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I nomi e le cose. Ancora su antisemitismo, antisionismo e altro

9788858160350_0_0_0_0_0di Chiara Sebastiani 

Perché intestardirsi sui nomi che diamo alle cose 

Tanto le cose sono lì, no? No, le cose non sono lì. Sono lì se le menzioniamo. E i nomi che diamo alle cose ci aiutano a pensarle (questa non è farina del mio sacco, l’ho presa dalla grande urbanista Patsy Healey, recentemente scomparsa, una autorità in materia di democrazia partecipativa dal basso). “I nomi e le cose” è l’introduzione di Anna Foa al suo recente Mai più (Bari, Laterza, 2026), una indagine sul mutare dei nomi e il mutare delle cose. Ma vengono prima i nomi o le cose? Per Anna Foa, storica, vengono prima le cose. Indaga dunque sulle cose che un certo nome designa. Poi le cose cambiano, mentre i nomi rimangono ma designano cose diverse che in passato. E alle cose del passato vengono affibbiati nuovi nomi, e delle cose nuove si parla con nomi del passato.

La cosa di cui si parla, nelle sue molteplici forme, è il rapporto dell’Occidente con l’ebraismo. Anche Occidente del resto è un nome, contrapposto a regioni che Occidente non sono, in passato chiamate variamente Medio Oriente, Vicino Oriente, Levante. Per poco ancora però: perché «Il vecchio Medio Oriente non esiste più, ora si chiama Asia occidentale» [1]. Le frontiere dell’Occidente si spostano a piacimento, inglobano territori o li espellono a seconda delle necessità geopolitiche; lo stesso avviene nel rapporto tra un Occidente dai confini variabili e un ebraismo dalle molteplici rappresentazioni nell’immaginario collettivo.

L’intento di Anna Foa è quello di rispondere alla domanda «Che fare per evitare che l’emozione suscitata dagli eventi in Palestina – cioè dalle nefandezze israeliane – scateni nel mondo intero una ondata di antisemitismo»? È necessario, pensa, mettersi d’accordo su cosa significhi “antisemitismo”, un termine di cui oggi si fa un “uso abusato”. Quella cosa, infatti, «ha portato il mondo a un terribile disastro solo ottant’anni fa» (Foa 2026: 67) ma gli si toglie efficacia «attribuendolo a tutti e individuandolo ovunque» (ivi.: 69) – in parole povere, gridando “Al lupo! al lupo!” come nella nota favoletta. E sappiamo tutti come va a finire, il lupo c’è e finisce per mangiarsi l’incauto burlone.

In parte è già successo. Il nome è già consunto – l’accusa infamante di antisemitismo ieri brandita come una clava oggi perlopiù non scalfisce chi la subisce – e la cosa si è accuratamente nascosta laddove nessuno pensa di cercarla, laddove il cuculo ha deposto le sue uova parassitarie, ovvero nel paniere dell’ «ardente filosemitismo dell’insieme delle classi politiche europee e nordamericane, ivi comprese le rispettive estreme destre … specchio rovesciato dell’antisemitismo di un tempo» come scrive causticamente Sophie Bessis [2], impegnata a sua volta a decostruire il rapporto tra un nome, quello di “civiltà giudaico-cristiana”, e una cosa, ovvero “due millenni di persecuzione antisemita”.

2-5Proprio per questo, pensa Anna Foa giustamente, è importante descrivere bene il lupo per renderlo riconoscibile a tutti. Ma questa si rivela operazione più complicata del previsto, tanto che la stessa autrice si ingarbuglia fin da subito nel tentativo. Difficile oggi «dirsi apertamente antisemiti» (ivi: 7) scrive nell’introduzione: com’è allora che al contempo, come scrive nelle conclusioni, l’antisemitismo viene individuato in tutti e dovunque? Un qualunque psicanalista parlerebbe di paranoia che, come dice il grande filosofo Adorno, è la reazione sbagliata ad un problema reale (di questo proprio l’antisemitismo era per lui un esempio). Ma Anna Foa, da storica, ritiene che il problema sia di mettere le etichette giuste sulle cose che esistono indipendentemente dai nomi che diamo loro. Ma poi subito aggiunge, con riferimento alla secolare ostilità antiebraica delle società cristiane, che essa «per secoli non ha avuto bisogno di etichette» (ivi: 8). Perché dunque ad un certo punto ce n’è stato bisogno? E perché le etichette sono diventate così importanti?

