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I racconti inchiesta di Sciascia: spigolature linguistiche

Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia

di Angelo Campanella 

Premessa

In questo contributo si intende fornire una sintesi dei risultati di una ricerca di linguistica testuale condotta su un corpus di opere di Sciascia. A partire dalla mancanza – nella storia degli studi sciasciani – di un lavoro sistematico sulla lingua che potesse mostrare i meccanismi interni e strutturali della sua prosa al fine di cogliere il legame tra il linguaggio usato dall’autore e il suo impegno sociopolitico, si è sviluppato un progetto di ricerca nell’ambito di un dottorato in Studi umanistici presso l’Università di Palermo. Dopo circa quattro anni di lavoro – con la supervisione delle professoresse Marina Castiglione e Gigliola Sulis – si è pervenuti alla pubblicazione del volume Sciascia e la lingua dell’impegno. Analisi dei racconti inchiesta degli anni Settanta (Campanella 2025b), che offre un’analisi stilistica e linguistica di Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (1971), La scomparsa di Majorana (1975), I pugnalatori (1976), L’affaire Moro (1978), Dalle parti degli infedeli (1979). Nella monografia, dopo aver ridefinito i confini del concetto di stile, assumendolo nella sua accezione più ampia, che comprende sia gli aspetti formali – linguistici, retorici – sia i risvolti correlati alle tematiche di fondo, ci si è posti il problema del genere letterario da attribuire alle inchieste sciasciane alla luce della critica e di quanto dichiarato dallo scrittore stesso. 

1. La forma migliore: i racconti inchiesta degli anni Settanta 

In una lettera del 5 settembre 1964 a Vito Laterza, Sciascia rifletteva sulla forma da dare a un suo scritto su Canepa che avrebbe dovuto pubblicare con l’editore barese [1]: 

«[…] mi sono fermato, dubbioso e indeciso, sulla forma da dare alla materia: se di racconto (o quasi) o di saggio (o quasi). Se mi deciderò per il saggio, te ne proporrò la pubblicazione; se per il racconto, mi tocca assolvere la promessa di un più voluminoso libro […] fatta da tempo ad Einaudi. Debbo dire però che non mi sento, almeno per ora, di fare il racconto: quel tipo di saggio di cui ho fatto prova con Morte dell’inquisitore mi pare sia la forma migliore» [2]. 

Queste riflessioni di Sciascia si inseriscono in un contesto – l’Italia degli anni Sessanta – nel quale era in corso lo sviluppo del «gusto per un tipo di indagine che coniuga narrativa, giornalismo, antropologia e sociologia» (Ricciardi 2011: 303). Da questo punto di vista, l’editore Laterza fu antesignano, come dimostra anche il progetto di una collana – che non vide la luce – dal titolo «Cronache» [3]: «L’idea delle “Cronache” ha, alle sue origini, la ponderata convinzione che non sia possibile oggi, allo stadio in cui la cultura italiana si trova, scrivere prosa narrativa che non abbia un saldissimo fondamento documentario, un legame stretto e direi determinante con una precisa situazione della nostra società» (Alvaro/Laterza 2019: 10).

9788858125304A Nigro che lo intervistava, Sciascia dichiarò: «io scrivo dei racconti-inchiesta e dei racconti-racconti senza fare gran differenza fra loro. Non so come di volta in volta mi si configuri la stessa materia, il racconto vero e proprio o il racconto inchiesta sul tipo della Colonna infame manzoniana» (Nigro in Motta 2021: 68). Sciascia, inoltre, scrive: «Mi avviene persino di credere di avere inventato un genere letterario: illusione che accresce il piacere di praticarlo. Ma so anche che non è vero. Il prototipo, altissimo, resta La storia della Colonna Infame; ci sono poi le ‘inquisiciones’ di Borges e – per me – le inquisizioni filologiche e critiche di Salvatore Battaglia, indimenticabile maestro ed amico» (Sciascia 2014: 1342) [4]. Appare interessante – a chiosa di tali rivendicazioni sciasciane – quanto affermato da Albinati, il quale individua uno stretto e indispensabile legame tra la Colonna Infame e I promessi sposi: «La straordinaria vitalità del Manzoni risiede, invece, nella Storia della colonna infame ma solo se pubblicata in appendice a I promessi sposi, come nell’edizione del 1840. In quel modo, il dittico manzoniano configura a sua volta un “componimento misto di storia e di invenzione”, scandito nei due momenti di una tesi e di una antitesi di cui l’attuale romanzo non fictional rappresenta la sintesi dialettica» (Albinati [et al] 2018: 121-122).

