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Fionde scolpite dell’Africa Occidentale. Storia di un oggetto dimenticato
Posted By Comitato di Redazione On 1 novembre 2026 @ 04:43 In Cultura,Società | No Comments
di Marzio Marzot [*]
Ad un vecchio tessitore gouro della Costa d’Avorio fu chiesto (con tono etno-indagatore) perché il rocchetto del suo telaio fosse scolpito.
Il vecchio rispose dolcemente: «…ma come fare a meno di tanta bellezza?» [1].
La risposta spiega solo in parte l’usanza di decorare e scolpire oggetti di semplice uso quotidiano, come i rocchetti del telaio, i cucchiai, i pettini, la pipa, la sedia, la porta di casa. A questa tradizione non sfugge la fionda, o più esattamente, il tirasassi, chiamato lance-pierres in francese, slingshot o catapult in inglese, Steinschleuder in tedesco, potomo waka in lingua baule.
Ovviamente, la spiegazione poetica non tiene in conto quanto ormai è stato scritto e riscritto sulla funzione magica della immagine, in tutte le civiltà, e forse soprattutto in quelle africane.
Un oggetto che ha una sua utilità pratica si arricchisce di un aspetto estetico che ne potenzia la funzione esorcizzante. Sono tre aspetti indissolubili, ora in equilibrio ora sbilanciati verso uno dei tre ruoli, quello funzionale, quello artistico, quello religioso.
Ecco che la fionda, strumento essenzialmente di caccia, destinato alla piccola caccia (contro i pipistrelli appesi in attesa dei voli rapidi al crepuscolo o contro gli uccelli appollaiati tra i rami in attesa del riposo notturno), se intagliato, scolpito, sagomato ad immagine, può diventare feticcio, o unicamente oggetto propiziatorio, dono augurale, come si è già visto per i rocchetti dei telai, per i poggiatesta o per i pettini.
Del resto, non si può “capire” la fionda se non si conosce il valore che ha sviluppato il rocchetto dei telai, che probabilmente l’ha preceduta nel tempo. Né si può “spiegare” la fionda se non si comprende l’animo che produce la grazia, la bellezza raffinata, la carica magica dei rocchetti. Diversa la funzione pratica, ma stessi gli elementi ricorrenti, l’impostazione della forma e, forse, il potere esorcizzante.
Nella selezione di fionde presentata si possono riconoscere gli stili di certe popolazioni e quindi la regione, il luogo di origine: Baule, Dogon, Senufo, Lobi, Ashanti, Mossi. Ma la stragrande maggioranza delle fionde che s’incontrano nei mercati appartiene alla tradizione baule, e questo sembra confermare che l’usanza di intagliare la fionda abbia avuto origine in Costa d’Avorio, e poi da lì si sia diffusa nelle regioni confinanti. Del resto è tipico dei Baule, e ancor prima dei vicini Gouro, ornare molti oggetti d’uso con visi umani e con animali, esseri mitologici, forse spiriti tutelari.
Al di là di una teoria che ipotizza l’uso della fionda presso i Dogon in tempi remoti [2], utilizzando legni di più grandi dimensioni e tiranti elastici ricavati dalle interiora di animali, l’ipotesi più ragionevole sembra essere quella che fa nascere la fionda, del tipo con la forcella di legno e gli elastici, circa un secolo fa, e probabilmente quando giunsero in Africa le prime automobili e con esse le camere d’aria da cui ricavare gli elastici. Dunque, il prodotto dell’incontro di due culture diverse [3].
Oggi in Africa l’utilizzo della fionda è molto diffuso. Sicuramente è ormai un elemento normale nell’equipaggiamento dei cacciatori al nord della Costa d’Avorio, fino alla Guinea, al Mali e al Burkina Faso. Vengono chiamati dozos, in lingua dioula, che vuol dire appunto “cacciatori”, e si raccolgono in società segrete molto potenti, in quanto detentori di segreti magici da tutti temuti. Potranno essere più di diecimila e appartengono a vari gruppi etnici. Le loro fionde sono oggi molto colorate e cariche di immagini simboliche.
