Non è possibile oggi fermare l’attenzione sulla Palestina senza pensare e fare riferimento al genocidio tuttora in corso a Gaza. Laura Ferrero lo riconosce e ne spiega le molte ragioni già nelle prime pagine dell’introduzione al suo libro Contrabbando di vita. Prigionia, genere e riproduzione in Palestina (Carocci, 2025), il risultato di una ricerca etnografica in Cisgiordania, un altro pezzo di Palestina occupata, teatro anch’esso nel corso del tempo, in una nakba (catastrofe) perdurante dal 1948, delle forme di violenza del piano di insediamento coloniale perseguito dallo Stato israeliano.
I temi di questa etnografia integrano e rinnovano l’orientamento prevalentemente storico-politico dell’ampia letteratura sulla Palestina oggi disponibile sulla scena italiana, proponendo una prospettiva che interseca campi di studio diversi all’interno della ricerca antropologica: l’antropologia del genere, della famiglia e della riproduzione, l’antropologia politica, l’antropologia dell’islam.
Laura Ferrero ha condotto il lavoro sul campo una decina di anni fa a Nablus e dintorni, incontrando le mogli dei prigionieri politici che avevano scelto, insieme ai loro mariti condannati a lunghe pene detentive, di ricorrere alla procreazione medicalmente assistita grazie alle tecnologie messe a disposizione dal Centro medico Razan di Nablus e alle possibilità di trafugare lo sperma dalle carceri. Al centro dell’attenzione il tema delle pratiche riproduttive delle famiglie palestinesi, ed è questo fuoco sulla dimensione riproduttiva a innescare un inevitabile collegamento con la situazione attuale a Gaza, che alcune studiose, insieme al Collettivo femminista palestinese, hanno definito di genocidio riproduttivo o riprocidio, scegliendo un termine e una prospettiva che ancor più delle espressioni simili più frequentemente impiegate per descrivere gli effetti della guerra di Israele contro Gaza – educidio in riferimento alla distruzione delle scuole e delle università o ecocidio per indicare i danni forse irreparabili all’ambiente naturale – bene ne inquadra la drammatica portata complessiva.
Il genocidio riproduttivo in questo contesto si è configurato non solo come eliminazione fisica di interi gruppi familiari e parentali, ma ancor più come distruzione sistematica di tutte le strutture e i mezzi che rendono possibile la riproduzione biologica e sociale, dall’acqua alle cure mediche, dalle risorse agricole alle scuole e agli archivi anagrafici.
«Un attacco deliberato alla capacità di un popolo di rigenerarsi e sopravvivere» (ivi: 49), un contrasto della vita e un controllo riproduttivo che Israele ha esercitato da molto prima di questa guerra e in molti modi diversi, a partire dall’ossessione per la “bomba demografica” che ha orientato sin dalla fondazione di Israele le politiche governative di contenimento dei numeri della popolazione palestinese all’interno dello Stato, oppure ricorrendo all’incarcerazione sistematica e alla conseguente separazione, spesso per molti anni, degli uomini dalle loro famiglie in Cisgiordania, una condizione destinata a generare in certi casi una vera e propria frattura riproduttiva nella storia familiare e collettiva. È dentro a questa realtà nei suoi diversi aspetti che ci porta Laura Ferrero attraverso le parole e i racconti delle donne intervistate. La sua etnografia esplora la pluralità dei fattori implicati in queste pratiche riproduttive che generano bambini e bambine definiti come “ambasciatori di libertà”, rivelando i significati politici insieme ai sentimenti intimi che spingono le mogli e i loro mariti incarcerati a un’impresa complessa che deve valicare muri e confini per realizzare il desiderio di famiglia e di futuro.
L’intreccio tra dimensione politica e dimensione privata emerge così sin dalle prime pagine, dove si parla di questa impresa riproduttiva in termini di ṣumūd. Ṣumūd, una parola spesso richiamata per indicare le forme di resistenza e resilienza del popolo palestinese, in questo, come in alcuni altri lavori, è piuttosto intesa e tradotta come perseveranza, senza perderne il significato politico ma in una versione capace di esprimere la pluralità degli aspetti coinvolti, poiché indica una disposizione a fronteggiare le situazioni difficili, costruita e consolidata nel tempo, «la capacità collettiva di rigenerarsi in un contesto di colonizzazione e occupazione protratta» (ivi: 11).
Il contrabbando di sperma dalle carceri israeliane è una chiara espressione della perseveranza nel progetto riproduttivo di una famiglia di fronte alla reclusione e all’assenza del marito dalla scena domestica, una operazione non certo di facile successo, che ha richiesto una buona dose di creatività per costruire le strategie del passaggio illecito, spesso durante le visite dei familiari, della sostanza biologica dal dentro al fuori. Un contrabbando che trova le sue ragioni nelle possibilità di concepire che le tecniche di procreazione assistita hanno aperto, quelle “tecnologie della speranza” che il Centro Razan per la cura dell’infertilità ha messo gratuitamente a disposizione delle mogli dei prigionieri politici e la cui legittimità è stata ratificata dalle autorità religiose e dalle istituzioni del diritto islamico, che ne hanno stabilito condizioni e limiti.
