di Massimo Jevolella
Un processo postumo per crimini di guerra celebrato a Tubinga nel 1950, e quattro agghiaccianti pagine del saggio Bréviaire de la haine, le III° Reich et les juifs di Léon Poliakov, pubblicato a Parigi nel 1951, rivelarono al mondo una vicenda umana tragica e sconcertante, sicuramente una delle più incredibili e paradossali tra le infinite storie di orrore accadute nel corso della Seconda guerra mondiale: quella dell’ufficiale delle SS Kurt Gerstein, al tempo stesso nazista e fervente cristiano, morto suicida in un carcere militare francese il 25 luglio del 1945. Della complessa vita di quell’uomo tormentato, però, ben poco si poté conoscere fino a quando, nel 1967, il grande storico israeliano Saul Friedländer pubblicò a Parigi una biografia di eccezionale valore documentario e anche letterario, Kurt Gerstein ou l’ambiguité du bien, che nel ricostruire minuziosamente il percorso esistenziale del “nazista pentito” riuscì a chiarire in modo convincente il senso delle sue scelte morali, riabilitandone sostanzialmente la figura e iscrivendola per sempre nella dimensione del dramma spirituale più profondo 1.
Ma prima di addentrarci in quel racconto da brivido, è assolutamente necessario immergerci per sommi capi nel dramma vissuto dal cristianesimo germanico, dopo la fine della Prima guerra mondiale, in rapporto al nazismo e alla Judenfrage, la cosiddetta “questione ebraica”. Per dirla in modo chiaro e un po’ brutale: i cristiani, cattolici o protestanti, erano antisemiti? E se sì, in che modo lo erano? E che cosa pensavano di Hitler, del suo ossessivo odio antigiudaico e delle sue intenzioni criminali verso gli ebrei di Germania e d’Europa?
Una risposta generalizzante e preliminare a questi interrogativi non può essere, purtroppo, che assai netta e desolante: l’antisemitismo, non solo quello religioso-teologico di millenaria tradizione, ma in buona parte perfino quello specificamente nazista, pseudo-scientifico e razziale-biologico, negli anni Trenta dominava ormai le menti della stragrande maggioranza dei tedeschi. E di conseguenza anche quelle della maggioranza dei cristiani che, imbevuti dell’ideologia völkisch, ossia della fede identitaria del Blut und Boden (“sangue e suolo”) ereditata dal romanticismo idealista e nazionalista dell’Ottocento, vedevano in Hitler la provvidenziale guida capace di salvare la Germania dai pericoli del modernismo liberale da un lato, e del materialismo marxista dall’altro: pericoli di cui, ovviamente, l’ebraismo internazionale era visto come il supremo rappresentante e fomentatore, come il diffusissimo testo dei Protocolli dei Savi di Sion fraudolentemente illustrava, e come il Mein Kampf di Hitler sinistramente confermava.
Ma per avere un’idea ancora più estesa e impressionante di questa cupa realtà è bene leggere una pagina de Le origini culturali del Terzo Reich di George Mosse, che qui riporto per intero:
«L’impulso antisemitico del partito nazionalsocialista nella fase iniziale, tradottosi nell’antisemitismo ufficiale del Terzo Reich, divenne ancor più pernicioso allorché fu integrato nel dogma delle chiese riconosciute. Molti ecclesiastici, protestanti come cattolici, si sentivano personalmente impegnati nei confronti del partito, dello Stato e dell’ideologia neogermanica, ed esplicitamente proclamavano le proprie convinzioni dal pulpito; altri ancora erano persuasi che le aspirazioni germaniche potessero, come era accaduto per lo spirito delle crociate, essere accolte nella dogmatica cristiana. E ve n’erano che, nella vittoria nazionalsocialista, vedevano la premessa per una rinascita dello spirito tedesco ed erano grati al partito, ai suoi capi e all’ideologia di cui erano i portatori. Martin Niemöller, un uomo di alta intelligenza, che ben presto sarebbe divenuto il capo della resistenza protestante, ha detto, con ammirabile franchezza, che cosa avesse significato per lui quel giorno di maggio del 1933: i nazisti erano insediati al potere, vi era la certezza che la Germania diventasse una Volksgemeinschaft (una comunità del Volk) vera e propria, e quella data divenne quindi “un giorno di gioia, una giornata che promuoveva nuove speranze”. Da un capo all’altro del Paese, molte furono le congregazioni di cattolici e protestanti devoti che presero parte alle solenni celebrazioni, che marciarono a fianco a fianco con i vittoriosi reparti nazisti, fieri del loro trionfo, che non videro contraddizione alcuna tra la loro fede e l’ideologia nazista. Con poche eccezioni […] le congregazioni si inchinarono alle direttive emanate dagli organi statali in merito agli ebrei, in base alle quali l’israelita, indipendentemente dalla sua conversione o dal battesimo in un’altra fede, tale rimaneva 2, e il fatto che così si veniva in realtà a negare la validità del sacramento del battesimo non impedì che le direttive fossero accolte da molte diocesi» 3.
