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Guerra, pace, e Severino

dianichdi Mario Sarica 

Dismisura, eccesso, tracotanza, dominio sui propri simili, ed altre attitudini inconfessabili, sono caratteri distintivi antropologici costitutivi del genere homo sapiens, imprinting di natura, dunque ontologici. I Greci, fra i primi ad avere piena consapevolezza di queste attitudini umane pericolose, dagli effetti nefasti per la comunità di appartenenza e di quelle che ne subivano le azioni violente, le hanno racchiuse nell’etimo hybris. A fronteggiare le insidie della sete insaziabile di potenza scatenate da forze oscure, nascoste nei recessi dell’enigmatica anima umana, a volte affidate a mascheramenti ideologici e infingimenti mitologici, ma temibili e quasi sempre incontrollabili, gli stessi pensatori greci hanno attivato strategie di controllo, per esorcizzarle e tenerle a bada, affidandosi alla catarsi rigenerante delle tragedie messe in scena, come esercizio collettivo psicoanalitico, o chiedendo sentenze ed oracoli agli Dei dell’Olimpo, pronti a punire e spesso ambiguamente a sostenere l’hybris, sempre in agguato, poliforme.

Tutte le declinazioni possibili della violenza, ferocia e crudeltà nei millenni, a cominciare dalla rivoluzione agricola del Neolitico, hanno dunque scandito tragicamente la storia dell’uomo sulla terra ad ogni latitudine e cultura, raggiungendo i suoi apici distruttivi nella forma della guerra, la più alta e sconvolgente espressione umana per annientarsi a vicenda, trascinando in un turbine ogni traccia dei valori identitari dell’altro, del diverso, da annientare a tutti i costi.

Tra le rovine di Gaza

Tra le rovine di Gaza

Alter ego della guerra che raffina nel corso dei millenni le sue armi di morte, mutuandole dall’invenzione della tecnica, coniugandole di pari passo all’ evoluzione di scienza e saperi, il cui uso viene anche giustificato ed invocato come risolutivo dai dominanti e pervasivi credi religiosi, ecco la pace, una sorta di araba fenice, ovvero il bisogno di una convivenza basata sul rispetto reciproco delle diversità fra i popoli, raggiunta con grande fatica, e spesso rinnegata in fretta per imporre la legge del più forte. Un’aspirazione perseguita, la pace, avvertita come bisogno primario dell’uomo da sempre, che paradossalmente deve confrontarsi e difendersi dall’hybris, sempre in agguato, pronto a risvegliarsi seminando morte e distruzione.

Se vuoi la pace preparati alla guerra. Un assunto con il quale noi uomini del Novecento, approdati storditi e disorientati nel terzo millennio, dobbiamo ora fare drammaticamente i conti. La società globalizzata e liquida del nostro convulso contemporaneo, complessa ed interconnessa, ha rinnegato e svuotato di ogni potere gli organismi sovrannazionali, a partire dall’ONU, istituiti a tutela della Pace e del rispetto reciproco di tutti i popoli, a salvaguardia della dignità di ogni uomo e donna, salvaguardando l’autodeterminazione e la sovranità di ogni nazione, e perseguendo i crimini di guerra. Tutto ciò dopo il devastante Secondo conflitto mondiale e l’apocalittico sterminio delle bombe atomiche in Giappone. Poi arriveranno gli anni della estenuante guerra fredda, una pace armata fino ai denti, per giungere infine all’implosione dei blocchi contrapposti ideologici e culturali Est Ovest, e dunque alla storica caduta del muro di Berlino del1989, e in successione drammatica l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, fino alla svolta della tragedia delle torri gemelli di New York, ad opera della Jihad.

