di Karim Metref
Nei giorni di forte calura dello scorso giugno e luglio, in Francia si sono verificati due eventi che hanno suscitato una forte polemica: uno riguarda un gruppo di giovani di una periferia di Clermont-Ferrand che, senza permesso, hanno installato una piscina gonfiabile nel parcheggio del loro quartiere di case popolari. L’altro è la storia di un ragazzino di 14 anni, Hamza, detto “la douane” – cioè la dogana – che si è inventato uno strano modo di fare soldi: lungo il canale Saint Martin, nel cuore di Parigi, ha istituito un pedaggio per i passanti. “O paghi 2 euro o ti sparo… con una pistola ad acqua”.
Due storie che avrebbero potuto sollevare molte questioni: la calura giunta a livelli insopportabili, che spinge le persone rimaste senza modo di rinfrescarsi a comportamenti insensati; l’accesso alle vacanze per i più poveri; le disuguaglianze in crescita; la mancanza di attività per i giovani delle periferie povere; l’assenza di dialogo con le autorità pubbliche. Forse si poteva anche parlare dell’abbandono da parte di certi genitori del loro compito educativo…
Invece, complici i social media e la guerra mediatica in atto, scatenata dalle estreme destre – ormai proprietarie dei principali media francesi –, si parla ancora una volta e soltanto di immigrazione e sicurezza. È così che Hamza “la dogana” è diventato Hamza “il terrore”.
La piscinetta della discordia
Il primo evento si svolge a Clermont-Ferrand, in Alvernia, nel centro della Francia. Il clima è continentale: freddo d’inverno e rovente d’estate. Nei giorni di canicola che hanno colpito tutta l’Europa a metà giugno, nel quartiere popolare di La Gauthière, alla periferia nord-est della città, in mezzo ai capannoni delle fabbriche Michelin – la principale industria locale –, la gente non sa cosa fare. Le palazzine delle case popolari sono prefabbricati che durante il giorno si trasformano in forni a microonde. I residenti sono per lo più poveri e non possono permettersi una casa per le vacanze, un soggiorno al mare o in montagna, né tantomeno l’ingresso quotidiano alle piscine comunali.
Di fronte a questa situazione, il 23 giugno scorso, un gruppo di ragazzi fa una colletta, compra una piscina gonfiabile e la mette nel parcheggio del quartiere, in mezzo alle case. La piscinetta rappresenta per molti giovani, in particolare i più piccoli, un’occasione d’oro per rinfrescarsi nei giorni più roventi del secolo. Ma non tutti vedono di buon occhio questa iniziativa. Qualcuno chiama il comune per segnalare la situazione. Le autorità non tardano a rispondere. Arriva la cavalleria: sei macchine di polizia giungono nel parcheggio e smontano la piscina, danneggiandola in modo irreversibile, per assicurarsi che non venga più riutilizzata.
Le forze dell’ordine muovono varie rimostranze al gruppo di aspiranti bagnanti: 1. la mancanza di autorizzazione; 2. il fatto che la piscina sia nel parcheggio e ostacoli la circolazione delle sacrosante auto; 3. il fatto che dei bambini siano coinvolti nei giochi e ciò rappresenti un pericolo per la loro incolumità. I giovani del quartiere cercano di rassicurare, di dare garanzie: “Sposteremo la piscina, non facciamo partecipare bambini non accompagnati da un genitore…”. Ma niente. La polizia preleva il corpo del reato e lo sequestra.
Nei giorni successivi, i ragazzi – con la solidarietà di molti adulti del quartiere – comprano un’altra piscina, ancora più grande. La piazzano fuori dal parcheggio, sul prato, per non dare fastidio a nessuno, e ci riprovano a offrire un po’ di refrigerio a chi ne ha bisogno come dell’aria. Ma le gloriose forze dell’ordine tornano, più determinate che mai a porre fine a questa pericolosa tendenza a rinfrescarsi collettivamente, perfino nei quartieri poveri [1].
