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Feste solenni e comunità fragili: aspettative e realtà nei paesi del Cicolano

Fiamignano, festa patronale del 2 luglio, 1936

Fiamignano, festa patronale del 2 luglio, 1936

CIP 

di Settimio Adriani, Veronica Paris 

Con l’arrivo della primavera, dopo i mesi invernali segnati da una presenza umana rarefatta e da ritmi lenti, nei paesi dell’Appennino centrale si riaccende un tempo atteso. Pasqua rappresenta la prima grande occasione di riattivazione collettiva degli spazi comunitari. Il freddo si dirada, le case si riaprono, le piazze si preparano ad accogliere volti che per gran parte dell’anno restano altrove. È un momento che concentra aspettative, speranze e, talvolta, timori silenziosi. L’avvio della stagione primaverile offre un’opportunità privilegiata per riflettere sul senso che tali momenti assumono oggi nelle aree interne.

L’articolo nasce dall’esigenza di guardare a questi momenti non soltanto come appuntamenti del calendario liturgico o come tradizioni da preservare, ma come dispositivi sociali carichi di speranze. In molte realtà del Cicolano, le date principali continuano a essere investite di un compito che supera la dimensione religiosa: rendere nuovamente visibile la comunità a se stessa e sospendere – almeno sul piano rappresentativo – gli effetti dello spopolamento, riaffermando un legame con il territorio sempre più fragile. È nella tensione tra desideri e realtà che si colloca la riflessione proposta.

L’intento non è quello di formulare giudizi nostalgici né di contrapporre un “prima” pieno e coeso a un “oggi” impoverito. Al contrario, si tratta di assumere uno sguardo autocritico. Tale sguardo deve riconoscere come le attese riposte nelle celebrazioni possano risultare sproporzionate rispetto alle condizioni strutturali attuali. Se le ricorrenze non riescono più a produrre la densità relazionale del passato, ciò non dipende da una loro debolezza intrinseca. Dipende invece da trasformazioni profonde che hanno ridefinito la relazione tra presenza, appartenenza e territorio. Interrogare tali momenti collettivi significa allora interrogare il modo in cui continuiamo a immaginare la comunità.

Al contempo, è necessario evitare che l’analisi si traduca in una diagnosi di declino priva di aperture. Le feste solenni, pur attraversate da ambivalenze e inevitabili delusioni, restano occasioni di alta intensità rappresentativa. In esse si manifestano non solo le fratture, ma anche le forme – talvolta minime e imperfette – attraverso cui residenti e tornanti cercano di mantenere un filo di relazione. Riconoscere i limiti delle circostanze non significa sminuirne il valore, bensì collocarle all’interno di una trasformazione più ampia che richiede nuove categorie interpretative e pratiche di cura dei legami.

Nell’imminenza di Pasqua, dunque, la riflessione invita a guardare tali eventi con uno sguardo insieme partecipe e critico: partecipe, perché continuano a rappresentare uno dei pochi avvenimenti in cui il paese si percepisce come totalità, per quanto temporanea; critico, perché solo riconoscendo le tensioni che li attraversano è possibile sottrarli a un carico rappresentativo eccessivo e restituire loro una funzione più aderente alla realtà contemporanea. Le feste non sono risposte definitive al problema dello spopolamento, ma opportunità per porre domande più consapevoli sul futuro delle comunità delle aree interne e sul significato, oggi, del restare e del tornare. 

Fiamignano, Processione degli anni 40

Fiamignano, Processione degli anni 40

Nel quadro dei processi di spopolamento che interessano vaste aree dell’Appennino centrale, il territorio del Cicolano offre un osservatorio privilegiato per l’analisi delle dinamiche sociali legate ai rituali comunitari. Questi appuntamenti attivano aspettative elevate, che non sempre trovano riscontro nella realtà vissuta. Il progressivo declino demografico, l’invecchiamento della popolazione residente e la trasformazione delle forme di appartenenza hanno inciso profondamente sul significato e sulle funzioni delle principali ricorrenze religiose e civili – Natale, Pasqua e il Santo Patrono. In tale quadro demografico esse assumono un valore prevalentemente rappresentativo, andando oltre la dimensione liturgica o calendariale e configurandosi come momenti di produzione e negoziazione del senso collettivo.