Una analoga commistione tra finzione letteraria pura e genere ibrido è possibile individuarla anche nella produzione sciasciana, che vede alternarsi la pubblicazione delle inchieste e delle scritture giornalistiche all’uscita di romanzi e racconti. Inoltre, come è stato osservato da Raffaello Palumbo Mosca, «l’opera di Sciascia è paradigmatica perché, attraverso un confronto e una riflessione costanti con il Manzoni teorico e storico, si sviluppa all’interno di una contraddizione tra fedeltà al documento e libertà immaginativa che mostra uno degli aspetti più importanti della inevitabile attualità del travaglio manzoniano» (Palumbo Mosca in Castellana 2021: 144). In altre parole, come ha osservato Benvenuti, Sciascia nelle sue inchieste ha combinato insieme i due elementi portanti del romanzo storico manzoniano: «Quella del piacere di narrare, e della felicità del racconto, e quella che utilizza – del racconto – il potere di lavorare sul documento, in modo in certo senso parassitario, nel tentativo di conservare al romanzo la capacità di orientarsi, e di orientare il lettore, “dentro una più vasta e disperata visione delle cose italiane”» (Benvenuti 2017: 932, cit. in Castellana 2021: 145).

L’intreccio tra i due piani dell’invenzione e del documento, che Manzoni aveva rifiutato, assume invece in Sciascia la centralità del metodo di lavoro: «Per Sciascia, insomma, almeno a partire dagli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, e attraverso la mediazione del Borgese di Figurazione e trasfigurazione (1926) e del Whitehead di Processo e realtà (1929), il fatto storico come “atto relativo” acquista verità solo nel momento in cui la letteratura, istituendo somiglianze e collegamenti, lo rivela come “atto assoluto”, in qualche modo trasfigurandolo» (Palumbo Mosca in Castellana 2021: 146).

s-l1200Nel corso del decennio che va dal 1971, anno di pubblicazione di Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, al 1979, durante il quale esce Dalle parti degli infedeli, Sciascia perfezionò il genere del racconto inchiesta, caratterizzato da una sapiente commistione di elementi archivistici e parti narrative autoriali. Il 1971 è anche l’anno di pubblicazione del romanzo Il contesto, che segna una cesura nella produzione di Sciascia (Mineo 1984: 297-313. Cfr. Onofri 2021: 199), in quanto – dopo la precedente fase vicina al realismo (Onofri 2021 e Sottile 2021) – l’autore sviluppò una sensibilità diversa e l’idea che la letteratura possa divenire profezia che si autoavvera [5].

Non sono mancati affondi critici sul corpus delle opere sciasciane, soprattutto da un punto di vista dei contenuti – anche per via dell’urgenza delle tematiche civili, spesso legate a fatti di bruciante attualità, come nel caso del rapimento Moro – ma ancora mancava un’indagine sistematica degli aspetti linguistici della prosa. Le operazioni condotte in tal senso si riducevano essenzialmente alla produzione «della parrocchia» (Cfr. Coletti 1993: 343. Castiglione in Sottile 2021: 11 e segg.), per cui gli anni Settanta costituivano un segmento temporale ancora prevalentemente inesplorato [6].  Inoltre, gli studi di taglio linguistico avevano quasi sempre un carattere occasionale ed erano incentrati prevalentemente sul lessico.

La peculiare forma del racconto inchiesta implica una problematizzazione delle categorie relative ai generi. La distinzione comune tra narrativa e saggistica, per esempio, è tutt’altro che priva di complessità [7]. Se è vero, infatti, che in linea generale si tende a escludere la saggistica dal novero dei testi letterari, per cui difficilmente un manuale di storia o un trattato di fisica verrebbero considerati opere di letteratura, è altrettanto vero che in passato queste stesse tipologie testuali sono state inserite a pieno titolo nel canone letterario. Si pensi alla Storia d’Italia di Guicciardini o al Saggiatore di Galileo Galilei (cfr. Matt 2024: 134). Umberto Eco riconduce la distinzione tra saggistica e letteratura alla questione del linguaggio, perché un testo letterario, creativo, solitamente risulta intraducibile. In altre parole, nella fiction lo stile prevale sugli argomenti.

