Stampa Articolo

Gli ultimi pescatori del porto grande di Siracusa

stampa porto di siracusa

Porto grande di Siracusa- da ” Voyage pictoresque” di R.Saint-Non-Paris 1781/86.

di  Luigi Lombardo

Un tempo, fino agli anni ’70 del ’900, il porto grande di Siracusa, che oggi si avvia a divenire un porto “turistico”, con un progetto devastante quanto inutile, destinato ad alterare l’equilibrio delle acque, pullulava di barche da pesca, le ultime sciabiche, di bulestri, di veloci buzzetti. Sulle banchine i pescatori, anneriti dal sole, deponevano e riparavano le nasse, i conzi , le reti (rizzi), chiamate, come le imbarcazioni, sciabichi e sciabicoti. Questi manufatti denotavano antiche tecniche di pesca, oggi desuete: come la pesca a conzu, consistente nell’immergere una lunga e sottile corda di cànnavu (lenza), cui si applicavano molti ami; o come la pesca a sciàbica, sorta di rete a sacco, più o meno stretta a seconda del pescato. Le reti erano confezionate con liama (ampelodesmo), con giummara, o con cànnavu (a seconda delle maglie più o meno strette). Le reti chiamate “d’erba” si confezionavano ad Avola, quelle di canapa a Siracusa (nella grotta dei Cordari). La rete più stretta prendeva il nome di ìammicu; mentre vera opera di raffinato ntrizzu era a nassa, confezionata dagli stessi pescatori, che usavano fibre di arcia di pantano o altri particolari giunchi di fiume. Altra tecnica era il tràinu con barca in movimento, il cianciolu e lo spiruni. Molto praticata era la paranza dal nome dell’omonima barca: era una pesca a strascico in cui due paranze tiravano i due capi di una grande rete. Il pescato ottenuto era un misto che dava il nome all’omonimo e popolaresco piatto, cucinato a zuppa, alla matalotta o a frittura. Si praticava una rispettosa pesca a strascico per mezzo di tartaruni, grandi tartane, che erano in grado di allontanarsi dalla riva; una sua variante era la pùlica.

Il pescatore non si allontanava molto dalla costa, pronto a rientrare al primo segnale di cambio di vento. Il mare di Siracusa era pescosissimo. Vi si pescavano, come leggiamo in un inventario settecentesco in un misto di italiano e dialetto: “aguglie grosse e minute, angille di salto, mmestini seu crozzi, calamari minuti, cerni, ciàvole, luvariti, cernioli, croggia, dentici, grunghi, gambaro minuto, gambaro imperiale, gattuzze seu monacelli, giugiastre, lampuche, linguate, luzzi, lupi, mazzonelli, merluzzi, mìnoli, opi, morine, moletti grossi di pantano, moletti minuti, mucco russo, mucco bianco, palamiti, palumbo, patelli, picari, purpi, raia liscia, rizzi, sarda grossa, sarda minuta, sauri imperiali, scròfani, scròfani minuti, spinotte grosse, triglie, triglie minute, tundo palamato, vopi con la pasta, sgambiri, pisci di scarda, aresta, alecci, sgummi, lùvari, mazzuni, cicali, ricciole, arineddi, spineddi, fragaglia, sarpe, lumbrini, cipoddazzi”.

Solo un pesce non si pescava, per antichissimo costume: il mulettu, cioè il cefalo o muggine, che se la fa lungo le banchine del porto, a ridosso della fonte di Aretusa, alla quale ninfa era in epoca antica consacrato. Esso era riservato ad una particolare categoria di pescatori detti mulittari di cimetta, cioè quei pescatori che usavano la canna, che oggi fa sorridere gli “esperti” dotati di sofisticate attrezzature. Il mulettu, a seconda della stazza, si chiama capulatu, cirinu, murbusu. Gli ultimi mulittari sono individuabili per la loro particolare attrezzatura.

Ne ho incontrato uno, che, a differenza del consueto “mutismo” scaramantico di certi suoi colleghi, è stato prodigo di notizie. Si distingueva subito per la canna, senza mulinello e galleggiante, a lenza fissa, che pesca “al tocco”. Questa canna consta di due pezzi: la prima parte, la base, di canna comune, la seconda, chiamata cimuni o cimuneddu, di canna americana sottile e sensibilissima. Con la stessa canna, con mia grande sorpresa, ho visto pescare degli extracomunitari, forse tunisini o marocchini.

mulittaru nel porto di Siracusa (anni 80)La punta sensibile consente al mulittaru di operare la scattiata, o colpo secco e rapido, che egli dà alla canna, quando sente il pesce: né forte né troppo piano, un colpo in su per infilzare la preda. Appena sente che la preda ci sta, piano piano egli porta la canna in verticale e il cefalo appare tutto scodinzolante. Niente galleggiante dunque: i mulittari devono sentire la preda, in una gara alla pari dove valgono solo la sensibilità del pescatore e la sua esperienza. Si usa solo un piombo per sprofondare l’amo.

