di Valeria Laudani
Ci sono mattine, durante certe colazioni, in cui i pensieri iniziano a viaggiare e in quei momenti la mente sembra svuotarsi per poi riempirsi di domande. Così affiora un’idea. Cosa succede se osservo le mie fotografie da un altro punto di vista? Non si tratta solo di ruotare fisicamente un’immagine, ma di assumere una nuova postura mentale.
È una curiosità che nasce piano, senza forzature, ma che si trasforma in un’esigenza creativa. Riapro così il mio archivio fotografico, un luogo abituale e familiare, ma che cerco sempre di attraversare con occhi nuovi. Quelle immagini che conosco bene, le ho scattate e rivisitate tante volte.
Inizio a sperimentare. Ruoto, ribalto, isolo dettagli, cambio il ritmo della composizione. Scopro che un’inquadratura orizzontale può diventare qualcosa di astratto se osservata in verticale. Un dettaglio insignificante assume centralità, un’ombra diventa forma, un colore racconta più di un soggetto.
Questa pratica, all’apparenza semplice, mi porta a riflettere sul linguaggio visivo e su che cosa è davvero una fotografia.
È solo un frammento congelato della realtà o è anche un dispositivo per immaginare?
Più lavoro sulle immagini, più mi accorgo che l’atto fotografico non termina con lo scatto ma può proseguire all’infinito.
Ogni fotografia contiene infinite possibilità, come se ogni immagine avesse un potenziale latente che aspetta solo di essere scoperto, illuminato.
Le finestre che prima erano semplici aperture diventano forme geometriche e i portoni o i garage volumi astratti o macchie di colore. La facciata di una chiesa, se decontestualizzata, può trasformarsi in un fondale surreale dove una lumaca in bronzo, apparentemente secondaria, diventa protagonista.
In questo ribaltamento continuo tra soggetto e sfondo, tra dettaglio e insieme, emerge una nuova narrazione visiva, più libera e più personale. Mi ritrovo a dialogare con le mie stesse fotografie come se fossero opere nuove, sconosciute.
La fotografia smette di essere documento e diventa visione. Questo passaggio è sottile ma profondo, significa accettare che la realtà può essere liberata dai suoi confini perché non deve necessariamente rappresentare ciò che è, ma suggerire ciò che potrebbe essere.
In questo processo emergono domande che non cercavo, ma che ora sono centrali. Quanto è influenzato il nostro sguardo dalla consuetudine? Cosa succede quando togliamo a un’immagine il suo contesto originale? È possibile restituire poesia a un frammento di realtà semplicemente cambiandone l’orientamento?
L’archivio, da luogo statico di conservazione, diventa campo di gioco e laboratorio concettuale. Le immagini, scattate in momenti e luoghi diversi, ora dialogano tra loro per affinità formali, contrasti cromatici o semplici intuizioni.
Questa operazione è anche una riflessione sul tempo.
L’atto del ri-vedere le immagini implica una sorta di viaggio temporale, dove passato e presente si fondono. Le fotografie – si sa – non sono mai davvero ferme ma cambiano con noi. Un’immagine che ieri non diceva nulla, oggi può risignificare, semplicemente perché qualcosa nel nostro modo di vedere è mutato.
Non cerco spiegazioni razionali o composizioni perfette, seguo la curiosità, lascio spazio all’errore accogliendo anche ciò che è imperfetto. In questa mia contaminazione è come se mi trasferissi in una dimensione immaginifica più descrittiva. In fondo, quello che sto cercando di costruire è un linguaggio fatto di immagini che non rispondono solo alla realtà, ma anche al desiderio di trasformarla fondendo una realtà immaginata con una realtà immaginaria.
È possibile liberare una fotografia dal suo contesto originario, facendola diventare qualcos’altro?
Il progetto non è fine a sé stesso ma continua ad evolversi in un processo aperto, in divenire, proprio come lo sguardo.
Perché cambiare punto di vista non è solo un esercizio estetico, ma un atto di libertà e sempre un invito a guardare meglio.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
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Valeria Laudani, si diploma nel 1993 a Catania in Arti Grafiche, della Pubblicità e della Fotografia e inizia a lavorare privatamente come grafico-creativo e da freelance con alcune tipografie e agenzie pubblicitarie del territorio siciliano. Presso l’università intraprende gli studi in Scienze e Tecniche Psicologiche, per dedicarsi dal 1996 alla propria attività commerciale. Durante questo percorso, partecipa a diverse mostre personali e collettive a Catania e altrove. È stata vincitrice Talent Scout Fiaf 2024.
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