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Farsi carico della cura dei beni culturali del territorio. Tra esperienza etnografica e impegno istituzionale

sergio-001di Antonino Cusumano [*]

Nella transizione da Paolo Toschi ad Antonino Buttitta gli studi dell’arte popolare hanno conosciuto una profonda e radicale svolta epistemologica, un rinnovamento teorico e metodologico che ha liberato definitivamente le categorie estetiche dalle letture crociane e romantiche e introdotto un approccio nuovo destinato ad aprire la strada all’antropologia dell’arte, ovvero ad un ambito disciplinare con una sua autonomia e specificità. Si deve a Buttitta il merito di aver inaugurato una fervida stagione d’interesse per i temi, le tecniche e le forme delle arti figurative siciliane, scientificamente e sistematicamente oggetto di un campo di indagine specialistico. La mostra Arte popolare in Sicilia, allestita a Siracusa nel 1991, a cura di Gabriella D’Agostino, ha rappresentato la realizzazione più compiuta di quel lungo lavoro di ricerca sui prodotti artistici popolari che hanno illustrato la storia della tradizione culturale dell’Isola.

Non è mai facile tracciare bilanci né districare e riannodare i fili di rilevanti eredità intellettuali. L’ordito dei debiti e dei lasciti, delle ascendenze e delle filiazioni, dei tornanti e dei percorsi individuali è sempre particolarmente complesso e intricato. Ma nel ripensare a quegli anni e a quella intensa stagione di studi, Sergio Todesco è figura di antropologo che spicca non solo per aver collaborato a quella lontana mostra di Siracusa ma anche perché di quel generoso clima di riscoperta e valorizzazione delle arti popolari – e della cultura folklorica in generale – è stato e continua ad essere protagonista attivo e originale. Nel dibattito e nella letteratura il suo contributo si avvale sia delle sue puntuali ricognizioni etnografiche che delle molteplici esperienze maturate nell’ambito dei suoi prestigiosi ruoli istituzionali ricoperti nella amministrazione pubblica dei beni culturali regionali. Un civil servant attento alla difesa e alla valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale del territorio, un intellettuale costantemente impegnato a far dialogare ricerca scientifica e pratica politica, tensione conoscitiva e attività progettuale, riflessione teorico-concettuale e responsabilità di direzione di istituti culturali quali musei e soprintendenze. Una dialettica feconda di contaminazioni, ibridazioni e connessioni.

unnamedNel segno delle connessioni si può forse individuare la chiave di lettura dell’antropologia di Sergio Todesco, che ha sempre amato attraversare discipline, categorie, generi e tematiche. Un’erranza – come l’ha definita Luigi Lombardi Satriani – che non è superficiale vagabondaggio ma, al contrario, piena consapevolezza che i confini sono astrazioni, convenzioni, rappresentazioni arbitrarie da sfidare e da ripensare criticamente. Da qui la capacità di coltivare plurimi interessi contigui alla filosofia, alla letteratura, alla storia e alla fotografia. Un’antropologia, dunque, che attinge alla tradizione etnografica della scuola dell’umanesimo meridionale, sostenuta dall’ampio respiro etico e critico e dall’esplicita ispirazione demartiniana. Queste, a grandi linee, le coordinate dello studioso che si muove nel solco di autorevoli e riconoscibili magisteri, con una avvertita coscienza storica e una acuta sensibilità alle istanze della contemporaneità.

Questo libro è il secondo volume di un discorso ininterrotto sviluppato sulle pagine della rivista “Dialoghi Mediterranei” da tempo impegnata nel tentativo di rinnovare le mappe concettuali, di coniugare più linguaggi, di superare le separatezze prodotte dagli esasperati specialismi, nella convinzione che si conosce meglio e più a fondo la realtà nella sua complessità se la si guarda sporgendosi ai confini degli specifici saperi, se si ibridano i contenuti e le materie, se si contaminano le scienze e i loro codici, se non ci si limita alla fredda e oggettiva referenzialità scientifica. Approcci e orientamenti in consonanza con lo stile intellettuale e il pensiero di Todesco, che continua la sua esplorazione nei più diversi angoli di mondo, l’esercizio di una attenta riflessione sul sacro e sul mito, sul valore delle immagini e dei luoghi ovvero sulla modernità che seppure laica e tecnologicamente potente non cessa di cercare nei simboli la protezione degli uomini e delle collettività.

