Fate migranti. Il volto “gentile” dell’immigrazione

1. foto fatedi   Alessandra Gioè

La progressiva femminilizzazione dei flussi migratori è un fenomeno recente che con la regolarizzazione/sanatoria del 2002 (Legge Bossi-Fini) ha prodotto nuove identità di stranieri, plasmate e rimaneggiate all’interno di contesti sociali determinati, aspiranti a un ruolo socialmente riconosciuto. Epocale l’introduzione del concetto di “badante”, espressione ormai d’uso comune, insistentemente presente nell’immaginario collettivo. Il termine «badante», associato spesso alla cura di cose e animali, ha maturato in sé un’accezione negativa, tanto da spingere le Acli a coniare l’espressione «assistente familiare». Oggi la parola «badante» è penetrata impetuosamente nelle abitudini linguistiche perdendo la sua accezione semantica negativa e assumendo il significato più colonialisticamente prammatico di chi cura la persona, dello straniero che diventa meno straniero nel momento in cui si piega al nostro servizio, a protezione dei nostri bambini, all’assistenza dei nostri anziani, alla cura delle nostre abitazioni.

Più che mai in questo tempo di crisi di valori si ha bisogno di donne assurte al ruolo di fate che vorrebbero volare ma che la vita priva delle ali, perchè le loro mani di fata sono sempre tese laddove c’è bisogno di un gesto di ausilio e di una voce gentile e compassionevole. Di fatti, la fortissima richiesta da parte delle famiglie autoctone di lavoratrici della cura non spiega da sola la rilevante presenza migratoria femminile; è il cambiamento dello stato sociale che bisogna osservare, stato sociale che tende sempre più a giustificarsi con «non ho tempo», «il lavoro mi impegna molto», « non posso badare ai miei genitori, ai figli» etc….etc…., così da sviluppare un nuovo mercato globale delle migrazioni, i cui fattori d’attrazione vengono a configurarsi come agenti non esclusivamente legati al desiderio del ricongiungimento familiare. È il percorso migratorio a mutare: parte da un dovere sociale coniugato ad un desiderio di autonomia, matura in una nuova capacità di scelta e sfocia nell’«invisibile ecologia umana della cura, con una lavoratrice della cura che dipende da un’altra e così via. La catena della cura può partire da un paese povero e finire in un paese ricco e può collegare le aree rurali e urbane all’interno dello stesso paese povero» (Hochschild 2000: 13).

È un percorso migratorio diverso, forse più alto, certo più selettivo: è una migrazione mossa dal valore della famiglia, volta al miglioramento non esclusivo di sé ma anche del nucleo domestico in cui si prende servizio, e tale responsabilità, che spinge le donne ad intraprendere il progetto migratorio, viene proiettata sulla persona da assistere. I confini immateriali nei quali l’immigrata è inconsapevolmente immersa, designati dalle nostre rappresentazioni sociali dello straniero stesso e che servono a rendere familiare l’ignoto, risultano man mano vincolanti per l’immigrata, perchè il termine badante non fa altro che suggerire la possibilità per lo straniero di poter badare a noi, entrare ed omologarsi al nostro sistema, non rappresentando più un pericolo di sovversione, un’emergenza o una minaccia.

Questa nuova idea di straniera forma la sua nuova identità: si rende tollerabile l’ignoto che lo straniero incarna, si dà ad esso una forma e una collocazione rassicurante e funzionale. In questo modo l’immigrata è in sostanza una figura di soglia che si colloca parallelamente all’interno e all’esterno del nostro ordine delle cose, in una condizione di pluriappartenenza e di «doppia assenza» (Sayad 2002). Anche se questa sua particolare condizione porta a considerare sempre una sua eventuale metamorfosi e induce a pensarla come oggetto sempre in trasformazione, in realtà è anche vero che il rischio è quello di relegarla solo ed esclusivamente al medesimo ruolo. A guardar bene, esplorando la realtà migratoria declinata al femminile è possibile imbattersi in una relazione significativa fra donne, così da cogliere gli aspetti umani, sociali e culturali della condizione di migrante, la memoria del passato e l’orizzonte del futuro immaginato, le competenze professionali acquisite, la percezione dei margini di libertà concessi nelle scelte compiute, la funzione cruciale della complessa dimensione del bisogno, l’attribuzione dei significati al lavoro svolto, il desiderio di riqualificazione o formazione professionale, il senso e la concezione della famiglia, la faticosa ricerca di veri e profondi rapporti sociali.

