teche (prima trasmissione 29 giugno 1980).
V. Sindoni, “L’occasione mancata”, Rai Teche (prima trasmissione 4 luglio 1980).
V. Sindoni, “La conversazione mai interrotta”, Rai Teche (prima trasmissione 13 luglio 1980).
V. Sindoni, “Opere buffe”, Rai Teche (prima trasmissione 20 luglio 1980).
V. Sindoni, “La rivoluzione mancata”, Rai Teche (prima trasmissione 27 luglio 1980).
V. Sindoni, “Da Villalba a Palermo. Cronache di mafia”, Rai Teche (prima trasmissione 25 agosto 1980).
V. Sindoni, “Pippo Fava in TV”, in: “Giuseppe Fava, oltre il giornalismo”, 16 maggio 2019,  https://www.youtube.com/watch?v=H7vn08nb39E
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Fabio Fancello, dottorando di ricerca presso il DISFOR dell’Università degli Studi di Catania e cultore della materia in “Storia dei Nuovi Media” all’Accademia di Belle Arti di Catania. Ha conseguito la laurea magistrale in “Comunicazione della cultura e dello spettacolo” con una tesi su cinema d’impresa e documentario antropologico. Si interessa di cinema e audiovisivo, cultura popolare, patrimonio culturale e cineturismo. Presidente di Meraki ETS e direttore artistico del Meraki Book Festival – Festival del libro e della cultura di Palazzolo Acreide, collabora con realtà editoriali e produzioni audiovisive.

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