di Fabian Volti
Il carattere dell’io isolano ha conservato in me una certa sensibilità verso le pratiche di vita e di sopravvivenza appartenenti alle geografie rurali spesso del Sud, modelli culturali inconfondibili rispetto alle società più recenti “ammassate” nelle aree urbane prima del Nord ora anche del Sud. L’isola ventosa in cui sono nato e vivo ci impone delle riflessioni in merito alla trasformazione della cultura del pastoralismo. Una cultura tutta nostra che ancora oggi riflette e conserva antichi codici legati alle pratiche del pastoralismo di sussistenza, come quando le famiglie vivevano di ciò che la terra dava loro da mangiare.
Il mio interesse verso le pratiche del pastoralismo deriva da un sentimento anticapitalista e antiimperialista, il mio desiderio è quello di vedere la mia terra, l’isola di Sardegna libera dai gioghi coloniali italiani o dal tirannico Patto atlantico. Al principio ciò che appare è la vendita della terra ai fini della speculazione turistica, successivamente lo stravolgimento del piano economico sociale e culturale produce in un sol colpo la perdita per l’Isola della lingua, della pratica del pastoralismo, del presidio della terra.
Per pastoralismo intendo tutte quelle pratiche che riflettono l’identità storica di un popolo con i suoi princìpi di umiltà senza compromessi, un carattere culturale che certamente è arrivato con i popoli del mare dal Medio Oriente. I miei studi in Scienze Politiche, parallelamente al mio interesse per i modelli politici organizzativi hanno scoperto un nervo sensibile e generato una certa preoccupazione verso le profonde trasformazioni che come nuvole nere e pesanti incombevano già sull’Isola e forse più in generale in tutta l’area del Mediterraneo.
Aspetti come lo spopolamento delle aree rurali, la trasformazione dell’uso della terra ad opera delle politiche coloniali e del piano militare sull’isola, su cui nacquero negli anni 50-60 tra i più grandi poligoni militari interforze sotto il controllo della Nato, mi hanno spinto ad avvicinarmi in qualche modo a quella società, a quelle genti, alle ultime comunità rurali apparentemente forse solo rassegnate.
In breve dagli anni ‘70 in poi, per quanto riguarda la mia generazione, in Sardegna dal centro del Mediterraneo era possibile vedere con esattezza il piano industriale italiano in espansione, e tutto ciò che il piano industriale avrebbe decisamente generato e stravolto nell’area mediterranea convertita brutalmente ad uno stravolgente programma di sviluppo economico e imprenditoriale. Vedere sacrificati i territori costieri e dell’interno dell’isola ai fini della produzione energetica in una quantità di gran lunga superiore a quanto avrebbe soddisfatto il fabbisogno delle comunità locali, in nome del ricatto del lavoro, induceva interrogativi intorno al destino della comunità dei pastori, se la loro cultura avesse mai avuto un ruolo a difesa del carattere etnico-culturale dell’Isola, se i pastori potessero essere davvero i custodi di certi valori identitari della Sardegna
La ricerca sul campo nell’isola “ha respirato” il linguaggio del cinema contemporaneo, un linguaggio sonoro e per immagini sperimentale, un cinema di creazione che prende spunto dai corpi del neorealismo, dal pensiero di lotta e di rivendicazione della società rurale di matrice gramsciana, una pratica di relazione che ti costringe ad avvicinare l’altro, a stare nei luoghi per tanto tempo. La ricerca su questo tema è più che decennale. In questo tempo ho incontrato diverse persone, giovani e vecchi dagli orientamenti opposti ai miei, è nato quasi sempre un dialogo, il piacere comunque dell’incontro umano, della condivisione di esperienze. Ho visitato determinate aree della Sardegna prima a me sconosciute da Nord a Sud, da Est a Ovest, ho avuto la possibilità di addentrarmi nelle aree più interne, la montagna della Barbagia e in certe località del Supramonte fra Orgosolo e Dorgali. Ho dormito con il pastore e osservato con emozione il salire della luna durante la notte per alzarmi insieme a lui per mungere le mucche. Ho parlato con lui di costumi e società. espresso il mio pensiero politico, ma soprattutto ho ascoltato quanto potevo e registravo.
Ho avvicinato pastori solitari e resilienti, capaci di trasmettere e allo stesso custodire silenziosamente il segreto del loro saper fare, la loro relazione atavica con il tempo e la terra, il loro rapporto indissolubile e sacro con il mondo animale e con le piante, con la natura tutta. Mi hanno raccontato per ore dei loro conflitti con la società, con un mondo che non li voleva più o li voleva cambiati, di amministrazioni che suggerivano loro di convertirsi all’accoglienza del “dio turista”. Ho incontrato dunque pastori vinti di fronte alle trasformazioni imposte dalla “modernità”, pastori e comunità pastorali ridotti ai margini delle nuove società liberista e globalizzante.
Credo di aver incontrato tracce di un pastoralismo testimone di un passato oggi ritenuto ingombrante e tuttavia resistente, resiliente, tenace. Questa complessa condizione sociologica e antropologica che persiste nonostante tutto nel cuore del Mediterraneo mi ha confermato il valore sacro della cultura pastorale, interprete di un patrimonio di simboli e pratiche di vita in armonia con la Terra. In questo senso ha preso forma il mio remoto desiderio di visitare la Palestina, terra di Canaan, il luogo delle prime storie della Genesi, in cui ha vissuto Abele, il primo pastore di greggi, punto di riferimento delle innumerevoli società a venire.
