di Ljdia Musso
Il carbone vegetale, nero e leggero, è un materiale che racconta una storia millenaria.
Cuore energetico delle economie pre-industriali, dalla cucina alla metallurgia, nelle Serre Calabresi, il carbone di leccio è ancora prodotto con tecniche fenicie, un processo che richiede venti giorni di lavoro paziente.
In un’epoca dominata dai combustibili fossili, questo materiale pone domande cruciali: può un’economia slow, radicata nel territorio, convivere con il paesaggio senza deturparlo?
Come possiamo ripensare le risorse locali per un futuro sostenibile?
A Serra San Bruno, circa 20 maestri carbonai mantengono viva l’arte della carbonizzazione.
Ogni estate, costruiscono lo “scarazzo”, una cupola di legna ricoperta di terra, che brucia lentamente per circa venti giorni sotto la loro vigilanza.
Questo mestiere, definito “l’arte dei guardiani del fuoco” non è solo una tecnica, ma un modo di abitare il territorio. I carbonai incarnano la “restanza”: la scelta di rimanere, valorizzando il paesaggio e le sue risorse.
La loro economia slow, basata su cicli stagionali e gestione responsabile del bosco, offre un modello di sostenibilità in contrasto con l’industrializzazione.
Le immagini in bianco e nero – volti anneriti, foreste fitte, fumo che si innalza – catturano la fatica e l’intenso legame con il paesaggio: un sistema economico che non solo produce carbone, ma rafforza la comunità, un’economia lenta che, a differenza di mestieri scomparsi come gli scalpellini o i raccoglitori di neve, dialoga ancora con il presente.
I carbonai pongono domande urgenti sull’ecologia e le risorse. La loro gestione del bosco – selezione del leccio, rotazione delle aree di taglio – è un esempio di economia circolare che non deturpa il paesaggio.
In un momento storico di crisi climatica, questo modello solleva numerosi interrogativi: come integrare le conoscenze tradizionali nei sistemi economici moderni? Può l’economia slow dei carbonai ispirare politiche di sostenibilità che preservino la biodiversità mediterranea?
I carbonai di Serra San Bruno sono custodi di un patrimonio mediterraneo che intreccia ecologia, economia e cultura. Le fotografie trasformano lo “scarazzo” in un simbolo di resilienza.
Questo contributo fotografico tenta di analizzare il fenomeno attraverso quattro assi interconnessi: il sistema socio-economico come modello alternativo, la continuità culturale come forma di eredità immateriale, il dialogo con altre tradizioni mediterranee e il ruolo della fotografia documentaria come strumento di analisi e restituzione.
Un ringraziamento speciale a Nicola Romeo Arena, guida ambientale escursionistica, che ci ha accompagnato nell’esplorazione del Parco Regionale delle Serre lungo il sentiero Pecoraro-Lubello. Un ringraziamento altrettanto sentito a Bruno Tripodi, fotografo e profondo conoscitore del territorio, che ci ha guidati nell’incontro con la comunità dei carbonai. La loro preziosa collaborazione ha reso possibile questa ricerca sul campo.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
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Ljdia Musso, fotografa, docente e curatrice con formazione internazionale in comunicazione, marketing e fotografia, conseguita tra Roma, Barcellona, Marsiglia, Parigi e Milano. Opera tra Catanzaro e Napoli. Ideatrice del format “Caffè Fotografici”, promuove eventi artistici gratuiti. I suoi progetti, esposti al Med Photo Fest 2023, esplorano la cultura mediterranea attraverso la fotografia documentaria, contribuendo al dibattito accademico sulle identità locali.
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