di Luca Renzi
Il grande teologo svizzero Hans Küng, dopo il suo incarico come assistente accademico di dogmatica cattolica a Münster (1959-1960), nel 1963 divenne professore di dogmatica e teologia ecumenica e direttore dell’Istituto per la ricerca ecumenica presso l’Università di Tubinga, ove visse e lavorò per i successivi 61 anni. Küng ha trasformato il suo “istituto ecumenico” in un luogo di insegnamento e ricerca accademica riconosciuto a livello internazionale e in un forum di grande prestigio per il dialogo con rappresentanti della scienza, della religione, dell’arte e di altri ambiti della società.
È stato un teologo e sacerdote cattolico, un pioniere di fama mondiale per quanto riguarda le questioni fondamentali della fede cristiana, nonché per quanto riguarda la riforma della Chiesa, l’ecumenismo cristiano e il dialogo tra le religioni. Le sue innumerevoli pubblicazioni, tra cui 73 monografie, sono state tradotte in tutte le principali lingue del mondo. Egli diede vita nel 1993 alla Fondazione per l’Etica Globale (Weltethos), il cui scopo e principio era quello di sviluppare e rafforzare la cooperazione tra le religioni attraverso il riconoscimento di valori comuni e di elaborare un codice di regole di condotta universalmente valide. Weltethos ha prodotto il documento “Verso un’etica globale: una prima dichiarazione”, firmato a Chicago nel 1993 dal Consiglio per un Parlamento delle religioni del mondo.
Non si può sostenere che il percorso di Hans Küng in ambito teologico sia stato tra i più semplici, anzi il sentiero su cui si incamminò fu aspro e pieno di ostacoli. Già giovanissimo sacerdote, dal 1962 al 1965 prese parte come esperto nominato da Papa Giovanni XXIII ai lavori del Concilio Vaticano II. Nonostante tutti i progressi, il Concilio, con le sue riforme del sistema ecclesiastico, fu ben al di sotto delle aspettative di Hans Küng e, con lui, di innumerevoli cattolici in tutto il mondo. Con il suo libro programmatico La Chiesa, egli elaborò una panoramica lungimirante di ciò che la Chiesa è fin dalle sue origini e di ciò che dovrebbe essere oggi.
Fu proprio in occasione del concilio che Küng incontrò a Roma Joseph Ratzinger, di cui favorì la chiamata a Tubinga come professore di dogmatica. Quello stesso Ratzinger che, nella sua veste di capo della Congregazione per la dottrina della fede sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, sospese nel 1979 Küng dall’insegnamento a causa di un disaccordo teologico-dogmatico insanabile, che costò al teologo svizzero la cattedra universitaria. Tuttavia, il suo atteggiamento inflessibile lo portò ad accettare la cattedra di etica mondiale istituita appositamente per lui, protetto dalle autorità accademiche della rinomata Università di Tubinga.
Già nella sua prima fase, la teologia di Küng fu orientata verso lo studio della Chiesa e dell’ecumenismo cristiano. Nel capitolo “L’inizio dell’umanità” del libro di Küng L’inizio di tutte le cose [1] vengono menzionati l’inizio dell’umanità e la nascita del sentimento religioso. Le ultime pagine affrontano il problema cruciale per la teologia contemporanea del rapporto tra il cristianesimo e le altre religioni (islam, buddismo, confucianesimo, induismo). Egli è stato uno dei sostenitori più assidui del pluralismo religioso, che lascia tuttavia uno spazio del tutto particolare al cristianesimo.
Hans Küng ha pubblicato una trilogia di volumi dedicati all’Ebraismo, al Cristianesimo e all’Islam, un’analisi della storia dei tre monoteismi e del loro rapporto con il mondo contemporaneo. Küng credette fermamente che l’Islam sia in grado di modernizzarsi, almeno nella sua fase attuale, mentre, seppur in un’analisi complessa e storicamente fondata, egli critica l’ebraismo nei suoi sviluppi odierni e la creazione del cosiddetto Stato teocratico di Israele, seppur in modo costruttivo.