E risucchiati dentro questo vortice di dominio e sopraffazione senza limiti, all’alba del terzo millennio, marcando un ritorno alla disumanizzazione, tutti noi siamo ora dentro uno scenario di guerra drammatico in due aree simbolo della geopolitica, due forze di segno opposto, uguali e contrarie, ancora una volta si fronteggiano con i devastanti esiti che ogni guerra trascina con sé. Due terre da sempre tormentate e contese, nel corso dei secoli, ovvero una porzione dell’Europa continentale, l’Ucraina, territorio di confine fra est ed ovest, e il Medioriente, terra santa rivendicata fin dalle origini dalle tre religioni monoteiste, che lì sono nate. E qui aleggia la tragica soluzione finale scelta dal governo di Israele, per porre fine ai conflittuali e mai risolti rapporti con il martoriato popolo palestinese, abbandonato al suo tragico destino, al di là dei tardivi aiuti umanitari.

severino-mimesis1900Al di là dello smarrimento che ci assale per l’accanimento e il disprezzo per le vite umane, che le cronache giornalistiche ci raccontano, con un bombardamento mediatico che si unisce a quello reale e drammatico delle distruzioni e morte che seminano i bombardamenti sul versante europeo a sulla striscia di Gaza, oltre le chiavi di lettura degli analisti geopolitici di turno, che accorrono nei talk show mediatici, è forse il caso di spingere lo sguardo, e soprattutto l’ascolto, in altri territori di pensiero, davvero profetici.

Penso ad esempio ciò che affermava il filosofo Emanuele Severino: «Siamo tutti persuasi che la pace sia meglio della guerra, solo perché abbiamo evitato e continuiamo a evitare di pensare che cosa significa davvero “pace” e che cosa significa davvero “guerra”. Se proviamo a pensarci, allora scopriamo che la tensione fra Est e Ovest – da estendere aggiungiamo noi al Medioriente e a tutte le altre aree di conflitti nel mondo – permane paradossalmente come unica garanzia di pace». Sul tema della guerra dei nostri giorni, Severino con il suo pensiero acuto, ci illumina quando evidenzia che «Avendo l’Occidente rinunciato alla verità assoluta, l’Occidente ha liberato il gioco della volontà di potenza che, contrapponendosi, danno alla nostra civiltà la forma strutturale della guerra che, prima di essere qualcosa che può accadere o non accadere, è la forma che dà il suo significato a tutte le nostre idee e a tutti i nostri comportamenti». Ma c’è dell’altro che offre squarci di verità sui meccanismi perversi esercitati dalle forze in campo: «Se la verità assoluta è morta – scrive Severino – allora non è più nemmeno una verità che l’uomo e la sua vita abbiano ‘valore’ e ‘dignità’. Dunque – prosegue lucido ed implacabile – non è più nemmeno verità che la guerra sia qualcosa di ‘negativo’, e qualcosa di ‘positivo’ la pace». E ancora epifanicamente, «Tutto ciò che si fonda sulla volontà affonda le sue radici nella ‘potenza’, che trova la sua più temibile forma nella guerra, e così anche la pace è paradossalmente e drammaticamente fondata sulla guerra».

Inquietante poi, perché chiama ognuno di noi, a guardarci dentro fino in fondo e confrontarci senza alibi sulla nostra conflittuale condizione di uomini senza meta, questo ulteriore e tagliente pensiero sul tema di Severino: «Guerra non è questa o quella guerra. Guerra è il modo in cui l’Occidente guarda le cose quando stabilisce che a salvaguardarle dal nulla non è la loro natura, ma la volontà dell’uomo che le vuole e finché le vuole. Se questo è lo sfondo, ogni sguardo di superficie, e tutti i discorsi promossi da sguardi superficiali sono discorsi che, per quanto drammatici, dolorosi o ispirati da buone intenzioni, si possono anche non ascoltare. Essi, infatti, sono la volontà di potenza debole che ingenuamente implora». 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025

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Mario Sarica, formatosi alla scuola etnomusicologica di Roberto Leydi all’Università di Bologna, dove ha conseguito la laurea in discipline delle Arti, Musica e Spettacolo, è fondatore e curatore scientifico del Museo di Cultura e Musica Popolare dei Peloritani di villaggio Gesso-Messina. È attivo dagli anni ’80 nell’ambito della ricerca etnomusicologica soprattutto nella Sicilia nord-orientale, con un interesse specifico agli strumenti musicali popolari, e agli aerofoni pastorali in particolare; al canto di tradizione, monodico e polivocale, in ambito di lavoro e di festa. Numerosi e originali i suoi contributi di studio, fra i quali segnaliamo Il principe e l’Orso. Il Carnevale di Saponara (1993), Strumenti musicali popolari in Sicilia (1994), Canti e devozione in tonnara (1997); Orizzonti siciliani (2018).

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