E come spiegare l’emergere di nuove etichette? Che non si tratti di un astratto spaccare i capelli in quattro lo suggeriscono le ingenti risorse – economiche, culturali, legali – che vengono investite sulle etichette, cioè sui nomi (per esempio con la «creazione di nuovi strumenti per individuare e combattere l’antisemitismo»), soprattutto da quanti detengono maggiori risorse in tutti questi campi, Se Anna Foa non pone tutte queste domande, tuttavia da brava storica fornisce indizi per azzardare qualche risposta.   

10Antisemitismo metafisico 

Trattare della storia dell’antisemitismo in poche pagine è ovviamente pretesa impossibile e Anna Foa, che è una storica, lo sa bene. Vuole fornire di tutta evidenza alcune coordinate non solo al dibattito pubblico ma all’agire pubblico.

La prima informazione che offre è che “antisemitismo” è una parola moderna, che appare in Germania nel 19° secolo. Prima non c’erano etichette di una cosa esistente, né vittime né carnefici ne sentivano il bisogno. La seconda, sorprendente, è che il termine viene introdotto da «un giornalista antisemita, Wilhelm Marr, nel 1879», nel suo scritto “La strada verso la vittoria del Germanismo sul Giudaismo, da una prospettiva aconfessionale” conferma l’autorevole Enciclopedia dell’Olocausto, come eufemismo di Judenhass «odio per gli ebrei».

Il lettore odierno prova un lieve sconcerto. In fin dei conti, siamo stati abituati a pensare che il termine “antisemitismo” sia stato coniato per combattere l’ostilità antiebraica non per rivendicarla orgogliosamente. Che un nazionalista antisemita ci abbia regalato un termine di cui oggi si usa e si abusa col pretesto di combatterlo, mette in qualche misura a disagio quasi si stessero fornendo inconsciamente munizioni agli antisemiti. Inoltre il termine – a differenza di due altri che con esso presentano vicinanza, come fascismo e razzismo – non ha un suo opposto. Anna Foa usa il termine “filosemitismo” ma lo fa con evidente sfumatura ironica e critica. Se il filosemitismo può andare a braccetto con il razzismo e l’autoritarismo, diventa difficile trovare in esso valori da mobilitare per combattere l’antisemitismo, se non un “mai più” nel senso più restrittivo: mai più sterminio di ebrei. Ancora più scettica Sophie Bessis per la quale “un’ufficiale ebreofilia” ha sostituito in Occidente il secolare antisemitismo. Cosa pensi Bessis di questa nuova ebreofilia lo si intuisce dalla citazione di Frantz Fanon che emette in epigrafe al suo libro: «Per noi chi adora i neri è altrettanto ‘malato’ di colui che li odia».

L’antisemitismo dei secoli in cui esso non aveva ancora un nome appare solidamente ancorato nel cristianesimo per quanto il cristianesimo abbia cercato di tirarsene fuori con l’introduzione del termine “antigiudaismo”. Ad Anna Foa basta infatti rievocare la vicenda storica dei marrani, gli ebrei convertiti, per interrogare i confini tra «la concezione antigiudaica dell’ebreo incredulo e deicida» e quella carica di medievale superstizione «dell’ebreo legato indissolubilmente alla sua natura malvagia» (Foa 2026: 24). È solo con la modernità che l’antisemitismo teologico decade – reso obsoleto dalla rivoluzione francese, dalla secolarizzazione europea, dall’emancipazione ebraica – sostituito, dice Foa, da un antisemitismo politico, vale a dire da quel «movimento politico antisemita che si diffuse in una vasta parte d’Europa (Francia, Impero austro-ungarico, Germania, Russia) negli ultimi due decenni dell’Ottocento» (Foa 2026: 24) in cui convergono a vario titolo socialisti rivoluzionari (gli ebrei sono i capitalisti) e pensatori controrivoluzionari (gli ebrei sono nemici della società tradizionale e dei suoi pilastri – re, imperatore, Chiesa e religione). Per Foa questo antisemitismo politico ingloba le teorie del potere occulto degli ebrei («un’internazionale eversiva ebraica») e quelle razziali quale ulteriore innesto che «si aggiunge in quegli anni all’antisemitismo». 