Il corposo volume di Hans Küng dedicato all’ebraismo [2] si divide in tre parti principali, ognuna delle quali a sua volta raccoglieva elementi teorici legati ad ognuno dei periodi storici affrontati. La prima parte è intitolata “Il passato ancora presente”, inizia dal capostipite Abramo, non solo dell’ebraismo ma delle tre religioni definite universali e accompagnata da una digressione sulla storia universale. I punti nevralgici della prima parte sono appunto Origine, Centro e Storia e si dipanano da Abramo all’alleanza con Noè. Un paragrafo significativo è intitolato “L’enigma dell’ebraismo”. Nel secondo punto si affronta il tema dell’esodo e della figura-guida Mosè. Nel terzo punto (Storia) il paradigma tribale del periodo pre-statale di Israele, poi di quello monarchico (Davide e Salomone) e la nuova comunità teocratica del giudaismo postesilico fino a toccare l’elemento ellenistico.
Per ultimo, a questa prima parte è toccato il paradigma rabbinico-sinagogale medievale: Talmud, religione della Torà, diaspora, fino a toccare l’elemento cristiano e dell’antiebraismo pre- e post-cristiano: la Spagna moresca che unisce ebrei e musulmani. Il tema della cabbala, che Küng non definisce paradigma, viene anch’esso enunciato, ma pare qui soprattutto emergere un elemento inosservato nella esegesi del teologo elvetico, quello del rapporto ebraismo-protestantesimo, ove Küng non esita a usare parole assai dure a proposito dell’antisemitismo di Lutero (v. qui anche le annotazioni di Paolo Ricca) [3] ma anche i papi antiebraici della Controriforma. Spinoza, Mendelssohn sono ugualmente indicati, ma pur propendendo per la mancanza di una riforma ebraica, Küng parla qui ugualmente di un giudaismo ‘riformato’ circoscrivendola in qualche modo all’interno di quello che altrove è detto illuminismo europeo.
La parte seconda del volume di Küng analizza i temi partendo dall’Olocausto per giungere allo Stato di Israele moderno, avvicinandosi a temi recenti e offrendo letture avvincenti di alcuni cardini della discussione contemporanea circa l’ebraismo, prendendo il via dal fatale “antisemitismo di un cattolico” (Hitler). L’analisi di Küng si sofferma in questo quadro sulla figura di un papa (Pio XII) “che tacque” circa l’Olocausto, ma anche sui protestanti che al pari “non protestarono” e su una Chiesa che “ha rimosso”, cioè quella polacca, di un Paese verso il quale altrimenti Küng tesse molte lodi e ne descrive il destino tragico.
Il capitolo più attuale e – forse – più interessante del volume per i non antichisti e i non teologi è certamente quello che relativo alla seconda parte dell’opera (“Le sfide del presente”) che prende piede dal sionismo, dalla non-assimilazione e dal progetto di uno Stato degli ebrei di Theodor Herzl. Qui più che altrove il giudizio analitico di Küng abbandona il campo teologico ed entra in quello storico, ma prima ancora politico. La sua analisi, serrata e priva di pregiudizi di parte, scorrevole e brillante, affascina per limpidezza a autonomia di giudizio. La ricostruzione storica muove dalla fondazione dello Stato, per opera di Chaim Weizmann, fino al suo più eminente rappresentante, David Ben Gurion.
All’occhio dello storico meno esperto, il salto che è compiuto nella terza parte dal tema della fondazione dello Stato al ritorno ai temi del dialogo ebraico-cristiano, fino alla domanda “chi era Gesù?” parrebbe una contraddizione, o anche una incoerenza sistematica, ma mostra tuttavia coerenza il costrutto teorico successivo, nel quale vengono posti inquietanti quanto irrisolti quesiti che paiono raccordare la figura dello storico con quella del teologo: “Chi è responsabile della morte di Gesù?”; “La fede in Gesù come messia?”: “La resurrezione del morti: un’idea non ebraica?”: questioni in apparenza squisitamente teologiche.