81spvlf9j2l-_ac_uf10001000_ql80_Le inchieste di Leonardo Sciascia possono essere annoverate tra i testi che Eco definirebbe “creativi”, perché l’uso dei documenti non si limita agli aspetti burocratici, ma offre sempre lo spunto per sviluppare una linea narrativa. Sciascia, infatti, non si sottrae all’integrazione dei documenti con rievocazioni autobiografiche, come accade per esempio nell’incipit de L’affaire Moro, con la celebre rievocazione di una passeggiata per le campagne racalmutesi che dà l’avvio alla riflessione sul ritorno delle lucciole. L’autore si compiace anche di condividere col lettore suggestioni letterarie finalizzate a rendere universali i fatti che di volta in volta emergono dalle carte e non approda a conclusioni scientifiche, ma mostra la complessità dei fatti giungendo all’impossibilità di una soluzione chiara e definitiva. Per questo aspetto, la ricostruzione che egli propone può apparire simile a quella di un saggista, ma in nessun caso queste caratteristiche sono presenti in modo esclusivo nell’opera, che invece ha sempre come tratto caratterizzante la dimensione della fiction ottenuta per mezzo di ampie sequenze narrative e interpretazioni documentali, anch’esse di taglio letterario.

Da questo punto di vista, senza dubbio le inchieste sciasciane costituiscono opere finzionali e gli innesti documentali vanno intesi come una maniera creativa di definire l’opera sul piano dello stile, dal momento che «[gli] scrittori creativi chiedono ai loro lettori di cercare una soluzione, senza offrir loro alcuna formula definita» (Eco 2023: 13).

Sembra perciò opportuna la dicitura di ‘racconto inchiesta’ – utilizzata già dallo stesso Sciascia (Cfr. Nigro in Motta 2021: 68) – che rende l’idea di un testo nel quale la componente letteraria convive con la dimensione saggistica. Si aggiunga che la definizione di ‘racconto’ mette in rilievo l’elemento creativo della forma indagine: è emerso più volte che il dato di realtà in sé a Sciascia importasse prevalentemente in un’ottica creativa, visto che in ogni inchiesta lo manipola sapientemente per proporre una sua verità, che non è necessariamente quella storica; in altre parole, l’autore fa un uso metaforico delle indagini (su storie marginali ma anche centralissime, come quella di Moro), in maniera analoga a quanto si può osservare nelle opere di narrativa.

La cifra stilistica dei racconti inchiesta di Sciascia è la variabilità, che è stata riscontrata all’interno di ciascuna opera, ma emerge anche da un confronto tra le opere, se esaminate nella loro parabola diacronica. Sciascia, infatti, fa convivere registri differenti e varianti diafasiche. Utilizza un periodare burocratico, ricco di incisi e parentetiche nelle sequenze in cui propone l’esegesi e la contestualizzazione di documenti. Sceglie, invece, uno stile più specificamente letterario nelle parti rievocative, quando dalla contingenza del documento si passa all’universale riflessione sull’uomo. 

eco2. La struttura dei racconti inchiesta: un mosaico di stili e di linguaggi 

La caratteristica principale dei racconti inchiesta è nella struttura della materia testuale: Sciascia non si limita a proporre un intreccio di eventi e personaggi, ma compone anche un mosaico di stili e di linguaggi, che variano in ragione della tipologia di documento e della sequenza testuale. Poiché si tratta di opere nelle quali un dossier di documenti viene ampiamente riportato, inframmezzato da osservazioni e argomentazioni autoriali, non mancano interventi funzionali all’integrazione del documento citato. Si tratta di frasi o frammenti di frase in cui l’autore, simulando lo stile del documento stesso, ne riassume parti ritenute prolisse o ne integra il testo aggiungendo ciò che manca. In tali inserti Sciascia usa prevalentemente i verbi all’imperfetto o al participio, nello stile dei verbali della polizia. Con lo stesso fine, riporta i numerali in cifre oppure – come avviene nel caso di testi tratti da verbali o moduli – specifica paternità e provenienza delle persone citate. Questa struttura testuale contribuisce a creare nel lettore una solida impressione di realismo, tale da indurlo a ritenere di leggere i documenti attingendo direttamente a un faldone d’archivio. La conseguenza più naturale di questo modello finzionale – talvolta coniugato anche con la tipica impostura sciasciana – è una disorganicità stilistica voluta, che caratterizza tutti i racconti inchiesta fino a divenirne il tratto comune.

