di Liliana Gazzetta
….il militarismo coi suoi occhi di bronzo non ha lagrime per il vagito d’un bimbo, non ha conoscenza del pudore di una donna, né delle leggi supreme dell’amore; e le donne devono farsi difenditrici del militarismo?
Intellettuale ebrea, ma laica, esponente del movimento femminista e pacifista: questa l’identità anticonformista di Paolina Schiff, di cui ricorre quest’anno il centenario della morte (1841-1926).
Di famiglia ebraica benestante, proveniente Mannheim, visse dapprima a Trieste e poi a Milano per gli impegni lavorativi del padre, uomo dalle idee liberali che volle dare una solida istruzione a tutti i suoi figli: fu grazie a questa preparazione che Paolina poté vivere una vita indipendente senza mai sposarsi. Perfettamente bilingue, conseguì, pur se a prezzo di una lunga battaglia burocratica, la libera docenza (e quindi l’insegnamento) in lingua tedesca all’Università di Pavia, lavorandovi per circa trent’anni, una delle pochissime che tra ‘800 e ‘900 riuscirono a inserirsi nel mondo accademico italiano. Erano anni in cui si affermava il prestigio scientifico tedesco in molte discipline e si creava un flusso di studiosi desiderosi di perfezionarsi nelle università del Reich, ai quali la padronanza della lingua divenne indispensabile.
Iscritta poi anche all’Albo dei traduttori di Milano, affiancò all’intensa attività come germanista quella di attivista per i diritti delle donne, collaborando con riviste come «La donna» di Gualberta A. Beccari e «Vita femminile» e impegnandosi in prima persona in alcune iniziative del movimento. Insieme a Cristina Lazzati, Annamaria Mozzoni, Ottavia Borioni, Eleonora Burelli, Angela Foldi, Gualberta Beccari, Schiff fece parte del comitato per il monumento a Salvatore Morelli, detto ‘il deputato delle donne’ e autore di La donna e la scienza, testo pioneristico che varie esponenti del movimento si impegneranno a diffondere, pur integrandolo con una visione più ampia dei diritti femminili: Morelli, infatti, si fece promotore in Parlamento di innovative proposte di legge come l’introduzione della piena parificazione tra i coniugi all’interno della famiglia, del divorzio, della tutela dei figli illegittimi, del suffragio per le donne [1].
Nel 1880 Paolina Schiff fu con Annamaria Mozzoni tra le fondatrici della «Lega promotrice degli interessi femminili» a Milano, che mirava a sviluppare nelle donne la coscienza dei loro diritti – anche come lavoratrici – nella società del tempo [2]. Della Lega, infatti, fecero parte sin dalla fondazione anche alcune attiviste operaie come Giuseppina Pozzi e Nerina Bruzzesi, insieme a donne di diversa appartenenza politica; qualche anno più tardi, fu tra le promotrici della Lega per la tutela degli interessi femminili, cui aderì insieme ad Alessandrina Ravizza, Fanny Zampini Salazar, Ersilia Majno Bronzini e Linda Malnati. Risulta ancora, nel 1883, la sua partecipazione alla fondazione di una delle prime società operaie femminili, la Lega delle orlatrici in calzature, nella fase di passaggio dalle società di mutuo soccorso di tipo democratico-repubblicano a quelle di impianto operaista.
Se analizziamo la bibliografia che la stessa Schiff indicava a corredo della sua attività di docente, accanto ai suoi scritti su Goethe, sul dramma tedesco e su questioni della sociologia tedesca, troviamo titoli che suonano come un manifesto, quali I diritti del fanciullo; Il fenomeno del femminismo; La femme dans le mariage; La posizione giuridica della donna italiana nel diritto privato e pubblico. Tra le battaglie cui infatti si lega il suo nome due, in particolare, meritano la nostra attenzione: l’istituzione della Cassa di maternità per le lavoratrici [3] e l’abolizione dell’articolo 189 del codice civile (Pisanelli) che vietava le indagini sulla paternità.