Kung non esita a raccogliere dati come quelli di un supposto antigiudaismo nel Nuovo Testamento, accostandosi all’apostolo Paolo [4] e mettendo in luce quel processo che portò dal giudeo-cristianesimo al cristianesimo “dei gentili”, come amò definirlo Küng e che in tale definizione celerebbe un antisemitismo di fatto.
La modernità e la sua crisi sono poste come punti di svolta finali di questa parte di mezzo: l’ebraismo “laico” che ne deriva e che scaturisce dalla domanda “Essere ebrei senza religione” è posto all’inizio di una serie di esempi e opzioni di ebraismo dell’oggi, da quelle ortodosse a quelle ‘illuminate’: a cominciare da Heschel, Hirsch, Soloveitchik a Geiger, Jacobs, Frankel e Kaplan.
L’analisi che offre Hans Küng nella terza e ultima parte del libro è una delle più illuminanti che siano capitate di leggere ad un lettore sì avveduto, ma non addentrato in questioni teologiche. L’origine del postmoderno è qui posta criticamente accanto alla figura di Martin Buber e ai cosiddetti “conflitti” e ambivalenze con e nei confronti della Legge. La posizione della donna, quella dei precetti, delle libertà moderne, del sabato ebraico appaiono temi che mettono in difficoltà l’ebraismo odierno se rapportato agli aspetti della modernità e della laicità.
Si giunge così agli ultimi due punti della terza parte: quello dell’antinomia fra religione di stato e pluralismo religioso dell’oggi, del dilemma arabo, vale dire di Israele che può essere solamente una delle due cose: o non democratico oppure non ebraico. Qui si incardina il punto finale: L’Olocausto e il futuro del discorso su Dio.
L’epilogo di un volume forte di oltre ottocento pagine, annuncia, come fatto fin dall’inizio, i tre postulati su cui si basa la visione di Hans Küng di un nuovo ethos mondiale:
Non c’è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni (non c’è sopravvivenza senza un ethos mondiale).
Non c’è pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni.
Non c’è dialogo tra le religioni senza una ricerca sui fondamenti delle religioni.
Qui Küng denotava una ‘terza chance’ per un ordine mondiale che lui definiva ‘postmoderno’, identificandola, proprio riguardo alla questione palestinese, nella soluzione formulata come slogan della “Terra in cambio della pace” e annotandovi i presupposti per una pace in Medio Oriente.
Oggi tale soluzione appare tanto più complessa non solo per l’inasprirsi del conflitto che dopo i fatti di Gaza del 2023 ha portato ad una situazione nuova e incancrenita al contempo, anche per una nuova compagine politica a capo dello Stato israeliano, ma per il dato oggettivo di un panorama internazionale se possibile ancora più contorto di quello in cui Hans Küng concepiva il suo avvincente volume, che era allora quello della guerra del Golfo.
Partendo dalla constatazione giuridico-istituzionale della realtà non religiosa, bensì politica, dello Stato di Israele, Hans Küng si è incamminato in un’analisi complessa e stringente di cosa sia oggi Israele e su quali basi poterlo giudicare, adducendo anche una fascia di rispetto imposta dalla storia, sia antica che moderna, imposta ai cristiani che, a dire di Küng, dovrebbero sempre e comunque esprimersi in termini di essenziale simpatia verso di esso, memori del passato e specialmente in considerazione dell’Olocausto. Fatta questa necessaria premessa, Küng delega agli ebrei stessi la domanda sulla loro identità e l’invito a una critica verso il loro Stato: lo stesso Stato di Israele «non vuole essere un regno sacro, teocratico o addirittura escatologico», afferma Küng, bensì una società moderna, secolare, laica e tollerante, secondo quella necessaria visione di un illuminismo religioso di provenienza ebraica quali furono le matrici di Spinoza e Mendelssohn, filosofi che rifletterono sul rapporto tra stato e religione, al secondo dei quali può essere attribuita la rinascita dell’Haskalah, l’età dei lumi ebraica [5].
