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Francesco Guccini, tra parole, confini e margini

Francesco Guccini

Francesco Guccini

di Claudio Rosati 

Forse è l’ultima manifestazione pubblica prima della chiusura definitiva del locale. Il cinema Verdi a Pistoia è stracolmo. Francesco Guccini presenta il volumetto di Sergio Landini, Remo Cerini, poeta [1]. L’occasione è ghiotta. Cerini, personaggio per decenni popolare a Pistoia, avrebbe potuto essere il personaggio di una sua canzone. Abbandona il lavoro in fabbrica, assai ambito da tutti coloro che vogliono lasciare i campi, vive nella strada, dorme sotto i loggiati della città, scrive e stampa versi che distribuisce a offerta ai passanti. Quando è molto anziano, l’azienda sanitaria gli concede un piccolo appartamento che però è privo di corrente elettrica e Landini non può registrare l’intervista, con il suo Grundig, come avrebbe voluto. I funerali di Remo sono accompagnati dalla banda musicale. Nella biblioteca comunale resta l’unico libro che ha pubblicato: Verso la modernità: poesie moderne [2].

1Landini è un medico, ricercatore di canti popolari che segue il solco tracciato nel territorio da Michele Barbi, Quinto Santoli, Alan Lomax. “Un vero poeta popolare”, lo definisce Guccini, anche se Cerini aspirava in realtà a essere un poeta con la P maiuscola, laureato in Campidoglio come la sua concittadina Maria Maddalena Morelli detta Corilla Olimpica, nel 1776.

Sicuramente c’è la fama, ma è soprattutto il riconoscimento di una sensibilità, del non essere alla moda, della diversità dagli altri, che spinge a rivolgersi a lui. Sono gli anni ’80, quelli del protagonismo degli assessorati alla cultura, da poco istituiti dai Comuni, più attenti al territorio e alle pratiche culturali dal basso. Guccini respira questo clima. Il giovane sa improvvisare in versi. Una qualità che sembra dei fuori classe come Roberto Benigni, Francesco Burroni, Mauro Checchi, Carlo Monni e David Riondino. Si è fatto le ossa al bar, a suon di rime baciate, con Mezzo Neccio. Nel 1981, in una delle sue rare apparizioni televisive, partecipa a un incontro di poeti estemporanei invitati da Renzo Arbore alla trasmissione Telepatria International. Guccini ha già scritto alcune delle sue canzoni più famose, ma per la sceneggiatura si presenta anonimamente come un poeta qualunque per improvvisare su Italia che passione.

L’Italia lodo anch’io a piene mani – attacca Guccini – e il mio tema è parlare del bel canto/ corrano i versi miei diritti e piani/a gloriare l’Italia e questo vanto/ vengono dai paesi più lontani/ questo modo di fare piace tanto/ e qui in Italia si è tutti signori o poco meno tutti cantautori/ [3].

Già nel 1976 aveva risposto per le rime a Roberto Benigni che l’aveva chiamato a una trasmissione televisiva di Onda Libera.

Vorrei sapere perché m’hai qui chiamato/ e fino qui tu m’hai fatto arrivare:/ io per cantare sono ben preparato/ ma alla tivù non voglio lavorare [4].

Si muove, quindi, con sicurezza nel mondo della cultura popolare. Quando Alberto Nesi gli chiede di presentare il suo libro Il beccaccendere. Vocabolario della povera gente, accoglie subito l’invito [5]. Nesi è un maestro elementare, di campagna, appartenente a quelle figure che nel dopoguerra hanno rappresentato una delle ossature culturali del Paese. Laureatosi con una tesi su don Lorenzo Milani, ha raccolto parole del dialetto della vallata di Baggio e di Villa di Baggio, paesi storici di carbonai e boscaioli.  

