di Rossana M. Salerno
Introduzione
Il documentario “Il Castello Indistruttibile” (2025), diretto da Danny Biancardi, Stefano La Rosa e Virginia Nardelli, può rappresentare le dinamiche sociali che si creano nei contesti periferici, offrendo così una interessante prospettiva sociologica. Ambientato nel quartiere dei Danisinni a Palermo, il film narra le vicende di quattro bambini che, attraverso la trasformazione di un asilo abbandonato in un rifugio segreto, costruiscono un vero e proprio “castello” immaginario e simbolico. Questo spazio diventa per loro un luogo di resistenza e speranza, un microcosmo in cui è possibile esperire autonomia, creatività e protezione in un contesto segnato da marginalità, degrado e limitazioni strutturali. Il processo di riappropriazione spaziale è fondamentale per la costruzione dell’identità e della comunità, come evidenziano gli studi attuali sulle periferie urbane.
L’approccio proposto in questa analisi si fonda sull’adozione di una “cassetta degli attrezzi” sociologica, comprendente le categorie di spazio sociale, resilienza, simbolismo e costruzione sociale della realtà. Attraverso queste lenti teoriche, si intende indagare come i bambini impieghino l’ambiente circostante non solo come semplice scenario fisico, ma come risorsa attiva nella costruzione di identità, relazioni e significati condivisi. L’osservazione delle loro pratiche quotidiane consente di cogliere come la realtà sociale sia continuamente negoziata e riformulata dagli attori stessi, e come il simbolo del “castello” operi come punto di ancoraggio per la resilienza e l’affermazione di sé all’interno di un contesto periferico e marginalizzato.
Il capitale sociale è inteso come l’insieme di risorse derivanti dalle reti di relazioni e dalla fiducia reciproca, nonché la costruzione di un legame sociale indissolubile nei contesti periferici. La presenza di figure istituzionali di riferimento, come quella di Fra Mauro, facilita la costruzione di reti di supporto e resilienza comunitaria. Questo concetto è ampiamente trattato dalla sociologia, che sottolinea l’importanza delle reti sociali nel contrastare l’emarginazione e promuovere la coesione sociale.
Tradizionalmente percepito come un’area periferica isolata, il quartiere dei Danisinni si distingue per la scarsa presenza di infrastrutture pubbliche, di servizi educativi e opportunità di socializzazione per i giovani. Le abitazioni spesso sorgono in condizioni precarie e l’accesso ai trasporti è limitato, circostanza che contribuisce a creare un isolamento fisico e sociale significativo.
Dal punto di vista sociologico, il quartiere può essere considerato un esempio di “periferia sociale” secondo la definizione di Wirth (1938), che associa le aree urbane marginali a fenomeni di anonimato, debole coesione sociale e scarsa partecipazione civica. Tuttavia, come evidenziato da studi più recenti sulla resilienza urbana (Putnam, 2000; Sampson, 2012), le periferie non rappresentano esclusivamente contesti di marginalità: esse possono diventare laboratori di creatività sociale, dove gli attori locali sviluppano strategie di adattamento, reti di solidarietà e forme innovative di appropriazione dello spazio.
In questo senso, l’asilo abbandonato al centro del documentario diventa un nodo critico attraverso cui analizzare la dinamica di costruzione del senso di comunità. Lo spazio, inizialmente degradato e inutilizzato, offre ai bambini l’opportunità di trasformarsi in un luogo significativo, un microcosmo di agency e resistenza sociale. La trasformazione dello spazio fisico in spazio sociale costituisce quindi un primo livello di lettura della dimensione sociologica del film.
Dal non-luogo alla resilienza
All’inizio, lo scenario che il film ci restituisce non è altro che un luogo abbandonato. Un edificio ridotto a discarica, dove sono accatastati rifiuti e macerie, e che gli adulti hanno ormai escluso da qualsiasi funzione comunitaria. È un luogo di scarto, percepito come ingombro e abbandono, simbolo di una città che sembra aver voltato lo sguardo altrove. Ma proprio in questa condizione estrema si apre lo sguardo dei bambini, che non vedono soltanto rifiuti, ma intravedono la possibilità di reinventare ciò che appare perduto.