In questo contesto, occorre oggi tenere in particolare conto e analizzare un fatto: l’ortodossia religiosa di Israele esige, e lo ha sempre fatto fin dall’inizio dello Stato, che sia la vita pubblica che quella privata siano completamente sottoposte alle norme dell’Halakhà. Nella sua pretesa onnicomprensiva, essa non riconosce la distinzione tra pubblico e privato, tra individuo e società, per cui l’intera vita umana è sottoposta alla volontà di Dio. Il primo premier (socialista!) di Israele, Ben-Gurion, dovette subordinare le azioni del suo governo a questa premessa fin dalla fondazione del Paese e fare innumerevoli concessioni politiche ai partiti ortodossi.
Questi ultimi, pur non essendo mai stati maggioranza politica nello Stato, hanno una funzione fondamentale e imprescindibile di ago della bilancia negli schieramenti e nelle maggioranze di governo; ne è derivato che la struttura stessa dello Stato ha assunto tratti di un Paese a fondamento teocratico pur in presenza di principi che fin dall’inizio vollero uno Stato laico, aconfessionale e pluralistico: un esempio di ciò sono le varie norme che regolano la vita pubblica e civile, dai precetti che disciplinano il matrimonio all’osservanza delle festività; da tale assunto Küng fa rilevare come, analogamente a come è avvenuto in tempi più o meno remoti in Paesi in cui il cattolicesimo era religione di stato – e più di recente, ma non unicamente – a quanto è avvenuto in alcuni Paesi musulmani con la sharia, il diritto statale è derivato di fatto dalle disposizioni della halakhà. Ciò evidentemente si scontra con i fondamenti di uno Stato di diritto e liberale e lascia aperti spazi per la creazione di nuovi contesti statali o il mutamento di principi precedenti.
Già al suo tempo Küng ci illuminava saggiamente sul dilemma di Israele in quanto Stato, un’antinomia da cui si dipanano tutti i problemi susseguenti, come dimostra oggi l’occupazione abusiva dei territori della Cisgiordania (West Bank) da parte di coloni perlopiù ortodossi dogmatici, è in definitiva la scelta fra pluralismo religioso o religione di stato. Gli ebrei ortodosso-chassidici erano pre-esistenti alla migrazione sionista del primo Novecento, così pure all’ondata migratoria coeva alla fondazione di Israele nel 1948: anzi i primi furono perlopiù ebrei secolarizzati (se non socialisti) e in parte, secondo Küng, perfino dichiaratamente antireligiosi.
L’ortodossia chassidica ha posseduto quindi un monopolio giuridico-religioso fin dall’epoca dell’impero ottomano e in parte anche nell’epoca dell’interregno britannico: politiche di insediamento sionista e speranze profetico-messianiche andarono necessariamente di pari passo in una ricerca del consenso apparentemente necessario in un dialogo inter-israeliano: a partire dalla fine della Prima guerra mondiale si sono realizzati movimenti religiosi persino sionisti nelle stesse fila operaie e nel movimento kibbhuzim. Hans Küng rammenta le parole premonitrici e divinatorie di Theodor Herzl allorché si chiese se si dovesse giungere ad uno Stato teocratico di Israele e la sua risposta fu un netto no. Lo slogan fu: «La fede ci rende uniti, la scienza ci rende liberi». Non fu però così.
Dalla sua fondazione, ci descrive Hans Küng, o meglio dall’inizio dell’immigrazione sionista, per lo Stato di Israele la religione ha costituito un elemento paradossalmente di ‘disturbo’ che ha alla fine prima paralizzato e poi compromesso il dialogo con altri Stati che non fosse basato sulla minaccia militare, ma anche con le altre religioni degli Stati limitrofi e delle sue stesse minoranze interne, pure esistenti: infatti essa è primariamente un ostacolo per il dialogo con i musulmani e i cristiani di Israele stesso, in quanto da essa, come si diceva, emana l’organizzazione sociale giuridico-religiosa dello Stato in quanto tale. Se lo Stato garantisce da un lato il libero accesso ai luoghi santi presenti sul suo territorio ai credenti delle tre fedi monoteiste, così come il diritto di culto, dall’altro esiste il problema di non poco conto della parificazione dei diritti civili dei cittadini musulmani e cristiani dello Stato, problema risolto solo formalmente ma in realtà tutt’oggi insuperato, anzi inasprito.
