di Costantino Cossu
Sono passati cinque anni dalla morte di Giorgio Todde. È stato uno degli scrittori più importanti della nouvelle vague letteraria sarda dei primi anni Duemila. Ma è stato anche un militante ambientalista che ha lottato contro i tentativi, sempre vivi, di devastare la bellezza del paesaggio sardo.
Come narratore Todde esordì con Lo stato delle anime nel 2001, quando aveva 50 anni. Il protagonista di quel libro è un medico, per l’esattezza un anatomo-patologo: Efisio Marini. Cagliaritano come Giorgio Todde, Marini è un personaggio realmente esistito (1835-1900). È passato alla storia della medicina come «Il Pietrificatore» perché aveva inventato un modo di imbalsamare i cadaveri molto efficace: diventavano solidi quasi come statue di pietra. Ma Marini andava anche oltre. Era capace di «sciogliere» nuovamente le sue mummie per poi, ancora, ripietrificarle. Insomma, giocava con la morte: questo Giorgio credeva che facesse ogni scrittore vero; in ogni caso, questo era ciò che a lui interessava fare quando usava la scrittura per narrare.
Con Lo stato delle anime, sono altri quattro quelli in cui Marini è il protagonista: Paura e carne, L’occhiata letale, E quale amor non cambia, L’estremo delle cose, Il mantello del fuggitivo. Ma non meno degni di nota sono gli altri sei romanzi scritti da Todde: La matta bestialità, Ei, Al caffè del silenzio, Dieci gocce, Ero quel che sei, Morire per una notte. In tutti Todde, come faceva Marini, gioca con la morte. Le corsie di un ospedale sono un luogo in cui la vita si affida alla cura per sfuggire alla morte. Todde, che era un medico ospedaliero, aveva ben presente quanto l’istinto primario alla sopravvivenza fosse potente, vedeva ogni giorno quanto l’energia primaria che spinge a restare in vita fosse grande. Ma vedeva anche come questa forza si intrecciasse a un fattore di uguale importanza negli equilibri psichici di ogni individuo: la pulsione di morte.
Questo doppio passo muove la serie noir che ha come protagonisti Marini – dove «Il Pietrificatore» si trasforma in un investigatore che risolve casi di morti oscure – e gli altri libri di Todde. Su due vorremmo soffermarci: La matta bestialità (2002) e Morire per una notte (2016). Il primo sta quasi a capo della produzione narrativa di Todde; il secondo è il testo ultimo. Ci interessano in maniera particolare perché ci sembrano quelli in cui modi e temi dello scrittore si manifestano in maniera più forte e, in un certo senso, più pura.
La matta bestialità è da poco tornato in libreria in una nuova edizione, con due novità. La prima è una prefazione di Goffredo Fofi, da sempre estimatore di Todde; la seconda è un’appendice di ottanta pagine che contiene l’abbozzo di un sequel del testo del 2002 al quale Todde ha lavorato nel suo ultimo anno di vita. Titolo di queste pagine, provvisorie ma già all’altezza della scrittura migliore di Todde, è Temperalapis. Il tutto per la cura di Giancarlo Porcu, storico editor della casa editrice Il Maestrale, che ha pubblicato tutti i libri dell’autore cagliaritano.
«Mai come oggi – scrive Fofi nella prefazione a La matta bestialità – si apprezza quello che affermò diversi anni fa uno scrittore molto minoritario, Julien Gracq, nell’aureo pamphlet La literature a l’estomac. La letteratura, ci ricordava Gracq, ha il dovere dell’ambizione, dell’affrontare il mistero dell’esistenza». L’autore de La matta bestialità (come Gracq minoritario) a questa altezza si muove. Il solco seguito dalla sua scrittura parte da Dante e arriva, nota Fofi, sino a Poe, a Dostojevskij e a Lovercraft. Todde, che ha un’acutissima sensibilità contemporanea, non cancella dal suo orizzonte creativo la tradizione.
La matta bestialità è l’undicesimo canto dell’Inferno, Virgilio che chiede a Dante: «Non ti rimembra di quelle parole/ con le quai la tua Etica pertratta/ le tre disposizion che’l ciel non vuole,/ incontinenza, malizia e la matta/ bestialitade?». Dante e la Commedia hanno un ruolo centrale nel racconto di Todde: perno strutturale della narrazione e cornice di senso.