In Congo e nelle regioni vicine, oltre alla semplice forcella in legno non scolpita, ricavata dalla naturale biforcazione di un ramo, oggi si vedono soprattutto forcelle in ferro, costruite utilizzando i tondini per il cemento armato. Con filo elettrico colorato, poi, ognuno si personalizza l’“arma”.
Sull’altopiano etiopico, quando il teff matura, si possono vedere ragazzi armati di fionde (s)cacciare tutto il giorno gli uccelli che scendono a depredare il raccolto. In questo caso si tratta dell’antichissima fionda costituita da una corda ripiegata che al centro si allarga come una tasca, di stoffa o pelle, per accogliere il proiettile. Poche rotazioni veloci del braccio e il ciottolo viene scagliato oltre i 50 metri, senza sforzo e con mira sorprendente [4].
Nei mercati di Bamako (Mali) le attuali fionde bambara sono interamente ricoperte di elastico nero, per ragioni estetiche e nello stesso tempo per rendere l’impugnatura meno scivolosa. Altri modelli bambara sono fusi in una lega di zinco e stagno e dipinti di vernice argentata. Quelle dogon che attualmente si incontrano nei mercati del Mali, sono in legno scuro e generalmente scolpite con raffigurazioni di antenati seduti, ma sembrano già prodotti destinati esclusivamente al turista curioso.
Nei mercati di Ouagadougou (Burkina Faso) si trovano fionde che si possono far risalire ai Lobi e ai Mossi, in genere voluminose, tinte di nero e scolpite con pochi dettagli, almeno rispetto alla scultura baule, caratterizzata invece da una gran cura per i particolari.
Sempre più spesso, inoltre, nei mercati di Dakar o di Abidgian, si possono trovare fionde di nuova invenzione. Quasi tutte sono abbellite con vernici dai violenti colori, sulla scia dell’arte colon, l’arte cioè creata come souvenir per i coloni, ironica e strumentale – per spillare qualche soldo all’uomo bianco – ed oggi forma d’arte autonoma e riconosciuta [5].
In realtà quasi dovunque si possono incontrare fionde, tuttavia sembra che solo nell’Africa nord-occidentale sia diffusa l’usanza di intagliarne il legno, nella maggior parte dei casi a forma di corpo umano (preferibilmente femminile) o con ricorrenti e apparentemente codificate raffigurazioni zoomorfe [6].
Nel rappresentare il corpo umano spesso la biforcazione viene utilizzata per le gambe, qualche volta per le braccia, qualche volta la forcella parte proprio dalla testa, come un improbabile, sproporzionato paio di corna.
Altre volte la forcella, capovolta, diventa arco-piedestallo per reggere una figura appollaiata, antenato o donna amata (o sognata), quasi un ritratto, caratterizzato, facilmente riconoscibile dai lineamenti del viso, e non solo dalla complessa pettinatura riprodotta con particolare cura, o dalle scarificazioni, i tipici tatuaggi ornamentali o terapeutici del corpo.
Alcuni esemplari, forse lobi e usciti sicuramente dallo stesso “laboratorio” (se non dalla mano di uno stesso artista) sembrano ricordare un povero essere appeso per le braccia (gli arti stirati, la testa pendula), ma la stessa mano ci dà poi un altro essere, accovacciato, rozzamente ma anche chiaramente più femminile, con il sesso evidenziato, esposto senza pudore. E senza pudore, altre volte, la fessura del sesso tra le gambe divaricate diventa la tacca di mira che genera la morte della piccola preda. Forse questa è una netta distinzione con la tradizione baule che ricopre le sue donne formose, nel “peggiore” dei casi, con minuscoli tanga.