Tuttavia, forzare la teoria del “potere occulto” e quelle della “razza inferiore” in uno dei due contenitori – il religioso o il politico – fa perdere di vista un elemento importante che potremmo chiamare l’antisemitismo metafisico. Cominciamo con l’osservare che non è proprio esatto che fra Sette e Ottocento «la maggioranza degli ebrei dell’Europa occidentale» fosse giunta a «godere degli stessi diritti dei non ebrei» (ivi: 25). In Germania sotto il Secondo Reich era quasi impossibile per un ebreo intraprendere la carriera universitaria senza convertirsi: lo dice senza mezzi termini Max Weber nel suo celebre saggio La scienza come professione, che risale al 2017.

Questa esclusione non è casuale: nel passaggio alla modernità si costruisce una alterità ebraica che inizialmente non è inferiorità biologica ma diversità ontologica. Non abbiamo (ancora) a che fare con un puro razzismo biologico, quello riscontrabile, per esempio, nei confronti dei Neri, che sostiene una inferiorità fisica, psichica e intellettuale basata sul dna. Si tratta piuttosto di un razzismo metafisico che vede una razza come portatrice di un destino, una missione, un ruolo terreno con radici trascendenti. Non a caso riemergono gli “schemi mitologici dell’accusa del sangue”, e le leggende sugli omicidi rituali si traducono veri e propri processi, e questo a fine Ottocento, cioè in piena “modernità”. Un filosofo come Julius Evola teorizza un razzismo “spirituale”. Il richiamo all’arianesimo e la simbologia della svastica attingono ad antichi patrimoni mitologici cui non sono estranee le imprese archeologiche e coloniali (le due cose spesso vanno di pari passo) ottocentesche. Il mito del crepuscolo degli dèi – una generale battaglia fra gli dèi e le oscure potenze avversarie, che si decide con la sconfitta dei primi e con l’incendio dell’universo – viene reinterpretato dal nazismo in chiave eroica. In questo risorgere del manicheismo antico gli ebrei diventano i portatori delle forze oscure.

Nel medioevo il razzismo metafisico è tenuto sotto controllo dalla Chiesa: malgrado una secolare serie di efferatezze innominabili compiute dalla Chiesa non solo nei confronti degli ebrei ma di ogni sorta di miscredenti, eretici, apostati, streghe o quant’altro resta fermo il principio che “le forze del male non possono prevalere”, che il sangue di Cristo ha redento tutti i figli di Adamo, e che i sacramenti dispensati dalla Chiesa possono salvare anche il peggior criminale. Il salto nell’irrazionale si compie con il passaggio dall’antisemitismo teologico – generatore di ghetti e persecuzioni – all’antisemitismo metafisico – generatore di sterminio e genocidio. Con questo antisemitismo metafisico l’Occidente non ha mai fatto davvero i conti. Sconfitto il nazismo, queste componenti sono state irrise e velocemente liquidate come paccottiglia incolta e di cattivo gusto.

Nell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale, divisa tra partiti di ispirazione religiosa e partiti di ispirazione socialista, quindi tra la fede in un Dio che non fa differenza tra gli uomini e una interpretazione della storia in cui le credenze sono pure giustificazioni dei rapporti di potere, non c’è spazio per una analisi della irruzione dell’irrazionale in una civiltà che si gloria del suo razionalismo oggi identificato con la sua straordinaria superiorità tecnologica. Con l’adesione di massa ad un antisemitismo metafisico – assai più inspiegabile del massiccio tesseramento al partito fascista o della silenziosa acquiescenza all’inquisizione nazista – l’Occidente non ha mai fatto i conti. Non si è davvero spiegato come una tranquilla borghesia, perlopiù laica e illuminista, abbia accettato da un giorno all’altro l’isolamento, il confinamento, l’interdetto che ha colpito i suoi vicini di casa e i suoi stessi parenti, non perché appartenenti ad una nazione con cui si era in guerra (come  i giapponesi in Usa, gli italiani in Grecia durante la Seconda guerra mondiale), non perché portatori di una malattia contagiosa ma in virtù di una metafisica malvagità intrinseca alla loro natura, che solo in un secondo momento trova giustificazione in una scientifica inferiorità ravvisabile nella biologia della razza – come abbia aderito, insomma, senza colpo ferire a questo scenario da invasione degli ultracorpi.

