Un museo domestico
La storia dell’editoria non riferisce di una pubblicazione capostipite nel genere dei cataloghi illustrati di mostre [1]. All’anagrafe dei libri manca il certificato di nascita del primogenito. Se la primazia cronologica rimane ignota, certo è invece il periodo storico di debutto di questa fortunata stirpe di libri. Lo attestano oggi i bibliofili e le librerie antiquarie (comodamente raggiungibili in internet), oltre che qualche illustre testimonianza del tempo.
Nel 1947 André Malraux, intellettuale fra i più versatili della cultura francese del XX secolo, pubblica un libriccino dal titolo bizzarro: Le Musée Imaginaire. Nel saggio, lo scrittore transalpino si sofferma sul ruolo fondamentale giocato dall’editoria postbellica nella diffusione delle riproduzioni in bianco e nero di opere d’arte: la grande disponibilità di fotografie e stampe consentiva finalmente agli appassionati d’arte di godere della bellezza di dipinti e sculture conservati nei musei di tutto il mondo, restando comodamente a casa. Nasceva in quegli anni, così, l’idea di un museo domestico immaginario. Insomma, sicuramente già fra le due guerre vi furono cataloghi illustrati di mostre [2]. L’opera di Malraux conferma la maggior diffusione già subito dopo la Prima guerra mondiale [3]. Se è vero che, secondo dati tuttavia non recenti, si terrebbero in Italia circa 11.000 mostre all’anno, e che in moltissime di esse non manca un catalogo che le illustri, se ne può facilmente dedurre il successo di questo genere editoriale [4].
Il catalogo è questo
Non ci è sembrato ozioso questo breve excursus, poiché il libro di cui ci occupiamo è per l’appunto un catalogo (nel quale si discute di tanti altri cataloghi che a questo sono connessi), eponimo della mostra che si tiene a Marsala nell’ombreggiato ex Convento del “Carmine” (Complesso Carmelitano dell’Annunziata), un angolo quieto e fascinoso che sembra conservare impalpabili memorie di fruscii di tonache e canti di salmi, non arrese alla destinazione laica dell’edificio (è sede museale dal 1990). Nata da un’idea dell’Archivio Piero Guccione e prodotta dall’Ente Mostra di Pittura Contemporanea «Città di Marsala», si è qui inaugurata il 24 maggio di quest’anno, e rimarrà visitabile fino al 19 ottobre, la mostra dal titolo Piero Guccione e Leonardo Sciascia. Cronaca pittorica di una amicizia. La curatela della mostra è di Sergio Troisi, che firma altresì il catalogo edito da Kalòs, che diciamo subito essere dovizioso nei testi, molto ben scritti, e godibile e inappuntabile per grafica e impaginazione. Lo chiudono preziosi e rigorosi apparati bio-bibliografici.
Occorre intanto lumeggiare a grandi falcate la vicenda artistica di Piero Guccione, non dando affatto per scontato che sia nota, al pari dei libri di Sciascia, a ogni persona di buona cultura, pur avendo lasciato nel suo campo (la pittura) segni indelebili, accolti dai testi di storia dell’arte del Novecento [5]. Nato a Scicli nel 1935 da una famiglia di modesto censo, vissuto nell’età d’oro, e oltre (morrà infatti nel 2018), della cultura siciliana del secondo Novecento, ai tempi delle tre corone (Sciascia-Consolo-Bufalino), si trasferisce a Roma nel 1955, dove incontra Guttuso, che lo apprezza, e di cui diverrà più tardi assistente all’Accademia di Belle Arti della capitale, succedendogli alla cattedra di pittura con l’ascesa della sua fama. La sua non disprezzabile bohème è quella di grafico e cartellonista [6], e la collaborazione a una missione archeologica nel Sahara, per il rilevamento a grandezza naturale di pitture e graffiti rupestri dell’età preistorica.
Negli anni ’62-’65 matura un suo proprio stile ed espone in due personali che lo consacrano artista. Da quel momento la sua carriera artistica sarà contrassegnata da un crescendo di riconoscimenti, alimentato da un incessante lavoro sulla tela e da una inesausta ricerca, «talora sino al limite del virtuosismo» [7]. Espone più volte alla Biennale di Venezia, e poi a Parigi (con un catalogo presentato da Dominique Fernandez, accademico di Francia) e New York (il testo di presentazione del relativo catalogo è di Moravia). Il Viaggio attorno a Caspar David Friederich segna una nuova fase della sua pittura, dichiaratamente influenzata dal pittore romantico, le cui tele aveva osservato per la prima volta durante un soggiorno parigino, rimanendone folgorato [8].