Schiff fu segretaria del Comitato centrale di propaganda per la ricerca della paternità e collaborò con giuristi, medici e riformatori radicali e socialisti per eliminare lo stigma sociale riservato alle madri nubili e ai nati ‘illegittimi’, richiamando tutti al dovere di una comune responsabilità genitoriale. Solo nell’Italia repubblicana, con la Costituzione e con la riforma del diritto di famiglia del 1975 si sarebbe giunti a codificare la svolta che Schiff chiedeva all’inizio del ’900.
Fu un’attiva pacifista, sin da quando, nel 1879, entrò nel direttivo della Lega di Libertà, Fratellanza e Pace, sorta per iniziativa di Ernesto T. Moneta, futuro premio Nobel per la pace. Su questo tema nel 1888 è la sua prima conferenza, a Milano, in cui si chiedeva se le donne potessero influenzare il fenomeno bellico e in che modo. La relazione tra subordinazione femminile e violenza maschile è già chiaramente delineata in questo discorso:
«Sì, la donna fu molte volte obbietto di dissidio fra gli uomini, questo risalta colla più spiccata evidenza e ciò, perché era la cosa, il possesso più o meno contrastato da loro. Su lei riversava e addensavano quanto era di bramoso, di avido e di eccedente allargamento della propria esistenza; tutti i connotati del carattere che muove, su scala più estesa, alle guerre di conquista. Depresso, angustiato, il carattere femminile, non poteva aver nessuna salutare influenza; soltanto le spartane, spiccano per la loro indipendenza e per la direttissima e legittima influenza sui loro mariti e figli» [4].
Proprio in quella fase il giovane Regno d’Italia stava muovendo i primi passi per conquistare qualche pezzo del ricco bottino coloniale africano, già in buona parte spartito tra Francia e Inghilterra, e non solo. Il colonialismo italiano nel Corno d’Africa veniva criticato con lucidità da Paolina Schiff, che sottolineava la contraddizione storica di «portare la guerra in casa altrui, presso un popolo che mai erasi dato la briga di molestare l’Italia»[5].
Schiff divenne così una voce significativa del movimento pacifista italiano, intrecciando le riflessioni sull’urgenza della pace con quelle sulla emancipazione femminile nelle leggi e nella società: guerra e diseguaglianza tra i sessi diventavano temi centrali nei suoi scritti e interventi pubblici. Nel 1890, infatti, al Ridotto della Scala, Schiff tornava sullo stesso tema, domandandosi La pace gioverà alla donna?, dimostrando che bisognava rispondere affermativamente alla domanda del titolo e tornando ad incoraggiare le donne italiane ad unirsi per migliorare la loro condizione sull’esempio delle sorelle di altri Paesi europei come la Francia, l’Inghilterra, la Germania.
La sua analisi, sfrondata degli aspetti retorici, risulta ancor oggi interessante e lontana dai luoghi comuni: l’assunto secondo cui le donne sarebbero strutturalmente estranee alla guerra per la loro connaturata sensibilità – secondo Schiff – è anch’esso una costruzione, un prodotto dell’immaginazione artistica, peraltro controproducente dal punto di vista degli interessi femminili. Relegando la figura della donna in una dimensione astratta e angelicata, secondo Schiff si alimentava nella realtà una condizione opposta di subalternità e discriminazione, senza che i due piani potessero influenzarsi tra loro. A suo avviso, infatti, anche le donne possono essere animate, a seconda delle occasioni storiche e dei contesti di formazione, da volontà di prevaricazione ed essere perciò fautrici di conflitti. Ma ritornava sul nesso antropologico tra violenza maschile e soggezione femminile che doveva essere appalesato:
«Più è violenta e incivile la condizione umana, più è deprezzata la donna, e se ella vuole elevarsi ed essere considerata, bisogna che tutto l’ambiente sia temprato a maggior elevatezza; quindi, decantatrice di guerre e di conquiste non può farsi la donna se ella vuol giungere a quel posto a cui è chiamata e che i più gentili avevano sempre scorto essere il suo, quello cioè di incivilitrice» [6].