Se dalle pagine di Mosse ci volgiamo poi a quelle del monumentale saggio di Goldhagen su I volonterosi carnefici di Hitler, il quadro del cristianesimo tedesco negli anni di Weimar e del nazismo si colora di tinte ancora più fosche e angoscianti. Goldhagen non esita a parlare di «grave e abietta bancarotta delle chiese tedesche, protestante e cattolica, riguardo agli ebrei», e ricorda per esempio il fenomeno dei famigerati Sonntagsblätter distribuiti ai fedeli durante le funzioni domenicali:
«Già al tempo di Weimar l’antisemitismo delle chiese in quanto istituzioni, del clero nazionale e locale, e dei fedeli era minacciosamente diffuso; il 70-80 per cento dei pastori seguiva il Partito nazionalpopolare tedesco, e anche prima che i nazisti venissero mandati al potere con le elezioni il loro antisemitismo permeava la stampa protestante […] Negli anni Venti il volume e l’intensità della propaganda antisemita da parte protestante videro un enorme incremento […] I mezzi di comunicazione religiosi più attivi e influenti nella diffusione del sentimento antiebraico erano i Sonntagsblätter, i settimanali della domenica che insieme raggiungevano una circolazione di 1,8 milioni di copie e i cui lettori, secondo una stima prudenziale, erano più del triplo […] Quei fogli religiosi predicavano che gli ebrei erano i “naturali nemici della tradizione nazional-cristiana”» 4.
Ma l’aspetto più inquietante di questa storia, aggiunge Goldhagen, è quello che si coglie nelle profondità mentali degli stessi, pochi, cristiani che si opposero al nazismo. Ed ecco qui tornare in una luce sinistra la figura di Martin Niemöller – che poc’anzi abbiamo visto menzionato da Mosse – insieme a quella di Heinrich Grüber, e persino a quella di Karl Barth. Dopo aver citato un’invettiva in cui si accusava “l’ebreo eterno” di non avere “né patria né pace” e di trasformare ogni sua azione in veleno, Goldhagen commenta:
«Non sono parole di un ideologo del nazismo, bensì di uno dei suoi maggiori e celebrati oppositori, il pastore protestante Martin Niemöller, che le pronunciò durante un sermone al suo gregge, quando Hitler era già al potere. […] Persino il giustamente ammirato e riverito pastore Heinrich Grüber – un ecclesiastico profondamente umano, pietoso e caritatevole, responsabile di un ufficio creato dalla chiesa protestante per aiutare gli ebrei convertiti, che nel 1940 fu arrestato per le sue proteste contro le deportazioni – persino questo tedesco eroico aveva opinioni sugli ebrei simili a quelle dei nazisti […] Anche il grande teologo Karl Barth, personaggio di spicco della chiesa protestante e accanito oppositore del nazismo, era antisemita. Con l’avanzare degli anni Trenta, considerazioni teologiche lo spinsero invece a prendere le difese degli ebrei, nonostante i suoi sentimenti profondi, che nel sermone dell’Avvento del 1933 lo avevano indotto a denunciarli come “popolo ostinato e malvagio”» 5.
E che dire, infine, dell’influenza nefasta esercitata sul Volk cristiano dalle velenosissime teorie sulla persona stessa del Cristo formulate, verso la metà dell’Ottocento, niente di meno che dal divo supremo della cultura völkisch, il grande musicista Richard Wagner idolatrato da Hitler? L’artista, che diede sfogo al suo antisemitismo in un libro divenuto famoso, Das Judenthum in der Musik, Il Giudaismo nella musica, giunse al punto di insinuare che Gesù non fosse ebreo.
Come spiega molto bene Ruggero Taradel, coautore con Leonardo Distaso di un saggio molto recente sull’argomento, Il veleno del commediante:
«Wagner afferma che Gesù discende da e appartiene all’umanità tutta: questo escamotage retorico serve a Wagner a sradicare il Cristo dall’ambiente ebraico, per usare la sua terminologia, semitico-latino, e rendere possibile la sua appropriazione da parte del genio germanico e della stirpe ariana […] Restava però il problema rappresentato dal Cristo stesso. Se occorre separare, come scrive Wagner, “il Dio del nostro Salvatore” dal “Dio tribale d’Israele”, questa operazione diventa praticamente impossibile se si continua ad ammettere che Gesù fosse di razza o di stirpe ebraica. Questa deriva appare espressa chiaramente in una notazione in cui, nel 1881, Wagner afferma che è “più che dubbio che Gesù stesso fosse di origine ebraica”» 6.