Non essendoci stata questa resa dei conti, il razzismo metafisico – quello moderno che crede nella superiorità di una razza bianca e occidentale, non in virtù della pura biologia né tantomeno in virtù di una fede religiosa, e che incarna la moderna risposta la bisogno di senso e di destino della natura umana – ha trovato rifugio, come sempre fa il rimosso, laddove uno meno se lo aspetta e meno andrà a cercarlo, ovvero tra le vittime di una particolare forma di razzismo metafisico: coloro che si definiscono ebrei. Nella loro emancipazione illuminata, gli ebrei non si sono accorti per tempo di ciò che il razzismo avrebbe fatto loro. Non erano più razzisti degli Europei, lo erano semplicemente altrettanto. E si consideravano europei a tutti gli effetti: per colore della pelle, per livello di istruzione, per ferma laicità, per status sociale: come tutti gli europei spesso confondevano razza con classe. Il peccato originale del colonialismo li ha coinvolti al pari di tutti gli altri europei. Non essendosi accorti per tempo di ciò che l’elemento razzista intrinseco al colonialismo avrebbe fatto loro, l’ebraismo è condannato a riviverlo nel tentativo disperato di trovare un risarcimento a questo tradimento. La creazione di uno Stato doveva permettere loro, in origine, di essere uguali ai bianchi. Dopo la Shoah si è trattato di diventare più bianchi dei bianchi. Incapace di guardare il proprio salto nell’irrazionale e di indagarne le cause, l’Occidente si è compiaciuto di fare del moderno antisemitismo un fenomeno tutto e soltanto politico: la sconfitta delle potenze che lo avevano iscritto nel loro programma politico da parte di quelle che lo avevano lasciato fiorire ha chiuso i conti e permesso di proclamare solennemente “Mai più”. 

61wxmo0bshl-_uf10001000_ql80_Ebraismo politico 

Ma quand’è – antecedente di Marr a parte – che si è incominciato ad usare il termine “antisemitismo” (sulla cui imprecisione semantica, essendovi altri popoli semiti, in primis gli arabi, si glissa con un’alzata di spalle) per combattere anziché sostenere l’ostilità antiebraica? Il recupero di questa etichetta, dopo la Seconda guerra mondiale, e la sua crescente diffusione appaiono legati ad un fenomeno anch’esso nuovo, che possiamo chiamare ebraismo politico, normalmente chiamato sionismo. Al sionismo, nel suo libro precedente, Il suicidio di Israele [3], Anna Foa dedicava un capitolo. Esso riguarda largamente le vicende storiche che hanno portato alla nascita dello Stato di Israele e alle sue vicende successive: un lavoro di divulgazione (che altro si può fare in uno smilzo libretto di novanta pagine?) di alto livello, per giunta con uno stile di una chiarezza esemplare e un che di affascinante nel ritmo narrativo con il quale affronta la nascita del sionismo come “progetto politico”. Perché di questo si tratta: «un progetto politico, quello statale, che non fa parte e non ha mai fatto parte della costruzione teorica e filosofica del mondo ebraico fino a quella data» (Foa 2024:14).

Purtroppo nel suo libro successivo, quello che esce oggi, Anna Foa non torna su questa definizione del sionismo: adesso si occupa solo di “antisionismo”, ovvero di «un’etichetta oggi forse prevalente nell’opinione pubblica del mondo» (Foa 2026: 9). Qualche decina di pagine più avanti però, l’antisionismo diventa una “definizione” iscritta tra quelle «assimilate più o meno a ragione con quella di antisemitismo» (Foa 2026:41). Non vorrei cavillare ma l’antisionismo è un’etichetta, cioè un nome, o è una definizione, cioè uno strumento scientifico? E nei due casi, la cosa a cui il nome si lega o l’oggetto che si vuole indagare dove sono? Dobbiamo cercarli nel libro precedente: in questo libro il rapporto tra antisionismo e antisemitismo viene dato per scontato e non basta un blando “più o meno” a sottrarre l’antisionismo all’accusa di antisemitismo e renderlo quindi moralmente riprovevole e penalmente perseguibile.