hqdefaultA Pistoia lo vorrebbero anche i macchinisti ferrovieri a cantare La locomotiva alla loro festa nazionale [6].  «Era una canzone disperata (…). Quella canzone è esattamente il contrario della sinistra, del modo di ragionare del PCI», afferma Massimo D’Alema. «Chi è il cantautore della storia comunista?», gli chiede il giornalista. «Se non fosse troppo snob per riconoscerlo, quel cantautore è De Gregori. La sua La storia siamo noi è la canzone del popolo comunista» [7]. Ma per i macchinisti che, insieme a familiari e colleghi in pensione, partono con un treno a vapore dalla stazione ferroviaria di Santa Maria Novella a Firenze per raggiungere Pistoia, la canzone è una specie di canto del lavoro. Cantano La locomotora, come un inno liberatorio, gli spagnoli che sulle ramblas festeggiano la caduta del franchismo. Guccini si commuove. Per l’autore è una canzone romantica, non rivoluzionaria che, peraltro, non ama cantare perché dura 8 lunghissimi minuti e non finisce mai. Ha ripreso la storia ascoltata da ragazzo di un fatto avvenuto il 20 luglio 1893 e ne ha fatto, dirà, una ballata epica non un documento storico. Il protagonista, anonimo nella ballata, è Pietro Rigosi che, a ventotto anni, si era lanciato con la motrice contro un “treno pieno di signori”. Alla fine il pubblico, quasi sempre, alza il pugno chiuso, sostituito poi dagli accendini accesi e, infine, dagli smartphone.  Mai un bis in tutta la carriera.

images-1-4Ma non solo incontri pubblici. Intrattiene un rapporto speciale con Natale Rauty, ingegnere, storico e presidente della Società Pistoiese di Storia Patria. Due personaggi che più diversi non si può: Guccini, cantautore (ma il termine non gli piace) con l’eskimo, i blue jeans vecchi che non sono una posa e autore di una canzone censurata dalla Rai, “Dio è morto”, ma apprezzata dalla Radio Vaticana che la manda in onda con frequenza; Rauty, un professionista in giacca e cravatta che studia paleografia per poter leggere i manoscritti che gli serviranno nella stesura del progetto di recupero e restauro dell’antico Palazzo dei Vescovi a Pistoia (un cantiere che si protrae per dieci anni) [8]. Si incontreranno più volte a Torri, nell’Appennino Pistoiese, e ancora una volta a fare da collante è la comune passione per la storia e la lingua dei luoghi.

Pistoia e la montagna pistoiese sono, insomma, lo specchio degli interessi reconditi del cantautore, quelli meno spettacolari. Ama la provincia, in genere, e non solo i capoluoghi.  Capovolge l’aforisma di Italo Calvino, “Si è quel che non si butta via” in “Siamo qualcosa che non resta”.

Pàvana, invece, è il suo luogo unico, con i “saggi ignoranti di montagna” che sanno Dante a memoria. È l’ultimo paese toscano prima dell’Emilia Romagna, con meno di 700 abitanti a 491 metri sul livello del mare. Appartiene al Comune di Sambuca Pistoiese e dista da Pistoia 27 chilometri, 94 dalla natale Modena, “piccola città, bastardo posto”. A Pàvana, dove ha trascorso gli anni dell’infanzia, quando il babbo è stato internato dai tedeschi, e dove si è trasferito dal 2012, quando abbandona la scena musicale, si trova il mulino di Chicòn, appartenuto alla famiglia. Luogo di incubazione dell’interesse per la parola che in questo caso è sapere tecnico e dialetto.

Con Pistoia – tifa per la locale squadra di calcio – intrattiene una relazione discreta, segnata spesso dall’interesse per le tradizioni popolari e la lingua. «È una città che mi è cara e che trovo deliziosa. Ci capito ogni tanto, e amo molto la sua parte più antica» [9].  «Quello del canto – aggiunge – è il mestiere che mi ha mantenuto. Quello dello scrittore mi affascina di più». In effetti al 2019, dopo si perde il conto, ha inciso 16 album e scritto 23 libri. Il primo libro che ha letto è Pinocchio; sul comodino il Vittorioso, il settimanale dei ragazzi cattolici con le storie di Sebastiano Craveri e Benito Jacovitti. 

Parole 

Conflittuale, almeno retoricamente, il rapporto con Sambuca Pistoiese. “Siete dei crocchioni”, con testa grossa e poco cervello, dice dei sambucani a Maurizio Ferrari, docente di lettere e appassionato di dialetti come Guccini. Ferrari ha tradotto “A Silvia” in sambugano e Guccini la “Càsina” di Plauto in pavanese: Ch’i ‘n possa star da per mì, quandìi n’ho voiia, per parlare di me afari e pensare, senza che ti t’me stia sempre d’atorno?.

