di Andrea Lattuca
In Sicilia non c’è borgo, cittadina, grande o piccola che sia, che nn abbia una sua personale rappresentazione sacra, da quelle più celebri, come i Misteri di Trapani, il venerdì Santo di Enna, la festa di San Paolo a Palazzolo Acreide, S. Agata a Catania, a quelli più sensazionali, come il “ballo dei diavoli” a Prizzi, fino ai rituali a metà tra sacro e pagano, come la “festa di li schitti” a Terrasini o i “Diavulazzi” di San Fratello.
Celebrazioni diverse nelle loro espressioni, ma comunque accomunate dal medesimo terreno in cui affondano. Quello di una Sicilia dalla storia millenaria, crocevia di popoli e culture che, combinandosi nel tempo, hanno saputo dare vita a riti e cerimonie dal fascino unico e spettacolare.
La devozione dei portatori dei fercoli, sovente incappucciati, si manifesta attraverso la fatica fisica e il sacrificio personale, poiché portano in processione le statue di santi, affrontando anche salite ripide, percorsi impegnativi, scale e strade sterrate, anche a piedi scalzi, mossi da una profonda fede.
Questa pratica è un atto di devozione che coinvolge non solo i portatori, ma anche i loro familiari e l’intera comunità che partecipa alla processione, con ansia, emozione, commozione.
Il sacrificio fisico durante la processione con il fercolo sulle spalle richiede uno sforzo muscolare notevole, per il peso non indifferente della vara in bilico su percorsi accidentati e impervi. C’è un faticoso coordinamento di gesti, di azioni, di manovre, sostenuto da grida che aiutano ad accompagnare la consonanza dei movimenti.
I portatori accettano questa fatica come un atto di devozione e sacrificio per il santo, una passione che ha anche risvolti agonistici, un’eredità familiare che passa da una generazione ad un’altra, una tradizione che è un vanto, un apprendistato, un orgoglio per i giovani destinato a segnare l’ingresso in comunità e il riconoscimento sociale, una prova di coraggio e di fede, un forte elemento di identità culturale e religiosa.
A Enna, per esempio, in occasione della festa della patrona, Maria SS della Visitazione, il posto da portatore, chiamato “ignudo” perché a piedi scalzi, è tramandato di padre in figlio per atto scritto che sancisce l’affidamento e il regolamento.
Portare sulle spalle la vara può essere una penitenza, un modo per chiedere una intercessione, la ricerca di un’esperienza spirituale personale. Oppure il desiderio di cimentarsi, di confrontarsi, di misurarsi con se stessi, di condividere dolore e sofferenza in un esercizio di totale dedizione corporale.
L’energia che si sprigiona in questo corpo a corpo con gli altri portatori stretti attorno al fercolo che in alto ondeggia e procede tra la folla è l’immagine della devozione popolare che si fa slancio, trasporto, affanno e passione collettiva.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
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Andrea Lattuca, fotografo di Enna, che ha iniziato all’età di 13 anni con una Zenith analogica e ha intensificato l’attività dal 2008. Non ha un genere preferito ma spazia dove lo porta il cuore e lo sguardo. Ha esposto in diverse mostre personali e collettive e sue foto si trovano in numerose pubblicazioni editoriali.
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