Hamza la dogana
Pochi giorni dopo è a Parigi che scoppia un altro scandalo legato al caldo e ai giochi d’acqua. Qui invece non siamo in periferia, siamo nella zona del Canal Saint Martin, nel III° arrondissement di Parigi: pieno centro. A scatenare la cronaca è stavolta un ragazzino di 13 anni. Si chiama Hamza. Ma ormai tutti lo chiamano Hamza “la douane”, cioè la dogana. È un ragazzo problematico, un po’ irrequieto, vivace… A scuola non va molto bene. Fuori, invece, crea un sacco di guai.
Hamza, con questa calura, si è inventato un nuovo gioco. Va a farsi il bagno nel canale, come molti. Ma quando si stanca di nuotare, imbraccia un pericolosissimo fucile ad acqua e, insieme a una banda di ragazzini del quartiere, si mette a fare il doganiere. Minaccia i passanti con la sua arma e pretende un pedaggio di due euro. Gli inadempienti vengono copiosamente spruzzati. Un gioco certamente stupido, talvolta molto fastidioso, ma che rimane nell’alveo delle marachelle adolescenziali.
Due elementi vengono a avvelenare ulteriormente questa storia, che già sapeva di disagio urbano e di gioventù abbandonata a sé stessa sia dai genitori che dalla società e dalle istituzioni pubbliche. Questi elementi – il lato malato dei social media e l’ormai perenne campagna elettorale delle estreme destre – vengono ad aggravare una situazione già incresciosa. I passanti messi di fronte al “gioco” di Hamza e della sua banda reagiscono in modo diversificato. Molti ridono e stanno al gioco; alcuni sono infastiditi dagli atteggiamenti del gruppo di bulli di Canal Saint Martin, ma per i famigerati influencer a caccia di visualizzazioni il giochino di Hamza è una manna celeste. Ci si buttano sopra come avvoltoi su un cadavere.
Il piccolo Hamza, preso in questo cerchio vizioso della rete, si crede una star e aumenta il numero e l’intensità dei suoi misfatti. Più le sue azioni sono visualizzate, più persone lo filmano e condividono le sue spedizioni, più lui aumenta il numero e l’audacia delle sue marachelle [2].
Un cerchio infernale che la famiglia – e prima ancora le autorità pubbliche – avrebbe dovuto fermare subito, imponendo agli influencer di cancellare i video. Perché Hamza ha 13 anni ed è ancora un minore, e la condivisione della sua immagine e dei suoi dati personali è soggetta a restrizioni. Invece la famiglia lascia fare. Le autorità non intervengono.
La storia si gonfia a dismisura e a questo punto entra in gioco un’altra malattia molto diffusa nella Francia odierna: la perenne campagna elettorale delle estreme destre, che sono ormai alla guida dei principali media del Paese e non perdono un’occasione per demonizzare i loro bersagli preferiti. Hamza è uno di questi: francese, di origine magrebina, anzi, peggio: algerina. Ha l’aspetto sbagliato, l’accento sbagliato, l’origine sbagliata, la fede sbagliata. Qualsiasi suo sbaglio diventa una questione di sicurezza nazionale.
Il tamtam mediatico creato intorno alla figura di Hamza porta alla fine la polizia a intervenire. Ma interviene in modo eccessivo, come tutta questa storia. Hamza viene interpellato per strada, portato via con le manette e messo in detenzione provvisoria in attesa del processo, come un pericoloso criminale. L’arresto di Hamza, ovviamente, fa scoppiare una polemica senza fine, tra chi lo tratta come un pericoloso criminale e chi lo difende a spada tratta [3].
Due storie una malattia
In entrambe le storie ci sono molti elementi in comune. C’è senz’altro questa calura impressionante che sta facendo impazzire la gente. Ma c’è soprattutto che più il caldo e il freddo sono estremi, più il divario sociale si fa sentire: tra chi ha i mezzi per proteggersi dalle escursioni termiche che ormai nel sud Europa ricordano il deserto del Gobi, con inverni secchi e gelidi ed estati roventi.
C’è la questione del mancato accesso alle vacanze e dei giovani poveri che non sanno cosa fare del loro tempo durante le lunghe ferie estive. E poi, infine, c’è una vecchia questione che abita i rapporti di oppressione: quella dell’adultizzazione dei figli degli oppressi. Il fatto che il diritto all’infanzia e a tutte le tutele che esso impone sia un privilegio al quale non tutti i bambini del mondo possono accedere. E questo divario non si trova solo tra il Nord e il Sud del mondo, ma anche tra il centro e la periferia dei Paesi benestanti.