Tradizionalmente, tali occasioni rappresentavano fasi di intensa coesione sociale, nelle quali le comunità tendevano a ricomporsi nella loro quasi totalità. Il rientro dei migranti, la riunificazione delle famiglie, l’animazione delle piazze e delle strade, l’intreccio tra ritualità religiosa e pratiche conviviali contribuivano a rafforzare il senso di appartenenza e a riprodurre un ordine sociale condiviso. Il rito può essere letto come un dispositivo che rende visibile la società a se stessa, riaffermando identità collettive, gerarchie simboliche e memorie condivise, secondo le intuizioni di Émile Durkheim (1912) sul carattere integrativo e rigenerativo della ritualità collettiva.

Nei racconti degli anziani, ricorre l’immagine di piazze gremite nel giorno del Santo Patrono. Qualche bancarella lungo la via principale, donne affaccendate ai fornelli e odori invitanti che uscivano dalle case, sedie che ingombravano i vicoli, il suono della banda, seguita da frotte di bambini, che richiamava anche chi abitava più in là. Oggi, la processione, sempre più sparuta, percorre strade in gran parte silenziose; molte abitazioni restano chiuse o si riaprono solo per poche ore. La differenza riguarda non solo il numero dei presenti, ma la qualità dell’esserci: meno soste, meno conversazioni, minore permanenza negli spazi comuni.

Con il passare dei decenni, le trasformazioni economiche, culturali e territoriali hanno modificato radicalmente lo scenario. L’emigrazione verso città ed estero, inizialmente legata a strategie di sopravvivenza, si è tradotta in un distacco non solo fisico ma anche esistenziale dai luoghi di origine. Nei paesi del Cicolano, caratterizzati da frammentazione insediativa, crescente distanza dai servizi e presenza umana intermittente, il fenomeno risulta particolarmente evidente. I “tornanti” – coloro che rientrano limitatamente ai giorni delle occasioni solenni – costituiscono oggi una presenza discontinua e rarefatta.

Stati Uniti del Cicolano, preparativi per la Saga della Pizza rentorta

Stati Uniti del Cicolano, preparativi per la Saga della Pizza rentorta

La permanenza temporanea, breve e carica di significato, non ricostruisce la densità relazionale del passato. Non permette nemmeno di ricreare le reti di prossimità necessarie al capitale sociale (Putnam, 2000). In diversi casi, il rientro si concentra in una o due giornate. Le auto temporaneamente riempiono slarghi e parcheggi, ma già la sera molte ripartono. Le visite avvengono prevalentemente nelle case private, con tempi serrati tra pranzi e saluti a conoscenti anziani. Gli spazi pubblici restano animati solo a tratti, senza ricreare la continuità di incontri che un tempo scandiva l’avvenimento.

Nonostante ciò, le ricorrenze continuano a concentrare aspettative elevate, talvolta sproporzionate rispetto alle possibilità dei contesti locali. I residenti permanenti vedono in questi appuntamenti un’occasione di temporanea rivitalizzazione dei paesi: un aumento minimo ma significativo della popolazione presente, maggiore animazione degli spazi pubblici, riapertura talvolta concreta di attività commerciali marginali e temporanee. In tale attesa collettiva si condensa una funzione compensativa della ritualità, chiamata a colmare sul piano rappresentativo ciò che la struttura sociale ed economica non può più garantire, in linea con le riflessioni di Pierre Bourdieu (1981) sul ruolo dei simboli in contesti segnati da diseguaglianze strutturali.

Per i residenti permanenti, siffatte tensioni non sono desideri astratti, ma componenti emotive che accompagnano gli auspici. La speranza fragile ma persistente di una sospensione temporanea del declino si proietta su piccoli segnali – una casa riaperta, una piazza più animata, un rito più partecipato. I segnali vengono interpretati come indizi di vitalità e conferma che il paese non sia del tutto uscito dalla storia. La festa funge da banco di prova identitario, dove i restanti cercano legittimazione al proprio impegno e alla permanenza (Hirschman, 1970).