Senza risposte alle domande appena formulate questo passaggio risulta illogico: se viene usato per produrre norme penali apre le porte a derive illiberali. Ricominciamo quindi con il sionismo prima di occuparci del suo “anti”. Ridurre il sionismo, come idea e progetto, alla vicenda storica dello Stato di Israele non si presta solo a manipolazioni di tipo politico (se sionismo è lo Stato di Israele antisionismo significa “non volere che gli ebrei abbiano un loro Stato” e quindi antisemitismo) ma occulta importanti aspetti sociologici, psicologici, culturali, tutti parte dell’ebraismo politico detto sionismo che nasce a metà dell’Ottocento nel clima di rinascita nazionale generatore del moderno sistema degli Stati. Forse ne sa di più la mia generazione – quella cresciuta leggendo a scuola il Diario di Anna Frank ma a casa il romanzo Exodus – di quanto ne sappiano quelle odierne malgrado l’ormai onnipervasivo culto della Memoria (quella per antonomasia). Dal primo abbiamo imparato l’antisemitismo, dal secondo il sionismo. Contengono tutto quello che abbiamo imparato sull’ebraismo fuori dall’ora di religione. I campi di sterminio e i kibbutz. Per noi le due cose andavano insieme, i secondi erano la logica risposta ai primi. Sono stati i nostri coetanei variamente appartenenti a famiglie ebraiche (spesso dalla parte “sbagliata”, cioè per via di padre, cosa che non avrebbe dato loro automaticamente l’accesso alla cittadinanza israeliana e avrebbe richiesto la conversione per essere riconosciuti come ebrei) a dirci che no, non era così. La differenza tra ebrei e sionisti l’abbiamo appresa facendo politica fianco a fianco, nelle formazioni della sinistra parlamentare e non. Sionismo è una cosa tutta politica e di destra, spiegavano a noi goyim che volevamo andare a lavorare l’estate nei kibbutz perché era una cosa socialista (e non necessitava essere ebrei).

Riconosciamo dunque cose che Anna Foa descrive nelle prime pagine del capitolo dedicato al sionismo, prima di imbarcarsi nella storia di Israele, come la spaccatura tra gli ebrei della diaspora e quelli del nuovo Stato di Israele. Ricordiamo anche cose che Foa non racconta: la spaccatura, all’interno della diaspora stessa, tra ebrei “illuminati” e “ebrei da ghetto” – come i secondi chiamavano i primi, magari altrettanto colti, altrettanto benestanti, ma con iscritto nel dna quel che di timoroso e sottomesso proprio dell’essere secolare dell’ebreo chiuso nel ghetto. Una differenza che si manifestava fin nel fisico, poiché se Anna Foa osserva come nello Stato di Israele di recente creazione «i sabra alti, dai muscoli rafforzati dal duro lavoro nei campi, sostituiscono gli ebrei piccoli e curvi in seguito alle lunghe ore di studio nelle yeshivot» (Foa 2024:16) in quello stesso periodo, a casa nostra, vi erano i professionisti ebrei sportivi e abbronzati e quelli gracili con gli occhialini alla Gramsci. E noi gentili e socialisti pensavamo fosse unicamente una faccenda di classe sociale, o di orientamento politico, finché anni dopo non ce li siamo ritrovati, gli uni e gli altri, uniti nell’esaltazione dello Stato di Israele, che nel frattempo si era popolato di ebrei biondi dagli occhi azzurri e sfornava fantastiche soldatesse presumibilmente di sangue russo o ucraino in cui si imbattono sistematicamente a tutt’oggi i turisti in Terra Santa e sulle quali fantasticano gli amanti di avventure dediti ad immaginarle “con  kalashnikov e tacchi a spillo nel deserto” come ironizza una scrittrice ebrea israeliana [4].