Mentre si consolida l’interesse per il suo lavoro a livello internazionale (espone a Washington, con il catalogo presentato da Susan Sontag, e di nuovo a New York, e poi Basilea), matura da tempo la sua intenzione di stabilirsi in Sicilia, in una località collinare nei pressi di Modica, dove anima un gruppo di artisti che Guttuso definirà il “Gruppo di Scicli”. Onusto di onori (una mostra itinerante curata da Enzo Siciliano arriverà sino a Pietroburgo), il suo sguardo di artista non smette di interrogare la realtà alla ricerca di nuovi stupori espressivi. I suoi ultimi cicli pittorici si rivolgono al mare della sua Sicilia, dove muore nel 2018.
Come si è detto, letterati eccellenti intersecarono più volte i dipinti di Piero Guccione, ammirandoli e scrivendone [9]. Con due di essi – Sciascia e Bufalino [10] – l’interesse si mutò in duratura amicizia: per la conterranea radice, per la probabile fierezza di rappresentarla da eccellente manipolo, per il gusto della bellezza visuale che fu, in ispecie per Sciascia (collezionista di stampe e incisioni), una privata passione, dilagata nel pubblico, che si è legata alla sua memoria [11].
Il nostro Catalogo è articolato in quattro sezioni. La prima sezione (“Temi e ragioni di una mostra”, 11-12) riassume brevemente gli anni lungo i quali si snoda l’amicizia fra Guccione e Sciascia protrattasi[12]
« (…) per poco meno di un ventennio, dagli inizi degli anni Settanta sino alla morte dello scrittore, nell’autunno del 1989, accompagnata da un carteggio (…) e scandita da incontri (…). I due, del resto, il pittore e lo scrittore, condividevano molte cose, oltre che un temperamento schivo e un’indole taciturna: amicizie, in particolare con Giuseppe Leone, il grande fotografo ragusano scomparso di recente, che fu l’artefice del loro incontro, città – Roma e soprattutto Parigi, frequentata e amata da entrambi –, ovviamente la Sicilia, la sua controversa condizione storica così come il paesaggio che si dispiega da Agrigento all’altopiano ibleo, che Guccione e Sciascia attraversarono in una direzione o nell’altra, e che spesso funge da fondale al loro sodalizio (…). Sul pittore di Scicli Sciascia ebbe modo di scrivere più volte, e in quattro occasioni (…). La prima è la prefazione di una mostra personale nel dicembre del 1973 alla “Galleria Centro d’Arte 74” di Palermo; la seconda un testo che accompagna i disegni eseguiti nel 1978 a Parigi (…) e poi raccolti, nel 1984, in un volumetto delle Edizioni Bambaia col titolo Diario parigino. Sciascia ebbe un ruolo centrale per la terza occasione, la mostra alla Galleria La Tavolozza di Palermo alla fine del 1984, dedicata al paesaggio degli Iblei in cui alle opere di Guccione si accompagnavano le fotografie di Giuseppe Leone, in un confronto tra pittura e fotografia che lo stesso scrittore aveva suggerito; la quarta ha come fulcro il testo ineludibile nella percezione della Sicilia del secondo Novecento, a cui Guccione dedicò una serie di dodici pastelli per una edizione americana del romanzo che comprendeva una introduzione di Sciascia » [13] (ivi: 11-12).
Il percorso della mostra e il Catalogo, ci avverte il curatore, seguono questa scansione temporale, «ricostruendo quelle mostre e quei libri con le opere allora esposte o pubblicate, talvolta integrandole con altre, così da ripercorrere puntualmente i passaggi della ricerca dell’artista» (ivi: 12). E sono, queste pagine, che compongono il secondo capitolo del Catalogo, (“Piero Guccione e Leonardo Sciascia. La smorfia di Voltaire”, ivi: 13-22), le più imperdibili della pubblicazione. Solo un’attenta lettura ne può restituire la densità critica e storiografica: un’autentica effige estetica dell’arte di Guccione, godibile anche per il nitore della scrittura. Piuttosto che estrarne singole frasi, preferiamo rimandare caldamente alla lettura del testo.
