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I calendari, i giorni oziaci, gli anni climaterici

mosaico romano con calendario, prima metà III sec. d.C. da El Djem, museo di Sousse

Mosaico romano con calendario, prima metà III sec. d.C. da El Djem, museo di Sousse

di Paolo Cherchi 

Probabilmente una delle primissime “invenzioni” dell’uomo deve essere stato il calendario. Non so quando ciò sia avvenuto né che nomi abbia preso, ma sembra una congettura ragionevole pensare che l’uomo delle foreste, delle caverne e delle pianure erbose abbia voluto rendersi conto del fatto che nasceva, invecchiava e moriva, come tutti i suoi simili, e che pertanto abbia voluto dare un nome o una causa a questo processo. E che altro poteva essere se non il tempo? Sì, ma cosa è il tempo? È il susseguirsi delle diverse tappe di questo processo, l’accumularsi delle ricorrenze, il computo delle stagioni, la durata delle cose… o tutte queste cose insieme?

È quasi certo che non riuscì mai a capire cosa fosse questa entità, così simile alla vita stessa, così sfuggente che non riusciamo mai ad arrestarlo. Lo “viveva”, lo portava dentro di sé, lo vedeva negli altri, ma ogni definizione, ogni tentativo di fissarne i tratti essenziali si dimostrava vano. E, come era naturale, pensò di capirne la natura “quantificandolo”, cioè trasformandolo o traducendolo in termini più comprensibili, ossia in numeri e parti che avessero una qualche relazione con il resto delle nozioni con cui capiva il suo mondo. Ad esempio, vide che il susseguirsi dei giorni seguiva un “pattern”, cioè un sistema che si ripeteva con regolarità; e capì anche che nonostante questa sua linearità verso il tempo eterno, esso aveva anche un vettore “circolare” in quanto nel suo progredire ripeteva anche certi suoi aspetti che erano passati e che ora tornavano. Era la scoperta delle stagioni.

Vide che i giorni si accorciavano e/o si allungavano, e ciò avveniva con un ritmo perfetto e rapportabile alla posizione delle stelle nel cielo e alla posizione della luna e del sole, posizioni che sono fisse nel loro ripetersi e che per questo costituiscono una base computazionale insostituibile. E così il tempo venne ancorato ai ritmi dei cieli e si poteva prevedere quando un fenomeno si sarebbe ripetuto, e in tal modo calcolare anche con quale intervallo di tempo si sarebbe ripresentato.

Insomma, l’uomo, osservando la vita propria e quella dell’universo in cui era inestricabilmente immerso, cercava di “capire il tempo”, riducendo la sua infinita estensione a parti che se non lo “tagliavano”, almeno lo ripartivano in quantità che la mente umana riusciva a concepire come reali. Nacque insomma “il calendario” o il sistema che ammetteva e misurava l’eterno ritorno o la circolarità del tempo, ma nello stesso modo pensava di trasformarlo in una “realtà concreta” lungo la quale poteva gestire il proprio tempo personale. Trasformava, dunque, una realtà mobile in un sistema che ne fissava gli aspetti costanti in formule matematiche, in schemi consultabili e perfetti. Era un modo, diciamo così, di rendere “concreto” un concetto che da sempre ha sfidato l’uomo, e ancora oggi, superate le nozioni galileiane e kantiane del tempo, ci dobbiamo accontentare di formule della “relatività” che saranno, sì, perfette. ma che riescono anche difficilissime da capire. Insomma, in generale, non sapremmo definire con certezza la natura del tempo.

Tutto questo, ricostruito con una discreta dose di immaginazione, è quanto portò gli uomini ad inventare il computo e la continuità e circolarità del tempo, a creare cioè il calendario. Era un’invenzione resa necessaria dal bisogno di regolare la vita sia civile che privata. Il calendario consentiva di valutare anagraficamente la vita dei membri delle comunità, di distinguere, con parametri più o meno flessibili, i ruoli e i doveri di ciascuno. Consentiva di stabilire le ricorrenze festive senza le quali una società non ha memoria; permetteva di regolare il lavoro dei campi. Il calendario era l’invisibile sistema attorno al quale ruotavano le civiltà. E per questo ognuna di esse elaborò il proprio calendario, per cui gli Aztechi avevano il loro, i Babilonesi il loro, etc, calendari tutti diversi ma sostanzialmente identici per la funzione ad essi delegata. Inoltre i calendari venivano “aggiornati” secondo il progresso delle scienze e delle esigenze storiche.