Angoli di mondoA fronte delle minacce apocalittiche del nostro tempo e dello smarrimento della patria culturale della civiltà occidentale restano drammaticamente attuali le parole e i paradigmi concettuali di Ernesto de Martino: l’etnocentrismo critico, la crisi della presenza, i rischi dello spaesamento, l’ethos del trascendimento. Così, davanti all’esperienza della pandemia, Todesco riprende la lezione dell’etnologo napoletano per riaffermare che la fine del mondo è sempre in realtà la fine di un mondo ed esprime una speranza: «In molti si cerca di intravvedere, a fronte di questa planetaria fine del mondo, il momento propizio per iniziare a costruire – con fatica – la fine di quel mondo cercando di dotarci di sguardi nuovi e di nuove passioni politiche in grado di farci meglio fronteggiare la barbarie che, a guisa di metastasi, pare raggiungere di giorno in giorno tessuti sani della società imbarbarendoli a loro volta». 

Interrogandosi su identità e sentimento di appartenenza nel contesto di questo nostro inquieto e confuso presente Sergio Todesco riconosce il ruolo centrale e fondativo della “casa natale” che nell’orizzonte della domesticità ci insegna la grammatica per imparare a stare nel mondo. Ma è, d’altra parte, consapevole che «il destino di ognuno è quello di dover cercare tutta la vita, in aggiunta alla casa natale, una casa sognata in cui poter organizzare simbolicamente le proprie visioni del mondo senza mai sentirsi un paria, un estraneo». In questa ricerca che è insieme sentimentale e intellettuale si riassume la tensione esistenziale che palpita dentro tutte le pagine di questo libro, quel felice intreccio di memoria autobiografica e analisi critica, l’arte di risalire dalla profonda conoscenza del territorio alla coscienza critica dell’abitare la terra come equilibrata iscrizione della presenza umana nel mondo. Da qui l’invito a fare pace col pianeta, a guadagnare uno sguardo nuovo sulle cose, ad «apprendere faticosamente a ri-sillabare forme di socialità da lungo tempo e per troppo lungo tempo dismesse. Forme più consapevoli della storia che viviamo e delle varie forme di umanità che l’attraversano, del contesto planetario in cui tutti ci troviamo e che in ogni momento ci interpella chiedendoci scelte di campo, coraggio e libertà di pensiero». 

nzoCos’è in fondo l’antropologia, sembra dirci Todesco, se non estensione ed estroflessione del vissuto e del rappresentato, crocevia ermeneutico dell’incontro etnografico, metafora culturale della convivenza possibile e dell’uso pubblico della conoscenza da cui discendono precise responsabilità etiche e politiche? I rapporti tra gli uomini, i luoghi, le cose sono in queste pagine l’ordito connettivo che tiene insieme le riflessioni su precise sollecitazioni dell’attualità non meno che su questioni relative alla letteratura degli studi, le une e le altre – la cronaca e la storia – coniugate in un dialogo intenso e partecipato. Muove dal passato anche lontano per risalire sempre alla superficie del presente che è l’orizzonte della complessità postmoderna da leggere, da studiare e da comprendere. Nell’approfondire fatti, concetti e narrazioni delle convulse stagioni che viviamo, Todesco individua «tre forme in cui il genere umano rimane oggi distribuito. Ci sono gli impauriti, ci sono i feroci, e c’è poi una terza categoria di persone che volta a volta dispiegano uno sguardo pensoso, indignato, triste, spesso anche amorevole e perfino ottimista sulla paura e la ferocia che scorgono intorno a loro. Questi ultimi sono, secondo me, quelli che si sforzano, con i poveri strumenti che posseggono e nei modi imperfetti in cui a loro riesce, di leggere i segni dei tempi».

