di Laura D’Alessandro
In questo periodo ai territori delle aree marginali viene offerta l’opportunità di volgere l’attenzione verso iniziative nuove e, allo stesso tempo, di sviluppare una definizione della loro identità legata alla dimensione storico, culturale e sociale che li contraddistingue, alle risorse ambientali e paesaggistiche di cui dispone e in cui sono radicate, ripartendo dalle relazioni locali, dalle persone e dagli interessi comuni. Occorre attuare un passaggio che, da una visione autoreferenziale dell’Io si orienti ad una visione culturale del Noi e che quindi sia ri-generativa, relazionale e reciproca nelle politiche pubbliche, collaborative e trasformative. Per un ripensamento ampio dello sviluppo dei territori delle aree interne, non possono essere elusi, né sul piano metodologico, né su quello degli obiettivi, due elementi essenziali: quello sociale della partecipazione e quello fisico del territorio.
L’Italia è un Paese plurale, un insieme che trova ragione proprio nelle sue differenze interne, caratterizzate da una varietà di cultura, tradizioni, capacità e biodiversità. Un tutto, particolare e globale, composto da un’ampia gamma di scenari geografici, economici e sociali, sottesa ad alimentare quell’intricata rete di piccoli paesi disseminata lungo l’intero territorio nazionale. Non è, infatti, possibile trascurare l’estrema eterogeneità del paesaggio italiano, frutto di una geografia complessa e di una storia in cui si sono intrecciati differenti popoli, tradizioni, peculiarità produttive, consuetudini sociali.
Questa conformazione fisica porta a costruire una visione che s’immerga nel contesto, alle radici dei luoghi e all’origine del modo in cui le relazioni si sviluppano all’interno dei territori, e occorre farlo attraverso un lavoro condiviso e un approccio coeso. Il tema apre un interessante spaccato di riflessioni, come il prezioso lavoro dell’antropologa Letizia Bindi dell’Università del Molise che nel volume Territori in Movimento. Ri-generazioni in aree fragili [1], suggerisce un ripensamento radicale di alcune categorie, evidenziandone le contraddizioni e le possibili derive, ma anche tirandone fuori le potenzialità nascoste. Il quadro che emerge dall’analisi tracciata descrive dei territori bisognosi di tornare ad essere abitati, di risorse disponibili per essere riutilizzate e reimmesse nei cicli produttivi. Tuttavia, questo non può avvenire nelle stesse modalità con cui avveniva nel passato, a causa dei cambiamenti socioeconomici occorsi nel frattempo.
Tali fattori evidenziano la necessità di complementarietà delle azioni messe in campo: «La restituzione dei processi di questi ultimi anni sembra avallare una narrazione rassicurante di ciò che sta accadendo nelle aree fragili e marginali, una retorica del margine che torna a farsi centro a tratti consolatoria, un entusiastico immaginario plurale di buone pratiche e storie di successo: …… che sinteticamente sono chiamate a dare la misura di quanto abbia funzionato e/o stia funzionando il modello rigenerativo, la «strategia» nazionale per le aree interne» [2] Nella Strategia nazionale per le aree interne (SNAI) [3], il criterio per la loro delimitazione geografica è sostanzialmente rappresentato dalla loro distanza dai centri di offerta dei servizi (di istruzione, salute e mobilità. In queste aree vive circa un quarto della popolazione italiana, in una porzione di territorio che supera il sessanta per cento di quello totale e che è organizzata in oltre quattromila Comuni.
L’emigrazione e lo spopolamento, nel tempo, stanno sfibrando questi territori che sollecitano azioni ponderate di valorizzazione e rigenerazione. Eppure, la definizione – Aree interne – resta di per sé problematico nella definizione e nelle pratiche. I confini tematici sono fluidi, i piani di lavoro multidisciplinari. Le ambiguità e la frammentazione interpretativa innescano percorsi impervi di implicazioni.