Un residente ha descritto il Natale come “un momento in cui il paese respira un po’ di più”. Nei giorni precedenti si puliscono gli spazi antistanti, si riordinano le panche della chiesa, si accendono luci anche in vie solitamente poco illuminate. Piccoli segnali, come una finestra che si apre o il fumo che esce da un camino spento da mesi, vengono commentati come indizi di vitalità possibile.

Stati Uniti del Cicolano, gli ospiti si possono accomodare

Stati Uniti del Cicolano, gli ospiti si possono accomodare

Per i tornanti, invece, la ricorrenza è soprattutto opportunità di ritrovare un’atmosfera familiare e un clima emotivo che rimandano a un passato idealizzato. Questa nostalgia è mero rimpianto individuale, ma costruzione sociale della memoria, selettiva e orientata, in linea con Maurice Halbwachs (1950) sulla memoria collettiva. Le aspettative di chi arriva si collocano sul piano rappresentativo: la visita è carica di significati che vanno oltre la semplice presenza, diventando tentativo di riconnessione con una versione passata di sé e del luogo. Il paese assume i tratti di uno spazio della memoria più che di una realtà contemporanea. Si avvicina alla temporalità sospesa descritta da Marc Augé (1992), tipica dei luoghi con eccesso di memoria e carenza di presente.

Per molti tornanti, la visita è un itinerario selettivo della memoria: passaggio al cimitero, davanti alla casa dei nonni, sosta davanti al bar che ha cambiato gestione. Talvolta emerge stupore per dettagli minimi – una serranda abbassata, un’insegna sbiadita – segnali tangibili del tempo trascorso. Il confronto tra ricordo e realtà produce una discrepanza spesso difficile da verbalizzare. Le feste, pur orientate a ricucire le fratture dello spopolamento, rendono più evidenti le differenze tra speranze e realtà.

Le case, chiuse gran parte dell’anno, appaiono fredde; gli spazi un tempo centrali come bar e piazze sono meno frequentati rispetto alle attese; i servizi essenziali sono ridotti o assenti. La pratica rituale, anziché sospendere il declino, ne accentua la percezione.

Il rammarico dei tornanti raramente si esprime in conflitti espliciti, ma si traduce in disallineamento tra auspici e vissuto. La percezione di relazioni assottigliate e rituali meno partecipati genera delusione spesso interiorizzata o espressa con osservazioni fugaci, a volte svalutanti. Il disincanto riguarda più la presa di coscienza della trasformazione irreversibile del legame che il cambiamento del luogo. L’avvenimento, invece di colmare la distanza, la rende più tangibile, avvicinandosi all’esperienza del “ritorno impossibile” descritta negli studi sull’emigrazione di lungo periodo.

Fiamignano, Natale 2015, si prepara l'Albero

Fiamignano, Natale 2015, si prepara l’Albero

Anche la dimensione intergenerazionale ne risente profondamente. I figli dei migranti, nati e cresciuti in città, sviluppano un rapporto sempre più debole con i paesi di origine e tendono a investire il tempo libero altrove, con logiche di appartenenza differenti. La presenza di partner provenienti da altri contesti rende la visita spesso un obbligo rituale più che un’esperienza desiderata, indebolendo la continuità intergenerazionale del legame.

I residenti permanenti, sempre meno numerosi e più anziani, si impegnano a rendere accoglienti i paesi pur nei limiti strutturali. L’impegno si sviluppa in condizioni di forte asimmetria di risorse: capacità organizzative ridotte, reti di solidarietà qualitative ma ristrette, risorse economiche modeste. La preparazione delle feste richiede tempo, energie e dedizione che non sempre trovano riconoscimento.

