- Perché mentire invece di dire la verità?
- Alle persone non piace sempre sentire la verità.
- E se qualcuno facesse lo stesso con te, non ti arrabbieresti?
- Dipende dalle sue intenzioni.
Verità e bugia (o verità taciuta), insieme alla loro relazione col perdono, sono i poli su cui si giocano alcune delle dinamiche esistenziali del maturo film di Muhammad Kordofani [1] “Goodbye Julia” (2023), una coproduzione di Sudan, Egitto, Germania, Francia, Arabia Saudita e Svezia. Tra quei due poli una tensione costante si esplicita a due livelli, lungo tutto il corso del lungometraggio, fino quasi a fondersi nel finale: primo, in un microcosmo familiare tra una coppia di sudanesi arabo-musulmani di Khartum, Mona e Akram. Secondo, nel macrocosmo nazionale tra la componente dominante sudanese e quella minoritaria del sud, cristiana e arabizzata a forza [2], emigrata nella capitale. Protagonisti ne sono Julia, giovane cristiana di origine sud-sudanese, ma cresciuta al nord, fin da bambina, e la già citata coppia, oltre ad altri personaggi secondari, appartenenti alle due componenti antagoniste del Paese.
La cornice storica che inquadra gli eventi del film parte dall’estate del 2005, esattamente dal giorno della misteriosa scomparsa, ma non troppo, del leader sudista John Garang [3] in un incidente di elicottero. Si chiude con il referendum sulla separazione del Sud Sudan dal Nord, nel 2011, e le possibili prospettive di futuro di Julia e del figlioletto Daniel.
Fin dall’inizio il regista ci fa immergere nell’atmosfera cupa del microcosmo sudanese, cioè la casa di Mona e Akram, sottolineata da colori scuri o tiepidi delle pareti. Sul versante nazionale forte è la tensione che si respira a Khartum, tra nordisti e sudisti, esasperata dalla morte improvvisa di Garang: scene di saccheggi, atti di sabotaggio e reazione delle forze dell’ordine, evacuazioni di interi quartieri o bidonvilles, abitati da tutti coloro che erano emigrati dal sud del Paese per sfuggire ai decenni di guerra civile.
La stessa Julia dichiara che la sua famiglia è originaria di Kodok, che ha lasciato da bambina, dopo la fuga e l’uccisione di membri della sua famiglia. Vive col marito Santino e il figlioletto Daniel in una modesta casa di un quartiere popolare di Khartum.
Mona è una giovane cantante che abita col marito Akram in un sobborgo borghese della stessa capitale. È stata da lui ripudiata, proprio a causa della sua passione per il canto, e poi riaccettata, con la promessa di abbandonare il canto. Non hanno figli, a quanto pare per una patologia alle ovaie, e tale infertilità sembra sintomatica di un rapporto di coppia abbastanza problematico, in cui domina la paura, invece della fiducia e dell’amore reciproco.
Akram ha una piccola azienda di carpenteria, è un lavoratore indefesso, ma potrebbe essere definito il prototipo del sudanese nordista razzista. È arido, incapace di amare, probabilmente una metafora del modello maschile plasmato dall’allora presidente Omar al-Bashir.
Presagi
Tante metafore compaiono già dalle primissime immagini del film. C’è una crepa sul muro esterno della casa della coppia. Insieme ad un’altra trasversale, si individua bene una croce rovesciata, sicuramente quella che deve portare la protagonista Julia. Un orologio da parete con le lancette ferme è indice di un disordine interiore ed esteriore, e dà la percezione del senso della routine, dell’incapacità di evolversi nella vita di coppia. Una cipolla tagliata a metà è forse metafora della divisione del Sudan o della coppia, ed evoca imminenti lacrime e disagio. Varie formine di legno parzialmente sbozzate, forse di scacchi, indicano il carattere rigido e calcolatore di Akram? Oppure lo statuto di vittime dei personaggi da parte di un sistema di regole imposto dall’alto?
Il bambino piangente del quadro appeso, di carnagione chiara, con occhi azzurri, è una delle più famose opere del pittore italiano Bruno Amadio (Bragolin). Secondo una leggenda i suoi dipinti porterebbero sventura e fiamme nelle case dove vengono appesi, mentre essi resterebbero intatti.
Mentre Mona sta tornando a casa in auto ed è intenta a fare vocalizzi, per errore investe un bambino, ma non ha il coraggio di fermarsi per assisterlo. Viene inseguita dal padre del piccolo in moto fino a casa sua. In preda al panico, telefona al marito in cerca di aiuto, senza rivelargli le ragioni di quell’inseguimento. Ecco la prima bugia, o meglio, la prima omissione di verità che avrà conseguenze gravissime: Akram uccide il padre di Daniel e marito di Julia, convinto che l’uomo volesse far del male alla moglie.
