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Ferdinando Fava nel ricordo del profumo dell’elicriso

Ferdinando Fava

Ferdinando Fava

di Pietro Clemente 

Ferdinando Fava è nato a Milano il 12 agosto 1960. Viveva nel Parmense, a Bianconese, lungo la via Provinciale di Busseto. È stato professore ordinario presso l’Università degli Studi di Padova, Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità (SSD: M-DEA/01), per l’insegnamento di antropologia urbana e altre discipline.

Era membro del Laboratoire Architecture Ville Urbanisme Environnement (LAVUE) dell’École Nationale Supérieure de l’Architecture de Paris-La Villette e del Dottorato Interuniversitario in Ingegneria dell’Architettura e dell’Urbanistica. Il suo curriculum è davvero straordinario, con incarichi di visiting professor e docente in Europa e in America Latina.

Segnaliamo solo alcune opere monografiche per suggerire una immagine dei suoi interessi e delle sue ricerche:

  • FAVA F. (2017). In campo aperto. L’antropologo nei legami del mondo. Milano: Meltemi, pp. 1-164, ISBN: 978-8-883-53719-6.
  • FAVA F. (2015). Qui suis-je pour mes interlocuteurs? Prefazione di Marc Augé. Avant-propos di Monique Selim. Parigi: L’Harmattan, pp. 1-150, ISBN: 978-2-343-05308.
  • FAVA F. (2011). Lo ZEN di Palermo. Antropologia dell’esclusione. Prefazione di Marc Augé. Presentazione di Monique Selim. Milano: Franco Angeli, pp. 1-352, ISBN: 978-88-464-9567-9 (1ª ristampa riveduta; 2ª ristampa 2012; 3ª ristampa 2015; 4ª ristampa 2016).
  • FAVA F. (2008). Déconstruire les frontières: stigmatisation et identité au quotidien dans la ZEN de Palerme. Lilla: Atelier national de reproduction des thèses, pp. 1-390, ISBN: 978-2-7295-6806-1.
  • FAVA F. (2007). Banlieue de Palerme. Une version sicilienne de l’exclusion urbaine. Prefazione di Marc Augé. Avant-propos di Monique Selim. Parigi: L’Harmattan, pp. 1-381, ISBN: 978-2-296-02670-4.

zenIl suo curriculum completo e analitico è pubblicato sul sito dell’Università di Palermo, ateneo con il quale ha collaborato. Il suo profilo evidenzia l’immagine di uno studioso e docente in dialogo con gli studi italiani, ma formatosi anche in altri contesti, in particolare in Francia e in Argentina. Una figura originale per i suoi interessi che andavano oltre lo spazio tradizionale dell’antropologia, che spaziavano verso l’antropologia religiosa, la filosofia e la teologia, oltre che innovativo nella didattica.

La sua storia scientifica e intellettuale sarà cosa utile e interessante come occasione di riflessione per il mondo antropologico [1].

michel-de-certeau-9788828407126“Un assente fa scrivere”

“Un assente fa scrivere”: queste sono le parole di Ferdinando Fava poste come titolo alla sua densa prefazione a Michel De Certeau. Prospettive antropologiche, libro postumo di Alberto Sobrero scomparso nel 2021. Quelle stesse parole valgono per lui, ora che “la nera signora” lo ha portato con sé, il giorno prima di Ferragosto. Tre nomi insieme in un doloroso triangolo di assenze: Ferdinando, De Certeau e Sobrero. Lui ora è direttamente coinvolto nel doloroso nesso di mancanza.

In quest’estate piena di dolore, sono ancora una volta coinvolto nella morte di un amico, non più solo un collega, che aveva ben 18 anni meno di me. Sono le inspiegabili ingiustizie della morte.