foto2Attualmente non esiste in Italia una reale «politica dell’accoglienza» che sia in grado di cogliere le specificità e le problematiche dei progetti migratori femminili, che preveda un’offerta di formazione calibrandola sui bisogni e i tempi delle donne migranti, che sostenga gli spazi e i luoghi associativi femminili; occorrerebbe una riflessione di genere che metta in discussione il fatto che le donne «possano vivere nel nostro Paese soltanto in quanto mogli, domestiche o prostitute, ovvero nei ruoli che ha loro assegnato una storia di genere che da più di un secolo tante donne, in tutto il mondo, stanno cercando di cambiare» (Luciano in Vicarelli 1994: 221-226). Siano badanti, collaboratrici domestiche o baby sitter, il pregiudizio sociale è sempre dietro l’angolo a ricordarci il ruolo storicamente connesso a lavori femminili che implicano una relazione di cura con gli altri.

Riguardo a certe recenti tesi che qualificano queste donne come “straniere a perdere”, è opportuno tenere presente che la donna che lavora nelle nostre case del tutto “straniera”, in verità, non è, poiché essa vive comunque dentro la nuova realtà, operando nei suoi diversi settori, intrattenendovi rapporti a vari livelli, riempiendo i vuoti del nostro sistema di relazioni. Si tratta dunque di donne costrette ad attraversare un continuo processo di trasformazione e di ricomposizione della propria identità, impegnate in continue e silenziose negoziazioni. Il processo di inculturazione della migrante nella nuova società è carico di ripercussioni proprio sulla società di arrivo che è, a sua volta, portata a ridefinire i propri meccanismi, e quindi ad attuare cambiamenti strutturali, non solo materiali ma anche socioculturali. Con la loro sola presenza, le donne migranti hanno la possibilità non solo di attraversare i confini di una nazione, ma anche di diventare delle vere fate transculturali che entrano in contatto con abitudini, stili di vita e mentalità diffusi nei luoghi che le ospitano. Questo è il reale processo in cui si costruiscono nuove identità, silenti, invisibili, ibride poichè se da una parte c’è chi ha paura di un futuro dove delle “straniere” diventino padrone delle nostre vite e delle nostre comunità che invecchiano, dall’altra non c’è chi non sia costretto ad ammettere che non si può fare a meno di loro, come dire «è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo…possibilmente le straniere».

In tal senso il tema dell’intercultura risulta utile per definire un terreno possibile di incontro tra culture attraverso le esperienze umane della vita quotidiana e familiare. La natura intrinseca delle dinamiche interculturali richiede per se stessa relazioni paritarie tra soggetti, dove le soggettività brillino di luce propria in qualsiasi contesto si ritrovino a interagire. Il fine ultimo dovrebbe (si auspica) esser questo: consegnare il giusto valore alle vite di queste donne, restituire l’attenzione e la riflessione che meritano, affinché – nella più felice delle ipotesi – le si possa anche guardare con occhi diversi e riconsiderare il loro stile di vita, apprezzarne lo slancio, la passione umana nonostante i numerosi ostacoli.

D’altronde, l’aspirata integrazione, il rispetto degli altri, la conclamata tolleranza sono o non sono tutte formule che rappresentano il tentativo di varcare confini e frontiere culturali, di attraversare luoghi ed esperienze dove l’altro da noi, da nemico o “deviante”, può trasformarsi in amico o compagno di strada? Proprio perchè la diversità è diventata ormai una delle dimensioni della nostra vita quotidiana, non è né una omologazione delle differenze né una giustapposizione di culture e individui che possono aiutarci nella convivenza, ma è piuttosto l’incontro, l’ospitalità, l’ascolto, lo scambio e la commistione delle esperienze, l’assunzione e la valorizzazione delle differenze nel pluralismo delle forme e nella reciprocità delle pratiche. Per questo sarebbe interessante cogliere l’occasione, ove possibile, di un incontro fortuito con un immigrato, al semaforo o al market sotto casa, e farsi raccontare una storia: ogni storia raccontata è un incontro umano, una vita vera che rivela i suoi occhi, il suo volto, la sua identità in carne e ossa.