611cucgzz0l-_ac_uf10001000_ql80_La commistione tra elementi archivistici, prosa argomentativa e sequenze narrative, inoltre, induce a porsi ancora una volta la questione del genere letterario: le inchieste sciasciane si muovono essenzialmente tra saggio e romanzo poliziesco, determinando ciò che a proposito de La scomparsa di Majorana ebbe ad affermare Pasolini: «[è] un libro bello proprio perché non è una indagine ma la contemplazione di una cosa che non si potrà mai chiarire» (Pasolini in Colombo 1975). A tale riguardo, appare significativa l’attenzione che l’autore pone sulle incongruenze, sulle imprecisioni, sui lapsus – tutti elementi solitamente ritenuti suggestivi nella letteratura poliziesca – che sembrano illuminare parti oscure della realtà mostrandone la complessa trama da una prospettiva non rigidamente razionalista, fino a giungere in alcuni casi a una visione di tipo metafisico.

La relazione tra forma e linguaggio dei documenti e forma e linguaggio della voce narrante (e autoriale) diviene significativa nelle analisi testuali. Negli inserti autoriali, il periodo è spezzato con incisi e precisazioni segnalati dai due punti, in funzione esplicativa, ma anche da virgole o trattini che delimitano incisi. Significativo anche l’uso delle parentesi, con varie funzioni: esplicativa, puramente incidentale, di integrazione, limitativa. Si veda questo esempio, tratto da La scomparsa di Majorana: 

«Così scrutandolo, il documento che abbiamo davanti ci dà l’impressione, senz’altro giusta, che dalla Div. Pol. (Divisione Politica?) cui era diretto e dalle questure di Napoli e di Palermo altro non si volesse che la conferma di quella che era l’ipotesi più attendibile e più sbrigativa: che il professor Ettore Majorana si era suicidato. L’esito del supplemento di indagine vi è, insomma, già scontato» (SM: 289). 

Sciascia si preoccupa di precisare che il documento è fisicamente in suo possesso, che egli lo abbia consultato direttamente: «scrutandolo, il documento che abbiamo davanti […]». Il periodo è spezzato da incisi e precisazioni segnalati dalle parentesi e dai due punti, in funzione esplicativa, ma anche da virgole che delimitano incisi. Le abbreviazioni vengono sciolte tra parentesi, «Div. Pol. (Divisione Politica?)». Si noti il ricorso a stilemi del parlato, come nel ridondante «quella che era» [8] o nell’uso di un lessema come «scontato», in luogo di «prevedibile», «ovvio», che sarebbero risultati più formali. Non manca l’antifrasi, unita all’ossimoro nell’espressione «l’ipotesi più attendibile e più sbrigativa». La polizia giunge a formulare la propria verità proponendola come «attendibile», ma Sciascia vi affianca l’aggettivo «sbrigativa», di connotazione negativa, che rende trasparente l’allusione a un procedimento sommario e poco scrupoloso. Sul piano lessicale, risalta la parola «suicidato»: le indagini della polizia arrivano alla conclusione che si sia trattato di un suicidio sulla base di due lettere che egli aveva indirizzato una alla famiglia, l’altra a un amico «che dichiaravano nettamente il proposito; e in quella all’amico anche il modo e l’ora in cui sarebbe stato attuato» (SM: 294).

s-l400Se lo stile asciutto e spezzato caratterizza in prevalenza la prosa di Sciascia, non è raro imbattersi in sequenze costruite con andamento ipotattico, che inducono il lettore a rallentare e seguire il ritmo di un pensiero che si annoda in una sequenza di continui ribaltamenti. Il procedere argomentativo di Sciascia risponde spesso a una medesima struttura: il periodo inizia con una breve proposizione principale assertiva, alla quale segue una frase più articolata, spezzata da numerosi incisi. Spesso gli snodi argomentativi dai quali emerge la posizione dell’autore sulla questione di volta in volta discussa, sono sottolineati da un tricolon. La frase sentenziosa in sede incipitaria ha, di solito, tutte le caratteristiche formali per apparire vera – uso di verbi all’indicativo, scelta di avverbi ed espressioni che sottolineano dati proposti come verità oggettive – ma se ne stempera la perentorietà grazie al ricorso a parentetiche e incisi che puntualmente la seguono. Questo è un aspetto che si presenta in tutte le inchieste di Sciascia degli anni Settanta: lo scrittore sembra porsi costantemente alla ricerca di un’altra verità, talvolta persino a costo di forzare i dati grazie allo strumento dell’impostura.