Lo sguardo pensoso, indignato e amorevole è quello dell’autore di questo libro che davanti allo sterminio di civili, adulti e bambini, a Gaza scrive che nella Striscia si sta consumando l’Olocausto del ventunesimo secolo. «Un Olocausto destinato a perpetuare odio e integralismi reciproci per un paio di generazioni». E nel fragore delle guerre e nel trionfo delle violenze politiche annota che «viviamo in un’epoca assai strana. Da più parti si sente di continuo parlare di “valori non negoziabili” mentre la realtà che abbiamo sotto gli occhi ci rivela quotidianamente che qualunque valore, financo il più intimo e prezioso, è diventato negoziabile, anzi più che negoziabile, è una consolidata merce di scambio attraverso la quale si consumano le transazioni più invereconde». Va tuttavia osservato che quanto più in queste pagine sembra dispiegarsi il racconto disperante di uno scenario drammatico tanto più esso muove alla speranza, scuote la coscienza civile, sollecita la responsabilità sociale. Come accade nelle opere più intimamente vissute, e per questo più intensamente persuasive. 

Nella stratificazione dei diversi livelli di lettura tra natura e cultura è un continuum indistinto di suggestioni e di sollecitazioni, di ragionamenti e di progetti, di ricognizioni e di epifanie nel segno dell’attenzione etnografica per la bellezza, per la conoscenza, per la memoria, in una parola in nome della “cura” dei beni comuni, siano essi artistici, storici, antropologici, paesaggistici. Sergio Todesco sa che monumenti, oggetti, documenti materiali e immateriali costituiscono le forme simboliche del tempo declinato nel numero delle generazioni, sa che nel sentimento dell’abitare si coagula il senso dei legami territoriali e genealogici, sa che esiste un rapporto di profonda e intima connessione tra identità e spazio. Si chiama “coscienza di luogo” l’unica economia compatibile con la crescita umana dei cittadini e delle comunità, quella visione della società che va oltre il mercato e guarda alle reti solidali, al patrimonio di esperienze, tradizioni e scienze popolari come preziose e inestimabili risorse culturali della vita individuale e collettiva. 

miracoliIn difesa del genius loci Todesco si batte dunque perché sia scongiurata e contrastata l’ipotesi di costruzione del Ponte sullo Stretto, «vero e proprio ombelico del Mare Nostrum e pregnante luogo di confluenze e interferenze tra Nord e Sud, Est e Ovest del Mediterraneo», «un palinsesto territoriale che ha visto progressivamente stratificarsi fenomeni e realtà ecosistemiche, fabulazioni, saperi, eventi storici, memorie che dal mondo antico fino ad oggi hanno continuato a segnare con la loro variegata molteplicità lo specialissimo habitat eco-antropologico che si dispiega tra le due sponde della Sicilia e del continente, finendo con il costituire nel terzo millennio un unicum di cui non esiste eguale nel pianeta». Ecco perché da soprintendente ha progettato, scritto e intervenuto per salvaguardare le attività tradizionali di molluschicultura praticate nei piccoli laghi Faro e Ganzirri di Capo Peloro riconosciuti e formalmente dichiarati quali beni demoetnoantropologici da tutelare. Lo stesso impegno lo studioso ha esercitato nell’azione di recupero, restauro, conservazione di palmenti, mulini, frantoi, agglomerati pastorali come i cubburi e i megaliti, botteghe, mestieri e oggetti tradizionali, collezioni di ex voto, pitture su vetro, ceramiche, fotografie. Un mondo che ha il suo epicentro nell’area dei Nebrodi e del messinese, il microcosmo protagonista di questo libro, l’angolo di mondo ovvero il luogo ricapitolativo dello spazio e del tempo, abitato, vissuto e attraversato dall’autore, quel perimetro simbolico – il campanile di Marcellinara di demartiniana memoria – che trattiene metonimicamente il significato dello stare nel mondo. 