C’è qui una acuta notazione del curatore che apre una di quelle parentesi di intrigante insinuazione per la quale poi ci rimane in mente un libro più di altri, anche per una sola pagina, una frase, un’idea. Sergio Troisi ricorda che la voce narrante di Todo modo venne affidata da Sciascia a un innominato pittore il quale, contemplando dalla sua finestra, nell’eremo di Zafer, luogo dei fatti, il paesaggio dell’alba si distoglie dalla voglia di rappresentarlo, in quanto l’idea del “sarebbe da dipingere” è «“il più banale e accademico elogio della natura nel tempo stesso che si svaluta e degrada la pittura; la quale, almeno per me, si volge a tutto quello che non sarebbe da dipingere” » [14] (ivi: 15). Segue l’arguta osservazione: «Si percepisce in questa riflessione – del protagonista, di Guttuso, di Sciascia? – una sorta di diffidenza, se non nei confronti del paesaggio (le descrizioni paesaggistiche punteggiano di rado e sobriamente la produzione letteraria di Sciascia, e in termini distanti da quella aderenza alla memoria e alla realtà delle cose che si ritrova invece in Pirandello)» (ivi: 15, il corsivo è nostro).
A noi sembra che se ne possa trarre un’altra e più pregnante domanda: cosa spinse Sciascia, così parco nel dare voce ai paesaggi nelle sue opere di narrativa, ad amare le arti visive sino a divenirne, più in generale, un cultore? A cosa ci rimanda questa assenza del bello visuale, mai esplicitata o dichiarata in termini di razionale opzione narrativa? Forse che la desolazione della terra in cui nasce e nella quale vive i suoi anni di formazione lo portarono alla rinuncia della rappresentazione del paesaggio (rappresentazione ch’eppure nel suo amatissimo Pirandello abbonda, come giustamente ricorda Sergio Troisi), come se ne provasse imbarazzo o tedio, per essere esso stesso irredimibile? E dunque occorreva alla sensibilità dell’uomo compensare questi sentimenti nel vagheggiamento visivo, contemplare quella dura terra come redenta nella purezza dell’arte? [15]
Nel capitolo successivo il Catalogo riporta gli scritti che Sciascia redasse nelle quatto occasioni prima ricordate, ricorrendo, soprattutto nelle prime tre (presentazioni di cataloghi di altrettante personali dell’amico pittore), a spigolature dai suoi amati autori francesi, da cui trae qualche originale percorso da scoliaste, come il concetto di Divine platitude di Valery (ivi: 25). A rileggere a distanza di anni queste noterelle estetiche, si rimane comunque avvolti dallo stile della scrittura, il cui fascino non invecchia, soprattutto quando, abbandonando i sentieri a lui inconsueti della critica d’arte, riprende a narrare l’umana condizione con uno sguardo tagliente e compassionevole (si legga la parte finale della sua introduzione al Diario parigino (ivi: 46), a cui fa seguito un altrettanto toccante e lucido testo di Piero Guccione (ivi: 47-48), da cui peraltro si evince una disposizione alla bella scrittura del pittore).
Nel commentare la mostra del 1984, che vide esposte a Palermo, per suo suggerimento, le tele di Guccione e le foto di Giuseppe Leone, Sciascia darà del rapporto fra fotografia e pittura, con un efficace chiasmo, una definizione che resta, a nostro avviso, tuttora valida, e che le odierne commistioni di generi e certo allegro contemporaneismo, rendono più commovente che nostalgica: «Ora una pittura che sembra fotografia non è una buona pittura; e una fotografia che sembra pittura non è una buona fotografia (…). Un pittore può anche, con ossessiva minuzia, parodiare una fotografia; e un fotografo può, con accorgimento tecnico e con voluta difettazione [sic], parodiare una pittura: ma siamo, appunto nella parodia» (ivi: 60).
Come si è detto sopra, Sciascia e Guccione si scambiarono lettere e cartoline [16] (più numerose le epistole del pittore) dalle quali si evince, dai toni vieppiù confidenziali delle intestazioni, il progredire dell’amicizia. L’ultima parte del Catalogo (ivi: 98–129) ne riporta sia la trascrizione sia i fac-simili, con il corredo di alcune foto dei loro incontri, nelle quali compare talvolta Bufalino.
Il volume si chiude con gli apparati bio-bibliografici e compone nell’insieme quel museo immaginario con il quale Malraux, nel 1947, aveva battezzato la nascita dei primi cataloghi. Ma questo già lo sapevamo.