Ogni gesto – dalla pulizia all’allestimento, dall’organizzazione alla gestione informale – diventa pratica di resistenza quotidiana. Serve non a competere con l’offerta urbana, ma a preservare una dignità comunitaria minima.

Il confronto con il mondo urbano emerge nei discorsi dei “nuovi forestieri”, anche mentre si trovano fisicamente in paese. Il raffronto tra servizi e stili di vita produce una frattura simbolica tra chi resta e chi torna temporaneamente. I restanti percepiscono queste osservazioni come messa in discussione implicita delle proprie scelte, mentre i tornanti spesso non colgono il peso emotivo di simili confronti. Ne deriva una comunicazione squilibrata, dominata da non detti e silenzi rassegnati. La ritualità collettiva non riesce più a ricomporre tali tensioni.

Fiamignano,, Natale 2015, l'opera completa

Fiamignano, Natale 2015, l’opera completa

Alla fine, entrambi i gruppi tendono a desiderare il ritorno alla “normalità” consueta. Il sollievo che accompagna la conclusione dei giorni festivi non va interpretato come indifferenza, ma come esito di una tensione emotiva accumulata. La ricorrenza, lungamente attesa e investita di funzioni rappresentative elevate, ha reso visibili assenze, distanze e mutamenti che nessuno riesce più a colmare solo attraverso la pratica rituale.

In conclusione, le celebrazioni solenni in gran parte dei paesi del Cicolano non sono semplicemente strumenti di coesione indeboliti dal declino demografico, ma dispositivi privilegiati che rendono visibile la trasformazione del legame territoriale. Non falliscono nel loro compito originario; piuttosto, rivelano che il modello di comunità fondato sulla simultaneità della presenza e sulla densità relazionale stabile non corrisponde più alla realtà attuale, segnata da mobilità e appartenenze plurali. La pratica rituale non ricuce le fratture dello spopolamento, ma le mette in scena, offrendo uno spazio di riconoscimento reciproco – talvolta silenzioso e imperfetto – tra chi resta e chi ritorna. Più che garantire continuità, mantiene una traccia di relazione; più che rigenerare la comunità, ne custodisce la memoria attiva. Interrogare criticamente le aspettative investite in questi appuntamenti significa misurarne i limiti. Vuol dire riconoscerli come spazi in cui la comunità negozia, attraverso riti e simboli, il senso contemporaneo dell’appartenenza nelle aree interne. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Riferimenti bibliografici
Augé, M. (1992). Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité. Seuil.
Bourdieu, P. (1981). Le sens pratique. Éditions de Minuit.
Durkheim, É. (1912). Les formes élémentaires de la vie religieuse. Alcan.
Halbwachs, M. (1950). La mémoire collective (J. Alexandre-Halbwachs, Ed.). Presses Universitaires de France.
Hirschman, A. O. (1970). Exit, voice, and loyalty. Harvard University Press.
Putnam, R. D. (2000). Bowling alone: The collapse and revival of American community. Simon & Schuster. 

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Settimio Adriani, laureato in Scienze Naturali e Scienze Forestali, si è specializzato in Ecologia e ha completato la formazione con un Dottorato di ricerca sulla Gestione delle risorse faunistiche, disciplina che ha insegnato a contratto presso le Università degli Studi della Tuscia di Viterbo (facoltà di Scienze della Montagna, sede di Rieti), di Roma “La Sapienza” (facoltà di Architettura Valle Giulia) e dell’Aquila (Dipartimento MESVA). Per passione studia la cultura del Cicolano, sulla quale ha pubblicato numerosi saggi. 
Veronica Paris, ha frequentato il Liceo pedagogico con indirizzo socio-economico di Rieti, si è laureata in Scienze della Formazione e del Servizio Sociale presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Attualmente è impiegata come Assistente Sociale in una Cooperativa Sociale dove svolge le mansioni di coordinatrice dei servizi di assistenza domiciliare e assistenza scolastica. Come socia della Pro Loco di Fiamignano si interessa delle attività socio-culturali che l’associazione organizza nel territorio, curandone in particolare gli aspetti socioculturali.
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