Si tratta di un fenomeno molto complesso di cui possiamo avere solo un’idea pensando al calendario romano che ebbe almeno due grandi riforme. Si sa, infatti, che per secoli esso concepiva l’anno suddiviso in dieci mesi; e poiché ai tempi di Cesare il rapporto dei giorni e del corso del sole risultava profondamente sfasato, lo stesso imperatore operò la riforma detta “giuliana” con cui aggiunse due mesi al calendario (luglio e agosto) portando l’anno a 12 mesi. Dopo circa un millennio e mezzo, ci si rese conto che rimaneva ancora una sfasatura, e questo portò alla riforma Gregoriana del 1586 che considerò “bisestile” ogni quarto anno. 

Calendario della Rivoluzione francese

Calendario della Rivoluzione francese

Qualche volta il calendario fu modificato per motivazioni ideologiche, come avvenne dopo la Rivoluzione Francese che conservò la suddivisione dell’anno in 12 mesi ma divise ognuno di questi in tre “decadi” di 10 giorni ciascuna, ma poi la Costituente restaurò la suddivisione in 30 giorni, e tuttavia mantenne il mutamento del nome dei mesi, tutti, ovviamente denominati in conformità con l’ideologia rivoluzionaria che voleva essere contraddistinta dalle denominazioni affatto nuove e basate sulla natura di ciascun mese e/o dall’attività in esso dominante. Pertanto la sequenza calendariale arrivata anche in Italia, nominava i mesi nel modo seguente: vendemmiao (corrispondente a settembre), brumaio, frimaio o glaciale, nevoso, piovoso, ventoso, germinale, floreale, pratile, messidoro, termidoro, fruttidoro. L’attività umana sostituiva le denominazioni divine che gli antichi davano al tempo misurato in mesi.

Ora, la natura “ripetitiva” di ogni calendario (l’anno si ripete uguale in un interminabile ritorno su stesso) crea la possibilità di “leggere” nei suoi cicli dei “segreti” che è utile conoscere per saperne trarre vantaggio. Si vede, ad esempio, che il 10 agosto di intensifica il fenomeno delle stelle cadenti (è il giorno di San Lorenzo) e ogni anno si attende quella data per vedere il ripetersi del fenomeno. In altre parole, il calendario consentì di prevedere il ritorno di fenomeni naturali degni di nota. Ma poteva anche succedere che gli eventi che si ripetevano avevano in essi una componente non desiderata. In altre parole, la ripetitività crea chiavi e suggerisce modi di lettura, ed è probabile che l’osservazione su un fenomeno che si ripete e che quindi è destinato a ripetersi nella stessa data, crea regole immaginarie che si ritengono inevitabili e che hanno una loro ragione segreta: è la formula su cui si impiantano le credenze superstiziose. Le superstizioni, almeno quelle di un certo tipo, immaginano il verificarsi di un evento in determinate circostanze di tempo e di luogo, e in quanto tali operano come forme di prevenzione che ci salvano dal peggio. Ne studiamo due che sono legate a questo meccanismo, e sono la credenza dei “giorni egiziaci” e degli “anni climaterici”, entrambe legate al calendario. 

