di Giulia Panfili
Il film documentario “Abele” (2025) è opera prima di lungometraggio del fotografo filmmaker sassarese Fabian Volti. Il regista è già autore di ricerche e reportage fotografici, nonché produttore e aiuto-regista di documentari, regista di cortometraggi, e organizzatore di laboratori, rassegne ed esposizioni, che promuovono la fotografia e progetti audiovisivi tra ricerca visuale e cinema documentario, come strumenti di espressione e racconto di cambiamenti sociali.
Con questo film Fabian Volti riprende il tema del pastoralismo e della figura del pastore, su cui si era già interrogato in modo sperimentale in “Umbras“ (2021): cortometraggio composto da materiali d’archivio e riprese in un piccolissimo ovile sul costone di una collina sarda in cui padre e figlio si prendono cura del loro gregge, il tutto accompagnato dai versi di un poeta che si interroga sugli inganni – tracce e ombre – del presente.
Muovendosi comunque all’interno di questa indagine precedentemente sollevata, ossia tra i segni di una peculiare condizione umana (quella del pastore) e i conflitti (anche generazionali) che incarna, con Abele il regista si interroga, partendo dalle sacre scritture, sulla figura del pastore nelle nostre società.
Girato tra la Sardegna e la Palestina, territori distanti accomunati dal pastoralismo errante, il film documentario, che attraversa aspri territori e restituisce quotidianità e memorie di uomini pastori [1], si apre con una certa aria di tensione, creata sia dalla musica stridula che dalla voce fuori campo in lingua sarda del poeta e scrittore Alberto Masala, il quale recita il proverbio: “se ne fai cento, aspettatene una. Se hai ucciso: morte per morte. Perché mai l’hai ucciso?” Seguono immagini di archivio che mostrano due ragazzini in groppa a degli asini in un paesaggio desertico. L’espressione gioiosa dei loro corpi contrasta con e accentua ancora di più l’angustia dell’introduzione. Il film si dichiara:
Errando nel Mediterraneo, tra le terre del pastoralismo,
dall’isola di Sardegna fino al deserto di Giuda in Palestina,
è apparso Abele, pastore di greggi.
Finalmente, ponendo fine a quel senso di inquietudine iniziale, lo sguardo si posa sul volto di un uomo palestinese, presumibilmente un pastore, un Abele, con a fianco una donna. Poi un deserto, quello palestinese, viene mostrato e circoscritto dalla macchina da presa che ne restituisce fotografie-paesaggi, caratterizzate dall’orizzonte aperto e profondo, dai toni epici e solenni, dalla presenza di figure umane e di altri animali di dimensioni contenute rispetto alla scena.
È di forte impatto il linguaggio fotografico. Colpiscono anche i suoni, tutta quella polifonia di suoni – l’abbaiare dei cani, il belare delle capre, il raglio dell’asino, qualche indefinito e intenso vociare – di cui è fatto un territorio. Suoni che sembrano riecheggiare nella maestosità apparentemente immutabile del paesaggio e consentono di uscire dall’antropocentrismo acustico, dando la possibilità di ascoltare altro.
La distanza e vastità mostrata nello schermo, viene presto controbilanciata dalla narrazione orale che si fa canale di prossimità e intimità. Quando la camera inizia a muoversi, lentamente, in brevi panoramiche orizzontali, si avvia infatti anche il racconto orale: “ai tempi di mio nonno e di mio padre i Beduini vivevano nelle montagne, una casa qui e un’altra lì…”.
Il bel paesaggio si svela così essere anche territorio in profondo mutamento, di conflitto, come accentuano il rumore degli elicotteri in volo e il rombo di motori che irrompono nell’accampamento di una comunità nel deserto. Sono infatti le famiglie di beduini palestinesi che abitano il deserto di Giuda e che le autorità di Israele mal sopportano e a più riprese tentano di spostare, per fare posto a nuovi insediamenti di coloni e basi militari, perché si trovano nell’area C, sottoposta al pieno controllo militare israeliano.
Ed è così che come il paesaggio si fa territorio, anche l’Abele immaginario che evoca l’archetipo ancestrale del pastore errante, testimone di un conflitto universale, si fa reale. Nella Genesi, Abele è il primo essere umano a morire, per mano di suo fratello Caino. Questo fratricidio è il primo delitto contro il prossimo. Non è un caso. La fratellanza è luogo di responsabilità. Egoismo, invidia, divisione, rifiuto dell’altro, competizione, possesso, portano alla negazione di relazioni fraterne, alla cieca violenza.