Dopo quella tragedia, le vite delle due donne subiscono cambiamenti radicali. Julia, ignara della reale sorte del marito, è costretta a vendere wayka [4] per strada, per mantenere sé e il figlioletto, mentre Mona è assalita da forti sensi di colpa che la paralizzano. Decide così di andare alla ricerca della madre del bambino, e dopo averla trovata, la assume come domestica, assicurando a lei a al figlioletto Daniel un alloggio e una scuola vicina.
Razzismo e risentimenti inter-religiosi
La presenza di Julia in casa suscita in Akram discorsi fortemente razzisti: “I sudisti sono bestie, cani randagi, senza pudore”. Lui li chiama ‘abid, letteralmente schiavi, ma il termine ormai per slittamento semantico si può tradurre con “negri”. Aggiunge pure che l’Islam non ha abolito la schiavitù.
Per contro i nordisti arabo-musulmani sono chiamati dalla gente del sud mondokoro, che in qualche lingua locale significherebbe “imbroglioni”, oppure jalaba, dall’abito tipico degli uomini jalabiyya.
La penetrazione della lingua araba nel Sudan del Sud risale all’inizio del XIX secolo, quando i mercanti del Sudan settentrionale, stabiliscono rotte commerciali verso quei territori. Sotto il regime turco-egiziano (1820-1885), gli arabi del nord vengono sempre più invischiati nella tratta degli schiavi in Sudan del Sud, creando attriti e astio tra le due comunità [5].
Tra le due donne che sembrano soffrire, seppur per ragioni diverse, si comincia ad instaurare una forte amicizia, lontano dagli occhi di Akram e nonostante la differenza di status sociale. Il regista crea qualche interessante scena che mostra, in un saggio montaggio parallelo, il destino comune che schiaccia entrambe, in una sapiente inquadratura dall’alto, in una posizione fetale, alla ricerca di protezione e sicurezza. Con estrema generosità Mona espia la sua colpa, ma non ha il coraggio di rivelare a Julia di esser corresponsabile della morte del marito.
Nel salto temporale del film dal 2005 al 2011, esattamente alla vigilia del summenzionato referendum, entrano in scena nuovi personaggi e luoghi, come le chiese di Khartum e il ruolo estremamente importante svolto dai missionari comboniani in Sudan, con il Comboni College of Science and Technology, l’istituto d’istruzione superiore che Julia comincia a frequentare. Nel film fa una fugace apparizione anche uno dei loro padri, Jorge, per accogliere la donna e informarla che anche a Juba è stata aperta una scuola professionale [6].
Lavorando nella falegnameria, Daniel impara il mestiere da Akram, senza sapere che lui è l’assassino del padre. Né tantomeno Akram sa che quel ragazzino è il figlio del sudista da lui ucciso. Ma sebbene gli indizi portino sempre più vicino a quella casa, Mona cerca di allontanarli, con ulteriori bugie.
Perdono e riconciliazione
Durante una festa, Julia conosce il mitico Majier Mulual Majok del SPLM [7], il Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese, che cerca di convincerla a votare per la separazione dal nord, mentre lei ritiene che “tutti i sudanesi sono fratelli”. Venendo a sapere che i nordisti hanno ucciso anche vari membri della sua famiglia gli chiede:
- Ti sei riconciliato con i tuoi assassini?
- Li ho perdonati, ma non abbiamo fatto pace.
- In che senso?
- La pace si fa con l’altro. Il perdono con se stessi, per poter vivere e andare avanti.
Nel microcosmo familiare, nell’atmosfera di intimità e di amicizia, Julia pone una domanda simile a Mona, conscia del suo difficile rapporto con marito che ha portato ad una prima separazione:
- Come ha fatto a perdonarti?
- Gli ho promesso di non cantare più e di non dire più bugie.
- Ma non è vero.
- Sì, invece, ho smesso di cantare.
- E le bugie?
- Ogni tanto le dico, ma sono più brava a non farmi scoprire.
È consapevole del fatto che per salvare il suo matrimonio le bugie sono necessarie. Quando rimprovera il marito di aver ucciso il marito di Julia solo perché era un sudista, lui risponde:
- L’ho ucciso perché tu hai mentito.
- Noi tutti abbiamo mentito, Akram. E tu hai scelto di mentire a te stesso.
Il senso di incomunicabilità nella coppia è sempre più evidente, e Mona lo rinfaccia al marito: “Tu non sai neanche chi sono io (…) Tu ami solo una versione di me che ti sei creato in testa tua”.