Da un lato, la dimensione di non-luogo (Augé, 1995) si manifesta chiaramente: uno spazio privo di identità e di funzione sociale, un edificio dimenticato dalla collettività. Dall’altro, proprio questo abbandono diventa terreno fertile per una nuova forma di appropriazione. I bambini trasformano la discarica in un rifugio identitario, attraverso piccoli gesti che si caricano di un significato profondo.
Il film ci mostra come questi gesti siano imitazione e riscrittura dei gesti degli adulti: i bambini portano scope, palette, spazzano e raccolgono ciò che per loro non è rifiuto, ma disordine da riordinare, caos da trasformare in cosmos. In questo atto di pulizia, apparentemente banale, si esprime il loro bisogno di ordine e sicurezza, la loro capacità di dare forma e senso allo spazio. La stanza scelta non è la più integra dell’edificio, eppure diventa per loro il cuore del rifugio: quattro mura sgarrupate, finestre senza vetri ma chiuse da grate. Quelle stesse grate, simbolo di separazione e precarietà, diventano per i bambini un elemento di protezione: un dentro che si distingue dal fuori, uno spazio entro cui sentirsi protetti.
La trasformazione continua con la decorazione: una sedia, un tavolino, un tappeto, una tenda, una lampada. La luce delle candele diventa calore domestico, il gesto di condividere panini si trasforma in rito comunitario, la prima cena insieme in quella stanza segna il passaggio da spazio anonimo a casa simbolica. È un processo di domesticità e di costruzione di comunità, in cui il gioco e la fantasia si intrecciano con la concretezza della sopravvivenza emotiva.
In questo contesto, emergono con forza le loro emozioni: la paura del futuro, il desiderio di famiglie più stabili, la stanchezza delle madri, la precarietà dei padri spesso in carcere. I bambini parlano con lucidità sorprendente, quasi adulta, delle fragilità familiari che vivono. Eppure, nel loro dialogo non manca la speranza: immaginano famiglie “diverse”, più organizzate, più leggere emotivamente. Questo desiderio di futuro si radica nello spazio che hanno costruito insieme, nella forza di condividere non solo un rifugio, ma anche i sogni e le paure.
Il film ci conduce a cogliere la tensione tra precarietà esterna e sicurezza interna. Fuori, un quartiere segnato da conflitti, degrado e povertà. Dentro, una stanza disastrata che diventa castello, indistruttibile non per la sua solidità materiale, ma perché abita le coscienze dei bambini. Il castello è simbolo di resilienza: pur fragile, rappresenta la forza di chi, anche in condizioni estreme, trova il modo di sentirsi al sicuro.
Tuttavia, ciò che rende ancora più complesso e significativo il racconto è che, nonostante la fragilità e le difficoltà, il quartiere rimane la loro casa. È un luogo che conoscono profondamente, perché è vissuto giorno dopo giorno: i bambini vi giocano per le strade, crescono insieme, “tutti conoscono tutti”. Ritornare nel quartiere significa tornare in un contesto familiare, fatto di legami di vicinato e di appartenenza. È una casa collettiva, che resiste alle difficoltà proprio grazie al fatto di essere condivisa.
In questa dimensione, risalta anche il ruolo delle istituzioni. Non solo l’intervento pubblico che restituisce l’edificio ristrutturato alla collettività, ma anche la presenza della chiesa e di Frate Mauro, che emerge come punto di riferimento per la comunità. La chiesa diventa spazio di dialogo e di mediazione, capace di tenere insieme esperienze diverse e di dare voce a chi rischierebbe di restare ai margini e nei margini stessi della periferia. Per i bambini, ma anche per gli adulti, essa rappresenta una forma di continuità e di sostegno, un presidio che accompagna la vita quotidiana del quartiere.
Il rifugio dei bambini viene inglobato nel nuovo ordine istituzionale. Da un lato, la ristrutturazione apre nuove possibilità di accoglienza, servizi e socialità. Dall’altro, i piccoli protagonisti provano la tenerezza e insieme il dolore di vedere cancellato ciò che avevano costruito con le proprie mani e con la propria immaginazione. Il nuovo spazio istituzionale non conserva le tracce della loro esperienza: ciò che era castello, rifugio, casa, viene sostituito da una logica adulta che non sempre riconosce il valore dei mondi infantili.