Ci sembra qui necessario un breve riepilogo e un ritorno ai temi inizialmente esposti; secondo Hans Küng due sono i paradigmi che legano Israele ad un passato antiprogressista piuttosto che aprirsi ad un futuro emancipato e progressista:
- uno di tipo medievale degli ortodossi con elementi teocratici, paragonabili a quelli che, a mero titolo di esempio, contraddistinguono le restrizioni dei cittadini dello Stato del Vaticano;
- uno di tipo moderno, tuttavia oramai superato, che caratterizza gli ebrei secolarizzati e basato su di un nazionalismo, se non un razzismo, che nuoce alla società israeliana sia in termini religiosi che laici.
Qui si insinua sorprendentemente la riflessione sul postmoderno e sulle sue sfide: Hans Küng rilevava già all’epoca del suo libro alcune tendenze dello Stato di Israele che lo avvicinano e fanno assomigliare sorprendentemente ad alcuni Stati islamici, nei quali le sfide del postmoderno sono poste in discussione, per cui un’analisi politico-teologica a suo dire si rendeva necessaria ieri, e oggi più che mai. Evidentemente i tempi e le prospettive si sono nel frattempo modificati, ma il presupposto del discorso di Küng rimane valido.
Le posizioni estremiste di entrambi i fronti, quello arabo e quello israeliano, finiranno per irrigidire qualsiasi possibilità di compromesso e di soluzione pacifica e così prospettive di successo alimenteranno ulteriori estremismi (vedi oggi il proselitismo di Hamas). Il multilateralismo, i progressi e le conquiste del postmoderno così come le intese Hans Küng, appaiono oggi superati da oltre 30 anni di eventi storici nuovi e dirompenti (la trasformazione dell’Urss, nuove presidenze americane, nuovi governi di Israele) che sembrano oramai aver messo da parte le aspirazioni di pace e convivenza che erano state segnate da quel concetto enunciato da Francis Fukuyama con il quale profetizzò l’imminente “fine della storia”, riferendosi al fatto che, dopo il crollo del comunismo sovietico e la fine della Guerra Fredda, la democrazia liberale e il capitalismo erano destinati a permeare gradualmente tutte le nazioni della Terra e che realismo e pragmatismo avrebbero finito per vincere su ideologie e estremismi etnici, politici e religiosi nel nome di un globalismo positivo contro gli antagonismi aggressivi e i fanatismi di ogni sorta. Oggi assistiamo, al contrario, a controriforme e palingenesi, involuzioni e capovolgimenti di responsabilità in una degenerazione del pensiero che funge da volano per estremismi nuovi e di segno diverso, impensabili fino a ieri, nuove unioni di estremi opposti (vedi il sorgere di movimenti cosiddetti ‘rossobruni’ in Germania e in tutta Europa).
Küng parlò di una “pro-esistenza pacifica” che andasse addirittura al di là di una semplice coesistenza delle diverse religioni, una maniera per esprimere la dottrina dei tre anelli lessinghiani, oggi più di ieri difficile se non impossibile da realizzarsi, anche per via del tramonto di autorità morali unificanti all’orizzonte o per la fine – questa sì – di ideologie totalizzanti in senso positivo. Ultima speranza di Hans Küng fu, e pare essere tutt’ora, quella di una religione ‘totalizzante’ nel senso di un Weltethos [6] da lui avanzato e promosso e che lascia porte aperte ad una speranza di crescita e sviluppo [7].