Il sangue e l’inchiostro
E siccome non v’è una buona lettura che non lasci il seme di una domanda e di un’inquietudine si conceda al recensore un’ultima considerazione (ad extra del catalogo ma ad intra di molto altro). È vero che lo spirito soffia dove vuole, ma sembra che abbia i suoi corsi, i suoi contesti e le sue preferenze geografiche, che non sappiamo decifrare, o non del tutto. È forse un caso che un artista come Piero Guccione sia apparso in Sicilia in quello splendido periodo che va, per cenni, dal Il giorno della civetta (1961) di Sciascia, a La vucciria (1974) di Guttuso, Horcynus Orca (1975) di Stefano D’Arrigo, Il sorriso dell’ignoto marinaio di Consolo (1976), Le menzogne della notte di Bufalino (1988), Il birraio di Preston (1995, tralascio il resto) di Andrea Camilleri? Nel mezzo di questa età dell’oro della cultura siciliana operarono magistrati leggendari, le cui indagini culminarono nel maxi-processo alla mafia iniziato nel 1986 e concluso con la definitiva pronuncia della Cassazione nel gennaio del 1992. Qualche mese dopo Falcone e Borsellino venivano uccisi dalla mafia e consegnati al martirologio della resistenza civile della maggioranza dei siciliani alla criminalità mafiosa.
Cosa vuole dire questa corrispondenza storica fra inchiostro e sangue? Da che questo connubio? Quale di questi due strumenti di scrittura della storia ha vinto sull’altro? E oggi, cosa vuol significare un sostanziale silenzio dell’uno e dell’altro? Se mai insieme si tennero e insieme si dileguarono le loro avverse forze, dovremmo forse scomodare il polemos di Eraclito, ché solo dallo scontro si genera il cambiamento? Ovvero che è benefica alla letteratura come alla bellezza la notte del male? Quieta non movere mota quietare è forse il sigillo di questi nostri giorni di blanda luce che assopisce?
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Note
[1] È improprio, a mio avviso, individuare il primo esemplare di catalogo, quale oggi lo si intende, nella Liste des tableaux et pieces de sculpture impresso a Parigi nel 1673, in occasione di una esposizione tenutasi al Salon des Artistes Francais, «uno scritto che mostrava tutto il percorso di visita e che nelle pubblicazioni successive aggiunse delle descrizioni storico-artistiche delle singole opere» (https://editoria.ikonos.tv/blog/pubblicare-catalogo-arte-contenuti-consigli/). Mancava, all’epoca, il fondamentale contributo della riproduzione fotografica dei dipinti che vi erano descritti, riproduzione che fu tecnicamente possibile a partire dal XX secolo con l’avvento della fotolitografia.
[2] Escono in Italia, a sparso esempio e riprova, Mostra della pittura italiana del sei settecento in Palazzo Pitti (1922), La raccolta di Augusto Lurati (1928), La raccolta Severino Spinelli di Firenze (1928, ma come catalogo di una vendita all’asta), Catalogo della esposizione della pittura ferrarese del Rinascimento (1933). Né fa eccezione l’Inghilterra, nel 1931, con un A commemorative catalogue of the exhibition of Italian art, held in the galleries of the Royal Academy.
[3] Devo questa notizia e il corredo delle immagini di cui alla precedente nota [2], alla cortesia di Adriano Bon, autore – con lo pseudonimo di Hans Tuzzi – di una vasta collezione di romanzi e di saggi, nonché di fortunati testi di bibliofilia, fra i quali segnalo il recente Bestiario bibliofilo. Imprese di animali nelle marche tipografiche dal XV al XVIII secolo (e altro), Ronzani, Dueville (VI), 2024.
[4] https://st.ilsole24ore.com/art/arteconomy/2012-11-06/l-italia-paese-mostre-11mila-anno-se-ne-inaugura-ogni-45-minuti-143514.shtml?uuid=AbjCfa0G.
[5] Si veda almeno Vittorio Sgarbi, Il Novecento. Da Lucio Fontana a Piero Guccione, vol. II: 351-355, La nave di Teseo, Milano, 2019. Se ne fa richiamo nella minuziosa bibliografia riportata nel Catalogo alle pagg. 136-142.
[6] Esperienza di cui si ricorderà quando sarà chiamato al commento visivo di molte opere letterarie, tra cui Il rosso e il nero di Stendhal, Senso di Camillo Boito, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Due mesi in Polisella di Serafino Amabile Guastella, Tutte le volte che lei se ne va di Giorgio Soavi, Ultime poesie di Filippo De Pisis, Cavalleria Rusticana di Giovanni Verga, Le Catilinarie e La legge Manilia di M.T. Cicerone, Discorso intorno a due nuove scienze di Galileo Galilei. Per la sua attività di illustratore si veda P. Cimatti – P. Nifosì (a cura di), Piero Guccione. Libri illustrati. Illustrated books. Livres illustreés, Skira, Milano, 2011.
[7] Giudizio espresso da G. Giuffrè (Catalogo: 132).