5-7Un progetto politico, dunque, quello sionista, che tanto poco ha a che fare con l’ebraismo da far dire al protagonista di un racconto del 1942 dello scrittore Haim Hazaz, considerato un classico del sionismo (anche lui ce lo fa conoscere la Foa): «Un uomo diventa sionista quando non può essere più un ebreo». Ci imbattiamo qui in un altro nodo, quello identitario, che è andato sovrapponendosi all’ebraismo politico creando quelle complicazioni da sempre attribuite al rapporto tra politica e religione e mai abbastanza a quello tra politica e identità. Il sionismo infatti critica l’assimilazione degli ebrei «termine con cui si designa l’integrazione degli ebrei emancipati nella società non ebraica che interpreta come perdita dell’identità ebraica» ora riesumata «in chiave di identità nazionale» (Foa 2024: 26). Peccato che la “perdita dell’identità ebraica” venga attribuita proprio al sionismo da parte di una nutrita schiera di intellettuali ebrei più legati per la loro storia a Israele che alla diaspora. Tra questi Yahya Leibowitz, medico e chimico, teologo e filosofo e professore universitario, ex ufficiale della Hagana che in riferimento allo Stato di Israele parla di giudeo-fascismo e giudeo-nazismo, come racconta il suo discepolo Gérard Haddad, ingegnere agronomo, psichiatra, psicanalista e filosofo. Il quale scrive [5]:  «Il sionismo è una ideologia nata nel 19° secolo dall’intreccio di dineghi e forclusioni prodotti a getto continuo in contemporanea – e rispecchiamento – dell’ascesa delle ideologie colonialiste e razziste». E la forclusione – termine lacaniano che designa l’esclusione radicale di un elemento non solo dall’inconscio ma dall’universo simbolico – «è il rigetto totale della fede ebraica, dei suoi riti e della storia degli ebrei nella diaspora». A sua volta Omer Bartov, figlio di sionisti, nato in un kibbutz, ex ufficiale di riserva delle Idf, non solo associa l’Olocausto alla Nakba «nel contesto più ampio del colonialismo, della pulizia etnica e del genocidio» [6] ma ricorda che tra gli antisionisti ci sono sia gli haredim ultraortodossi sia numerosi ebrei laici, osservanti, credenti e non.

La domanda allora più importante da porsi oggi non è «perché il sionismo ha cambiato natura?» ma bensì «cosa ha trasformato repentinamente il sionismo da oggetto di ammirazione in oggetto di esecrazione?» Tra quel prima e quel dopo c’è il 7 ottobre: un “tipping point”, un punto di non ritorno. 

5Tipping point 

“Tipping point” è una espressione tradotta solitamente in italiano con “punto di svolta” o “punto di non ritorno”, letteralmente significa ribaltamento di una cosa, “spacchettamento” delle sue componenti fondamentali che si spargono confusamente prima di essere assemblate in un nuovo ordine, nell’impossibilità di tornare all’assetto precedente. La teoria è legata al nome di Saskia Sassen [7] che analizza attraverso i secoli le trasformazioni intercorse tra tre elementi: territorio, potere legittimo e diritti. Più che analizzare i risultati finali di un processo di trasformazione, Sassen cerca di capire come e quando la trasformazione avviene, cosa spiega improvvisi collassi e trasformazioni irreversibili di sistemi socio-politici, mettendo a fuoco la sempre più marcata sostituzione dello Stato-nazione di matrice ottocentesca con nuovi assemblaggi delle sue componenti fondamentali, ovvero il territorio, l’autorità legittima e i diritti. Si tratta di un approccio – sia detto en passant – che potrebbe applicarsi in modo interessante all’ “assemblaggio” di queste componenti nel territorio della Palestina odierna ma ciò esula da questa riflessione su nomi e cose, fenomeni e etichette.

Che il 7 ottobre costituisca un “punto di non ritorno” è cosa su cui concordano gran numero di studiosi di politica [8]. Si arriva a questo punto di non ritorno per il lento cumulo di elementi che non vengono percepiti, una cecità psicologica e selettiva a fronte dell’erosione di un certo ordine: la Rivoluzione francese e la Prima guerra mondiale sono due degli esempi solitamente citati.  Se il sionismo è fin dalle origini un progetto politico che nulla ha a che fare con l’ebraismo, allora in esso si trovano inevitabilmente i germi del suprematismo, del colonialismo, del razzismo e delle pulsioni genocidarie (“o noi o loro”) attuali. Esso ha attinto a piene mani agli ingredienti che Otto e Novecento avevano fornito a tal fine: il mito dello Stato-nazione, l’epopea coloniale, i compiti dell’Occidente. Tale progetto appariva in dirittura di arrivo: gli accordi di Abramo, la scomparsa della questione palestinese dalle agende, l’indefettibile sostegno dell’Occidente all’avanzata della colonizzazione e della pulizia etnica in Cisgiordania, della ghettizzazione e dell’isolamento di Gaza, financo la sempre minore partecipazione alle manifestazioni a favore della Palestina in Europa parevano altrettanti indicatori di una stabilità regionale imperniata sullo stato sionista.  