Immaginiamo perciò l’effetto che affermazioni di questo genere potevano avere sulle menti del popolo cristiano nazificato: era come spezzare l’ultimo fragilissimo appiglio in grado di giustificare il rispetto verso gli ebrei!
Il quadro sin qui tracciato appare devastante e senza quasi spiragli di redenzione. Ma occorre notare in compenso due segnali importanti: in primo luogo, la dolorosa presa di coscienza che condusse uomini come Niemöller e Barth a maturare un’opposizione sempre più veemente contro la politica antigiudaica di Hitler; in secondo luogo, il fatto che, comunque, non proprio tutti i cristiani, protestanti o cattolici, vollero seguire docilmente l’atroce china della criminalità nazista. Questo secondo punto traspare già dalle analisi di Mosse e di Goldhagen, ma diviene ancora più chiaro se prendiamo in esame il comportamento di molti cristiani in due precisi eventi storici.
Primo evento: la terribile Kristallnacht, ossia il pogrom della Notte dei cristalli che tra il 9 e il 10 novembre del 1938 provocò stragi e deportazioni tra gli ebrei di Germania, oltre alla devastazione di innumerevoli loro negozi, case e sinagoghe. La ferocia selvaggia di quelle violenze non fu che il punto di arrivo di un delirio che fermentava ormai da tempo, e fu tale da fare inorridire anche un gran numero di “bravi tedeschi”. Così annota Riccardo Calimani nella sua Storia del pregiudizio contro gli ebrei:
«Alcuni settori del clero cattolico e protestante fecero sentire la loro protesta. Tra coloro che rifiutarono di prestare il giuramento di fedeltà a Hitler ci furono migliaia di preti, suore e laici. Ottocento furono arrestati nel 1937 e circa cento nel 1938» 7.
Qualcosa dunque si muoveva nella coscienza dei cristiani tedeschi, e questo barlume di ravvedimento nasceva dal rifiuto della violenza barbarica. Fu la riemersione di quel fondo insopprimibile di umanità che si rivelò in modo ancora più clamoroso nel secondo di quegli eventi: lo sterminio – ipocritamente chiamato eutanasia – dei disabili e dei malati di mente ordinato da Hitler con un decreto del primo settembre 1939, cioè nello stesso giorno in cui la Germania invase la Polonia scatenando la Seconda guerra mondiale. Non è qui il luogo per rievocare quell’indicibile tragedia, che portò alla morte – in una prima fase con colpo di pistola alla nuca, poi con asfissia per ossido di carbonio – di settantamila e 273 povere innocenti creature, classificate dal regime come “vite indegne di essere vissute”. Quello che qui invece interessa considerare fu la reazione ecclesiastica e popolare che obbligò il regime a fermare le uccisioni. Scrive Poliakov:
«Il turbamento suscitato dall’eutanasia si andava diffondendo a poco a poco in tutta la Germania. L’agitazione popolare rendeva più facile la presa di posizione assoluta assunta dalle chiese cattolica e protestante. Prelati come il vescovo Wurm o il vescovo Gaalen sollevarono nelle loro pastorali proteste sempre più aperte. Uno dei capi della Chiesa confessante, il pastore Braune, prese l’iniziativa di dare l’allarme a ministri e alti funzionari e rivolse alla cancelleria del Reich un memorandum in cui riassumeva i suoi argomenti: “Sino a che punto si giungerà nella distruzione di vite indegne? Le attuali azioni di massa hanno dimostrato che nel numero sono comprese molte persone di mente lucida e cosciente. Si prendono di mira unicamente i casi del tutto disperati, come gli idioti o gli imbecilli? Il questionario indica, tra le sue varie voci, la vecchiaia, ed anche i bambini deficienti. Quali gravi apprensioni non possono mancare di sorgere! Ci si arresterà di fronte ai tubercolotici? Il programma di eutanasia viene già applicato ai detenuti. Si prenderanno di mira anche gli altri anormali e asociali? Dove si trova il limite? Quale sarà la sorte dei soldati che combattendo per la loro patria, corrono il rischio di cadere in malattie inguaribili?”. Qualche giorno dopo aver consegnato il suo memorandum, il pastore Braune fu arrestato dalla Gestapo. Dopo tre mesi fu liberato. […] Nell’estate del 1941, il vescovo di Limburg avvertiva il Ministero della Giustizia che “i bambini, quando discutono, si dicono: tu sei matto, ti porteranno ai forni di Hadamar” […]. Data questa situazione, Hitler diede ordine, nell’agosto 1941, di arrestare i provvedimenti di eutanasia» 8.