È vero peraltro che l’argomentazione centrale del discorso di Schiff, sviluppata nelle due conferenze citate, era la difesa della vita, intesa come valore connaturato alla maternità. Ma la maternità per Schiff era tutt’altro che una funzione biologica naturale e quasi obbligata per le donne, ma anzi era da lei considerata come fonte dei loro diritti fondamentali e un’esperienza che forma in loro attitudini speciali, quali la capacità di mediazione, il senso pratico, la duttilità, tutti fattori che avrebbero potuto offrire un nuovo approccio alla politica interna e internazionale, capace di neutralizzare il militarismo. Tali capacità sarebbero potute venire alla luce e dare i loro frutti soltanto se e quando alla componente femminile delle società fossero concessi gli stessi diritti degli uomini:
«Se la donna sarà messa in condizioni tali da allargare la necessaria sua influenza, molto guadagnerà ogni causa civile, e moltissimo quella che si è presa per compito di non lasciare che il militarismo disponga del destino dei popoli. Mercé la collaborazione sua, entrerebbe assai più presto in realizzazione un ordinamento, se non totale, ma molto più allargato, basato sulla giustizia» [7].
Nel ’97 Paolina Schiff lavorò per la costituzione di un Comitato femminile per la pace, che nel ’99 mandò la sua adesione alla Conferenza Internazionale dell’Aja: un organismo che entrò progressivamente in relazione con analoghe strutture europee, stabilendo presupposti di un pacifismo femminista che diventerà esplicito con la Grande guerra. In questo ambito si sviluppava una chiara affermazione teorica del nesso tra lotta per la pace e causa delle donne, stabilito sulla convinzione che la guerra rappresentasse un impedimento strutturale all’affermarsi dell’autonomia femminile. Era il movimento della pace, con le sue proposte per l’arbitraggio internazionale, che avrebbe significato la liberazione delle capacità femminili per il bene di tutti:
«Riconoscendo sempre più che l’energia della difesa non debba estrinsecarsi nella moderna società col primitivo mezzo della uccisione del simile, noi donne italiane, fedeli agli umani principi di Alberigo Gentili, del Filangieri, del Romagnosi e del Beccaria, confermiamo essere l’Arbitrato e il principio della Pace il mezzo dettato dalla ragione, dal sentimento e dall’utilità sociale per comporre gli inevitabili dissidi nascenti dall’attrito degli interessi; considerando altresì che la dignità e il valore dell’elemento femminile potrà emergere soltanto in condizioni basate sul progredito sviluppo della razionalità e dell’armonia affettiva sociale» [8].
Accanto a Paolina Schiff, in questa iniziativa troviamo le socialiste Linda Malnati ed Emilia Mariani, con lei impegnate in un giro di conferenze su questi temi; ma val la pena di segnalare anche tutta una serie di nomi forse meno noti ma significativi della crescente diffusione di queste idee: Giannetta Ugatti Roy polesana, Annetta Banfi Mazzucchelli, Camilla Bellisoni Manzoni di Venezia, Stefania Omboni e Virginia Olper Monis di Padova, Guglielmina Ronconi da Vercelli, Ida Gottardi di Treviso, Rina Pierangioli Faccio –futura Sibilla Aleramo – e la professoressa Linita Beretta da Genova, che andavano a costituire un comitato centrale per la costituenda associazione femminile pacifista italiana.
Alla sua linea di pacifismo Schiff rimase fedele all’epoca della guerra di Libia voluta da Giolitti e anche davanti al primo conflitto mondiale, nella fase in cui tante defezioni si registrarono dal movimento per il disarmo, tra cui Teodoro Moneta, che com’è noto divenne interventista in nome di un pacifismo risorgimentale diverso dal suo.
Ormai anziana, Schiff non partecipò alla conferenza internazionale pacifista che si tenne all’Aja nella primavera del 1915, ma inviò un messaggio che stigmatizzava le guerre, riconfermando la sua fiducia nel diritto come principio regolatore delle controversie sulla scena internazionale, come anche delle discriminazioni ai danni delle donne, adombrando la prospettiva di una federazione europea. Paolina Schiff scrisse di apprezzare l’iniziativa di voler stabilire un’intesa tra le donne di tutte le nazioni allo scopo di prevenire le guerre tra i popoli civilizzati:
«Je m’associe de tout cœur à ce grand mouvement, avec la profonde conviction que la femme est destinée à réussir près ses frères, les hommes, à changer le principe de la force guerresque dans le principe de la raison, en employant les grandes énergies qui veulent et doivent s’épancher, soit dans les individus, soit dans le nations – au profit de bien général et non avec la destruction de la vie de ceux qui possèdent les trésors de l’énergie et de l’activité illuminée» [9].