Ferdinando era un pensatore forte, ricco di esperienze plurali, con titoli di ricerca conquistati, oltre che in Italia, tra Francia e America Latina. Era un uomo estroverso ed energico, pieno di entusiasmo per la vita, per la ricerca, per le relazioni con colleghi e con studenti, per il lavoro di responsabilità che svolgeva per l’Università di Padova. È stato “azzoppato” nella sua corsa generosa. Così mi comunicò su WhatsApp in modo duro e franco la scoperta del suo drammatico destino: “Ho un tumore al cervello”.

Le parole scambiate con lui su WhatsApp dal marzo del 2022 sono ora uno scrigno di memoria, così come quelle scambiate via email. Le rileggo in quel trascendere il dolore per la morte di un amico, un dolore che cerco di condividere e di superare. Ferdinando è un assente che fa scrivere.

La nostra amicizia

È soltanto dal 2021 che il mio rapporto con lui si era trasformato in un’affettuosa amicizia, piena di stima per il suo lavoro e per il suo “stile”. Era scherzoso, affabile, pieno di ironia.

La prima volta che lo incontrammo (io e mia moglie Ida) fu a Palermo, dove ci fu presentato da Gabriella D’Agostino. Eravamo insieme nella casa ospitale dei Pasqualino e si parlava della sua ricerca sul quartiere Zen di Palermo, una monografia di antropologia urbana. I dialoghi più intensi iniziarono dopo il 2021 a seguito della morte di Alberto Sobrero, collega e carissimo amico. Ferdinando collaborò al suo ricordo e si assunse il compito di curare il libro postumo di Alberto già sopra citato che è stato poi edito da Morcelliana quest’anno. Da allora molti gli scambi: i dialoghi con Susanna, la moglie di Alberto, e Vincenzo Padiglione, tutti coinvolti nel riuscire a pubblicare l’ultima ricerca di Sobrero. Le telefonate, i messaggi e le email di quel periodo sono un piccolo archivio di memoria. 

in-campo-apertoIl profumo dell’elicriso

Ma l’incontro più intenso avvenne nella mia isola natale, durante uno stage di ricerca promosso da un dottorato di ingegneri, architetti, sociologi e antropologi sui temi dello sviluppo locale. L’evento, guidato da Lidia De Candia, era dedicato alla Gallura. Impegnati a vivere insieme una settimana di didattica e scambi culturali, scoprimmo il Ferdinando giocoso, ironico.

Girava con un cappello di paglia a falde larghe con un’aria insieme concentrata e scanzonata, sempre attento ai giovani e alla didattica. Un campo in cui investiva molto sia nel suo Dipartimento che nella SIAC, l’associazione degli antropologi. Durante quel giugno del 2022 in Sardegna fummo molto vicini, nelle visite a cantine, a centri di produzione di profumi e a nuove realtà contadine.

Mi rimase impressa una sua battuta: seduti su un muretto, ascoltavamo la presentazione della responsabile di un’azienda di aromi naturali. La signora cominciò parlando dii “essenze”, e lui si girò verso di me e sottovoce mi disse: “Ah perbacco, qui si parla di ontologia”. Sorridente ironia. Fummo insieme nel sole e nel profumo dell’elicriso che dominava i luoghi della nostra residenza. “Elicriso” in greco significa “oro del sole”. È una pianta dei pronostici della magica notte di San Giovanni, ma il suo aroma anima il ricordo della vicinanza di chi è ancora con noi pur nell’assenza.

Poi nel marzo del 2023 mi invitò a Padova a tenere una lezione nel suo corso sul tema “Anthropologie du patrimoine. Une introduction” frequentato da studenti di area francofona e comunque stranieri, La tenni in italiano mentre lui traduceva con vivacità dialogando con gli studenti. Ci fu la promessa poi di andare insieme al Museo Guatelli, promessa che non fui in grado di onorare per miei problemi di salute.  La cena insieme in un ristorante di cucina etnica “Peace ‘n’ Spice” di Padova, i racconti reciproci della vita sigillarono il passaggio da colleghi ad amici. C’era anche Ida, attenta alle storie, capace di ascoltare e di interagire ben più di me.