Per combattere in una più larga prospettiva la diffusa disaffezione rispetto ai luoghi, il loro eccessivo consumo turistico che li priva dell’aura che possedevano – come nel caso di Venezia – o la loro malinconica rarefazione per progressivo e inesorabile spopolamento, questa raccolta di scritti offre una ampia rassegna di riflessioni e di proposte, di esperienze progettuali come le rete museale dei Nebrodi e di modelli politici come quello rappresentato da Mimmo Lucano a Riace che ha accolto i migranti, «la massa di disperati e di emarginati che in gran numero abbandonano i propri angoli di mondo e lasciano la vita nel Mare Nostrum». Della identità dei luoghi sono consustanziali le scansioni spaziali e le sequenze temporali, il calendario delle feste che nella celebrazione teatrale dei miti e nella ciclica iterazione dei riti organizza la resistenza alle crisi della quotidianità e all’eclissi del sacro provocata dalla modernità della società liquida. Sergio Todesco ne conosce e ne spiega le dinamiche mettendo insieme i risultati delle indagini etnografiche sul campo e le annotazioni ricavate dalla assidua frequentazione della vasta letteratura che ha un sicuro e permanente ancoraggio nelle pagine di Ernesto de Martino. Così in questo libro è descritto il Convito di Roccavaldina, una festa in onore di San Nicola di Bari che si svolge nel triduo della prima settimana di agosto, quando è condotto in processione assieme al santo un giovenco, bendato e addobbato con nastri rossi, destinato ad essere sacrificato in un palingenetico banchetto pubblico «nel quale i ricchi si fecero vivandieri dei poveri, servendo loro il cibo approntato». Nel piccolo paese peloritano che si fa teatro del sacro si capovolgono dunque i ruoli sociali e si consuma un «potente atto purificatorio» attraverso il rito arcaico del capro espiatorio. 

Ganzirri, lago grande grande, anni sessanta

Ganzirri, lago grande, anni sessanta

Alla complessa dimensione della religione popolare riconducono molte altre pagine che ricostruiscono le vicende del Bambino di cera lacrimante e quelle della mistica Natuzza Evola di Paravati, fenomeni e testimonianze di una cosmogonia in cui apparizioni e guarigioni miracolose sono epifanie del numinoso, presentificazioni delle oscure potenze soprannaturali che agiscono e partecipano della esistenza sofferente degli uomini. Lo statuto delle immagini sacre rappresenta un altro importante capitolo di studio e di approfondimento nell’ampio catalogo degli interessi per l’arte popolare che è parte considerevole non solo dell’antropologia ma anche della stessa vita di Sergio Todesco collezionista. Raffinati oggetti di devozione domestica sono, per esempio, le produzioni plastiche in sepiolite o “schiuma di mare” raffiguranti soggetti di santi o madonne e scene evangeliche in una caratteristica composizione di forma ovale incorniciata e protetta da un vetro bombato. Come per il corallo e per la madreperla, la particolare materia ai confini tra natura e cultura si offriva ad un uso «nell’ambito di quella religiosità dell’oikos che per almeno un paio di secoli ha costituito per la quasi totalità dei siciliani un orizzonte carico di senso nonché una sorta di placenta culturale al cui interno si dipanava la vita sociale». 

img_3948Un capitolo a sé costituisce in tutta la sua attività di studioso il vivo interesse per le fotografie, siano esse documenti di carattere storico e culturale o semplicemente prodotti di costruzione formale, essendo comunque le une e le altre antropologicamente significative, referenti materiali non solo di immagini ma anche di immaginario. Affascinato dalla seduzione dell’enigma alchemico che ogni fotografia svela e nello stesso tempo nasconde tra la ricerca di quel che rileva e l’arte di quel che  rivela, Sergio Todesco come un rabdomante ha cercato e trovato importanti e preziosi patrimoni di dagherrotipi, lastre, negativi recuperati da piccoli laboratori fotografici dismessi, raccolte dimenticate di scatti riemersi dal buio e restituiti a nuova vita, corpora di professionisti ma più spesso di amatori evoluti come Andrea Algerì che ha operato a Militello Rosmarino e Benedetto Rubino di San Fratello, studioso quest’ultimo di folklore, corrispondente di Giuseppe Pitrè. Di entrambi, vissuti tra la fine dell‘Ottocento e la prima metà del Novecento, Todesco racconta in questo libro le vicende biografiche, il ruolo nelle rispettive piccole comunità dei Nebrodi, ne descrive la documentazione di ritratti e di ambienti domestici e di lavoro, di costumi e di eventi festivi, di usi popolari del mondo contadino tradizionale. 