Schiff affrontò la questione della complessità degli Stati europei e delle profonde differenze etniche al loro interno. Secondo Schiff queste differenze erano la causa principale delle asperità sfociate nella guerra e proprio su di esse le donne avrebbero dovuto lavorare per promuovere la mutua integrazione dei popoli:
«Et ce n’est pas par les armes suicidiales que nous pouvons rejoindre ce but utile et bienfaisant, mais avec le travail de l’intelligence soutenu par l’amour dont la source principale est dans le cœur de la femme, et qui, obéissante à sa nature, doit former part des décisions politiques des hommes nos frères.
Le progrès de l’humanité a apporté de grands changements aussi dans les constructions ethniques. On ne peu plus dire dans un sens absolu : ici commence la frontière et qui la passe commet un vol ou politique ou militaire. Nous avons dans nos régions limitrophes manifestes les cas : le père est de la nation plus proche, la mère est indigène, ou vice versa, les enfantes, selon les circonstances, suivent plus ou moins la culture de l’un ou de l’autre parent. Un choix politique et voilà les descendants directs des deux nations, obligés à se regarder en ennemi, pendant qu’ils sont les fils de toutes deux» [10].
Intrecciando strutturalmente l’impegno per la pace e quello per l’emancipazione femminile, Schiff è giustamente considerata pioniera e ispiratrice del «femminismo pacifista». Soleva dire che «le donne da noi sono messe all’indice […] giuridicamente ed economicamente poste all’indice», additando nel mondo del lavoro, nella famiglia, nell’accesso all’istruzione i contesti nei quali la donna doveva poter sviluppare liberamente i suoi talenti.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] G. A. B., Nota 1 ad Antologia della donna. Lettera sulla riforma delle leggi penali con riferimento all’ordine della famiglia. A Raffaele Conforti, in «La donna», 25 aprile 1882.
[2] Mi permetto di rinviare qui al mio Orizzonti nuovi. Storia del primo femminismo in Italia 1865-1925, Roma Viella 2018
[3] La legge Carcano del 1902, infatti, istituiva solo l’astensione dal lavoro per un mese al massimo dopo il parto, ma non prendeva in questo periodo nessuna copertura economica per la lavoratrice madre: cfr. Annarita Buttafuoco, Questioni di cittadinanza. Donne e diritti sociali nell’Italia liberale, Siena, Protagon, 1997.
[4] Paolina Schiff, L’influenza della donna sulla pace. Conferenza tenuta in Milano il 6 maggio 1888, Milano, Bellini, 1888: 8.
[5] ivi: 14.
[6] Paolina Schiff, La pace gioverà alla donna?, Milano, Libreria Editrice Galli, 1890: 26.
[7] Ivi: 40.
[8] Le donne e la conferenza dell’Aja, “Italia femminile”, 14 maggio 1899.
[9] Paolina Schiff, Lettera senza data indirizzata al Comitato organizzativo, in Archives, University of Colorado at Boulder Libraries (AUCBL), Women’s International League for Peace and Freedom Serie V, Printed matter WILPF publications, box 2, fd II News-sheets 1915-1919, Schiff.
[10] ibidem.
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Liviana Gazzetta, Dottore di ricerca in storia sociale europea presso l’Università Cà Foscari di Venezia, è docente nelle scuole secondarie superiori. Socia della Società italiana delle storiche, studia la storia dei movimenti femminili in età contemporanea, anche di matrice religiosa; tra le sue ultime pubblicazioni i saggi Orizzonti nuovi. Storia del primo femminismo in Italia (1865-1925), Roma 2018 e Virgo et sacerdos. Idee di sacerdozio femminile tra ‘800 e ‘900, Roma 2020. A Padova è direttrice della delegazione locale dell’Istituto per la storia del Risorgimento.
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