L’operazione di innesco dell’amo prende il nome di gniscata, operazione delicata e a volte lungariusa. Non si usano né bigattini, né coreano, ma una pasta di mollica di pane e formaggio, che si impasta con la saliva al momento dell’innesco, avvolgendovi, con grande abilità, l’amo, così da nasconderlo. L’operazione di impasto della mollica si chiama scanata, termine mutuato dalla panificazione tradizionale.

Prima di iniziare a pescare, appena giunto sul posto, il pescatore provvede a pasturare le acque; ma il mulittaru dice scamari, e scama l’operazione e insieme la pastura. Questa è composta da palle di crusca, farina acida, pane secco, incorporati con sabbia finissima e scarti di cucina, come formaggio, pasta, resti di acciughe o sarde.

Naturalmente la pasturazione si fa anche la sera prima di pescare: questo quando tutti rispettano la “posta”, che il mulittaru si assegna, cioè il posto fisso dove pesca di solito. Seduto sullo sgabello, taciturno e concentrato, non dà confidenza a nessuno e, quando avverte che qualcuno alle spalle lo osserva, si innervosisce e scrolla le spalle, cosa che di solito non deve fare mai. Egli deve stare concentrato sul vettino, l’estremità della canna, pronto a scattare quando sente che deve operare una decisa scattiata. Porta con sé un paniere con il necessario per la pesca, un secchio di latta, una spugna per le mani, il retino, u coppu, con cui raccogliere la preda una volta pescata a pelo d’acqua, ncuppari.

Il cefalo è pesce furbo e malizioso: capace di mangiare senza farsene accorgere. Non abbocca come tutti i pesci che si rispettano, cioè “onestamente”, come mi dice il mio mulittaru: non abbocca come i pisci i petra (pesci di scoglio), è furbo, schifiltoso, non si fida, mangia come un bambino lecca un gelato, assaggia l’esca, la pasteggia delicatamente. Il mulittaru esperto coglie ogni segnale della presenza del muletto e al momento giusto dà il colpo in su. La “lotta” fra uomo e animale non è una caccia, ma una competizione “leale”: il mulittaru usa strumenti tradizionali e tutta la sua abilità.

In attesa della benedetta scattiata il tempo passa e il pescatore non se ne accorge. Chi lo noterà sarà la moglie che, al ritorno, sconsolata, gli ripeterà per l’ennesima volta: Piscaturi di barca e bbulintinu / arritorna cco panaru chinu. / Piscaturi di cimetta/ tinta dda casa ca u spetta. [Pescatore di barca e volantino / torna sempre col paniere pieno. /Pescatore di canna, /povera casa che lo aspetta]. Tuttavia a mitigare la dolorosa realtà di questo proverbio se ne ripete un altro assai più sconsolato: Varca una, mistieri cientu (a sottolineare la precarietà e durezza del lavoro del pescatore).

La verità è che l’osservazione di piccoli gesti e di antiche tecniche empiriche applicate nella pesca tradizionale riserva ancora oggi allo studioso sorprendenti suggestioni e interessanti lezioni di vita: in fondo, sul mare le mani dell’uomo, le sensibilità percettive, le astuzie imparate nel quotidiano confrontarsi con i pesci, restano le arti e gli strumenti elementari per conoscere la natura e per appropriarsene con profitto ma anche con rispetto.

Dialoghi Mediterranei, n.4, novembre 2013
Documento
Bando del Senato di Siracusa riguardante la pesca e il prezzo del pescato
Siracusa 8 Settembre 1519
«Item li pixi di sciabica [si vendono] a grana chincu lu rotulu di modo chi siano dechi pixi lu rotulu et si plui fussiru a dinari ventisei; li pixi di xiabica, di chimetta e di nassi a grana septi lu rotulu e li pixi di lo [?] a grana septi lu rotulu di modo chi siano di dechi per rotulu alias a grana chinco per rotulu; li pisci bistini a grana tri lo rotulu; lu gambaru a grana sei lu rotulu; li patelli a grana chinco e dinari dui lu rotulu; li vocanziculi a dinari sei lu rotulu; li cozzuli non pozanu a [più] di grana dui lu chintinaru; tunnina frisca e palamitu a grana ottu lu rotulu; li pixi spati a grana septi lu rotulu; lu luvaritu a grana septi lu rotulu; lu tumbarellu a grana sei lu rotulu; lu rinduni a grana sei lu rotulu
la salpa a grana sei lu rot. Iitem chi nixunu vendituri di tonnina salata et altri salumi chi si vendono a pisu digiano haviri parti a li dicti salumi sed tantum digia essiri vindituri et pagarisi la sua iornata a ragioni di la vinditura per quantu è solitu pagarisi e chi li branzi che pisano li dicti salumi digiano essiri xaccati immenzu ad effectu poza cadiri lu Sali […]».
ASS, Bandi del Senato di Siracusa, vol. 1
 

 

Se vuoi condividere l'articolo sui Social Network clicca sulle icone seguenti:
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Società. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Gli ultimi pescatori del porto grande di Siracusa

  1. duilio scrive:

    l’arte della vera pesca

Rispondi a duilio Annulla risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>