Di questo  universo culturale conosciuto nel suo irrevocabile tramonto e nelle sue diverse e pure vitali articolazioni Sergio Todesco non cessa di portare alla luce, attraverso le investigazioni sul campo e negli archivi, non solo le testimonianze materiali ma anche quelle orali come nel caso dell’interprete “subalterno” di Dante Alighieri, di quel Lucio Oresti di Mistretta che da analfabeta aveva imparato a memoria oltre trenta canti della Divina Commedia e lasciò un diario che nella scrittura di un italiano popolare può considerarsi esempio quanto mai significativo del «concetto di lingua come patria, come casa, come memoria del Dante patrimonio della cultura popolare, dei suoi versi sillabati sulle labbra degli analfabeti». Un personaggio, Lucio Oresti, che si aggiunge ai tanti che Todesco ha incontrato e scoperto, con i quali ha intrattenuto assidue ed empatiche relazioni personali al di là delle contingenze e delle effimere circostanze legate alle ricerche. Figure di uomini e donne – artisti o artigiani, poeti o illetterati – sovente marginali, bizzarre, irregolari, sono diventate protagoniste di narrazioni e riflessioni che rimettono al centro le forme di vita delle periferie sociali e culturali della modernità e tutte quelle realtà che non sono meccanicamente riconducibili entro la consumata dialettica: egemonia vs subalternità. 

Burgisi con massari, anni 1910 circa (ph. Andrea Algerì)

Burgisi con massari, 1910 circa (ph. Andrea Algerì)

Se è vero che l’antropologia è eminentemente incontro, dialogo, interrogazione, questo libro con la sua struttura plurale e polifonica è un’antologia di voci, saperi, esperienze, immagini, memorie che si tengono in equilibrio nella costante tensione tra partecipazione emotiva e rigore intellettuale, nella consapevolezza che, definitivamente abbattuto il mito della neutralità scientifica e dell’ossimoro della osservazione partecipante, la comprensione delle dinamiche culturali non può che maturare attraverso le relazioni e le interazioni destinate a diventare amicizie, le responsabilità morali connesse agli obblighi della reciprocità, lo sguardo che mette e compromette se stesso nell’elementare e radicale impegno profondamente umano della convivenza e della condivisione. Sergio Todesco sa bene che l’antropologo non può farsi nativo ma sa anche che non può eludere le questioni relative all’uso pubblico delle ricerche, a quel doversi “fare carico” del mondo che consiste – come scrive nella Premessa – nella «possibilità per ognuno di noi di poter negoziare identità sempre nuove e sempre più ricche». Ecco perché questo libro come i precedenti della sua vasta produzione di scritti concorre a tracciare e a definire i contorni di quell’unica antropologia possibile, quella scientificamente formalizzata solo se umanamente connotata.

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025  
[*] Il testo è la Introduzione del libro di Sergio Todesco, Angoli di mondo 2, d’imminente stampa per i tipi della casa editrice Pungitopo, che si ringrazia per l’autorizzazione alla pubblicazione. 

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Antonino Cusumano, ha insegnato nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo. La sua pubblicazione, Il ritorno infelice, edita da Sellerio nel 1976, rappresenta la prima indagine condotta in Sicilia sull’immigrazione straniera. Sullo stesso argomento ha scritto un rapporto edito dal Cresm nel 2000, Cittadini senza cittadinanza, nonché numerosi altri saggi e articoli su riviste specializzate e volumi collettanei. Ha dedicato particolare attenzione anche ai temi dell’arte popolare, della cultura materiale e della museografia. È autore di diversi studi. Nel 2015 ha curato un libro-intervista ad Antonino Buttitta, Orizzonti della memoria (De Lorenzo editore)La sua ultima pubblicazione, Per fili e per segni. Un percorso di ricerca, è stata edita dal Museo Pasqualino di Palermo (2020). Per la stessa casa editrice ha curato il volume Per Luigi. Scritti in memoria di Luigi M. Lombardi Satriani (2022).

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