Ed è esattamente al culmine di questo abominio che ha inizio il dramma di Kurt Gerstein. L’orrore del programma di eutanasia lo tocca da vicino nel febbraio del 1940, lo colpisce in uno dei suoi affetti più cari, e lo sconvolge fino a condurlo a una decisione apparentemente assurda: quella di entrare nella tana stessa della belva nazista, e di confondersi con i carnefici facendosi arruolare nelle Waffen SS. Entreremo subito nei particolari di questa storia. Ma prima è necessario chiederci: chi era quest’uomo, che all’età di 34 anni aveva già vissuto una serie di gravi disavventure, rischiando persino la vita per difendere i suoi princìpi morali?
Kurt Gerstein era nato a Münster, in Westfalia, l’11 agosto del 1905, sesto di una famiglia di sette figli. Borghesia prussiana conservatrice di fede protestante, devota all’altare e all’impero. Il padre, Ludwig, magistrato di rigidi costumi morali. La madre nata da una dinastia di imprenditori e commercianti. Tutto in ordine per aderire all’età di vent’anni, mentre studia ingegneria a Marburgo, a una delle associazioni giovanili più nazionaliste della Germania, chiamata Teutonia. E per professare al tempo stesso una fede religiosa sempre più ardente, e un ovvio, “normalissimo” antisemitismo, di tono tuttavia non fanatico e violento, ma temperato da una base solida di carità cristiana.
Siamo dunque negli anni Venti, gli anni della fragile democrazia di Weimar, in un clima di effervescente libertà che provoca la reazione del conservatorismo religioso, preparando l’alleanza tra gli spiriti cristiani più accesi e il nascente nazismo. Sempre più forte si diffonde l’idea che l’ebraismo sia strettamente connesso con gli aspetti più riprovevoli della rivoluzione democratica. Il 3 aprile del 1928 il soprintendente generale della Kurmark – la Chiesa evangelica di Prussia – Otto Dibelius, che in seguito aderirà alla Chiesa confessante e diventerà uno strenuo oppositore del nazismo, indirizza una circolare ai pastori della sua circoscrizione, in cui scrive:
«Sebbene questo termine abbia preso un suono cattivo, io mi sono sempre sentito antisemita. Non si può negare che in tutte le manifestazioni di disintegrazione della civiltà moderna, l’ebraismo gioca sempre un ruolo fondamentale» 9.
Kurt Gerstein, che proprio dal 1928 si impegna attivamente nel movimento della Gioventù evangelica, si trova coinvolto in pieno nel caos ideologico di questa Germania lacerata e di questo cristianesimo così frastornato dalla modernità, e così incline a cadere nella trappola hitleriana. E nel suo pensiero si agita sempre di più un tormento: aderire in pieno al nazismo, che indubbiamente si erge come deciso baluardo contro i mali della democrazia, oppure rifiutarlo, a causa della violenza disumana che sempre più appare come il segno distintivo della sua politica? Tra le due soluzioni, Gerstein finisce per inventarsene una terza: nel maggio del 1933 decide di iscriversi al partito, motivando questa scelta con l’idea di “aiutare dall’interno le forze vive” del nazismo, ovvero con la “speranza di potersi rendere utile” alla nazione indirizzando il nazismo su sentieri meno brutali, e meno incompatibili con la pietas della fede cristiana 10. Che pia illusione!