Durante il periodo della pandemia, con il distanziamento sociale si è riavviata una riflessione sul rapporto tra margine e centro che aveva spinto a ridisegnare l’idea stessa di sviluppo sostenibile delle aree rurali e periferiche. Il termine «rigenerazione» è diventato un termine onnipresente nelle politiche ambientali e patrimoniali tanto da essere uno dei concetti più diffusi – e abusati – nel lessico contemporaneo delle politiche territoriali e culturali. Occorre domandarsi qual è il paese che vorremo quando la parola “rigenerazione” perderà parte della sua risonanza mediatica. Il ricorso al termine rigenerazione è preferito a sviluppo o crescita, probabilmente perché rimanda ad un concetto più neutro, trasversale e meno compromesso con modelli verticistici di progettazione top-down. Tuttavia, come sottolinea la studiosa, l’uso reiterato e acritico di questo concetto solleva interrogativi sulla sua effettiva portata trasformativa. Le stesse strategie rigenerative si inscrivono nella cornice post pandemica del Pnrr – non a caso Piano nazionale per la ripresa e la resilienza – che riconnette quel «ri-fare tutto da zero» alla suggestione potente del corpo sociale che si autocura, che si ri-sana, per l’appunto. L’enfasi sulla «resilienza» – termine utilizzato per narrazioni di ogni tipo –, spesso non tiene conto della dimensione collettiva del cambiamento, piuttosto tende ad esaltare la duttilità dei singoli, con una retorica che sposta l’attenzione dalle responsabilità strutturali alle capacità adattive dei soggetti coinvolti.
Il processo di rivitalizzazione e di ripopolamento delle aree marginali ha generato un’attenzione verso politiche e misure specifiche per questi territori. Il fenomeno si è sviluppato, talvolta sottotraccia, ma con una continuità che lo ha reso visibile e lo ha imposto all’attenzione dell’agenda politica in ambiti diversi: creazione e riattivazione di attività economiche locali con nuovi posti di lavoro, ricostruzione delle reti sociali locali, potenziamento dei servizi sociali ed educativi nei territori marginali; nell’ambito ecologico-ambientale: legato alle politiche di tutela e valorizzazione degli ambienti naturali (parchi, aree protette, agricoltura e allevamento biologici); nonché nell’ambito artistico-culturale con il recupero, tutela e valorizzazione delle risorse culturali endogene, e lo sviluppo di nuove attività nei territori investiti da questi fenomeni [4]. È proprio nell’ordine della cultura, inoltre, che si può pensare di ristabilire un proficuo rapporto tra giovani generazioni e territori spopolati e al tempo stesso di intercettare un nuovo tipo di target turistico, attento all’innovazione e alla sperimentazione, allo sviluppo e all’innovazione sociale, all’inclusione e alla sostenibilità/produzione agroalimentare sana e rispettosa dell’ambiente e degli animali. Tale tipo di attori e visitatori locali è orientato a un benessere olistico e alla solidarietà, tenendo sempre più conto delle forme di convivenza post-umane e post-liberali [5]. L’arte, la cultura e la creatività, in particolare, possono rappresentare in tale contesto, un importante volano nelle aree marginali attraverso processi di governance partecipativi in grado di mobilitare le risorse latenti funzionali ad innescare un reticolato sociale dinamico e altamente motivato. Un processo che, se consolidato, può creare un innovativo contesto normativo, culturale e valoriale.
Per creare e incrementare questo tipo di esperienze bisogna far leva su aspetti positivi, come la crescente presenza di artisti interessati a esperienze di immersione nella natura, nelle zone montane e interne dei borghi o dei piccoli centri, specie quelli più deboli e marginali. Sovente, ribadisce la Bindi, la rigenerazione è presentata
«come una soluzione universale a problemi di marginalizzazione sociale, culturale ed economica e crisi ambientali. Ciononostante, le azioni rigenerative si inseriscono in quadri politici più ampi e il più delle volte non mettono in discussione le strutture di potere esistenti. In questo senso, la rigenerazione rischia di diventare una profezia che si autoavvera: il semplice atto di dichiarare un’area e/o una comunità “rigenerata” può portare a una trasformazione che risponde piuttosto a interessi specifici che a un’autentica volontà di cambiamento inclusivo» [6].
Una visione per cui si pensa che il corpo sociale possa autocurarsi attraverso soluzioni alternative, tra la strada della ri-scoperta e l’enfasi posta sull’innovazione sociale. Per alcuni occorre esplorare dimensioni come quella della retro-innovazione, in un continuo appellarsi al miglioramento delle condizioni di vita delle persone e dall’altro evocando ritorni a passati ripensati come ancore di salvezza, «alcune volte rimpiangendoli nostalgicamente, altre volte auspicando radicali inversioni di rotta» [7]
L’interpretazione si spinge al punto da ritenere la rigenerazione come soluzione universale a crisi di carattere sociale e ambientale, senza prendere in considerazione il terreno di coltura che quelle crisi produce, arrivando a giustificare interventi verticali, pratiche escludenti e strategie di greenwashing. Come sottolinea Bindi,
«questo insieme di pensieri ha preso col tempo i contorni di una favola bella, di una narrazione raffinata, molto suasiva sul piano retorico, in cui questa ri-naturalizzazione del rigenerare e riqualificare comunità viene a contrapporsi alla evidente sedimentazione di strutture e sovrastrutture atte a gestire, plasmare e condizionare, persino, le pratiche e i processi concreti di trasformazione e sviluppo» [8].