81z5qkvjqdl-_sl1500_I giorni egiziaci 

Oggi pochi sanno cosa siano questi “giorni d’Egitto” perché il tempo ha spazzato via molte superstizioni. Ma se guardiamo il Grande Dizionario Battaglia, troviamo che la locuzione è attestata ancora nel Settecento, ed è legata ad una curiosa credenza. Illustra distesamente questo dato l’opera di Antonio Pucci, un fiorentino del Trecento, autore di una di quelle raccolte di curiosità che a quei giorni si chiamavano “fiorite” o “varia” In uno dei suoi capitoli Pucci si sofferma sui giorni “egiziaci”. Il testo è in italiano trecentesco, ma immaginiamo che non presenti difficoltà alcuna per il lettore odierno. Eccolo: 

De’ oziachi 

«I dì oziachi overo egiziachi, perché furono fatti in Egitto sono venti­quattro, ciò è d’ogni mese due, e dirovi quali son dessi, uno al’entrata e uno all’uscita del mese. E per sapere questi dì senza calendario son fatti questi due versi che<se>guiranno, e sono di dodici nomi come l’anno è dodici mesi, e nota:
Agurior, deces, audito, homine, clangor, linquent
Olens, abies, coluit, colus, execute, gallo
La qual cosa s’intende così:
Il primo nome ciò è «agurior», s’intende per gennaio, il secondo, «deces» per febbraio, e così vanno tutti per ordine. E se vuogli sapere quali sono i dì oziachi di gennaio, prendi le prime due silabe di questo «aguror» le quali sono a e gu, e la prima s’intende per lo primo dì oziaco di gennaio e perché la a è la prima lettera dell’alfabeto così il primo dì di questo gen­naio è la prima lettera dell’abici così il primo dì di gennaio è oziaco; gu che è la seconda silaba s’intende per l’altro dì oziaco del detto mese, e convienti prendere la prima lettera che è g ed è la settima lettera dall’abici, e così il settimo dì all’uscita di gennaio è dì oziaco. E così vanno tutti per ordine ma non si vuole contare nell’alfabeto h» [1]. 

Il tutto sembra chiaro. Il lettore ricorderà forme più recenti di memorizzare aspetti del calendario, ad esempio quello di distinguere i mesi di 30 giorni da quelli di trent’uno:

Trenta giorni ha settembre
Con April giugno e novembre
Di vent’otto ve n’è uno
Tutti gli altri ne han trent’uno. 

new-v2-thearationaledivinorumofficiorum9781887752923-1In Pucci riemerge una vecchia nozione che era stata spiegata da autori antichi e cristiani. Come ho mostrato in un mio studio precedente [2], Pucci potrebbe aver ripreso la nozione e anche i versi mnemonici da un autore come Guillelmus Durand (1230-1296) e precisamente dal suo Rationale divinorum officiorum; comunque erano nozioni diffuse e codificate, con la ripetizione spesso identica dei versi ricordati. Autori come Sant’Ambrogio e Sant’Agostino e più tardi Onorio d’Autun e Petrus Comestore numerosi altri parlano di questi giorni d’Egitto. E non solo, ma anche il Decretum di Graziano, ossia il più importante codice di diritto canonico medievale, ricorda questi giorni, come tutti gli altri autori ecclesiastici menzionati. Si badi: gli autori ligi all’insegnamento cristiano citavano questi dati per negarli, e per esortare i fedeli a non rimanere vittima di tali superstizioni. Comunque, il fatto che questi autori siano numerosi, mostra quanto fosse diffusa la credenza che nei giorni egiziaci ci si debba astenere da ogni attività rischiosa. Lo stesso Pucci tornò sull’argomento che, evidentemente, rientrava nel tipo di “curiosità” da tramandare ossia la costanza di fatti curiosi del cui potere non poteva darsi altra spiegazione se non il suo verificarsi periodico! Lo stesso Sacchetti dedicò al tema un intero sonetto caudato:

  Dì oziachi presi dall’Egitto
Il primo, è ’l ventiquattro di Gennaio
Il quarto, è ’l venticinque di Febraio
Di Marzo el primo è ’l ventesimo ditto
  L’undecimo, è ’l diciotto d’Aprile gitto
Il terzo, è ’l sextodecimo di Maio
Undici e venticinque son con guaio
Di Giugno dico secondo ch’è scritto
  Di Luglio fuggi il quattordici, è ’l vento
D’Agosto il primo dì, è ’l ventinove
Settembre il terzo, è ’l dicinove sento
  D’Ottobre il terzo, e ’l venti mi muove
Novembre il cinque e ’l ventisette attento
Dicembre ha a’ sette e ‘a venti piove
  E però cose nuove non fare
in questi ventiquattro giorni
Se tu non vuoi, che contro te ritorni  [3].