E infatti, quando nel luglio di quello stesso anno il movimento dei “cristiani tedeschi” fedelissimi a Hitler, guidati dal “vescovo del Reich” Ludwig Müller, diviene ufficialmente la corrente maggioritaria del protestantesimo e proclama di «voler sbarazzare la religione di ogni traccia di ebraismo, ritrovare i fondamenti ariani nella Bibbia, e instaurare nelle chiese il culto del Führer» 11, a quel punto Gerstein, pur senza rinnegare il nazismo, non può far altro che aderire alle idee di Martin Niemöller, che in quel momento si pone alla guida dell’opposizione cristiana protestante rappresentata dalla Chiesa confessante. La sua posizione nel partito diventa perciò ancora più problematica e ambigua, come del resto – e l’abbiamo già visto poc’anzi – ideologicamente ambigua è anche quella dello stesso Niemöller, che dopo la feroce stretta antiebraica delle leggi di Norimberga del 1935 difende sì gli ebrei battezzati, ma chiude un occhio sulle violenze del regime verso gli ebrei non cristianizzati 12
Da qui allo scontro col partito il passo è breve. Il 26 settembre del 1936 Gerstein viene arrestato dalla Gestapo e rinchiuso nel carcere di Sarrebruck per aver tentato di diffondere opuscoli proibiti della Chiesa confessante. La detenzione dura solo un mese, ma gli viene tolto il lavoro di ingegnere minerario e viene espulso dal partito. Nel ‘37 si sposa con la figlia di un pastore, Elfriede Bensch, e si stabilisce a Tubinga. Cerca invano di riabilitarsi col regime, ma nel luglio del ‘38 viene nuovamente arrestato, e internato prima a Stoccarda, poi nel lager di Welzheim, dove per la prima volta comincia a pensare al suicidio. Anche Niemöller in quel momento è internato, e la situazione della Chiesa confessante si fa ogni giorno più drammatica. E tuttavia, inaspettatamente, verso la metà del ‘39 le ostinate richieste di riabilitazione di Gerstein vengono premiate: ottiene un nuovo lavoro in una miniera di potassa a Tubinga, e viene perdonato dal partito. In settembre la Germania invade la Polonia, e nel fervore patriottico sembrano per un momento affievolirsi anche le tensioni tra il nazismo e i cristiani dissidenti.
Ed è così che si arriva alla cruciale svolta del 1940. All’inizio dell’anno Kurt viene a sapere dal vescovo di Stoccarda degli orrori dell’eutanasia. Le rivelazioni lo sconvolgono, ma la sua angoscia si accresce quando in famiglia giunge la notizia della morte di una sua cognata, Bertha Ebeling, che si trovava ricoverata a Hadamar, ed era sicuramente tra le vittime di quel programma criminale. Il 20 febbraio le ceneri di Bertha vengono interrate a Sarrebruck, e durante la cerimonia, a cui assiste insieme al fratello Karl, Kurt concepisce l’idea di farsi arruolare nelle SS. Interrogato a Parigi il 26 giugno del 1945 dall’Organo di ricerca dei crimini di guerra, dichiarerà:
«Sentendo parlare dei massacri di minorati psichici e alienati a Grafeneck, Hadamar ecc., offeso e ferito nella mia coscienza avendo in famiglia un caso del genere, non avevo che un solo desiderio: vedere, veder chiaro in tutto questo ingranaggio e allora gridare in mezzo a tutti! […] e chiesi di entrare volontario nelle SS […] per condurre una battaglia attiva e conoscere meglio gli obiettivi dei nazisti e i loro segreti» 13.
Sembra una trama inventata per un film 14, ma è esattamente quello che Kurt Gerstein diventa a partire dal marzo del 1941: una sorta di agente volontariamente infiltrato, e senza copertura, nel corpo vivo della milizia più criminale della storia. Un cristiano formalmente affratellato ai mostri di una setta satanica. E per colmo dell’assurdo, ecco poi che il destino lo proietta esattamente nel cuore del meccanismo infernale della Shoah. Lui è un ingegnere minerario e ha anche studiato medicina. Conosce bene la chimica. Appena un mese dopo essere entrato nelle SS viene perciò assegnato al servizio sanitario, con il compito di costruire apparecchi per la disinfezione e filtri per l’acqua potabile destinata alle truppe e ai campi di prigionieri e di concentramento. Ottiene successo nel suo lavoro e viene ben presto promosso tenente.
Ora è un ufficiale altamente specializzato delle SS, la sua opera si fa preziosa e assume una rilevanza addirittura cruciale a partire dall’inizio del 1942, quando dopo la conferenza di Wannsee, in cui viene approvato il “piano Heydrich”, il gas diventa lo strumento principale nello sterminio degli ebrei. Dopo l’ossido di carbonio, terribilmente lento nel suo effetto letale, si passa al ben più rapido acido prussico – l’acido cianidrico, che in forma liquida verrà poi chiamato Zyklon B – e per Gerstein, che proprio in quel momento viene nominato capo dei servizi tecnici di disinfezione delle SS, si spalancano letteralmente le porte dell’inferno in terra. Lui ancora non sa dell’uso perverso che Himmler e gli altri capi dello sterminio intendono fare di quel gas. Ma un giorno riceve una strana visita che lo induce ai primi sospetti:
«Nel 1942 entrò nel mio ufficio l’SS-Sturmbannführer Günther, dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, in abiti civili. Non lo conoscevo. Mi ordinò di procurargli, per una missione ultrasegreta, 100 kg di acido prussico e di portarli in un luogo conosciuto soltanto dall’autista del camion. […] Da questo momento, portai sempre con me del veleno e una pistola destinata al mio suicidio nel caso che i miei veri sentimenti venissero scoperti» 15.