Incontinenza, malizia e matta bestialità portano l’inferno nella città (città senza nome, perché l’inferno non ha caratterizzazioni né storiche né geografiche) in cui vive Ugolino Stramini, il protagonista. Ugolino ha la vita stravolta da una violenza senza limiti e nello stesso tempo ordinaria, che cancella, nei modi più orrendi e insensati, ogni affetto, ogni umano legame, e fa del reale una terra desolata. Sino a quando il dolore è così grande che può placarsi soltanto fuori dal mondo terreno, in una dimensione, cosmica, inattingibile dal male, non contaminabile dalla matta bestialità che governa il pianeta intero. Di fronte all’orrore, la derealizzazione è l’unica via di scampo.
Meteorologo che studia le nuvole, uomo d’aria e di cieli, Ugolino è un idiota dostoevskijano, un «folle in Dio» testimone, impotente e puro, della devastazione che la follia degli uomini può produrre. Sino alla straordinaria pagina finale del sequel Temperalapis, dove un gigantesco cuore vivo, pulsante, getta un diluvio di sangue sulla città e la sommerge per sempre sotto una calda coltre viola. Un presagio? Una profezia? Scrittura, quella di Giorgio Todde, che ha il coraggio di guardare in faccia il male. Literature à l’estomac, letteratura tout court. Ancora è possibile farla.
In Morire per una notte, di fatto l’ultimo testo narrativo dello scrittore cagliaritano e il più scuro, il teatro (non usiamo a caso questo termine) della narrazione è quello, grande, della Storia. Il libro, diviso non in capitoli ma in atti, si apre con l’ingresso della flotta rivoluzionaria francese, guidata dall’ammiraglio Laurent Truguet, nel Golfo degli Angeli, in una mattina di gennaio del 1793. Truppe francesi sono già sbarcate a Sant’Antioco. In Sardegna alla corona di Spagna è subentrata quella sabauda, che non ha cambiato molto. Con l’arrivo dei legni francesi sembra invece arrivato per l’isola il momento dell’ingresso effettivo, precipitoso e cruento, nella modernità. Nella roccaforte alla vista delle insegne rivoluzionarie all’iniziale incredulità segue la paura. Il viceré Balbiano si chiude nel suo palazzo circondato dai Dragoni. Non combatterà: la Francia del 1789 è nemica di tutti i re, ma alla corte transalpina si parla francese e in fondo dell’isola spersa al centro del Mediterraneo a Torino non importa granché. Il vecchio ordine è invece difeso dai nobili di origine sarda, da sempre armati uno contro l’altro ma ora uniti di fronte al pericolo comune. Organizzano la resistenza all’attacco francese il marchese di Laconi Ignazio di Aymerich e il suo braccio destro Girolamo Pitzolo, un avvocato, un borghese ambizioso che vuole percorrere in fretta il cursus honorum delle cariche pubbliche elargite dai Savoia. Dai paesi di tutto il Campidano i feudatari fanno arrivare a Cagliari i loro miliziani, migliaia di uomini a cavallo.
Tutta la parte iniziale (l’Atto I) del libro è occupata dal racconto dell’assedio. Todde descrive un mondo al tramonto fatto di una nobiltà gretta e cialtrona arroccata nel Castello e di una plebe asservita che trascina nei bassi una vita miserabile. Ma sin dalle prime pagine, dietro lo scenario storico emerge altro. Le idee e i fatti, le cure e le pene di ciascun personaggio si sporgono, nelle pagine di Todde, su un abisso d’insignificanza, su un vuoto di senso ai quali ciascuno degli attori del racconto reagisce con strategie esistenziali differenti: chiusura nella propria immediatezza biologica, come per il conte di Fraus Protasio Calabeza; una difesa della Legge – di Dio e del Re – tanto cieca che si spinge sino alla negazione stessa della Legge, come per il parroco della Cattedrale Don Cosma Cugia e il giudice della Regia Udienza Leonida Mantega; fuga nella dimenticanza di sé attraverso l’oppio, come nel medico Jorge Rajon. Risposte regressive al panico che la mancanza di senso genera, alle quali si contrappongono risposte che invece sono mosse dalla fiducia nell’azione positiva degli uomini sul mondo: quella del giudice Giovanni Angioy (l’Alternos della Sarda Rivoluzione), che crede negli ideali di Libertà, Uguaglianza e Fraternità e vuole aiutare i francesi a liberare Cagliari e la Sardegna; quella del giovane Joseph Nicéphore Niépce, imbarcato come sotto ufficiale su una delle navi francesi e apostolo della Verità che le armate rivoluzionarie sono chiamate a portare ovunque nel mondo.