Per esempio, nel settimo capitolo de I pugnalatori, a proposito di Ciprì, intermediario tra i congiurati e il principe di Sant’Elia, si ipotizza che egli fosse caduto nella trappola di Mattania, il quale – appena scarcerato – gli chiede di muovere a compassione il principe di Sant’Elia e monsignor Calcara verso le famiglie dei carcerati, che presto sarebbero divenute orfane a seguito della probabile condanna. Sciascia commenta così: 

«Il Ciprì non fiutò inganno: e a dire che era stato del mestiere anche lui, ai tempi non lontani, che rimpiangeva, di Maniscalco, della polizia borbonica. O forse ci cascò appunto per l’immediata simpatia suscitatagli dal Mattania: da uno cioè che aveva vocazione uguale alla sua. Comunque, a giustificazione del suo fidarsi e a prova che Mattania era davvero riuscito a spillar confidenze a Masotto e a Castelli, è da ritenere per certo che presentandosi a lui come amico dei due, e quindi anche suo, il Mattania gli portò indubitabili contrassegni della confidenza in cui i due lo avevano tenuto» (PU: 375-376). 

Si noti la struttura. La sequenza inizia con una frase assertiva – «Il Ciprì non fiutò inganno» – seguita da due punti. Subito si inserisce una concessiva – «e a dire che era stato del mestiere anche lui, ai tempi non lontani, che rimpiangeva, di Maniscalco, della polizia borbonica» – poi seguita da una disgiuntiva in cui Sciascia sembra colto da un dubbio, sottolineato dall’uso del «forse». Segue l’ipotesi di Sciascia, segnalata da «è da ritenere», formula perfetta per introdurre un pensiero personale. In questo caso, però, l’autore nella stessa frase aggiunge «per certo», con la funzione di oggettivizzare il proprio pensiero. Dalla certezza si passa, dunque, alle ipotesi e poi di nuovo alla presunta verità oggettiva, con una contorsione della logica argomentativa.

Ci si può chiedere, pertanto, se l’autore fosse alla ricerca di una verità letteraria o superiore alla cronaca. In questo contesto, da una parte il documento fornisce i punti fermi per puntellare il ragionamento e a partire dai quali formulare le ipotesi, ma poi esso si manifesta in tutta la sua insufficienza per la parzialità e i vuoti che emergono nella catena logica delle cause e degli effetti. Sciascia individua e colma tali vuoti inserendosi a gamba tesa con le sue affermazioni lucide – sebbene non sempre di fatto corrispondenti a dati oggettivi – al punto che spesso le sue ipotesi sono presentate come verità accertate in un patto finzionale col lettore che viene tradito solo a lettura conclusa, quando sorge puntuale il tarlo del dubbio e nasce la necessità di tornare sulle pagine già lette alla ricerca di una nuova pista. Per questo aspetto – nelle dinamiche sul genere letterario – i racconti esaminati sembrano avvicinarsi più al testo letterario, segnatamente al romanzo poliziesco nella sua forma sciasciana, e allontanarsi dalla scrittura documentale.

81n3aja2al-_ac_uf10001000_ql80_Un ulteriore tratto comune a tutte le inchieste – anche se emerge con maggior vigore in quelle su Moro e Majorana – è costituito dalla prospettiva metalinguistica. Lo si osserva, per esempio, ne L’affaire Moro: per non andare alla deriva nel mare incostante della retorica di Stato e dei brigatisti, Sciascia si affida alla solida ancora del vocabolario. Le parole, salde nel loro autentico significato, gli forniscono la direzione. Di fatto, nel pamphlet le congetture e le osservazioni a carattere sociopolitico relative al caso Moro sono sempre sostenute da argomenti che mirano a riflettere sul rapporto tra la lingua e il potere. Sciascia descrive e problematizza la lingua di Moro, ma anche quella dei brigatisti, della Democrazia Cristiana, dei giornali italiani e di quelli stranieri.