[8] Ne nacque la mostra eponima del 1984. Riportiamo qui di seguito uno stralcio della presentazione del catalogo per la penna del critico d’arte Giovanni Carandente. «Quando Guccione tornò dall’aver visto la mostra parigina e la sala che vi era dedicata a Friedrich, realizzò di memoria a Milano una litografia ispirata al Sorgere della luna sul mare del 1822, un dipinto che dovette sembrargli emblematico. Allora – era il 1977 – non fu, il suo, che un excursus in quelle caliginose atmosfere, ma ben si accordava al ciclo di pastelli che l’artista andava eseguendo sull’Elogio dell’ombra, che aveva preso le mosse da una poesia di Borges. A quell’opera singola fece seguito, quattro anni più tardi, la cartella di tre litografie in omaggio al pittore di Greifswald che fu il preannuncio di questo viaggio “intorno a”’ un viaggio “breve o lungo, secondo i punti di vista” (così il pittore mi ha scritto) che ora si è concluso. La serie termina, infatti, con una sequenza di tramonti che a sua volta culmina nella notte, «una notte stellata che ho guardato a lungo da questo osservatorio» (ed è noto che l’osservatorio di cui Guccione parla è quella struggente costa meridionale della Sicilia di fronte al mare d’Africa piatto e infinito, lucente e plumbeo quando la notte vi scende con il suo mistero). Per la lettura dell’intero brano si rimanda a http://arteecarte.it/primo/stampa.php?nn=594.
[9] Oltre ai nomi già citati, si aggiungano, fra i grandi, Giorgio Agamben e Tahar Ben Jelloun.
[10] «In occasione del 90° anniversario della nascita di Piero Guccione, la Fondazione Gesualdo Bufalino rende omaggio al grande artista con una mostra che presenta quindici opere tra oli, pastelli e grafiche, selezionate da collezioni private (…) che testimonia la profonda e duratura amicizia tra i due artisti siciliani». La mostra si è tenuta a Comiso dal 27 giugno al 31 luglio dell’anno in corso. https://www.fondazionebufalino.it/attivita/iniziative-culturali/poesia-del-visibile-bufalino-per-guccione.
[11] È giunto all’ XI edizione 2024-2025 il premio “LEONARDO SCIASCIA – amateur d’estampes”, promosso dall’associazione “Amici di Leonardo Sciascia” (https://istitutocentraleperlagrafica.cultura.gov.it/in-evidenza/premio-leonardo-sciascia-amateur-destampes-20284.html).
[12] Ove non diversamente indicato, i testi fra virgolette caporali sono tratte dal Catalogo, con rimando alla pagina.
[13] Giuseppe Tomasi di Lampedusa, The Leopard, The Limited Edition Club, 1988. Il Catalogo riporta l’introduzione di Sciascia tradotta dallo spagnolo (ivi: 89-91).
[14] L. Sciascia, Todo modo (1974), da Opere, vol. I, Adelphi, Milano 2012: 851.
[15] Testimonianza di una più viva sensibilità letteraria per il paesaggio siciliano, fra i tre grandi scrittori siciliani di quegli anni (Sciascia-Consolo-Bufalino), si ritrova in un testo d’occasione di Consolo, corredato, et pour cause, dalle foto di Giuseppe Leone: Vincenzo Consolo, La Sicilia passeggiata, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2021. Il testo apparve la prima volta come Kore risorgente nel volume Sicilia teatro del mondo (Nuova ERI/Edizioni RAI,1990) in cui era presente anche un saggio di Cesare De Seta. L’anno dopo il testo di Consolo e le fotografie di Leone vennero ripubblicate da Eri con il titolo La Sicilia passeggiata, titolo ispirato all’opera Isola di Sicilia passeggiata del gesuita Francesco Ambrogio Maja.
[16] Per il “carteggio inedito” (come recita la presentazione editoriale), intercorso dal 1975 al 1989, si veda Lavinia Spalanca (a cura di), Ladri di luce. Leonardo Sciascia e Piero Guccione tra bellezza e verità, Olschki, 2023: viii-94.
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Alberto Genovese, nato a Trapani, dove vive, è laureato in Filosofia. Ha collaborato con la casa editrice “Novecento” di Palermo, per la quale è stato co-curatore della prima edizione italiana (1989) del Nachsommer (Tarda estate) di Adalbert Stifter. Come scrittore ha esordito nel 2022 con la casa editrice Manni (L’alternativa del cavaliere), segnalato nell’edizione 2019 del Premio Calvino, e finalista alla VI edizione del Premio letterario “Città di Erice” (2024). Collabora per le recensioni di libri con “tuttatoscanalibri” e “Azioni Parallele”.
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