Per concludere, ma solo provvisoriamente: se si pensa a quale livello di intrecci e relazioni ebbe la formazione dello Stato ebraico e soprattutto del sionismo con la cultura mitteleuropea la questione assume un fascino irresistibile. Modernizzazione e secolarizzazione (un dato della cui mancanza Küng accusa in maniera non meno rigorosa anche l’islamismo) dovrebbero ma non vanno e non sono andati di pari passo nella costruzione e sviluppo dello Stato in Israele; la modernizzazione viene sì accettata, anzi sviluppata in settori strategici e nevralgici, ma non la secolarizzazione, scambiata sia nel mondo musulmano che in quello ebraico per ateismo e non per libertà spirituale, di pensiero, di parola, di religione e di stampa, valori “borghesi” ma ugualmente illuministici che vanno di pari passo con tolleranza e emancipazione, diritto e dignità.
Un solo esempio qui basti a dimostrare tale fitto reticolo: la figlia di Berta Fanta, amica di Albert Einstein, allora a Praga, sposò un compagno di banco di Franz Kafka, Hugo Bergmann, esponente sionista e primo rettore dell’università di Gerusalemme. Il salotto di Praga frequentato da Einstein, allora ordinario di fisica teoretica nella prima università tedesca per nomina diretta dell’imperatore Francesco Giuseppe, vedeva fra i suoi aderenti il dottor Rudolph Steiner, fondatore dell’antroposofia e una sua opera venne tradotta in ebraico nientemeno da Bergmann, e da Christian Ehrenfels, pioniere della filosofia della Gestalt.
Hans Küng è scomparso a Tubinga il 6 aprile 2021 e, come ricorda il suo allievo, il presbitero e parroco tedesco-argentino Wolfgang Gramer, si è congedato con la croce sulla fronte durante la benedizione, accompagnato dalla poesia del grande teologo della Chiesa confessante Dietrich Bonhoeffer Potenze benigne.
Dialoghi Mediterranei, n. 73, maggio 2025
Note
[1] Hans Kung L’inizio di tutte le cose. Rizzoli, Milano 2006
[2] H. Küng, Ebraismo, trad. it. di G. Moretto. Rizzoli, Milano 1999.
[3] Cfr. Lutero e i 500 anni della Riforma, a c. di A. Aguti, L. Alfieri, G. Dall’Olio, L. Renzi. ETS, Pisa, 2018: 116
[4] Noto è il volume sulla giustificazione, un libro di Hans Küng pubblicato nel 1961 sulla giustificazione (quindi su S. Paolo) e che si colloca nella linea del dialogo tra teologie di diverse confessioni. La prima parte del volume si propone una lettura oggettiva di Karl Barth; la seconda parte è lo sviluppo della dottrina cattolica della giustificazione, basato su un’analisi approfondita delle definizioni e delle spiegazioni infallibili del Magistero.
[5] Moses Mendelssohn fu amico di G.E. Lessing, che tra l’altro si ispirò a lui nella stesura di Nathan il saggio
[6] Cfr. Hans Küng, Weltethos für Weltpolitik und Weltwirtschaft: Eine Vision. Piper, München1997
[7] Hans Küng è stato l’iniziatore del Global Ethic Project e ha fondato la Global Ethic Foundation nel 1995. Vedi: https://www.weltethos.org/en/about-the-foundation/hans-kueng/
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Luca Renzi, professore associato di Letteratura tedesca presso l’Università di Urbino, ha conseguito nel 1998 il dottorato in germanistica presso l’università di Pavia. Dopo soggiorni presso le università di Tübingen e di Basilea, ha conseguito nel 1999 una borsa post-doc presso l’École normale supérieure di Parigi, Institut des Textes et Manuscrits Modernes. A partire dal 2005 ha tradotto e curato l’edizione italiana di diversi volumi dell’antropologo e studioso della cultura materiale Hermann Bausinger. Fa parte del comitato di redazione di Linguæ & – Rivista di lingue e culture moderne. È direttore della collana “InterCultura – studi culturali tedeschi” presso l’editore ETS (Pisa) e della collana “Cultura e arte del mondo di lingua tedesca” presso l’editore Campanotto (Udine). È guest editor della rivista “International Journal of Literature and Arts” (IJLA).
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