Per Guccini, che alimenterebbe così il contrasto di campanile, il mondo finisce al bacino di Pàvana. Ma anche le due parlate, quella di Sambuca e di Pàvana, sarebbero tra loro in tensione. «Mentre un pavanese indica il proprio paese come Pàvna, tutti gli altri abitanti del Comune lo indicano come Pàvena, il che, confessiamolo, ad orecchie pavanesi suona leggermente fastidioso» [10]. Leggermente fastidioso, dunque. A Staino, questa dell’accento sembra proprio una mania e dedica al Maestrone, come ormai lo chiamano tutti i giornali, una vignetta per prenderlo in giro. Le due parlate, pur differenti, mescolano toscano ed emiliano. Per Guccini il pavanese sarebbe un emiliano toscanizzato o un toscano con influenze emiliane. Per altri risentirebbe di influenze celtiche.  Per rispondere a un amico che rimarca sempre la sua modenesità, Francesco che, invece, in parte la nega, compone in dialetto pavanese Natale a Pàvana.

…per avertase quando ‘d sovr’al colle/ l’aparizion dla Madonna su a San Lucca/ a ‘t disgeva ch’l’era arriva’ Bologgna/ Babbo, perché noialtri/ A ‘n se sta ed ca’ a Bologgna?/ Eee, magara!/ [11]

La poesia viene musicata nel 2019 da Mauro Pagani [12].

Ma il dialetto non è solo motivo polemico, è studio rigoroso.  Si congeda da Maurizio Ferrari dopo aver parlato di isoglosse e di Gerhard Rohlfs, il filosofo e linguista tedesco soprannominato “l’archeologo delle parole”.

dizionario_dialetto_di_pavana-743x1024Nel 1998 pubblica il Dizionario del dialetto di Pàvana, prima che diventi, con la scomparsa della generazione più anziana, una lingua morta [13]. Collabora al Dizionario toponomastico del Comune di Sambuca Pistoiese, con una nota sui dialetti. Si noti il plurale pur in un’area ristretta [14]. Guccini dà infatti conto della situazione dialettamente frastagliata dell’intero territorio. La lingua per l’autore è patria e matria. «Le parole sono importantissime, pare che l’uomo abbia cominciato la sfera evolutiva con il linguaggio» [15]. Le inserisce nelle canzoni con la ricercatezza del muratore che sceglie una pietra nella costruzione di un muro a secco. Vocaboli desueti come brancicare, ammennicolo, plancia, paradisa, rovaio, effemeridi, baccelliere, bitume, mattame [16] «L’italiano che molti italiani non parlano più (…)», scrive Michele Serra. «Era il contrario esatto di un ermetico: un affabulatore verboso, amico dei dettagli, che chiede tempo e attenzione a chi lo ascolta» [17].

Maurizio Ferrari ricorda la prima volta che lo vide, alla fine di aprile di 56 anni fa. Gli apparve a Sambuca un uomo dalla stazza imponente, con il volto incorniciato da barba e capelli lunghi, occhi vivaci che ti scrutavano. «Mancavano poche ore e sarebbe stato maggio. Noi ragazzotti sambugani ci stavamo preparando ad un rito tramandato dai nostri avi; lo facevamo con l’allegria disperata di chi non si vuole rassegnare al tramonto di un paese o, meglio, di un mondo in cui ci eravamo tutti riconosciuti (…). Mentre eravamo intenti ai preparativi, uno della nostra brigata portò una notizia inconsueta, anzi strabiliante: ‘Quel de Pàavena, al cantante d’la television, vole venire con noialtri!’». Ferrari si meravigliò che un pavanese si volesse aggregare ad un gruppo rabberciato di sambugani. «Aveva portato con sé un piccolo registratore e soprattutto una ragazza di rara bellezza che suggerì a qualcuno di noi una massima di amara malinconia: ‘Le belle donne van dredo ai canterini, a quelli veri, non a degli sgangherati comme noi altri!’ » [18]. 

francesco-guccini-e-pavanaMargini 

Agliana, Mondolfo, Paterna, Gropina, Pietramala, Romena, Porretta, San Pellegrino in Alpe, Sambuca, Torri, una casa di via IV Novembre a Pistoia, il Reno, “il fiume della mia vita”. Forse, «disteso in quel fiume – ha scritto –, con la testa tra i prati di Pavana, i piedi verso Modena e Bologna, le braccia ad abbracciare i boschi, ci sono anch’io» [19].