Non si sa perché questi giorni prendano il nome di “egizi” perché nessun dato specifico relative all’Egitto lo spiega, ma forse la spiegazione più accettabile è che l’ermetismo risalente al dio Hermes di Egitto, abbia influenzato questa nozione. La quale, a dire il vero, si estende anche ad altri aspetti del vivere quotidiano, e molti sono i consigli relativi alla chirurgia (in particolare la flebotomia) e alla dieta (ad esempio la proibizione di mangiare carne d’oca nei giorni egiziaci), tutti dati per i quali rimandiamo alla nostra ricerca pregressa.

31029014980Anni climaterici

Un’altra superstizione legata al calendario è quella dei cosiddetti “anni climaterici”. Sono detti così gli anni in cui si combinano due cicli vitali.

Per capire questa nozione ricordiamo che gli antichi dividevano la vita in “cicli”, vale a dire gruppi di anni che disponevano il corpo ad accettare e ad espletare certe fatiche ritenute possibili per un determinate ciclo. Questi cicli erano insiemi di anni aventi per coefficiente il sei o il nove. I cicli della vita fisica, ad esempio, erano costituiti da insiemi di sei anni. Il bambino è pronto per andare a scuola ai sei anni, ha la dentizione completa e può avere una certa indipendenza dai genitori. Ai dodici anni (quelli della cresima) è un uomo già pubescente, pronto a ricevere la vestitura del “soldato”, e ai diciotto è considerato atto a portare le armi.

Come si vede sono cicli basati sull’osservazione fisica del “tempo”, i ritmi della crescita. E dobbiamo dire che ai nostri giorni il criterio sembra ancora invalso: si inizia la scuola ai sei anni, si diventa “maggiorenni” ai 18 anni, e infine seguono i cicli di progressiva maturazione fisica e mentale.  Questo modo di vedere le cose trae conferma dal fatto che in tutte le società i sei anni siano quelli ritenuti giusti per andare a scuola, e in tutte le società ai sei anni i bambini abbiano la dentizione completa. E poiché molte di queste scadenze vengono rispettate da civiltà diverse, ci deve essere un comune senso umano che mette la mente e la psicologia in sintonia con il tempo, e per questo un bambino cinese e uno tunisino, avranno la dentizione completa a sei anni, la pubertà ai dodici, e la maturità per sposarsi ai 18 anni. Gli antichi avevano osservato questo fenomeno, e, come abbiamo visto, tutto ciò che si ripete può essere visto come portatore di un messaggio.

Il ciclo “spirituale” era basato sulla cifra del nove. E possiamo spiegarlo con un esempio ricavato da Dante. Tutti ricordano che a nove anni egli incontrò Beatrice, ai diciotto se ne innamorò, e ai suoi ventisette Beatrice morì. Tutto questo, ovviamente può essere vero, ma è ancora più probabile che quelle date contengano dei significati, dato il “clima” simbolico in cui gli eventi della Vita nuova vengono calati. Ai nove anni Dante giunge ad un’età che dispone “naturalmente” a capire certi fatti spirituali  oltre a quelli fisici.