Dalle voci femminili riportate nel libro traspare l’orgoglio di essere moglie di un prigioniero politico ma con altrettanta forza la denuncia del sacrificio che la propria condizione di vita implica, la volontà di renderlo visibile e di chiederne il riconoscimento sociale: «lui ha resistito, ha difeso [la patria] …. ma anch’io, non sto forse sacrificando tanto? Questa responsabilità io la sto portando tutta […] Lui ha dato sé stesso per la patria, e anch’io mi sono sacrificata con lui» (ivi: 17). Queste donne sentono l’ingiustizia di una vita amputata dai piani di incarcerazione di Israele della possibilità di diventare madri, la esprimono talvolta nel linguaggio del diritto alla maternità ma più spesso in quello delle emozioni: raccontano della solitudine e del sentimento di vulnerabilità, della sofferenza quotidiana nelle case vuote, del peso dell’ineludibile controllo familiare e sociale, del timore che giunte al termine dell’età fertile senza figli il marito una volta scarcerato possa ricorrere al divorzio.
Le mogli sono consapevoli che nella loro situazione i figli e le figlie costituiscono più che mai una risorsa affettiva e materiale fondamentale, che rafforza la loro posizione in famiglia e nella società. La preferenza condivisa dalle donne per i figli maschi, più facilmente realizzabile grazie al ricorso alla selezione degli embrioni, trova le sue ragioni tanto nella continuità della discendenza patrilineare e delle strutture patriarcali della società quanto nella sopravvivenza collettiva sotto occupazione.
Nel descrivere il lungo e spesso tormentato processo decisionale che ha condotto alla scelta della fecondazione assistita queste donne riportano anche le posizioni, incertezze e desideri dei loro mariti in una narrazione che mostra una dimensione spesso sottaciuta nella rappresentazione dominante e monodimensionale della maschilità, degli uomini come eroici combattenti per la liberazione della Palestina, impegnati nello scontro perenne con l’esercito israeliano, la violenza coloniale e il sistema carcerario.
I prigionieri politici, afflitti quanto le loro mogli da un sentimento di mancanza e di vulnerabilità, condividono il “normale” desiderio di costruirsi una famiglia, di avere dei figli, perché «la presenza dei figli è un legame con la vita, con ciò che nel proprio presente lega i detenuti alla vita fuori dal carcere e con un senso di futuro, di possibilità e di esistenza» (ivi: 96). Un’aspirazione alla paternità che è anche orientata dall’imperativo riproduttivo secondo le aspettative della società, dall’idea che un ingrediente importante dell’identità maschile sia generare figli, che la virilità sia radicata nella fertilità. Il contrabbando di sperma rende così possibile costruire dietro le sbarre un’identità maschile piena, prodotto della combinazione tra attivismo politico e paternità.
Anche in questa forma di biopolitica – o spermopolitica [1] – è possibile vedere quel «paradossale gioco di specchi che si crea nella relazione tra retoriche nazionaliste e desideri riproduttivi in Israele e Palestina» (ivi: 48). Tuttavia, mentre la spermopolitica palestinese, come Laura Ferrero ci mostra chiaramente, è motivata dalla volontà di affermare la vita oltre ogni ostacolo, la spermopolitica israeliana è profondamente intrisa di necropolitica, e in più sensi.
Prelevare e congelare lo sperma dei soldati caduti in guerra per garantirne la riproduzione postuma è un’operazione da riportare in primo luogo al significato simbolico attribuito al corpo del soldato, come Meira Weiss [2] ha ben documentato: un corpo scelto, perfetto, che meglio incarna l’identità e la nazione ebraica, in una società che non riesce a pensarsi se non in termini di militarizzazione e conquista coloniale, col carico di morte che questo implica.
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
Note
[1] Il termine spermopolitica è proposto nel volume di E. Bosisio, M. Fragnito, F. Timeto, Spermopolitica. Genocidio riproduttivo e resistenza in Palestina, Milano, Prospero Editore, 2025.
[2] M. Weiss, The Chosen Body: The Politics of the Body in Israeli Society, Stanford, Stanford University Press, 2002.
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Paola Sacchi, Ricercatrice presso l’Università di Torino, dove insegna Antropologia del genere e della parentela e Antropologia del Mediterraneo, ha condotto ricerche sul terreno tra i gruppi beduini del Negev e più recentemente su temi di famiglia e migrazione e di inquinamento ambientale in Italia. Tra i suoi lavori: Nakira. Giovani e donne in un villaggio beduino di Israele (Il Segnalibro 2003).
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