Più recentemente il pensiero ri-generativo ha incrociato linee e tendenze più transnazionali e fusion che rinviano alle teorie new age dell’equilibrio e della mindfulness [9]. Sta nascendo un nuovo modo di pensare il benessere: una sorta di “welfare circolare”, in cui il benessere collettivo si costruisce insieme, dal basso, valorizzando ciò che ogni territorio ha di unico. In fondo, ciò di cui abbiamo bisogno è un nuovo sguardo: un umanesimo dei territori. Un approccio che tenga insieme cultura, tecnologia e creatività per riportare al centro le aree interne non come luoghi da “salvare”, ma come protagoniste attive del cambiamento. Da qui può partire un’Italia più giusta, sostenibile e consapevole.
Il lavoro della Bindi propone un affondo su tre grandi ambiti di riflessione e di approfondimento: il concetto del ri- (nelle varie declinazioni), il genere nella doppia accezione di gender e di genre e per ultimo, le azioni, intese come progettualità su cui si è poggiato e articolato lo sguardo critico dell’etnografia e le azioni delle persone e delle comunità con cui ci si relaziona nelle fasi di ricerca nei territori. Il ri-, è analizzato, come spunto di riflessione teorico-metodologico in relazione al tipo di intervento, di approccio e di posizione da tenere nel lavoro nelle aree fragili. E ancora il
«ri- del ripensare, del ri-fare e del ri-percorre- re, che rinvia allo sguardo critico e al cammino come dimensione primaria dell’osservazione partecipante e dell’accompagnamento dei gruppi con cui l’etnografia si svolge e si consuma e che solo può consentire lo sviluppo di quel patto biografico e di restituzione in movimento che non fissa, ma apre e consente l’emergere di una rappresentazione condivisa e mediana di un certo processo» [10].
L’approccio di genere è dunque analizzato nella doppia accezione di genere di narrazione, stile, restituzione e genere come specificità non solo come espressione geograficamente rilevata – embedded –, ma anche analizzata temporalmente attraverso i generi e le generazioni. Il quadro di partenza è orientato a riflettere sulla dimensione delle aree fragili nella dialettica di genere e comprenderne implicazioni e fattori specifici. D’altra parte, il concetto di «rigenerazione», comprende anche un rimando della questione del «genere». L’analisi non può prescindere dal ruolo svolto dalle donne nelle aree fragili, così come può essere colto un’evocazione alla parola «generazioni». Da qui s’impone una questione cruciale, legata al futuro di queste regioni.
L’osservazione etnografica, ha orientato, in questi anni, l’approccio analitico verso ambiti diversi: il perimetro che delimita gli spazi di frizione e di sperimentazione di quelle zone di confine che rappresentano luoghi privilegiati per la sperimentazione di nuovi modelli economici e sociali; le reti alternative e i modelli di autogestione come opportunità per approfondire il funzionamento delle economie solidali, delle pratiche di produzione culturale partecipata, delle strategie comunitarie di resistenza e innovazione. Progetti come spazi di rappresentazione e di trasformazione in cui e durante i quali le comunità mettono in atto modelli di convivenza, cooperazione e sostenibilità. Altro aspetto degno di rilievo è l’impianto dei bandi sistematicamente orientato al raggiungimento dei Sustainable Development Goals [11] contenuti nell’Agenda 2030 e dei target ulteriori al 2050.
Nel riferimento alle aree interne è necessario considerare differenti aspetti, dalla morfologia del territorio alle risorse naturali, dalla consistenza delle attività produttive al contesto socioculturale. Un aspetto interessante delle aree interne è la forte mobilità di chi le vive: attraversare luoghi e dimensioni, i giri lunghi della formazione, le scelte dei ritorni. Spesso l’attitudine al viaggio si traduce nei cammini: transumanti, pastorali o turistici, di conoscenza e valorizzazione territoriale; un essere in costante movimento che tiene insieme lo stare e l’appartenere. Un viaggio fisico, ma anche interiore, che ripensa l’abitare nelle zone fragili attraverso la contaminazione e il dialogo, sfidando il pregiudizio che vuole le aree interne territori chiusi e isolati.