Il camion parte alla volta della Polonia, in direzione di Leopoli. Si ferma nel lager di Belzec, dove a Gerstein viene presentato il capitano delle SS Wirth, che il giorno dopo lo fa assistere alle scene terrificanti dell’eliminazione di circa seimila ebrei giunti su un treno di 45 vagoni proveniente da Leopoli, dal momento dell’arrivo del treno fino allo “smaltimento” dei cadaveri in grandi fosse di 100 x 20 x 12 metri scavate nei pressi delle camere a gas. La relazione di quell’esperienza, che Gerstein scriverà in francese il 5 maggio del 1945, è tale da lasciare senza fiato, ed è certamente uno dei documenti fondamentali della storia della Shoah. Ecco la descrizione di ciò che vide Gerstein alla fine del “trattamento” eseguito in una stanza di 93 metri quadrati stipata con quasi 800 esseri umani nudi, maschi e femmine di ogni età:
«Come colonne di basalto, gli uomini sono ancora in piedi, non essendovi il più piccolo tratto di spazio per cadere o piegarsi. Anche nella morte, si riconoscono ancora le famiglie, le mani strette tra di loro. Si fa fatica a separarli, quando si vuota la camera per la prossima infornata. Si gettano i cadaveri bluastri, umidi di sudore e di orina, le gambe piene di sterco e di sangue periodico. Due dozzine di lavoratori si occupano di controllare le bocche che aprono con ganci di ferro. “Oro sinistra! Non oro a destra!”. Altri controllano orifici anali e genitali in cerca di monete, diamanti, oro, ecc. Dei dentisti strappano via a colpi di martello i denti d’oro, le corone, i ponti. In mezzo ad essi il capitano Wirth. Egli è nel suo elemento, e, mostrandomi una grande scatola piena di denti, mi dice: “Guardi, provi lei stesso il peso dell’oro! E questo è solo di ieri e avant’ieri! Lei non immagina ciò che noi troviamo ogni giorno, dollari, diamanti, oro! Vedrà lei stesso!”» 16.
E questo è solo un frammento della relazione in cui Gerstein dichiara di aver visitato, oltre a Belzec, anche i campi di Sobibor e di Treblinka. Era entrato nelle SS «per condurre una battaglia attiva e conoscere meglio gli obiettivi dei nazisti e i loro segreti». Ebbene, ora quei segreti gli si sono svelati in tutta la loro spaventosa realtà. Ma come fare a condurre quella “battaglia attiva”? È qui che si apre l’ultimo capitolo della storia del “nazista pentito”. Il più drammatico, quello che finirà per abbatterlo e annientarlo, di fronte all’impossibilità di riuscire a far qualcosa per frenare in qualche modo lo sterminio. Come fare, in primo luogo, a far conoscere al mondo quell’abominio?
Una notte, verso la fine di agosto del 1942, viaggiando sul treno Varsavia-Berlino, Gerstein incontra il barone von Otter, segretario della legazione diplomatica svedese. Gli racconta ogni cosa, gli descrive in ogni particolare i meccanismi del genocidio in atto. Il barone è “scettico e prudente”, ma alla fine comprende, e da Berlino riesce a informare i suoi superiori a Stoccolma. Ma tutto è inutile. La Svezia vuole evitare motivi di tensione con la Germania. E così sarà con tutti gli altri numerosi, disperati tentativi che Gerstein farà per divulgare l’orrore, compreso quello con Otto Dibelius, che a sua volta informerà di quelle rivelazioni il vescovo di Uppsala Erling Eidem, e quello con la legazione vaticana, che gli verrà addirittura precluso dalla segreteria del nunzio apostolico Cesare Orsenigo:
«Il mio tentativo di riferire tutto questo al capo della legazione di San Pietro non ha avuto un gran successo. Mi si domandò se ero soldato. Allora mi si rifiutò qualunque colloquio e mi si chiese di lasciar stare la legazione di Sua Santità» 17
Ma se le denunce alle ambasciate e ai vescovi non sortivano nessun effetto, che cosa restava da fare a Gerstein? Solo un estremo, pazzesco tentativo: quello di sabotare la macchina dello sterminio cercando di rallentare in qualsiasi modo l’afflusso dell’acido prussico ai lager. Ed è quello che lui fa, sfidando l’accusa di tradimento e la pena capitale. Come scrive sempre nella sua relazione, raccontando un episodio dell’inizio del 1944:
«Io ho fatture a mio nome per 2175 kg (di acido prussico), ma in verità si trattava di circa 8500 kg, sufficienti per uccidere otto milioni di persone. Ho fatto stendere le fatture a mio nome col pretesto della discrezione, in realtà per essere più libero di poter dare delle disposizioni per far scomparire meglio l’acido […]. Un’altra volta Günther mi consultò per chiedermi se era possibile uccidere un grosso numero di ebrei all’aria aperta, nei fossati di fortificazione di Theresienstadt. Per impedire che si realizzasse questa idea diabolica, dissi che quel sistema era impossibile. […] Io, responsabile di questo servizio, ho eseguito lealmente quest’ordine per poi far sparire i barattoli di acido nelle camere di disinfezione, una volta arrivati a Oranienburg e ad Auschwitz» 18.