Il pericolo maggiore, le possibilità più alte di “disastri” si hanno in due combinazioni: quando uno di questi numeri viene moltiplicato per se stesso (ad esempio, i multipli 49 e 81, rispettivamente il risultato di 7×7, e di 9×9), e peggio ancora quando i due cicli si scontravano, cioè l’anno 63 in cui i due cicli si scontrano, cioè 7×9 = 63. Questi anni erano detti “climaterici” perché rappresentavano dei “gradini”  (climax in greco) in cui da un gradino di vita si passava ad un altro.

gellio-1_cfa93ecc1a367c4ca2bf47037f84184eL’anno sessagesimoterzo, secondo una vecchia credenza, «spezza» la vita; per questo Petrarca lo chiama «androcla» («effractor») dietro un’indicazione di Firmico Materno, mentre più comunemente vien chiamato «anno climaterico», in quanto rappresenta un gradino speciale [4]. Gli anni climacterici sono quelli che designano momenti di mutazione nella vita umana, e sono spesso anni pericolosi. Il termine è ancora vivo nella fisiologia moderna in cui si parla di anni climaterici a proposito del periodo della menopausa. In effetti la nozione di alcuni anni speciali corrispondenti a momenti particolari della crescita è prima di tutto, nell’antichità, una nozione medica che vede nel numero 7 o anche nel 9 e nei loro multipli il ritmo di tali cambiamenti. Questa nozione medica fu ben presto utilizzata dall’astrologia che vide quegli anni legati al 7 e al 9 come gli anni più passibili di «dis-astri». Non è necessario dilungarsi a ricordare documenti di questa tradizione che è stata più volte ricostruita, e basterà per il nostro proposito ricordare soltanto due testi capitali relativi alla questione.

Il primo è quello di Aulo Gellio ricavato dalle sue Notti attiche.  Dei due testi è il meno tecnico, ma indica benissimo i risvolti psicologici e il timore della morte che quell’anno sessantatreesimo può creare. Lo citiamo in traduzione: ed è ricavato da una lettera che Augusto scrive all’autore: 

«Salve, mio Gaio, mio carissimo asinello che io desidero sempre (lo giuro) quando mi sei lontano. Ma specialmente in giorni come questo i miei occhi cercano il mio Gaio, il quale, ovunque egli sia, spero che celebri il mio sessantaquattresimo compleanno. Vedi, infatti, che me la sono scampata dai sessantre, l’anno klimatèra comune a tutti i vecchi. Prego anche gli dèi che quanto mi rimane di vita possa trascorrerlo in salvo con il nostro stato in fiorenti condizioni: andragathoúnton ymon kai diadechoménon, voi siate uomini di coraggio e preparatevi a succedermi» (Aulo Gellio, Noctes Atticae, XV, 7, 1). 

Molto più “scientifico”, invece, è il testo di Censorino, autore del Liber de die natali. Nel cap.  XIV di questo libro Censorino parla, in termini che si potrebbero dire medici, degli anni climaterici, appoggiandosi e/o discutendo diverse autorità. Ecco, per esempio, che Varrone divide l’età in cinque gradini, ognuno di 15 anni. Ecco, ancora, Ippocrate che la divide in gradini di 7 anni, come del resto fa Solone in una sua elegia dove si dice che: 

«Nella prima ebdomade [settenario] degli uomini cadono i denti; nella seconda appare il pube; nella terza nasce la barba; nella quarta le forze; nella quinta la maturità per lasciare la stirpe; nella sesta si temperano la cupidigia; nella settima sono mature la prudenza e la lingua; nell’ottava rimangono le stesse, e gli occhi cominciano a diventare bianchi; nella nona si diventa più deboli, e nella decima l’uomo è maturo per morire» (Censorinus, De die natali, XIV, 7, dell’ed. C. Rapisarda, Bologna, Patron, 1991). 

Fra gli anni climaterici alcuni son più difficili di altri, soprattutto i «numeri quadrati». Secondo Platone pericolosissimo è l’81o; per altri è il 49o; altri ancora hanno distinto il numero settenario, che corrisponde al corpo, dal novenario che corrisponde all’anima: 

«Dissero che il vero primo anno climaterico è il 49o e l’ultimo l’81o, e quello di mezzo, è il misto di entrambi è il 63 o che è fatto o di nove settenari o di sette enneadi. Dicono che sia pericolosissimo perché appartiene al corpo e all’anima; ma io lo ritengo più debole degli altri. Infatti, benché entrambi contengono i sopraddetti numeri, né l’uno né l’altro sono un “numero al quadrato”, e non hanno nessuna relazione fra di essi, né hanno potere l’uno sull’altro; e comunque nell’antichità non pochi uomini diedero peso a questo anno» (Ibid., XIV: 14). 

