di Valentina Brancaforte
C’è un ristorante sotto il ponte di Galata. Uno dei tantissimi che si affacciano sull’acqua, allineati come piccole lanterne sul Bosforo.
Uno di quelli in cui non avrei mai messo piede, convinta che fosse una trappola per turisti: troppo esposto, troppo “per gli altri”.
Il Ponte di Galata è situato sul Corno d’oro, collega il centro storico di Istanbul alla parte più moderna della città. il piano stradale è costantemente affollato di pescatori; quello sottostante ha una miriade di locali.
In uno degli ultimi giorni gelidi del 2025 il vento taglia la pelle, la pioggia scivola giù dal cappuccio, e lì mi fanno cenno di entrare. Mi aprono la porta senza chiedere nulla. Mi portano tè turco bollente, forte e ambrato, e un piattino di baklava che profuma di pistacchi e miele.

Istanbul, Bancarella di ‘kestane’ (caldarroste) e pannocchie per le strade di Uskudar (ph. Valentina Brancaforte)
Fuori, il ponte vibra sotto il passo dei pescatori. Quel giorno mi sono unita a loro, stringendo tra le dita intorpidite una canna che non era la mia, riscaldata solo da un piccolo fuoco improvvisato. Chi me l’ha passata non poteva sapere che da bambina andavo a pescare con i miei nonni. Sento tirare, lui mi aiuta a recuperare la lenza. Non parliamo: lui non conosce l’italiano, io non conosco il turco. Ma quando tre pesciolini penzolano dalla lenza, sorride e si porta la mano al cuore. Un gesto antico quanto la città.
Il ponte di Galata è così da secoli: un luogo di passaggio, di incontri, di scambi. Unisce mondi diversi, come Istanbul stessa, sospesa tra Europa e Asia. Nei giorni seguenti continuo a vagare per le strade affollate tra le bancarelle che vendono castagne, pannocchie, pesce arrostito.
Le moschee punteggiano l’orizzonte con i loro minareti, e il richiamo alla preghiera si mescola al rumore dei clacson e al profumo del pane simit.

Istanbul, La Moschea di Süleymaniye e la sottostante Moschea di Rüstem Paşa (ph. Valentina Brancaforte)
I bazar sono un labirinto di colori, come lo erano già nel XV secolo, quando i mercanti arrivavano da Persia, India, Cina. Tutto ha un sapore che sembra non restituire davvero l’identità della città, come se Istanbul fosse sempre un passo più in profondità, sempre un po’ nascosta.

Istanbul, Uno striscione appeso in occasione della manifestazione di solidarietà con Gaza svoltasi l’1 gennaio 2026 sul ponte di Galata (ph. Valentina Brancaforte)

Istanbul, Ragazze con le bandiere turche e palestinesi sulla via Istiklal al termine della manifestazione in supporto di Gaza (ph. Valentina Brancaforte)
Quando sono stanca, come ormai per un rito, torno al ristorante. Mi lasciano sedere sempre allo stesso posto, come se lo avessi prenotato da una vita, come se mi aspettassero. Una poltrona verde chiaro, un piattino bianco con decorazioni rosse e oro, e una dolcezza che non sta solo nei dolci.
Guardo il Bosforo tingersi di arancio, il sole che si scioglie sull’acqua, i pescatori che non smettono mai. L’atmosfera è calda, avvolgente. Esco di corsa per fotografare l’ultimo tramonto del 2025, incurante di aver lasciato tutta la mia roba sul tavolo.
Il primo giorno del 2026 Istanbul cambia volto. Sul ponte, una folla marcia per Gaza. Poi si disperde nelle vie principali, con lo sguardo fiero.

Istanbul, Particolare di una struttura nel parco del Palazzo Beylerbeyi, sulla sponda asiatica di Istanbul, a ridosso del mare. Sullo sfondo uno dei ponti sul Bosforo (ph. Valentina Brancaforte)
Istanbul mostra la sua doppia anima: accogliente e combattiva, romantica e politica, antica e modernissima. La neve inizia a cadere, l’atmosfera diventa magica, come se la città respirasse in un ritmo tutto suo.
Non appena la bufera di neve svanisce, tutto riprende movimento. Ed io torno a perdermi per le sue strade: il lato europeo, il lato asiatico, i traghetti che tagliano l’acqua come frecce.
Eppure c’è un’immagine che resta immutata. Un frammento di autenticità che resiste al tempo, alle stagioni, ai cambiamenti.
I pescatori, quel gesto lento, antico, che da sempre appartiene alla città.
E, sotto quel ponte, un tavolo che mi aspetta.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
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Valentina Brancaforte, catanese, ha iniziato a fotografare nel 2012, periodo in cui la sua vita si divideva tra Catania e Palermo per motivi di lavoro. Dopo anni dedicati principalmente alla fotografia di ritratto, ha cominciato a raccontare e registrare le storie che la circondano, con particolare attenzione ai temi sociali e ambientali. Considera la fotografia non solo come uno strumento di documentazione, ma anche come un mezzo per esplorare e comprendere la condizione umana e soprattutto come un mezzo di espressione artistica. Ha esposto in Italia (“Novecento, Artisti di Sicilia. Da Pirandello a Guccione”. – Collettiva a cura di Vittorio Sgarbi; “La Ricerca della Bellezza” – a cura di Letizia Battaglia) e all’estero (Nepal Tourism Board, Kathmandu, con la mostra personale ‘A tale of two lands: Nepal meets Sicily’) ed è tra gli autori del progetto “Il Cantico di Librino” a cura di Antonio Presti e Fiumara d’Arte. Nel 2021 è stata finalista al 20° Premio Pesaresi per la fotografia contemporanea con il lavoro “Paîs”. Nel 2023 ha vinto il premio internazionale “Premio Chatwin” con il lavoro “Habitat – Mongolia”.
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