Il metodo di indagine di Sciascia, insomma, è legato strettamente alla linguistica, perché in assenza di fatti da indagare, egli si affida allo studio delle parole. L’italiano dei confidenti e quello della polizia sono accomunati dall’essere contorti, come riflesso di una contorsione del pensiero. Lo stesso Sciascia, di fatto, non era scevro da tali contorsioni logiche e argomentative, utilizzando con maestria la lingua in modo che essa riproduca le movenze del pensiero. Tutte le volte che l’autore spezza in più punti la frase o sembra giocare con la semantica, per esempio proponendo una serie di ribaltamenti logici, lo fa per aggiungere al testo un ulteriore messaggio.

Una conferma della consapevolezza di Sciascia nella gestione degli elementi linguistici, che lasciano supporre che egli non si abbandonasse semplicemente al flusso della scrittura, ma ne individuasse e controllasse costantemente le implicazioni in un rapporto osmotico tra lingua e pensiero, è costituito dalle sue osservazioni di carattere metalinguistico. Per esempio, nel primo capitolo de La scomparsa di Majorana, tra i documenti trascritti da Sciascia, c’è il verbale del colloquio tra il dottor Salvatore Majorana, fratello di Ettore, e il senatore Bocchini. Sciascia commenta il testo così: 

«Il colloquio trovò, sotto la penna di Sua Eccellenza, sintesi ed esito. Sintesi mirabile, come in tutti i carteggi della nostra polizia: dove quel che a noi può sembrare – a filo di grammatica, di sintassi, di logica – fuori di regola o di coerenza, è invece linguaggio che allude o indica o prescrive» (SM: 289). 

Il procedere argomentativo di Sciascia ha una struttura precisa: il periodo inizia con una breve proposizione principale assertiva, poi si aggiunge una frase più articolata, spezzata da incisi delimitati dai trattini e dall’uso dei due punti in funzione esplicativa. È presente, come spesso accade nella prosa sciasciana, il tricolon: «a filo di grammatica, di sintassi, di logica», che costituisce in questo caso anche una climax ascendente nel suo procedere dal particulare del dettaglio morfologico, al respiro più ampio della sintassi, fino alle dinamiche della logica, punto di congiunzione tra la lingua e il pensiero. Con un altro tricolon, «linguaggio che allude o indica o prescrive», si indaga il procedere inquisitorio e sbrigativo della polizia, che nella concretezza di indicare, di fatto astrattamente allude e prescrive, creando a tavolino una verità.

Sciascia insinua nel lettore l’idea che il lavoro della polizia sia stato quasi mistificatorio, per mezzo di un linguaggio che ha determinato non solo la sintesi formalmente necessaria per stendere il verbale, ma soprattutto l’esito: la raccolta di una testimonianza non è funzionale a riaprire il caso, ma si configura come un mero dovere di cortesia verso Giovanni Gentile, che ne aveva richiesto l’ascolto. Per il resto, l’esito del caso è già stabilito a monte, senza alcuna cura per eventuali altre prove. Con procedimento antifrastico e ironico, Sciascia chiosa: «Sintesi mirabile, come in tutti i carteggi della nostra polizia». L’assenza di una logica nel procedimento della polizia diviene una sorta di linguaggio settoriale, il linguaggio del potere, che allude e prescrive.

Infine, è opportuno ricordare il ruolo svolto dall’intertestualità nei racconti inchiesta. I riferimenti letterari consentono sempre all’autore di formulare un assioma generale a partire dalla descrizione di un fatto minuto, che grazie al valore universalizzante della letteratura assurge ad affermazione generale e sentenziosa. Le opere letterarie sono variamente citate: in esergo, con valore fortemente allusivo, ma anche all’interno dei testi, in maniera più o meno esplicita. Per esempio, risultano fondanti i riferimenti ad autori come Pasolini, Savinio, Borges. In sintesi, lo Sciascia che emerge dai racconti inchiesta degli anni Settanta è acuto lettore (e impostore, quando sembra imbrogliare le carte), filologo, linguista. Nella capacità di armonizzare tutte queste tendenze e tipologie testuali in una prosa riconoscibile e peculiare è la sua cifra stilistica, che si può definire ‘lingua dell’impegno’. 