Ero certo che in Palestina oggi avrei trovato ancora vive le pratiche del pastoralismo, quelle stesse che in Sardegna avevano lasciato il posto al mondo perduto, al conflitto. Il mio desiderio era quello di creare un dispositivo visivo e sonoro, un’idea che mi ha ispirato il regista russo Aleksandr Sukurov, un linguaggio sensoriale stratificato di immagini e suoni comuni alle culture dei popoli mediterranei, nella convinzione che esiste una linea di connessione e continuità storica tra la Palestina e la Sardegna nel solco della comune cultura pastorale, nel segno della figura del pastore quale archetipo della civiltà umana. Gli stessi riferimenti all’eterno conflitto palestinese sarebbero stati utili per chiarire il valore delle trasformazioni antropologiche in termini di minaccia che allo stesso modo hanno malauguratamente investito la Sardegna e stravolto quasi definitivamente la società tradizionale del pastoralismo.
La rappresentazione per immagini e suoni non sempre si rivela facile o funzionale all’arte del narrare. Relativamente al mio approccio documentaristico sul campo l’attenzione si è rivolta alla scoperta dei luoghi, dei paesaggi e degli uomini e delle donne che vivono appartati e sovente isolati o dimenticati. Raggiungere i pastori è stato un vero viaggio, un delicato lavoro di scoperta e di avvicinamento. Addentrandomi in luoghi sconosciuti e a volte inaccessibili, il più delle volte fra le persone l’ospitalità sperata non era così scontata né c’era l’immediata disponibilità a raccontarsi, ad accettare di essere osservati attraverso l’occhio discreto della cinepresa. In Palestina ci hanno perseguitato i coloni, e le famiglie dei beduini nel deserto di Giuda avevano il terrore che qualcuno venisse a sapere che noi, quali membri della comunità internazionale, realizzassimo riprese cinematografiche ed interviste, avendo paura delle rappresaglie dell’esercito israeliano.
Il film è stato presentato al principale festival del documentario internazionale IDFA ad Amsterdam ma mi auguro di portarlo presto in visione anche in Palestina. Le recensioni che il film ha ottenuto confermano un alto livello di attenzione della critica verso il linguaggio del cinema di autore, fra studiosi, critici, ricercatori universitari di vari ambiti che hanno proposto letture originali e sottolineato aspetti diversi.
Ringrazio Rossana Salerno per aver valorizzato la metafora della relazione fra Caino e Abele, traslata ai tempi nostri, una sorta di parabola attraverso cui rileggere e riposizionare la figura del pastore alle origini dei conflitti e delle civiltà e nient’affatto residuale. Così scrive, tra l’altro: «Il film propone un ribaltamento paradigmatico: nel margine sopravvive una forma alternativa di futuro. Questa riflessione adotta una prospettiva sociologica e postcoloniale per analizzare le forme di marginalità, confine e liminalità che strutturano i territori narrati da Volti, mostrando come la resistenza politica si incarni nella relazione tra corpi e terra».
Ringrazio Giulia Panfili che ha colto il complesso intreccio fra suoni diegetici ed extradiegetici del film, immagini in 16 mm originariamente mute e il digitale con ripresa sonora sul campo, e le registrazioni sonore ambientali dei luoghi in cui abbiamo filmato. «Colpiscono – ha scritto – i suoni, tutta quella polifonia di suoni – l’abbaiare dei cani, il belare delle capre, il raglio dell’asino, qualche indefinito e intenso vociare – di cui è fatto un territorio. Suoni che sembrano riecheggiare nella maestosità apparentemente immutabile del paesaggio e consentono di uscire dall’antropocentrismo acustico, dando la possibilità di ascoltare altro». Parole e osservazioni preziose che valgono a riconoscere e restituire uno degli obiettivi metodologici che ci eravamo posti.
Ringrazio Annamaria Clemente che ha inquadrato perfettamente la figura archetipica di Abele nel contesto narrativo del film e ha posto particolare attenzione alla densità simbolica delle storie narrate che è un altro carattere della ricerca sul campo fondata sull’osservazione partecipante e sull’interpretazione etnografica. Clemente annota con acume: «Il pastore primordiale ritorna in ogni uomo che veglia un gregge, in ogni custode di terre marginali, in ogni esistenza che risponde alla violenza della storia con la cura per ciò che gli è affidato. È la forma ricorrente dell’esperienza umana, una struttura simbolica ed emotiva che si manifesta quando il mondo ci appare con un certo peso, con una certa ferita. È il fratello vulnerabile, colui che abita il mondo senza armi, la vita esposta alla violenza dell’altro, la figura di chi occupa lo spazio senza possederlo e per questo può essere colpito».
La recensione di Costantino Cossu infine è decisamente analitica, attenta alla questione sarda che nel film appare sommariamente una terra di vinti, una cultura prevaricata, in cui paradossalmente le ingiustizie, le disarmonie diventano tratti di una normale quotidianità e tuttavia esperienze capaci di insegnarci a resistere, ad adottare una strategia della non violenza, a contrastare con la muta e ostinata presenza il valore della vita e della civiltà umana contro i piani di guerra e i presagi di morte.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
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Fabian Volti, è un filmmaker e fotografo. Dopo gli studi in Scienze Politiche, lavora tra Berlino e Madrid realizzando progetti audiovisivi tra ricerca visuale e cinema documentario. Dal 2005 a oggi ha diretto numerosi cortometraggi, reportage e documentari, tra cui “Luci a Mare” (2014), “Strascico a Nord” (2016), “Umbras” (2021), ha partecipato come aiuto regia e direttore della fotografia al film “Princesa” (2021). Vive e lavora in Sardegna, dove ha fondato la produzione Roda Film, dedicata al documentario di creazione. Abele è la sua opera prima di lungometraggio.
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