Le democrazie occidentali nascono sulla base di un contratto sociale, un patto in cui lo Stato assicura libertà, giustizia, protezione e sicurezza a tutti: poveri e ricchi, deboli e potenti; e tutti, in cambio di sicurezza e protezione, accettano di stare alle regole del gioco. Ciò avviene con la rivoluzione industriale, quando il potere economico sfugge dalle mani della nobiltà latifondista per finire in quelle degli industriali e dei commercianti. Costoro, non avendo la presunzione della “legittimità divina”, si rivolgono al popolo. Questo scambio – legittimità contro giustizia e protezione – porta nei Paesi industrializzati tranquillità, libertà politica, diritti per tutti. I bambini, tutti i bambini, sono accuditi, protetti, educati e possono beneficiare dell’ascensore sociale per uscire dalla povertà grazie all’istruzione. Si tratta, senza dubbio, di una grande conquista politica e sociale.
Ma le conquiste sociali raggiunte nell’Occidente ricco sono anche il frutto delle ingenti ricchezze provenienti da altre conquiste, quelle coloniali. Il benessere di un Paese capitalista industrializzato ha bisogno di territori e popoli da sfruttare per avere, da un lato, materie prime e manodopera a basso costo e, dall’altro, un mercato esclusivo per le merci delle manifatture della metropoli. Per fare un esempio caro a Gandhi: la colonia fornisce il pellame, il cotone e la lana a basso costo, la metropoli fornisce le scarpe, i pantaloni, la camicia e la giacca ad altissimo prezzo.
Per tenere in piedi questo sistema, la colonia non può né svilupparsi, né tantomeno emanciparsi, mai! L’amministrazione coloniale ha per primo compito quello di mantenere le popolazioni colonizzate nell’ignoranza e nel sottosviluppo, ingredienti indispensabili per conservare la dipendenza.
Ecco la ragione per cui i bei principi delle democrazie occidentali hanno sempre una frontiera oltre la quale non valgono più. La bella democrazia francese si fermava a Marsiglia: oltre il Mediterraneo, in Africa, tutto ciò che era concesso al popolo in Francia non lo era per gli africani. La legge non è più uguale per tutti, la libertà politica è riservata alla minoranza bianca e a pochi privilegiati, detti “gli evoluti”, la scuola non è per tutti, la sanità non è per tutti. Mentre la schiavitù, la tortura e le esecuzioni arbitrarie cessano di essere vietate. Anzi in certi contesti non erano eccezioni ma diventavano la regola.
La stessa cosa vale per la democrazia britannica, non applicata in tutto l’impero sul quale il sole non tramontava mai. Questo stato di cose non veniva praticato in segreto. Era la norma. In francese lo chiamavano “l’exception coloniale”, l’eccezione coloniale: si tratta del concetto giuridico e politico secondo cui i territori d’oltremare costituivano spazi in cui l’ordinamento dello Stato metropolitano veniva sospeso o modificato, fondandosi su un diritto d’eccezione permanente e su una distinzione razziale tra colonizzatori e colonizzati [4].
Colonizzati non bambini e mai adulti
Per giustificare l’eccezione coloniale, la potenza occupante ricorre alla tecnica dell’infantilizzazione. Il colonizzato viene descritto come un grande bambino, tutto sommato, non in grado di badare a se stesso. Ecco perché non può votare, non ha libertà di espressione né di azione politica, ed è sotto sorveglianza permanente. E se viene represso duramente, è anche per il suo bene.
In Pelle nera, maschera bianca e I dannati della terra, Frantz Fanon descrive in modo molto chiaro come il razzismo coloniale “oggettifichi” il colonizzato, negandogli lo status di soggetto adulto. L’infantilizzazione è una forma di violenza strutturale che costringe il colonizzato a interiorizzare un senso di inferiorità e dipendenza (Fanon).