campanella_cover-azzurra-1Conclusioni: la parabola dei racconti inchiesta degli anni Settanta 

La scomparsa di Majorana (1975) è già strutturalmente molto diverso da Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (1971). Si può ipotizzare che Sciascia andasse via via ridefinendo il proprio stile, anche grazie ai vari lavori portati a termine. Se Atti relativi alla morte di Raymond Roussel è un’opera contemporanea al romanzo Il contesto (1971), La scomparsa di Majorana, che esce a distanza di qualche anno, viene composto dopo due prove narrative di notevole pregio: i racconti raccolti in Il mare colore del vino (1973) e soprattutto Todo modo (1974), nel quale Sciascia dà prova di un’intensissima vis allusiva [9]. In questo caso, rispetto all’inchiesta del 1971, la presenza dei documenti è meno invasiva nell’economia generale del libro. I pugnalatori (1976) è costituito da una commistione di prosa sciasciana e testi documentali, ma, a differenza di altre inchieste – soprattutto, per esempio, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, che riportava una massiccia quantità di testi d’archivio di stile spesso burocratico – i documenti citati hanno un taglio giornalistico o, se anche si tratta di documenti di uso burocratico, hanno però un andamento stilistico narrativo. Ne costituisce un esempio la relazione di Giacosa, che occupa gran parte delle citazioni.

Tra le inchieste esaminate, L’affaire Moro (1978) è il più ricco di materiali per indagare la lingua di Sciascia. Vi si trovano riflessioni sul rapporto tra lingua e potere, a partire dalle riflessioni intertestuali che Sciascia inserisce citando gli scritti di Pasolini e il linguaggio del nondire, in riferimento alla lingua di Moro. C’è spazio anche per la retorica del partito della Democrazia Cristiana e sul linguaggio usato dalle Brigate rosse nei loro comunicati. Ampio spazio è riservato ovviamente al commento delle lettere di Moro, che risultano già interessanti in sé ma lo divengono ancor più alla luce dei commenti di Sciascia.