7-6E dunque: come è potuto succedere? Non interessano qui le varie teorie di politica interna – Netanyahu avrebbe preferito usare l’esercito a sostegno dei coloni anziché a difesa dei kibbutz – o di politica estera – per un motivo o l’altro i governi israeliani e i loro alleati avrebbero lasciato le mani libere ad Hamas e ai suoi finanziatori stranieri – perché al cuore del “come è potuto succedere?” sta la domanda: cosa mai ha fatto rivoltare come un guanto l’opinione pubblica mondiale da un giorno all’altro? Come mai da un giorno all’altro i nomi dati alla stessa medesima cosa sono cambiati, si è passati dal “diritto a difendersi” al “genocidio”, dai “due Stati” al “Palestina libera dal fiume fino al mare”, dall’ “unica democrazia in Medio Oriente” allo “Stato coloniale e di apartheid”, dalla memoria della shoah all’accusa di genocidio – da Eichman a Gerusalemme a Netanyahu all’Aja?

Ad oggi si può solo constatare che il 7 ottobre si configura, a due anni di distanza, come un tipping point: cosa lo abbia reso tale richiede un assai più lungo e laborioso processo di “nominazione” del 7 ottobre, al momento oggetto di contese ideologiche e giuridiche, di manifestazioni politiche e di repressioni legali. Fin da ora, tuttavia, la domanda che Anna Foa si pone in conclusione del Mai più – «Che fare, insomma, per evitare l’emozione suscitata dagli eventi della Palestina scateni nel mondo intero un’ondata difficilmente controllabile di vero e proprio antisemitismo, per evitare agli ebrei di diventare di nuovo ‘paria’» (Foa 2026: 67) – appare obsoleta. In primo luogo perché è difficile pensare che la priorità sia questa e non la fine dei massacri e degli stermini nella Palestina in questione, delle morti per carestia, della mortalità infantile per carenza di medicine, di una generazione di bambini privata di scuola oltre che di cibo. In secondo luogo perché a tutt’oggi ad essere sterminati e massacrati non sono ebrei – e ne siamo ben contenti – ma palestinesi – ed è di questo che dovremmo preoccuparci noi, inclusa Anna Foa che pure un anno prima scriveva: «Personalmente non riesco a condividere l’estremo allarme del mondo ebraico diasporico sull’antisemitismo, anche se ben ne riconosco oggi la presenza» (Foa 2024: 84). In terzo luogo perché ciò che Anna Foa teme è già avvenuto e non ha nulla a che fare con quanto non deve succedere “mai più”: l’ostilità verso gli israeliani, e anche verso gli ebrei, assomiglia, più che all’antisemitismo nazifascista, all’antiamericanismo della sinistra ai tempi della guerra del Vietnam – come non ha mancato di osservare (e deplorare) più di una volta il quotidiano esplicitamente filoisraeliano Il Foglio [9] – e agli ebrei israeliani in giro per l’Europa capita effettivamente di sentirsi paria, più o meno come è capitato ai russi quando hanno invaso l’Ucraina.    

6Potere di nomina 

Il 7 ottobre non ha ancora un nome: lo avrà nei libri di storia. Ma quando si tratta di nominare le cose ecco che si pone la domanda: chi ha il potere di nominare? In che modo ci abituiamo ai nomi, in che modo ne dimentichiamo altri? Chi definisce di volta in volta i rapporti tra i nomi e le cose? Secondo Chantal Mouffe [10] i rapporti sociali sono essenzialmente rapporti discorsivi. Non esiste una realtà oggettiva o un’essenza umana al di fuori dei discorsi e delle pratiche linguistiche che danno forma al nostro mondo. Chi ha potere di nomina esercita egemonia.

Mentre oggi sull’imposizione di un nome, “antisemitismo”, vi è una mobilitazione massiccia di governi, istituzioni, poteri, una cosa sta andando avanti da quasi ottant’anni: l’espulsione, il massacro, lo sterminio di una popolazione (anch’essa semita ma perché ricordarlo? Meglio semplificare). Sul potere di nomina si interroga Sophie Bessis, in apertura del suo volumetto sulla “civiltà giudaico-cristiana”, chiedendosi «Com’è nata questa espressione destinata ad una strabiliante fortuna … di uso così frequente da far dimenticare l’enormità dell’impostura da cui ha avuto origine?» (Bessis, 2026: 3). Osserviamo di sfuggita che anche il benemerito editore della traduzione esercita un piccolo potere di nomina trasformando il lapidario sottotitolo originale – Anatomie d’une imposture – in un più blando interrogativo: “è un’impostura?”.  