Sono alcuni dei margini in una geografia che ha l’axis mundi, a Pàvana, nel mulino dei nonni. Una geografia “popolare”, non certo da star. Da Torri parte Paolo Gioffredi per andare a conoscerlo.  Come tanti che in questi anni, da ogni parte d’Italia, si sono fermati per un saluto o un autografo.

«Ci siamo seduti – ricorda Gioffredi – nell’aia di quella casona bianca, con il cancello verde, sotto una pergola che era in brutte condizioni con i pali che stavano per cadere. ‘Perché non ti rivolgi a quelli di Torri che sono maestri nel preparare i pali?’[20]. E così fece. Invitò i taglialegna a pranzo a Ponte alla Venturina e regalò a tutti un suo disco». L’amicizia di Paolo Gioffredi con Guccini è iniziata sotto quelle piante nella metà degli anni ’90. Gioffredi vive a Pistoia, ma è molto legato a Torri dove è nato e trascorre l’estate. Tra i paesi dell’Appennino Pistoiese è quello che ha conservato di più l’architettura tradizionale con i muri in pietra, presi dalle vicine cave, e le case con i tetti di lastre. Animatore dell’Associazione per lo sviluppo turistico di Torri, Gioffredi inizia da allora a invitarlo, in estate, a incontri pubblici soprattutto su temi di storia locale.

Torri è un paese appartato, a 912 metri sul livello del mare, con solo quattro persone che vi vivono tutto l’anno. Dista da Pàvana una ventina di chilometri, la strada è tortuosa, a volte interrotta da frane, ma Guccini sembra comunque affezionarsi al luogo, un altro dei suoi margini. Al piccolo museo della “Vita quotidiana”, allestito da Renzo Innocenti in stanze con pavimenti in lastre di arenaria e le pareti a sasso scoperto, può mettere insieme le parole e le cose. «Gli rompevo sempre le scatole, lo cercavo a febbraio per proporgli una data in agosto. A volte parlavo con la moglie Raffaella, sempre disponibile. Quello che appariva come un omone, era in realtà una persona timida; “un tenero burbero”» [21]. La timidezza del personaggio è confermata dal cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana. Dell’amico, “agnostico possibilista”, dice che aveva «discrezione, garbo, eleganza antica» [22]. «Tentava di boicottare non la sua grandezza – quello non poteva farlo – ma la nostra ammirazione» [23].

Gioffredi riprende il tema del dialetto che evidentemente è un campo sensibile nel dialogo con l’amico. “A Pàvana ortica, si dice ortiga”, e lui sottolineava questa come altre differenze linguistiche. Bucato è bughèda in modenese e bugada in pavanese. «Mi sembra che l’ultimo incontro pubblico al quale ha partecipato sia stato nel 2010 sui dialetti insieme a Daniele Vitali, glottologo». 

9ec779b3bd7fdb9e5b07fe756a820f71Il lungo sonno 

Ha chiuso gli occhi il vecchio cantastorie, /la voce roca e l’erre un po’ francese, /rimane il tempo e restano le memorie, / dei tuoi racconti e storie di paesi. / Sulle montagne il vento ora si posa, / su una vecchia sedia silenziosa [24].

Francesco Guccini scompare, a Pàvana, il 6 luglio 2026, a 86 anni. Gli rende l’omaggio in versi Alessandro Landi, da Treppio. Il paese era sicuramente caro a Guccini come un’altra isola linguistica che, peraltro, chiama la processione del Gesù morto, che si svolge il venerdì santo, con l’espressione arcaica della processione dei giudei, retaggio, forse, dell’accusa cattolica di popolo deicida. Venerdì santo, piene d’incenso sono le vecchie strade del centro/ o forse è polvere che in primavera sembra bruciare come la sera [25].

Treppio è, inoltre, uno dei paesi indagati da Alan Lomax nella sua ricerca sul campo.  “L’americano”, come lo conoscono a Treppio, arriva il 26 novembre 1956, con un’auto carica di apparecchi, e la sede delle registrazioni è nel garage di Rafanelli. Lomax si interessa, soprattutto, del “canto alla poeta” che mette in evidenza «la dimestichezza del mondo contadino con i grandi poemi cavallereschi, varie esemplificazioni del cosiddetto ‘maggio lirico profano’, che in Toscana ebbe illustri tradizioni (valga, per tutte il Ben venga maggio e il gonfalon selvaggio nella Fiorenza rinascimentale di Lorenzo il Magnifico)» [26]. Si ricorderà il riferimento indiretto di Guccini nella Canzone dei dodici mesi nell’album Radici (1972): Ben venga Maggio   e il gonfalone amico. 