censorinidediena00cens_0005Il passo appena riportato è molto importante per il materiale che ci consegna e per le spiegazioni che ci offre. Il tema era così ben integrato nella cultura del tempo che per secoli si parlò di anni climaterici, e in particolare di quello 630, come anni pericolosi.  Il discorso si intensificò nel periodo umanistico quando l’astrologia acquistò un peso nuovo e rilevante nella scienza del tempo. Ricordiamo solo che Marsilio Ficino e Pico della Mirandola polemizzarono contro la credenza che gli astri regolino la vita e la morte degli uomini. Ancora nel Seicento il grande Claude Saumaise (Salmacius) dedicava al tema un ponderoso volume, De annis climactericis et antiqua astrologia diatribae (Leida, Elzevir, 1648). Di anni climaterici e fatali si occupano letterati e pensatori come Pedro Mexía, Jean Bodin o Alessandro Tassoni. E quasi sempre in questi autori si rinvengono liste di personaggi illustri morti in anni climaterici, specialmente nel sessagesimoterzo. Jean Bodin, per esempio, nel capitolo sesto della Methodus historica, operando una «conversio» (cioè una riduzione a legge storica) al 7 oppure al 9, ricorda che 

«Nell’anno settenario o novenario, si incorre nella morte, a meno che la natura per divina volontà non lo proibisca. Morirono innumerabili persone a 63 anni. Aristotele, Crisippo, Boccaccio, San Bernardo, Erasmo, Lutero, Melanctone, Silvio, Aleandro, Iac. Sturmio, Niccolò Cusano. Teo. Linacre, tutti affetti da malattia; anche Cicerone fu ucciso allo stesso anno» (Basilea, Petri Perna, 1576: 227-228). 

E questo per la legge che vuole che il caso venga comprovato dalle statistiche, cioè proprio come si diceva a proposito delle superstizioni legate al tempo. Nel Cinque e nel Seicento molti autori fecero liste di personaggi illustri morti ai 63 anni. Ne troviamo un esempio nei Pensieri di Alessandro Tassoni:  

«S’aggiunge a tutto questo che havendo il mese di settembre  il nome dal numero settenario, per essere il settimo in ordine; tal numero pare che generalmente sia d’infelice condizione impercioché lasciando  e d’infelice riuscita siano settenarie, da lui come i sette peccati mortali i sette capi dell’Idra, il sette della bestia dell’Apocalisse, i sette che andarono a Tebe [ …] i sette anni della penuria d’Egitto [… ] Si conserva memoria di molti huomini segnalatamente che nel settenario morirono, ad indizio manifesto, che innumerabili deono essere quelli che non sono stati osservati. […] E ne 63 numero composto di 9 settenari, mancarono Aristotele, Cicerone, Crisippo, San Bernardo, Silvio, Linacro, Giovanni Boccaccio, Iacopo Sturmio, Alessandro Giurisconsulto, e altri infiniti» [5]. 

boduinE la certezza che questa credenza non fosse del tutto campata in aria trovava conferma in altre osservazioni relative ai cieli e alle stelle. Ad esempio contava molto il fatto che nei giorni ‘settenari” o nei cicli delle “ebdomadi” dominassero alcune stelle il cui influsso era ritenuto nefasto, come sostiene fra tanti altri Marsilio Ficino nel De triplice vita. Veniva supportato dalla nozione che molte malattie conoscono il momento di maggior crisi al settimo giorno, e che effettivamente il corpo conosce dei mutamenti profondi ogni sette anni. Insomma nel mondo delle superstizioni ogni punto d’appoggio, vero o immaginario, acquista una funzione vitale.