Nella cornice dell’eccezione coloniale, paradossalmente, mentre gli adulti sono considerati bambini, i bambini “indigeni”, invece, non sono considerati tali. Non hanno diritti né protezione. Lavorano come gli adulti e, se sbagliano, pagano come loro, perché non sono bambini: sono solo piccoli indigeni.
Ad esempio, la pedofilia fa scandalo in metropoli, mentre nelle colonie rientra nella normalità. «L’avevo comprata regolarmente – diceva Montanelli, parlando della sua schiava di 12 anni – Era mia moglie. Quelle lì a 12 anni sono già donne» [5].
Il bambino indigeno non ha diritto alla protezione, può essere sfruttato nel lavoro, usato come oggetto sessuale, arrestato, recluso, torturato e massacrato senza che si debba dare alcuna spiegazione. E se qualcuno chiede conti sui massacri e sulle torture, gli viene chiesto: “Definisci ‘bambino’!” [6].
Le periferie come nuove colonie interne
Oggi, il colonialismo diretto è quasi scomparso ovunque, salvo che in Israele e in pochi altri casi. Ma l’eccezione coloniale la vediamo applicata in Israele tutti i giorni, con le uccisioni arbitrarie, con la tortura normalizzata, con migliaia di bambini imprigionati in condizioni degradanti e senza alcuna forma di processo, nonché nel silenzio della comunità internazionale di fronte a tali crimini. Ma anche per le vecchie potenze coloniali il regime dell’eccezione coloniale non è mai finito: si è solo spostato dalle colonie ai quartieri poveri delle grandi città industriali.
Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Europa esausta ha bisogno di manodopera per la ricostruzione. Dalle colonie vengono fatti arrivare milioni di lavoratori. Con l’arrivo dei lavoratori “indigeni” in metropoli arrivano anche le leggi eccezionali. Non sono ovviamente scritte nero su bianco, ma vengono applicate in modo generalizzato, in barba alle Costituzioni e ai trattati universali sui diritti umani. Le masse di immigrati sono segregate in quartieri di periferia dove l’ascensore sociale smette di funzionare e i figli che non riescono a emergere grazie allo sport o alla musica hanno come scelta la disoccupazione, i lavori di bassa manovalanza o la piccola criminalità.
Il popolo delle banlieue diventa una specie di colonia interna, governata con la repressione poliziesca e con politiche sociali di gestione della miseria. I figli di questa popolazione, ovviamente, vengono descritti non come figli della Repubblica – che, anche quando sbagliano, hanno diritto all’istruzione e alla protezione – ma come piccoli delinquenti o, peggio, come futuri terroristi [7]. È quindi l’importazione dell’eccezione coloniale a trascinare con sé sia l’infantilizzazione dei migranti sia l’adultizzazione dei loro figli.
Il male è nel sistema come l’albero è nel seme
In tempi di vacche grasse, il sistema si mantiene e riesce a curare la vetrina e a tenere lo sporco nel retro bottega.
Ma appena arriva la crisi, ecco che si apre il vaso di Pandora. Con l’ascesa delle idee e dei movimenti di estrema destra, la stigmatizzazione dell’immigrazione cresce e l’eccezione coloniale smette di essere una colpa da nascondere per diventare un programma, una rivendicazione.
Nel suo Discours sur le colonialisme, l’intellettuale Aimé Césaire, diceva:
«E allora un bel giorno, la borghesia viene svegliata da un formidabile contraccolpo: le Gestapo si danno da fare, le prigioni si riempiono, i torturatori inventano, perfezionano, discutono attorno ai cavalletti.
Ci si stupisce, ci si indigna. (…) e si tace a sé stessi la verità, e cioè che (…) prima di esserne la vittima, se ne è stati complici; che quel nazismo lì, lo si è tollerato prima di subirlo, lo si è assolto, vi si è chiuso un occhio, lo si è legittimato, perché, fino a quel momento, si era applicato soltanto a popoli non europei (…).