Ci ha lasciato per eredità di un libro che è uscito postumo. Lo scrittore ha lavorato fino all’ultimo a Calde le pere! Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla. «Nel racconto – dice lo stesso Guccini con le parole raccolte da Paolo Iacuzzi, suo editor – c’è un omaggio a Pavana, quando mi abbandono all’immaginazione poetica della brezza che dalla sorgente del Reno sull’Appennino pistoiese spira attraverso boschi e prati: lì ho voluto nominare, erbe, fiori e frutti con gli stessi termini pavanesi che si ritrovano nelle Cròniche epafàniche in Trallumescuro, perché le parole sono importanti e il loro suono è quello con cui abbiamo imparato ad amare le cose» [27].

img_5884Con Francesco Guccini, per Roberto Vecchioni, scompare “un contadino dolce”. «Il primo della famiglia che abbia studiato, diceva lui. Aveva una passione per il sapere come tutti i naïf. Era un grande ricercatore: di affetto, di passione, di unità con gli altri, di amicizia, di verità, anche solo per un minuto» [28].

All’inizio sono pochi. Si mettono sotto il loggiato del Palazzo Comunale. Si riconoscono perché quasi tutti hanno la chitarra. Poi piazza del Duomo, a Pistoia, si riempie. Il tam-tam della “Cantata per Francesco” ha funzionato come in altre parti del paese. Ancora una volta a chiudere è La locomotiva.

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava, con che voce parlasse, con quale voce poi cantava.