Separazioni
Stanca di dover mentire a lui ma soprattutto a se stessa, è intenzionata a continuare a coltivare la passione del canto: mentre nella coppia si consuma la separazione, il referendum decide a maggioranza assoluta, con più del 98% dei voti a favore, la separazione tra Nord e Sud, finendo così decenni di massacri. Non sembra casuale la scelta del regista di far sentire le voci fuori campo dei commentatori di canali tv o radio sull’entusiasmo e l’euforia suscitata dalla separazione politica, durante le scene in cui Mona fa le valigie per andar via di casa, verso un nuovo futuro.
Come si evolverà il caso della scomparsa del marito di Julia e il rapporto tra quest’ultima e Mona? Consapevoli che la vera riconciliazione tra le persone sia subordinata allo svelamento della verità, l’interrogativo che pone il film è sempre più attuale, alla luce dell’attuale ennesimo conflitto in corso, che riguarda stavolta il Darfour e il centro del Paese: come sarà possibile la riconciliazione sudanese, complicata dalla presenza di attori esterni che finanziano le numerose fazioni in conflitto?
Kordofani dedica questo coraggioso film alla memoria del padre, e sicuramente a ogni militare che ha combattuto o a ogni civile che ha sofferto in quella guerra tra le due realtà più culturalmente distanti del Sudan, quella Nigrizia cui il missionario Daniele Comboni si riferiva, un secolo e mezzo fa.
Con un linguaggio cinematografico sciolto e semplice, una superba direzione di fotografia, una tela narrativa ben solida e coesa, una colonna sonora di musiche struggenti, il film è stato selezionato per il concorso Golden Globe del 2024. Ha ottenuto con merito vari riconoscimenti internazionali, tra cui “il premio della libertà”, nella sezione Un certain regard alla 76° edizione del festival di Cannes.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Note
[1] È un ingegnere aeronautico, con base nel Bahrein. Prima di “Goodbye Julia”, ha girato i seguenti corti: Gone for Gold, 2015, Nyerkuk, 2016, Kejer’s Prison, 2019, che hanno ricevuto vari premi in festival internazionali.
[2] Nyombe, Bureng G. V., “Survival or Extinction: the Fate of the Local Languages of the Southern Sudan”, in International Journal of the Sociology of Language, 1997, n° 125: 111.
[3] Dal 1983 al 2005 ha guidato l’Eserciito di Liberazione del Popolo del Sudan durante la seconda guerra civile sudanese; in seguito all’accordo di pace ha ricoperto la carica di primo vicepresidente del Sudan, fino alla morte. Garang sosteneva di voler lottare per un Sudan in cui tutte le componenti etniche e religiose potessero convivere, in armonia.
[4] La wayka è l’okra seccata, un ortaggio tropicale originario dell’Africa, appartenente alla famiglia delle Malvacee. Viene utilizzata in cucina per preparare varie pietanze.
[5] Dhahawi Garri, 2018, “The Politics of Language, Identity construction and State-building that Divided Sudan into two States: a Critical Analysis”, in Atti della IIER International Conference, Melbourne, Australia, 9th June 2016.
[6] Si veda Cavallini, Giuseppe, “La fede nel ritorno oltre la violenza” in Nigrizia n° 5, Maggio 2025: 58-61 e nello stesso numero “Il coraggio di restare”: 62-63. Alla luce degli avvenimenti dell’attuale scontro tra altre componenti sudanesi, la presenza delle scuole e delle chiese, con i cori natalizi e i riti cattolici, assume un particolare significato: i comboniani sono stati costretti a lasciare Khartoum, riaprendo la loro realtà universitaria a Port Sudan.
[7] Sudan People’s Liberation Movement è un partito politico sudsudanes fondato in Sudan nel 1983 come ala politica dell’Esercito di Liberazione del Popolo del Sudan.
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Aldo Nicosia, ricercatore di Lingua e Letteratura Araba all’Università di Bari, è autore de Il cinema arabo (2007) e Il romanzo arabo al cinema. Microcosmi egiziani e palestinesi (2014). Oltre che sulla settima arte e la censura, ha pubblicato articoli su autori della letteratura araba contemporanea (Haydar Haydar, Abulqasim al-Shabbi, Béchir Khraief, Amira Ghenim), sociolinguistica e dialettologia (traduzioni arabe di Deledda, Camilleri e de Le petit prince in algerino, tunisino e marocchino), dinamiche sociopolitiche nella Tunisia, Libia ed Egitto pre e post 2011. Tra le traduzioni più recenti si segnalano la raccolta Kòshari. Racconti arabi e maltesi (2021) e Bidayàt. Antologia di romanzi arabi (2024).
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