Esercitando il potere di nomina, l’Occidente non ha mai fatto i conti con l’antisemitismo metafisico.  Dopo averne fatto tutt’uno con l’antigiudaismo cristiano – un’unica lunga storia di discriminazioni e persecuzioni dall’Impero Romano fino al Terzo Reich – ha puramente e semplicemente rimosso il secolare antigiudaismo europeo grazie al nuovo costrutto del giudeo-cristianesimo concentrandosi sul razzismo antiebraico del ventesimo secolo e in particolare sulla sua versione biologica. La componente mitologico-metafisica è stata espunta e l’Occidente ha così potuto continuare fino ad oggi ad esaltare il “razionalismo occidentale” senza mai chiedersi come abbia potuto esserci una adesione di massa ai miti di Wotan o al crepuscolo degli dèi. Specularmente, l’ebraismo politico non si è mai nominato esplicitamente come tale.

Difficile agire sulle cose alle quali non si dà un nome. “Olocausto” e “shoah” si sono rivelati due ottimi nomi per nascondere l’antisemitismo metafisico. “Sionismo” a sua volta è servito a celare la dimensione politica dell’ebraismo. Chiedersi il perché – anche mettendolo a confronto la dimensione politica delle altre due fedi abramitiche – apre un discorso che va oltre queste pagine che si occupano di pratiche linguistiche che oggi ci rivelano le macerie non di Gaza – quelle che vediamo tutti i giorni sui video e sui social – ma quelle di un edificio linguistico costruito sulla dominazione razziale – proprio quello che non doveva esserci “mai più”. Dalle rovine di quell’edificio, secondo il giornalista israeliano Gideon Levy [11], non potrà sorgere che tutt’altra cosa, ovvero un unico Stato democratico … Mettendo da parte il sionismo una volta per tutte». In fin dei conti l’odierno Israele non è il solo Stato possibile e la dimensione politica dell’ebraismo non deve coincidere per forza sempre e soltanto con il sionismo. 

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026 
Note
[1] Anna Momigliano, Corriere della Sera, 10 giugno 2026.
[2] Sophie Bessis, La civiltà giudaico-cristiana è un’impostura?, Torino, Einaudi, 2026
[3] Anna Foa, Il suicidio di Israele, Bari, Laterza, 2024
[4] Iris Bahr, Dork Whore, tr. it. Stupida puttana, Torino, Einaudi, 2007.
[5] Gérard Haddad, Eloge de la trahison, Tunis, Cérès, 2025, trad. mia delle citazioni.
[6] Omer Bartov, Nell’abisso, Bari, Laterza, 2026: 15.
[7] Saskia Sassen, Territory, Authority, Rights, Princeton, Princeton University Press, 2006.
[8] Emma Ashford, “What was the tipping point on Gaza?”, Foreign Policy, 11-08-2025, https://foreignpolicy.com/2025/08/11/gaza-tipping-point-israel-trump/ 
[9] Giulio Meotti, “Hasta la Flotilla, siempre … Gaza è il nuovo Vietnam salato”, Il Foglio 23-24 maggio 2026.
[10] Ernest Laclau, Chantal Mouffe, Hegemony and Socialist Strategy: Towards a Radical Democratic Politics,
London-New York, Verso, 2002; tr. it. F. M. Cacciatore e M. Filippini (a c. di), Egemonia e Strategia Socialista: verso una pratica democratica radicale, Genova, Il melangolo, 2011.
[11] Intervistato da Riccardo Michelucci sull’Avvenire, 16-6-2026.

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Chiara Sebastiani, sociologa, politologa, psicoanalista, è professore Alma Mater dell’Università di Bologna. Tra i suoi temi di interesse le politiche delle città, lo spazio pubblico, le questioni di genere. Ha vissuto e insegnato in Tunisia dove dal 2011 ha seguito sistematicamente le trasformazioni in corso, scrivendo numerosi articoli e un libro (Una città una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico, Cosenza, Pellegrini Editore, 2014). Tra le sue altre pubblicazioni: La politica delle città, Bologna, Il Mulino, 2007 e La sfida delle parole. Lessico antiretorico per tempi di crisi, Bologna, Editrice Socialmente, 2014. Collabora a diverse riviste e webmagazines e lavora come psicoterapeuta a Milano.

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