«Io prego che adesso, altrove, beva insieme a Lucio Dalla e Augusto Daolio: Lambrusco» [29]. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] S. Landini, Remo Cerini, poeta, Pistoia, Arci-guida, n.2, 1980.
[2] R. Cerini, Verso la modernità: poesie moderne, Pistoia, Tipografia Grazzini, 1922.
[3] Telepatria International, trasmissione del 13 dicembre 1981; video pubblicato da Claudio Cavallaro su Facebook nel profilo “Renzo Arbore Fan Club”, il 6 agosto 2026.
[4] S. Bartezzaghi, Quel suo humor indomito alla prova di Eco e Benigni, in “La Repubblica”, 9 agosto, 2026:21.
[5] A. Nesi, Il beccaccendere vocabolario della povera gente, Pistoia, Pantagruel, 2005.
[6] La locomotiva pubblicata nel 1972 nell’album Radici.
[7] C. Caruso, D’Alema: “La locomotiva era una canzone disperata. Il contrario del PCI. Guccini, un originale che non amava il PCI”, in “Il Foglio”, 7 agosto 2026: I e II.
[8] Guccini scrive Dio è morto nel 1965. Nell’aprile del 1967 Caterina Caselli lo pubblica in Diamoci del tu (LP) e i Nomadi nell’album Per quando noi non ci saremo. Sempre nello stesso anno i Nomadi lo incidono anche come singolo, su 45 giri, abbinato a Per fare un uomo.
[9] D. Gori, Dagli amati monti alla città. L’indiscutibile legame fra Guccini e la sua Pistoia, in “La Nazione”, cronaca di Pistoia, 7 agosto 2026:2.
[10] Si veda P. Balletti, Pàvana e Guccini, un binomio inscindibile, in “La Voce della Montagna”, lavocedellamontagna.it/2020/07-un-paese-alla-volta-pavana-e-guccini-un-binomio-inscindibile,  consultato il 7 agosto 2026.
[11] Natale a Pavana, in www.angolotesti.it, consultato il 10 agosto 2026.
[12] La canzone è presente nell’album Note di viaggio-Capitolo 1: Venite avanti, 2019.
[13] F. Guccini, Dizionario del dialetto di Pàvana, una comunità fra Pistoiese e Bolognese, Rastignano (Bo), Pro Loco di Pàvana-Gruppo di studi alta valle del Reno, 1998.
[14] N. Rauty (a cura di), Dzionario toponomastico del Comune di Sambuca Pistoiese, Pistoia, Società Pistoiese di Storia Patria. 1993.
[15] G. Ferri, Le parole del mugnaio. Intervista a Francesco Guccini, in “Report” (musica-archivi), 8 agosto 2026, reportpistoia.com/le-parole-del-mugnaio-intervista-a-francesco-guccini/, consultato l’8 agosto 2026; F. Guccini, Le parole del mugnaio a Pàvana e nella montagna fra Bologna e Pistoia, Associazione italiana dei mulini storici – Gruppo di studi alta valle del Reno, 2018.
[16] Si veda E.Maggio, Guccini, un virtuoso della lingua e fuoriclasse (unico) nella scelta delle parole, in “Il Fatto quotidiano”, 8 agosto 2026, ilfattoquotidiano.it/2026/08/08/francesco-guccini-morte-ricordo-lingua-italiana-canzoni/8473244,  consultato l’8 agosto 2026.
[17] M. Serra, L’antidivo Cuciva parole è sempre stato un classico fuori dal tempo e le mode, in “La Repubblica”, 7 agosto 2026: 6.
[18] M. Ferrari, Io e Francesco Guccini, in “La voce della montagna”, 8 agosto 2026, lavocedellamontagna.it/2026/08/io-e-francesco-guccini/, consultato l’8 agosto 2026.
[19] M. Crosetti, I libri. I suoi romanzi suonano una lingua scavata nel dialetto, in “La Repubblica”, 7 agosto 2026:7.
[20]  Intervista a Paolo Gioffredi, l’8 agosto 2026.
[21] E. Marrese, Guccini Addio poeta la nostalgia della vita di un tenero burbero, in “La Repubblica”, 7 agosto 2026: 2.
[22] A Pavana l’ultimo saluto a Francesco Guccini, la figlia: “Buon viaggio babbo- Sul feretro le foto dei gatti e il libro “Maigret a Parigi”, in “Il Tirreno”, Pistoia – cronaca, 9 agosto 2026. www.iltirreno.it,  consultato il 9 agosto 2026.
[23] F. Piccolo, Hai combattuto contro il nostro amore ma abbiamo vinto noi, in “La Repubblica”, 8 agosto 2026.
[24] F. Landi, Ha chiuso gli occhi il vecchio cantautore, post pubblicato su Facebook nel profilo “Quelli di Treppio”, 6 luglio 2026.
[25] La canzone di Francesco Guccini, Venerdì Santo, è contenuta nell’album Folk beat n.1 del 1966.
[26] G. B. Borghi, Sulle tracce di Alan Lomax a cinquant’anni dalle sue ricerche sull’Appennino Tosco-Emiliano (Vergato, Treppio, Riolunato, Costabona) in “Nuetèr noialtri – Storia, tradizione e ambiente nell’alta valle del Renobolognese e pistoiese”, a XXX, 59, giugno 2004:161-192,  consultato l’8 agosto 2026 nella pubblicazione in digitale da “Alpes Appenninae”, www.alpesappenninae.it . Il brano citato è a p.4.
[27] S. Di Cecio, Francesco Guccini ci ha lasciati, in “Report”, 6 agosto 2026, reportpistoia.com/francesco-guccini-ci-ha-lasciati/, consultato il 7 agosto 2026.
[28] F. Del Vecchio, Vecchioni: quelle notti passate a giocare a briscola, in “La Stampa”, 7 agosto 2026:4.
[29] C. Langone, Preghiera per un cantautore bevitore di lambrusco che se ne va, in “Il Foglio”:2.

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Claudio Rosati, storico e museologo è autore di musei e saggista. Ha progettato, tra altri, anche in collaborazione, il Museo di San Salvatore, il Museo dell’Ospedale del Ceppo, il Museo della Gente dell’Appennino Pistoiese. Ha partecipato al progetto di riallestimento del Museo della Ceramica a Montelupo ed è autore del progetto del Museo del Ciclismo in occasione dei Mondiali del 2013. Ha partecipato, come consulente, al progetto del Museo delle Deportazioni a Firenze e al Museo Ferrucciano di Gavinana. È socio fondatore e componente del comitato scientifico della Società italiana per la museografia e i beni demoetnoantropologici. Come docente a contratto ha insegnato in corsi universitari a Firenze e Pisa. Ha presieduto il collegio dei probiviri di Icom Italia e ha diretto il settore musei della Regione Toscana. È autore, tra altri, di Amico museo. Per una museologia dell’accoglienza (2015) e di Musei in Toscana. Dentro e fuori la cornice (2022).

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