La frase alla fine del docu-film “ai posti segreti che resistono anche quando si cresce” può essere interpretata sociologicamente come un richiamo alla dimensione interna e privata dell’individuo che persiste al di là delle trasformazioni sociali e culturali. La crescita e l’inserimento nelle istituzioni sociali, la famiglia, la scuola, il lavoro comportano spesso un processo di normativizzazione dei comportamenti, che richiede un adattamento alle regole collettive. Tuttavia, esistono spazi simbolici, “posti segreti”, in cui l’individuo conserva forme di identità, memoria e affettività non immediatamente visibili agli altri.
Da una prospettiva liminale (Turner, 1969), questi spazi possono essere considerati soglie simboliche in cui l’individuo mantiene una dimensione di sospensione e riflessione, non completamente assimilata dalle strutture sociali. Allo stesso tempo, secondo il concetto di habitus di Bourdieu (1979), i “posti segreti” rappresentano quei nuclei di pratiche interiorizzate e disposizioni durature che continuano a modellare il comportamento e la percezione del mondo anche di fronte alle pressioni istituzionali. In questo senso, tali luoghi segreti testimoniano la resistenza della dimensione privata dell’io, rivelando come la costruzione dell’identità sia un continuo equilibrio tra interiorità personale e norme esterne, tra memoria e trasformazione sociale.
Il castello indistruttibile ci mostra come l’infanzia non solo abiti la città, ma la trasformi. Con i loro gesti, i bambini rivelano che anche i luoghi più degradati possono diventare spazi vitali, identitari, pieni di senso. Attraverso i loro occhi, impariamo che ciò che si ama può diventare casa, anche se fragile; e che la vera indistruttibilità non sta nei muri, ma nella capacità di dare significato e comunità a ciò che resta.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Riferimenti bibliografici
Augé, M. (1992). Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità. Milano: Elèuthera.
Berger, P. L., & Luckmann, T. (1966). La realtà come costruzione sociale. Bologna: Il Mulino.
Bourdieu, P. (1979). La distinzione: Critica sociale del gusto. Torino: Einaudi.
Bourdieu, P. (1980). Le regole dell’arte. Rizzoli: Milano.
Halbwachs, M. (1992). La mémoire collective. Paris.
Lefebvre, H. (1974). La produzione dello spazio. Torino: Einaudi.
Turner, V. (1969). Il rito e la struttura sociale. Bologna: Il Mulino.
Wirth, L. (1938). Urbanism as a Way of Life. American Journal of Sociology, 44(1), 1–24.
Putnam, R. D. (2000). Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community. Simon & Schuster.
Salerno, R., (2018) Religiosità pubblica e religiosità privata nelle comunità di vicolo. Torino: Giappichelli.
Sampson, R. J. (2012). Great American City: Chicago and the Enduring Neighborhood Effect. University of Chicago Press.
Turner, V. (1969). The ritual process: Structure and anti-structure. Chicago: Aldine Publishing.
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Rossana Salerno, ha studiato presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Trento, si laurea in Sociologia Territorio ed Ambiente nel settembre 2008. Prosegue i suoi studi con il Master I in Comunicazione, Educazione ed Interpretazione Ambientale presso il Dipartimento Ethos e Dismot dell’Università degli studi di Palermo. Nel 2010 vince il Dottorato di Ricerca in Sociologia, seguita dal prof. Salvatore Abbruzzese nello svolgimento delle attività di ricerca, presso la Libera Università “Kore” degli studi di Enna. Nel 2013 diviene membro di diverse associazioni accademiche nazionali ed internazionali e nel 2014 consegue il Dottorato di Ricerca in Sociologia dell’Innovazione e dello Sviluppo. Nel 2016 si specializza con il master universitario internazionale di II livello in Sociologia – teoria, metodologia e ricerca – interuniversitario Roma tre, La Sapienza di Roma e Tor Vergata sotto la tutela direttiva del prof. Roberto Cipriani. Nel 2017 è impegnata come “Researcher” in Francia in partenariato con A.R.S – Università di Lille2 (France) e Università Kore degli studi di Enna. Ad oggi è autrice di testi ed articoli sulla Sociologia della Religione, del Territorio e dell’Ambiente. Nel 2023 riceve da parte della Scuola di Medicina e Chirurgia di Palermo con sede presso il Policlinico Universitario “Paolo Giaccone” un incarico a contratto di docenza in Sociologia dei processi culturali e comunicativi in ambito lavorativo.
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