Da allora, nei nostri scambi circolava anche l’affetto. Un’amicizia recente, dunque, ma davvero piena e desiderosa di conquistare nuovi spazi, purtroppo interrotta dalla malattia, dallo sgomento suo che è stato anche nostro. Siamo stati con lui nel pensiero quando ha voluto sposarsi con Janine nella chiesa del suo paese, a Bianconese, vicino a Parma, dove è stata anche celebrata la messa del suo ultimo saluto.

Ferdinando Fava

Ferdinando Fava

Un intellettuale creativo e plurale

Rileggendo ora il suo curriculum (sul web Ferdinando Fava curriculum), si ha l’impressione di un impegno di ricerca a tutto campo. Al centro ci sono i suoi studi sulla città contemporanea, sulla pluralità del suo essere luogo di nuove storie, di migrazioni, di identità, città vista attraverso sguardi filosofici, letterari, storici, oltre che antropologici e arricchita dai suoi studi francesi, italiani, europei, latinoamericani, con qualche passaggio dalla California.

Il suo profilo internazionale ricco ed aperto lo portava ad assumere impegni istituzionali per l’Università e a lavorare nel terzo settore, e lo portava a voler trovare nuovi modi per l’insegnamento della didattica delle nostre discipline demoetnoantropologiche.

Il prossimo autunno dovremo presentare il libro su De Certeau con una doppia assenza, e a lui, oltre che ad Alberto Sobrero, penseremo. Di entrambi cercheremo il messaggio, insieme a quello di chi li accomunava: Michel de Certeau, grande intellettuale gesuita come Papa Francesco e tanti grandi pensatori. Non ero a conoscenza della dimensione di fede religiosa che era nella sua vita, l’ho scoperta solo in questa sua ultima drammatica fase. La sua malattia e il suo matrimonio sono stati accompagnati dalla manifestazione di una fede intensa piena di luce e di speranza. Il messaggio di lutto lasciato da Janine e dai familiari accompagna il suo doloroso esito con la luce della fede. Onorano la “maestà della morte” e avvicinano a noi l’immagine francescana della morte come una sorella, una parte cara della vita, grande e luminosa anche per chi non crede.

Ti penseremo a lungo, Ferdinando, leggendoti e scambiandoci aneddoti e ricordi che ci riportino alla tua vita generosa. L’assenza fa scrivere, produce emozioni, fa “continuare a pensare”. Come nelle sue parole: «chi scrive lo fa per l’assente…Scrive per poterlo ritrovare, per farlo in qualche modo presente, senza posa, sapendo che questo sarà impossibile. È la scrittura di un desiderio».

Da un post di Erri De Luca su Facebook, in grande sintonia con quanto detto, faccio mia questa sua riflessione: 

«Più invecchio e più le persone che ho conosciuto non ci sono più.
E io non riesco a fare pace con nessuna di queste assenze.
Allora che faccio? Scrivo.
Prendo un episodio del passato e mi metto a scrivere.
Dentro al passato quelli che tu ami, stanno tutti là, non ci manca nessuno.
E allora scrivendo costringo queste persone, che si sono andate a cacciare in quell’aldilà senza il mio permesso a essere di nuovo con me.
Fino a che scrivo loro stanno con me». 
Erri De Luca 
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025 
Nota
[1] Molto utile il ricordo di Dario Nardini ampio e ricco di riferimenti pratici nella vita universitaria nella pagina Facebook di SIAC. 

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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014); Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori (con A. M. Cirese, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); Tra musei e patrimonio. Prospettive demoetnoantropologiche del nuovo millennio (a cura di Emanuela Rossi, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); I Musei della Dea, Patron edizioni Bologna 2023). Nel 2018 ha ricevuto il Premio Cocchiara e nel 2022 il Premio Nigra alla carriera.

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