Abele è un pastore e Caino coltiva la terra. Entrambi offrono a Dio in sacrificio i prodotti del proprio lavoro, ma Dio non gradisce i frutti dell’agricoltura preferendogli i primogeniti del gregge. Caino, d’ira bruciante, uccide suo fratello Abele. La figura di Abele – il cui nome viene fatto derivare dall’ebraico hevel o havel, che significa soffio, vacuità – attesta la fragilità e brevità della condizione umana, in netta contrapposizione eppure indissolubilmente legata al fratricidio commesso da Caino. In chiave simbolica, questo episodio può indicare che ogni omicidio rappresenta, nella sua radice, un fratricidio. In chiave storico-antropologica può riferirsi anche alla contesa tra diverse modalità di sussistenza.
Alla luce della vicenda di Abele, il film documentario riporta in superficie da un lato l’alleanza tra il pastore e la terra, che conducendo gli animali al pascolo vive, conosce e difende il territorio, e dall’altro l’ombra di un conflitto permanente che sottende al pastoralismo. Al centro della narrazione ci sono perciò uomini e territori che si confrontano e scontrano con le trasformazioni e le contingenze che i tempi impongono; uomini e territori che con la loro presenza e agentività sono resistenti.
Questo il filo che intreccia le storie di quegli Abele che il film documentario, con pratiche di osservazione, segue e mostra: dalle famiglie di beduini palestinesi che custodiscono il deserto sorvegliato e minacciato dall’esercito israeliano ai pastori sardi che ognuno a suo modo si trovano costretti a coabitare con l’uso massivo del territorio, venduto al turismo o alle forze militari della Nato.
Dai margini di territori – che sia nel deserto palestinese controllato dall’esercito israeliano, oppure al Porto Tramatzu vicino al poligono militare di Capo Teulada, o ancora sul Supramonte o all’ombra di una chiesa campestre a pochi chilometri da Sassari – queste vite sono testimoni nella loro quotidianità di un pastoralismo millenario come forma di sussistenza e resistenza così come di guerre, cambiamenti epocali e trasformazioni dei territori.
Questa consapevolezza emerge nel corso del film poco alla volta, sottolineata nel lavoro quotidiano dei pastori, e infine esplicitata nell’epilogo: “noi esistiamo” rivendicano i beduini, consci di perdere la lotta per la terra. I pastori protagonisti vengono seguiti dal regista per lo più nelle loro peregrinazioni alla ricerca di qualche filo d’erba per nutrire le proprie pecore e nelle loro dimore, e in entrambi i casi si percepisce la sensazione di naturale unione e simbiosi con il territorio. Un territorio e un avvicinamento ad esso che ad ogni modo non perdona, come coraggiosamente ha raccontato Gavino Ledda nel romanzo autobiografico Padre padrone. L’educazione di un pastore del 1975.
I tempi modificano e minacciano il rapporto tra i pastori e i loro territori, strappati via da terzi che hanno altri interessi e sostituiscono con lo sfruttamento il rispetto dell’ambiente. Abele, il film, si fa cauto e conscio testimone di tutto ciò, dando spazio e voce all’alleanza tra la terra e i pastori che resistono con le contraddizioni geosociopolitiche del presente. Un intenso spaccato di quotidianità e esistenze in conflitto.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
[1] Il film è stato scritto a quattro mani, dal regista insieme a Stefania Muresu che ha curato inoltre il montaggio con Enrico Masi e Carlotta Guaraldo. È stato prodotto da Roda Film, con il sostegno di Caucaso, Società Umanitaria Cineteca Sarda, Regione Autonoma della Sardegna, Fondazione Sardegna Film Commission, Fondazione di Sardegna e Ministero della Cultura – Next Generation EU. Mentre l’associazione Ponti Non Muri di Sassari ha contribuito nel 2022 all’organizzazione del viaggio in Cisgiordania per parte delle riprese del film.
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Giulia Panfili vive attualmente a Roma. Ha studiato antropologia visiva a Lisbona e ha concluso il dottorato in antropologia, politiche e immagini della cultura, museologia con una tesi di ricerca etnografica in Indonesia sul wayang come patrimonio immateriale dell’umanità. Ha partecipato a convegni di antropologia e arte in Portogallo, Brasile, Inghilterra, Indonesia, e a mostre collettive di fotografia, illustrazione e stampa grafica presso gallerie e festival in Italia, Spagna, Portogallo, Indonesia. Tornando in Italia ha frequentato la Scuola Romana del Fumetto, dedicandosi quindi a disegno e illustrazione, con cui ha elaborato parte della tesi di dottorato. Ha approfondito in seguito tecniche e linguaggi della fotografia e del documentario audiovisivo con corsi formativi e progetti vincitori di bandi di concorso.
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