La diffusione di questa nozione viene comprovata dal fatto che ancora oggi si parli di “anni climaterici” per le donne che entrano a servizio dei preti. Raramente le superstizioni muoiono in modo assoluto, perché spesso nel linguaggio comune si conservano termini originariamente legati a superstizioni, ma poi sopravvissuti nel linguaggio comune senza più la consapevolezza che alla loro origine sia una superstizione. Si pensi, ad esempio, alla parola “disastro” che oggi tutti usiamo senza pensare che essa sia legata alle “influenze degli astri” che regolano la vita.

21399Non c’è dubbio, infatti, che le statistiche “provino”, che abbiano, cioè, in esse la formula della prova. Il che è normale perché, come abbiamo detto, il “calendario” con le sue “ricorrenze” porta anche le prove che esistono dei fatti incontrovertibili. Eppure, c’è chi dubita che i 63 anni abbiano un coefficiente di rischio di morte altissimo, E in effetti può creare altre “statistiche” che valgono quanto quelle viste, perché sono basate su numeri e su ricorrenze inconfutabili. Supponiamo che l’anno “fatale” sia per noi il 56 (è vero che contiene tra i fattori il 7, ma l’8, e non risulta che quest’ultimo abbia poteri “climaterici”). Comunque vediamo che ai 56 anni morirono Cesare, Dante, Marino, Napoleone, … dobbiamo per questo vedervi una legge? E se altri ci presenta delle statistiche di persone morte ai 33 anni (quindi escludendo assolutamente la nozione dei “gradini” o climax) dovremmo formulare un’altra legge? Certo, potremmo farlo, ma dovremmo affiancare tale dato con la convinzione che si tratta di ricorrenze o di “occorrenze” o coincidenze e non di leggi. Ed è l’unico modo per vincere la tentazione di credere in modo superstizioso a combinazioni che sono, almeno nei casi visti, mere costruzioni della mente umana che vuole spiegarsi quel che non riesce a capire. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Note
[1] Antonio Pucci, Libro di varie storie, Ed. Alberto Varvaro, Palermo, Presso l’Accademia, 1957: 288. 
[2] Paolo Cherchi, I “dì oziaci” di Antonio Pucci. «Studi Mediolatini e Volgari», 67 (2021): 63-76.
[3]  In, Poeti antichi raccolti da codici Mss della Biblioteca Vaticana e Barberiniana da Monsignor Leone Allacci e da lui dedicati alla Accademia della Fucina della nobile et esemplare Città di Messina, Napoli 1661: 63.
[4] Su Petrarca e sulla credenza degli anni climaterici rimando al mio studio, Petrarca ai 63 anni: una sfida alle stelle, ma … , in «Studi e Problemi di Critica Testuale», 39 (1989): 133-46.
[5] Alessandro Tassoni, Dei Pensieri, Libro Secondo, quisito XIII: 41-42 dell’edizione di Venezia, Miloco, 1676.

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Paolo Cherchi, “professor emeritus” della University of Chicago, dove ha insegnato letteratura italiana e spagnola e filologia romanza dal 1965 al 2003, anno in cui è stato chiamato dall’Università di Ferrara come Ordinario di letteratura italiana, e da dove è andato in congedo nel 2009. Si è laureato a Cagliari in filologia romanza, ha conseguito un PhD a Berkley (1966). Si è occupato prevalentemente di letterature romanze nel periodo medievale e rinascimentale. Fra i suoi lavori più recenti ricordiamo Il tramonto dell’onestade (Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2016); Petrarca maestro. Linguaggio dei simboli e della storia (Roma, Viella, 2018); Maestri. Memorie e racconti di un apprendistato (Ravenna, Longo, 2019); Ignoranza ed erudizione. L’Italia dei dogmi verso l’Europa scettica e critica (1500-1750) (Padova, libreriauniversitaria.it.edizioni); Quantulacumque lucretiana. Nuove piste di ricerca sulla fortuna di Lucrezio nel tardo Rinascimento (Generis Publishing, 2022); Studi ispanici. Fonti, topoi, intertesti (Milano, Ledizioni, 2022). Nel 2016 è stato cooptato come socio straniero dall’Accademia dei Lincei.

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