Quando però, nell’Atto II, l’azione si sposta cinque anni dopo l’assedio, nel 1798, sia Angioy sia Niépce devono rifare i conti con se stessi. Il giovane sotto ufficiale ritorna, insieme con la moglie Agnès, a Cagliari, la città che i francesi avevano bombardato dalle navi al largo del golfo e dalla quale alla fine erano stati costretti a ritirarsi sconfitti dai miliziani di Girolamo Pitzolo durante il tentativo di sbarco. Nella luce implacabile dell’estate mediterranea, che ora ritrova intatta, Niépce incontra clandestinamente un Angioy in fuga. La Sarda Rivoluzione è stata sconfitta e l’uomo che l’ha guidata è un senza patria. I custodi del vecchio ordine hanno vinto. Niépce è invitato a banchetto dal marchese di Aymerich, il feudatario che ha cacciato via Truguet e che ora concede l’onore delle armi al “novatore” sconfitto, forte della convinzione che se è vero che tutto può cambiare in superficie, «il cuore delle cose resta sempre identico».
Inseguito da un fantasma d’amore, quello per la nobildonna Galatea Ruju, che cinque anni prima ha amato per una notte mentre era in missione segreta nella roccaforte nemica, Niépce fugge via, torna a Parigi. Amore e morte si legano per tutto il racconto di Todde. La morte come orizzonte della vita. Amarsi per una notte, morire per una notte. Morire al mondo, fermare il mondo con un atto d’amore, breve, effimero, ma a suo modo eterno. Quando sta per ritornare a Parigi Joseph fa recapitare ad Angioy, in procinto di riparare in Francia, una lettera: «In questo meridione la luce è il vostro infinito. Ma sono convinto che neppure la luce è infinita. Anzi, nulla è più infinito del buio. Quando gli astri si spegneranno, tutto tornerà al buio. Per questa certezza ho una mia religione. I miei sali d’argento vengono dall’infinito e all’infinito tornano».
Com’è noto Joseph Nicéphore Niépce, anche lui come Angioy personaggio storico reale, ha un posto importante nella storia della fotografia per essere stato il primo a fissare su lastra un’immagine disegnata dalla luce. Nell’Atto III di Morire per una notte, spostata da Todde l’azione al 1840 nell’interno dell’appartamento cagliaritano di una Galatea ormai settantenne, da una lettera del suo ex amante che la donna ora rilegge sappiamo che la scoperta ha la data del 2 luglio 1827: «Fa tutto l’argento! Tutto l’argento, Galatea! L’ho chiamata l’orma del sole. Ho fermato il mondo, Galatea». Il mondo s’è fermato su una lastra di bitume di Giudea nell’estate del 1827 così come, nell’inverno di trentaquattro anni prima, si era fermato nel letto in cui Galatea e Joseph si amavano sotto le bombe francesi. Alla fede nella Verità Joseph ha sostituito la fede in un atto minimo, quello che gli consente di usare la luce, la stessa luce nitida e implacabile che a Cagliari gli feriva la vista, per fermare il corso dei fatti, per morire al cospetto del mondo, per vincere la paura del nulla e trovare «un frammento d’infinito».