Ma i suoi sforzi di resistenza interna al sistema sono tutti vani. Nel marzo del ‘44 Gerstein si ammala, e dall’ospedale militare di Helsinki scrive lettere drammatiche a suo padre. Gli rivela i suoi tormenti, ma la censura gli impedisce di chiarire fino in fondo la verità sul genocidio, che suo padre ignora. In un’ultima lettera, scritta sei mesi dopo, cerca di essere più esplicito, allude a certi ordini ricevuti e dice: «Io non ho mai prestato le mie mani a nulla del genere. Quando ho ricevuto ordini di quella fatta, non li ho mai eseguiti e ho evitato che si eseguissero. Per ciò che mi riguarda, io esco da quest’affare con le mani pulite e la coscienza perfettamente in pace». Per poi però aggiungere col solito velo di dolente mistero: «Penso che sia preferibile fermarmi qui. Perché noi certo vogliamo rimandare questa conversazione a quando potremo portarla avanti con l’indispensabile franchezza» 19.
Negli ultimi mesi di guerra Gerstein vive a Berlino nel terrore di essere arrestato. Nel marzo del ‘45 si rifugia a Tubinga, dalla moglie e dai suoi tre figli. Il 22 aprile si consegna al comandante francese di Reutlingen e viene trasferito a Rottweil, dove il 5 maggio incontra per caso due ufficiali alleati, l’americano Haught e l’inglese Evans. Racconta Poliakov:
«Il maggiore Evans e il capitano Haught furono avvicinati da un uomo che si presentò loro come il dottor Kurt Gerstein, antico capo del servizio di disinfezione delle Waffen SS. Egli assicurò di avere da fare loro delle gravi rivelazioni e consegnò loro un memorandum in francese. Inoltre, per dare maggiore peso alla sua testimonianza, diede loro un mazzo di fatture relative all’acquisto del “Zyclon B”, fatture che risultavano a suo nome. Gerstein fu consegnato alle autorità francesi e imprigionato nel carcere militare del Cherche-Midi, a Parigi, dove nel luglio del ‘45 s’impiccò» 20.
Nel processo postumo di Tubinga del 1950 Gerstein venne giudicato colpevole di crimini di guerra. Nel 1963 un ebreo, lo storico israeliano Saul Friedländer, gli dedicò la biografia a cui ho attinto gran parte di questo articolo, e lo riabilitò moralmente dichiarando nelle parole conclusive:
«Il vero dramma di Gerstein è stato quello di trovarsi solo nella sua azione. Il silenzio e la completa passività dei tedeschi, l’assenza di qualunque reazione da parte degli alleati e degli Stati neutrali, o per dir meglio dell’intero Occidente cristiano di fronte allo sterminio degli ebrei, fanno di Gerstein un personaggio altamente tragico, chiuso in un cerchio invalicabile di solitudine e di incomprensione: come i suoi appelli erano stati senza eco, così il suo sacrificio apparve “inutile” e divenne “colpevole”» 21.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] Il fondamentale saggio di Léon Poliakov fu pubblicato in Italia nel 1955 col titolo di Il nazismo e lo sterminio degli ebrei (Einaudi, Torino), ed è a questa edizione che farò qui riferimento come POLIAKOV. Gli altri testi di base citati in questo articolo sono: Saul Friedländer, L’ambiguità del bene. Il caso del nazista pentito Kurt Gerstein, Milano 2002 (FRIEDLÄNDER); Daniel Jonah Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler, Milano 1998 (GOLDHAGEN); George L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, Milano 1968 (MOSSE); Riccardo Calimani, Storia del pregiudizio contro gli ebrei, Milano 2007 (CALIMANI); Leonardo V. Distaso-Ruggero Taradel, Il veleno del commediante. Arte, utopia e antisemitismo in Richard Wagner, Verona 2017 (DISTASO-TARADEL).