Antenati, vecchi saggi barbuti, donne formose, aggressive o idealizzate, giovani spavaldi, visi amorfi e fuori dal tempo: l’umanità è ben rappresentata, da sola o in compagnia di un bestiario, in questo caso ripetitivo e codificato con precisione: sono maschere, teste di animali che ricordano la iena digrignante, o la mitica antilope dalle eleganti corna ritorte, o il toro delle tradizionali maschere da danza baule con le corna ricurve fino a richiudersi ad anello.
Se la fionda “oggetto propiziatorio” può essere ingombrante e alla fine “scomoda”, in quanto l’artefice ha seguito principalmente dettami estetici propri della scultura tradizionale, la fionda che invece porta i segni di un più o meno prolungato uso offre un certo grado di funzionalità. Gli occhi dell’essere raffigurato puntano verso la preda, inquadrano il bersaglio designato, lo seguono, mentre il pollice contrasta la tensione degli elastici facendo leva sulla zigrinatura antisdrucciolo della capigliatura sempre molto elaborata.
E inattesa è l’aderenza della mano quando stringe l’impugnatura scolpita: le dita si adattano alla struttura, aderendo alle forme del corpo, una forma libera e fantasiosa o rigorosa secondo gli schemi della tradizione, ma comunque piacevolmente comoda – inaspettatamente, bisognerebbe dire, ergonomica.
Oltre all’individuazione di stili e tipologie che permettono di ipotizzare l’appartenenza di una certa fionda ad una popolazione piuttosto che ad un’altra, quello che sembra più interessante è osservare l’infinita varietà di motivi che si intrecciano nella elementare combinazione della forcella (il manico che si divide in due nell’unitarietà del tre-in-uno). La fantasia non riposa mentre le dita levigano il legno abitato dallo spirito dell’albero che ha offerto lo strumento.
E poco più di questo posso dire, oggi, come collezionista, invaghitosi nemmeno troppi anni fa a Dakar di questo insolito strumento. Traoré, il vecchio mercante, con fare vagamente misterioso un giorno estrasse da sotto il divano sfondato, suo giaciglio perenne una decina di queste fionde (tra effluvi di orina stantia e scarafaggi velocissimi in fuga). La folgorazione fu immediata: innamoramento a prima vista.
La forma tipica della forcella in una visione nuova, la genialità delle soluzioni estetiche/funzionali, l’ingenuità mescolata ad elementi d’arte tribale, la patina calda prodotta da un prolungato contatto con le mani, non avevo visto nulla di simile prima d’allora.
Poi ho indagato, fiutato deboli tracce, infastidito piccoli mercanti (Sow a Roma, Famoussa e Abdulay a Ouagadougou, Massaye e Traoré a Dakar, …). In seguito ho frequentato gallerie d’arte africana e biblioteche, consultato libri e riviste specializzate per avere informazioni e conferme sul poco che si conosce delle fionde africane.
Le scarse notizie trovate sono contraddittorie, gli esemplari raccolti sono spesso difficilmente “catalogabili”, un discorso scientifico ancora non esiste. Agli esperti il compito di formularlo – mi sembra che sia arrivato il momento, visto che ormai a Parigi si possono trovare fionde, prevalentemente destinate al turista americano, a prezzi veramente esorbitanti.
P.S.
Dopo aver terminato questo articolo, ho avuto l’occasione di trovare in Burkina Faso, a Bobo Dioulasso, due fionde che sembrerebbero confermare l’uso dello strumento anche come feticcio. Una, di stile lobi, non ha tracce d’uso come arma, ma è visibilmente incrostata con materiale che ricorda le statue utilizzate nei riti e asperse con sangue di pollo, farina, latte e birra. L’altra, di stile mossi, è bruciacchiata e mostra un foro nella regione anale. Anche questi particolari sono tipici di statuette che entrano a far parte dei rituali di propiziazione o di riti woodoo.
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