Dalle parti degli infedeli (1979), infine, consente di chiudere il cerchio per via della sua peculiare configurazione, con la massiccia presenza di testi documentali, che prevalgono nettamente sugli inserti autoriali, in maniera analoga a quanto accade in Atti relativi alla morte di Raymond Roussel. Si può dedurre che nel corso del decennio dal 1971 al 1979 Sciascia si allontanò progressivamente dall’impianto a prevalenza documentale sperimentato per l’inchiesta sullo scrittore francese, sentendo l’esigenza di lasciare uno spazio sempre maggiore alla componente narrativa. Con l’indagine sul vescovo di Patti, però, l’autore tornò alla configurazione iniziale e ripropose una vicenda che sembrasse uscire fuori direttamente dai documenti. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] Antonio Canepa (Palermo, 25 ottobre 1908 – Randazzo, 17 giugno 1945), esponente del separatismo di sinistra, era stato docente di mistica fascista presso l’università di Catania e dopo lo sbarco continuò a insegnare, ma come docente di Storia delle dottrine politiche. Cfr. Miniati 2007: 158. Del personaggio di Antonio Canepa si è occupato anche lo scrittore siciliano Andrea Camilleri, il quale ne pubblicò un profilo di taglio narrativo nel 2008 (oggi in Camilleri 2019: 53-82). L’interesse degli scrittori siciliani per questo personaggio ricorre anche successivamente: nel 2005 Buttafuoco lo ha messo al centro del suo romanzo Le uova del drago (Buttafuoco 2016) e, più di recente, è stato pubblicato il racconto Un eroe da dimenticare (Falzone 2025).
[2]  Sciascia, Lettera a Vito Laterza, Caltanissetta, 5 settembre 1964, cit. in Motta 2021: 17. È interessante notare che in Morte dell’inquisitore Sciascia abbia previsto l’inserimento di numerose note a carattere bibliografico, assenti nei racconti inchiesta successivi. Cfr. Sciascia 2014: 241-251.
[3] Cfr. Palumbo Mosca in Castellana 2021: 143. Alcuni elementi pensati per la collana «Cronache» furono di fatto inclusi da Laterza nella collana «I libri del tempo», nella quale fu pubblicato Le parrocchie di Regalpetra.
[4] Il rapporto di filiazione rispetto all’opera di Manzoni è dichiarato da Sciascia anche altrove: per esempio, a Marcelle Padovani dice: «Se mi si chiedesse a quale corrente di scrittori appartengo, e dovessi limitarmi a un solo nome, farei senza dubbio quello del Manzoni» (Sciascia in Padovani 1989: 77).
[5] Per il concetto di letteratura come profezia nell’opera di Sciascia si rinvia a Campanella 2025b: 186-188. Si cfr. anche Sciascia in Apollonio 2020: 157-158.
[6] Una panoramica sugli studi linguistici e stilistici dedicati alle opere di Sciascia è presente in Campanella 2025b: 28-35.
[7] Per una panoramica complessiva sulla storia, le teorie e le forme assunte da fiction e non fiction si rinvia a Castellana 2021.
[8] Paolo D’Achille ha recentemente discusso in modo articolato sull’espressione «quello che è/quelli che sono». Si rinvia all’articolo completo per una disamina più accurata. Qui basti dire che l’espressione, usata nel parlato medio formale in sostituzione dell’articolo determinativo, secondo lo studioso non si è ancora normalizzata nell’uso e continua a essere percepita come pleonastica (cfr. D’Achille 2016). Si veda anche quanto scrive Cella: «[questa espressione] tende a generalizzarsi, a essere cioè utilizzata anche al di fuori del contesto informale in cui è nata (anzi, molti parlanti la sentono più scelta ed elegante; se davvero riuscisse ad imporsi, sostituendo l’articolo determinativo in ogni tipo di discorso e in ogni circostanza, ciò comporterebbe un profondo mutamento strutturale dell’italiano» (Cella 2015: 160).
[9] La contestualizzazione di ciascuna opera rispetto alla produzione complessiva dell’autore è sempre foriera di suggestioni. Ancor più in questo caso, dal momento che Sciascia interruppe il proprio lavoro di ricerca sul caso Majorana proprio al fine di portare a termine il romanzo Todo modo. 
Riferimenti bibliografici 
Albinati E. [et al.], Tre domande su Manzoni agli scrittori d’oggi, in «Annali manzoniani», s. 3, I, Casa del Manzoni, Milano 2018: 116-122.
Alvaro C., Laterza V., Carteggio 1952-1956, a cura di Nisini, G., Laterza, Roma-Bari 2019.
Apollonio A. (a cura di), Verità impossibili. Voci dalla magistratura siciliana sull’opera di Leonardo Sciascia, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2020.
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Prime edizioni delle opere di Sciascia citate 
Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Edizioni Esse, Palermo 1971; seconda ed. Sellerio, Palermo 1979.
Il contesto. Una parodia, Einaudi, Torino 1971.
Il mare colore del vino, Einaudi, Torino 1973.
Todo modo, Einaudi, Torino 1974.
La scomparsa di Majorana, Einaudi, Torino 1975.
I pugnalatori, Einaudi, Torino 1976.
L’affaire Moro, Sellerio, Palermo 1978.
Dalle parti degli infedeli, Sellerio, Palermo 1979. 
Abbreviazioni ed edizione delle opere sciasciane utilizzate per le citazioni 
RR = Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, in Sciascia L., Opere volume II. Inquisizioni, memorie, saggi, tomo I: Inquisizioni e memorie, a cura di P. Squillacioti, Adelphi, Milano 2014: 253-282.
SM = La scomparsa di Majorana, ivi: 283-346.
PU = I pugnalatori, ivi: 347-418.
AM = L’affaire Moro, ivi: 419-556.
PI = Dalle parti degli infedeli, ivi: 557-609. 

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Angelo Campanella è Cultore della materia in Dialetto, Storia e Territorio (LIFI-01/A) presso l’Università di Palermo. Ha pubblicato libri di testo per la scuola e, di recente, le monografie Sciascia e la lingua dell’impegno. Analisi dei racconti inchiesta degli anni Settanta (Cesati, 2025) e DATOS Porto Empedocle (Vigàta) (CSFLS, 2025). Si è occupato della scrittura di Verga, Camilleri, Grasso. Collabora con il CSFLS per il rilevamento dei toponimi orali in Sicilia (Progetto DATOS).

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