Morire per una notte è prima di ogni altra cosa un libro sul rapporto tra Eros e Morte. Nel solco del Freud di Al di là del principio di piacere, Todde pare far proprie le conclusioni del padre della psicanalisi: «In definitiva, sembra proprio che il principio di piacere si ponga al servizio delle pulsioni di morte». Il piacere di dare e di ricevere una morte definitiva, come accade in battaglia. Ma anche il piacere di una morte momentanea, passeggera, ottenuta con i modi stessi della vita. La morte per sempre e la morte di una notte d’amore come arma suprema contro la paura. La scena chiave del libro è quella in cui una donna giovane e bellissima, prima atrocemente torturata e poi ingiustamente condannata a morte, appoggia la testa, in un gesto affettuoso di abbandono e di consolazione, sulla spalla del boia che sta per metterle il cappio al collo.
Ma è anche un libro, Morire per una notte, sull’unica fede praticabile dopo il crollo di tutte le fedi. A Don Cosma Giua, prima che la vita gli sia portata via da una palla francese, una schiera di diavoli rivela che Dio non esiste; Angioy, sconfitto, dubita che alla Storia possa essere impresso un corso, «perché le cose contengono in sé una volontà loro. Sempre la stessa, sempre la stessa» (in fondo, come Aymerich). Nella Cagliari di oggi, il narratore che si svela nell’Epilogo scrive in una stanza del palazzo in cui nel 1770 nacque Galatea. «Scrivo – dice – soltanto perché non mi persuado che le cose accadano e basta». Di fronte a un tramonto di sangue (la morte del giorno), il narratore annaspa, prende le sue gocce contro il panico ma, come Galatea e Joseph, non sfugge al tempo, alle azioni, alle conseguenze. Continua a cercare un senso. E in questo ostinato resistere, se Joseph utilizzava la luce il narratore usa invece lo strumento altrettanto fragile della scrittura. Scrivere, come fotografare, è fermare il mondo, uscirne fuori pur restando ad esso inesorabilmente legati, e cercare così un segmento d’infinito come Galatea e Joseph nella loro unica notte d’amore. Sapendo che, in questa sospensione, più che nella preda il senso è nella caccia stessa.
Libri, La matta bestialità e Morire per una notte, in cui, come in tutti i testi di Todde, la vita scorre sontuosa nella sua bellezza – nell’abbraccio caldo e pieno del desiderio – e insieme accoglie in sé il senso di un limite, di una mancanza, di un vuoto irreparabile. Vita e morte si intrecciano come in una struggente milonga.
Di Giorgio Todde, però, non si sarebbe detto tutto se non si aggiungesse che è stato anche un militante ambientalista. Si commuoveva di fronte alla bellezza di un paesaggio. Piangeva di felicità. Difendeva la bellezza con i suoi modi gentili: intransigente, ma senza mai alzare la voce, fermo nella denuncia delle responsabilità dei devastatori dell’ambiente e del paesaggio, ma sempre saldamente ancorato, nella polemica, ad argomentazioni razionali. Voleva che si capisse quanto distruggere la bellezza sia insensato, non soltanto perché ci rende tutti più poveri in termini di esperienza e di conoscenza, ma anche perché ci impedisce di vedere che non è con il turismo di rapina, con il consumo dissennato di suolo, con la speculazione immobiliare che si può costruire il futuro, in Sardegna e fuori della Sardegna. Provava a dire, Giorgio Todde, che su un pianeta che rischia il collasso ambientale difendere la bellezza è questione di sopravvivenza e che senza una svolta nel modo di intendere, innanzitutto sul piano dell’economia e dei rapporti sociali, il legame tra uomo e natura, il rischio è che prevalga una tragica pulsione di morte.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
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Costantino Cossu, giornalista, ha studiato a Sassari al Liceo Azuni e a Urbino alla Scuola di giornalismo e alla facoltà di Sociologia dell’Università “Carlo Bo”. Dal 1993 al marzo del 2022 ha curato le pagine di Cultura del quotidiano La Nuova Sardegna. Dal 2004 collabora con il quotidiano Il Manifesto. Ha collaborato con il settimanale Diario diretto da Enrico Deaglio e con la rivista Lo Straniero diretta da Goffredo Fofi e collabora con le riviste Gli Asini e Doppiozero. È stato docente a contratto nel corso di laurea in Scienze della comunicazione dell’Università di Sassari. Per la casa editrice Cuec ha curato il libro Sardegna, la fine dell’innocenza; e per le Edizioni degli Asini il libro Gramsci serve ancora?
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