Sì, varrebbe la pena di studiare, clinicamente, nei dettagli, le azioni di Hitler e dell’hitlerismo e di rivelare al molto distinto, molto umanista, molto cristiano borghese del XX secolo che egli porta in sé un Hitler che non si conosce, che Hitler lo abita, che Hitler è il suo demone, che se inveisce contro di lui, è per mancanza di logica, e che in fondo, ciò che non perdona a Hitler, non è il crimine in sé, il crimine contro l’uomo, è soltanto l’umiliazione dell’uomo in sé, è il crimine contro l’uomo bianco, e l’aver applicato all’Europa quei metodi colonialisti che fino ad allora avevano riguardato solo gli arabi d’Algeria, i coolie dell’India e i negri d’Africa» (Cesaire 1950).
Ecco quindi perché una piscinetta gonfiabile diventa un grave problema di sicurezza pubblica e perché un caso di piccola irrequietezza infantile – se si fosse trattato di un piccolo François, nel peggiore dei casi “il reo” sarebbe stato prelevato discretamente a casa sua, in presenza dei genitori e di assistenti sociali garanti della sua incolumità e del rispetto dei suoi diritti – nel caso del piccolo Hamza è stato trattato poliziescamente, politicamente e mediaticamente come se si fosse trattato dell’arresto di Al Capone in persona.
Le dimensioni, i metodi, i mezzi messi in campo sono ovviamente incomparabili, ma l’origine di questo piccolo male è esattamente la stessa del grande male che fa l’esercito israeliano con i bambini palestinesi che osano lanciare sassi contro i blindati dell’occupazione.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1]. Leggere la notizia sul giornale locale Ouest France: https://www.ouest-france.fr/societe/faits-divers/ils-se-cotisent-et-installent-une-piscine-en-bas-de-leur-immeuble-la-police-intervient-deux-fois-pour-la-demonter-6c9f06a6-73bd-11f1-9aa0-1190a8d96b7a
[2]. Qui la versione del quotidiano Marianne: https://www.marianne.net/societe/medias/l-affaire-hamza-la-douane-nouvelle-demonstration-de-l-affligeante-influence-des-reseaux-sociaux
[3]. Questa France perla di una valanga mediatica razzista su un adolescente: https://www.ouest-france.fr/societe/faits-divers/un-deferlement-de-haine-raciste-les-parents-du-jeune-hamza-la-douane-vont-porter-plainte-3ba1f48a-76c1-11f1-90a3-2506c8b46853
[4]. Leggi definizione dell’eccezione coloniale sul dizionario Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/il-diritto-coloniale(Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Diritto)/
[5]. Vedere la risposta che da Montanelli su questa questione alla trasmissione L’ora della verità, nel 1969: https://youtu.be/mqcETfYT0UY
[6]. Eyal Mizrahi, presidente della Federazione Amici di Israele. Durante una puntata del talk condotto da Bianca Berlinguer su Retequattro, chiede a Enzo Iacchetti di definire bambino. https://youtu.be/jYv_SePPlaI
[7]. Leggere quello che ne diceva Marc Augè in questa intervista realizzata nel 2006: https://karimmetref.blog/2023/07/03/settembre-2006-incontro-con-marc-auge/
Riferimenti bibliografici
Augé M. 2013 L’Anthropologue et le monde global, Paris, Armand Colin. tr. it. 2013 L’antropologo e il mondo globale. Milano, Raffaello Cortina Editore.
Cannella g. S, Viruru R. 2004, Childhood and Postcolonization. Power, Education, and Contemporary Practice. Routledge
Césaire A. Discours sur le colonialisme, Suivi de Discours sur la Négritude. 1950 Ed. Réclame, Paris, 1989, présense africaine.
Fanon F. 1952. Peau noire, masques blancs, 1952, Seuil. tr. it. Pelle nera, maschere bianche, Il Saggiatore, Milano, 1965; Marco Tropea Editore, 1996; Edizioni ETS, 2015.
Fanon F. 1961, Les Damnés de la terre, Éditions Maspero. tr. it. I dannati della terra, Einaudi, 2000.
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Karim Metref, nato in Cabilia (regione Amazigh del Nord dell’Algeria), è educatore, insegnante, giornalista indipendente, collabora con varie testate italiane e ha pubblicato vari libri. Ultimo in libreria: Algeria Tra Autunni e Primavere. Multimage, 2019. Molti dei suoi articoli si possono leggere sul suo blog/archivio personale: www.karimmetref.blog.
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