Un chiaro esempio è la storia di Susan Konan, di Abidjan (Costa d’Avorio), sfuggita alla guerra civile e arrivata a Palermo nel 1998, dove lavora come badante presso una famiglia. Nel suo Paese viveva con una sua zia, moglie di un Primo Ministro, che le ha concesso di studiare in una prestigiosa scuola di sartoria per diventare modista. O almeno questo era il suo sogno: «La scuola dove io andavo era la migliore, la più costosa che esisteva in Costa d’Avorio […]. Quando sono arrivata all’inizio sempre dicevo a mio marito: “ma come faccio a continuare questo mestiere mio” […], era questo qua della sarta che volevo fare…oppure essere anche una modella, perché lì, facendo la scuola del cucito, un sacco di cose, stiliste, modelliste, queste cose che io già avevo fatto un poco di là quando ero a scuola…volevo fare la modella». Ma le sue aspettative ben presto si sono dovute scontrare con la realtà che lei non poteva prevedere: «Io già andando a scuola sempre uno ti chiede “tu dopo dove vorresti andare?” e tu dici subito “Italia”, perché l’Italia è il paese della moda [...] sempre Italy, perché dopo devo andare in Italia perché io voglio essere una sarta famosa; questo volevo fare [...] ma sono rimasta …delusa […] perché lo sai il discorso qual è? Quando tu entri qua, che poi diventi clandestina, i primi che c’erano qua avevano questa mentalità, la paura: ah devi stare attenta, qui ti rimpatriano, questo di qua non si può fare, questi lavori,… quindi non si poteva fare niente, oltre alle pulizie».

Susan quando parla del suo Paese – la Costa d’Avorio – sembra di poterlo vedere materializzarsi in un istante. Nelle sue descrizioni, sempre molto puntuali, c’è proprio quella semplicità di bambina, per cui ogni racconto appare speciale. In un primo momento pensavo che alla mia domanda «Cosa significa essere donna nel tuo Paese?» lei avesse cercato di aggirarla piuttosto che rispondere effettivamente ad essa. Solo con il passare del tempo, dopo una serie di pomeriggi passati davanti al suo the alla citronella e col taccuino in mano, tentando disperatamente di appuntare qualsiasi cosa fosse utile, mi sono resa conto che essere donna nel suo Paese prima di tutto è esserlo in comunità. Quando dice: «lì siamo tutte insieme, se qualcuno ha bisogno di qualcosa, vado accanto per esempio», sta parlando della prossimità, della solidarietà, della rete che tiene unite le donne, della forza femminile che governa il tempo e lo spazio della cultura ivoriana.

La condivisione femminile comunitaria è qualcosa di importante, qualcosa che implica una responsabilità collettiva, la presa in carico, da parte della stessa comunità, dei singoli componenti, fuori da ogni ottica puramente individualistica. L’assunzione di una tale prospettiva che consente di fare la spola tra le persone e il contesto più ampio nel quale esse si trovano – dalle famiglie alle comunità locali, a quelle più lontane – le rende partecipi tutte di uno stesso mondo, di uno stesso ambiente umano e culturale, e perciò strettamente interdipendenti, a prescindere dalle contiguità geografiche o dall’appartenenza etnica, poiché all’interno dello stesso villaggio possono essere presenti diverse etnie venute da migrazioni nella stessa area ivoriana. All’interno del villaggio ciascuna donna della comunità ha la possibilità di essere utile e propositiva: «Quella dice per esempio “io faccio questo, io metto questo”…Lì non c’è quello che c’è qui, che ognuno si fa i fatti suoi, senza dire niente […] c’è troppa indifferenza… questo un po’ non mi piace di qui, non me l’aspettavo». Sembra di leggere in queste parole l’idea di una comunità – quella ivoriana – che vive nel pieno rispetto dell’alterità, dove ciascuno dipende dagli altri e mette in comune con gli altri le proprie risorse, sentendosi parte di un progetto condiviso. La verità è che un mondo ricco di umane sfumature affiora dall’ascolto di voci come quella di Susan. Ecco perchè la narrazione delle storie di vita dei migranti contribuiscono a denunciare l’improprietà e l’approssimazione delle tante definizioni relative all’immigrazione, molto spesso inficiate da una visione pauperistica di sans papier, troppo riduttiva per cogliere a pieno le enormi potenzialità che contiene il fenomeno.

Dialoghi Mediterranei, n.6, marzo 2014
Riferimenti bibliografici

Hochschild A., 2000, La catena globale della cura in “The American Prospect”, vol, 11 n.4, January 3, paper a cura di Battaglino, Gerardi, Sampietri, trad. Jessica Ferrero

Sayad A., 2002, La doppia assenza: dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, a cura di S.Palidda, trad. it Cortina, Milano .

Vicarelli G., 1994, Le mani invisibili. La vita e il lavoro delle donne immigrate, Ediesse, Roma.

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