[2] In questo, appunto, consisté la blasfema “conversione” di moltissimi cristiani dal tradizionale antisemitismo religioso – già di per sé orribile, ma non proprio disumano – a quello veramente disumano propugnato dagli ideologi del razzismo biologico. Perché questo significava, in sostanza, negare l’uguaglianza degli esseri umani davanti a Dio. Significava considerare non-umani e irredimibili gli ebrei solo perché appartenenti a una presunta “altra razza”.
[3] MOSSE: 384.
[4] GOLDHAGEN: 121.
[5] GOLDHAGEN: 127-128.
[6] DISTASO-TARADEL: 137-138.
[7] CALIMANI: 200.
[8] POLIAKOV: 258-259.
[9] FRIEDLÄNDER: 19.
[10] FRIEDLÄNDER: 22.
[11] FRIEDLÄNDER: 24.
[12] «Dietrich Bonhoeffer fu il solo a chiedere ai capi della Chiesa confessante non soltanto di aiutare le vittime dell’antisemitismo, ma di arrestare l’ingranaggio che le schiacciava.» FRIEDLÄNDER: 31.
[13] FRIEDLÄNDER: 53.
[14] Ed effettivamente a questa storia si è ispirato il regista Costa-Gavras per un film intitolato Amen, realizzato nel 2002 sulla falsariga dell’opera teatrale Il Vicario scritta nel 1963 da Rolf Hochhuth: film che introduce nella vicenda ampi spazi alla fantasia, calcando molto la mano sul comportamento delle gerarchie cattoliche nella storia della Shoah, ma che ripercorre comunque con una certa fedeltà la vicenda tragica di Gerstein. Sempre nel 2002 il giornalista e scrittore francese Pierre Joffroy pubblicò una biografia di Gerstein intitolata L’espion de Dieu. La passion de Kurt Gerstein, finora mai tradotta in italiano.
[15] FRIEDLÄNDER: 70.
[16] POLIAKOV: 265.
[17] FRIEDLÄNDER: 84. Questo è precisamente il punto della relazione di Gerstein che ha ispirato il dramma Il Vicario e il film di Costa-Gavras qui citato nella nota 14.
[18] FRIEDLÄNDER: 115-116.
[19] FRIEDLÄNDER: 130.
[20] POLIAKOV: 262.
[21] FRIEDLÄNDER: 141.
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Massimo Jevolella. si laurea in filosofia nel 1974 con Remo Cantoni con una tesi sull’utopia surrealista. Fin dal 1979 si dedica allo studio del pensiero islamico ed ebraico medievale. Negli anni ‘80 collabora con la rivista “Studi cattolici” e con l’Istituto di Storia della Filosofia dell’Università Statale di Milano. Pubblica articoli sulla rivista “Acme” della Facoltà, traduce testi filosofici dall’arabo (come il Libro dei cerchi di Ibn As-Sid al-Batalyawsi, Arché Editore), ed entra in contatto con i professori Giuseppe Sermoneta e Shlomo Pines dell’Università Ebraica di Gerusalemme (dove nel 1985 partecipa a un convegno internazionale su Maimonide, con uno studio sulle fonti arabe della profetologia nella Guida dei perplessi). Negli anni ‘90 dirige la collana di libri “Spazio interiore” della Red di Como. Nel 1991 pubblica il libro di saggistica-narrativa I sogni della storia (Mondadori Oscar). Seguono i saggi: Non nominare il nome di Allah invano (Boroli 2004, con postfazione di Franco Cardini); Le radici islamiche dell’Europa (Boroli 2005); Saladino eroe dell’Islàm (Boroli 2006); Rawà, il racconto che disseta l’anima (Red 2008); la traduzione dall’arabo e curatela del Collare della colomba di Ibn Hazm (Apogeo-Feltrinelli-Urra 2010); l’antologia coranica Corano, libro di pace (Apogeo-Feltrinelli-Urra 2013). La traduzione integrale in prosa e curatela del Romanzo della Rosa di J. De Meun e G. De Lorris (Feltrinelli UE 2016). Torna sul tema dell’utopia con uno studio sulla “città ideale” dei filosofi arabi, pubblicato nel 2012 sui “Quaderni di studi Indo-Mediterranei”. Intensa la sua attività di conferenziere, fin dai primi anni ‘80 e in molte città d’Italia, indirizzatasi sempre più sul versante del dialogo interreligioso e interculturale. Di recente, ha fatto dono degli oltre 700 volumi della sua biblioteca di cultura islamica ed ebraica alla Biblioteca del Seminario Vescovile di Mazara del Vallo (Fondo Jevolella).
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