Una prospettiva interessante, che ha un forte impatto generativo su questi luoghi, è quella del cammino: le strade e i sentieri, accanto alle narrazioni del ritorno, diventano simboli di trasformazione e passaggio cruciale, da percorrere in modo consapevole, creativo, attento agli umori del territorio, ma anche alle nuove sensibilità provenienti dall’esterno. Rigenerare le aree interne significa dunque innanzitutto affrontare le asimmetrie e le disuguaglianze che le segnano, e restituire a concetti ormai opachi tutta la loro forza originaria, capace di promuovere una trasformazione realmente inclusiva e condivisa. In tal senso le etnografie pedestri. intese come processi conoscitivi condivisi sviluppati a terra, in cammino, confrontandosi quotidianamente e con fatica con gli attori e i contesti locali in via di trasformazione, possono rileggere i mutamenti socio-ecologici in un contesto di crisi e cambia- mento accelerato. Camminare, oltre che una grammatica di conoscenza territoriale, rappresenta un andare che è in primo luogo vettore, sguardo in avanti, prospettiva. Con i piedi piantati nella terra e la testa nel mondo [12].
D’Altra parte, come sottolinea la studiosa l’approccio etnografico alle aree fragili «è strettamente connesso con la dimensione itinerante: il passo perimetra e crea mondi, il vai e vieni delle andate e dei ritorni disegna spazi e al tempo stesso temporalità, esplora i territori come scoperta e familiarizzazione» [13].
Essenziale, per raggiungere un simile obiettivo, è il coinvolgimento delle comunità, dei cittadini, delle associazioni che lavorano sui territori e che hanno già avviato processi di partecipazione pubblica. In tale dinamica, è centrale la sinergia tra cittadini attivi, associazioni, artisti e creativi per attivare processi virtuosi in cui entrano in gioco vari elementi, tra cui il paesaggio, la biodiversità, il capitale umano e socioculturale. È necessario prendere le distanze da tentativi di omologazione, perseguire gli obiettivi di tutela del patrimonio culturale lavorando su una progettualità multidisciplinare, aperta agli stimoli esterni, permeabile agli influssi di associazioni e cittadini impegnati proprio su queste realtà multiple. La co-progettazione è un ingrediente chiave di tale approccio: coinvolgere, oltre agli enti locali, tutti i soggetti che svolgono attività sul territorio, promuovere la costruzione di un sistema comune verso una visione condivisa di sviluppo.
A partire da questo approccio, la comunità è espressione dell’identità e della collaborazione collettiva, assume un ruolo strategico e cruciale per il mantenimento e lo sviluppo del tessuto sociale soprattutto in quelle più piccole in quanto si adoperano nella promozione della partecipazione, della solidarietà e della coesione tra i residenti, contribuendo in tal modo al benessere generale. L’elemento partecipativo rappresenta, quindi, un valore aggiunto estremamente importante per tutte le iniziative in grado di generare nuovi impatti diffusi. La partecipazione attiva rappresenta il filo di congiunzione forte tra la cittadinanza e il mondo della politica, supporto dei bisogni locali e leva per avvicinare i giovani ad un sistema basato sul confronto. Sono il contesto ideale per la democrazia e il senso civico, sono teatro di cultura locale e occasione per esprimere solidarietà, sono anticorpi per reagire al disagio sociale, soprattutto dei giovanissimi, al generale impoverimento culturale, alle solitudini.
Le associazioni, ad esempio, sono tra i pochi spazi rimasti in cui si fa un’esperienza reale di partecipazione e di democrazia, in cui si apprende e si pratica l’inclusione e la cittadinanza attiva. La sfida da perseguire è la capacità d’innescare processi di rivitalizzazione virtuosi volti ad una fruizione che comprenda a fondo le radici di un luogo e ne preservi i caratteri originali, senza snaturarli. La dimensione culturale della cittadinanza fa riferimento alla consapevolezza di un’eredità culturale comune. Questa dimensione dovrebbe essere sviluppata attraverso la conoscenza di un retroterra culturale, di una storia e di alcune competenze base condivise (lingua nell’oralità, nella lettura e nella scrittura). In sintesi, la partecipazione attiva della cittadinanza e delle associazioni è un investimento strategico per la costruzione di una società più democratica, inclusiva e sostenibile.
Le iniziative di cui spesso si scrive con un certo impatto mediatico, sebbene abbiano riscosso successo, richiedono una maggiore e sistemica partecipazione delle istituzioni a tutti i livelli. È necessaria una progettazione razionale e sostenibile nel tempo affinché possa realizzarsi una duratura rivitalizzazione dell’intera area. In questo contesto, l’attivazione di servizi adeguati rappresenta un passaggio imprescindibile. In questo modo potrà innescarsi un interesse, anche economico verso l’intero territorio. La strategia a monte deve essere definita, dibattuta ed esplorata per far sì che una visione di paese possa sedimentarsi, radicarsi nelle idee e nelle azioni. Perché ci sia una ricaduta globale e non puntuale sul territorio, le iniziative devono inserirsi in una visione ampia che veda i Comuni lavorare in sinergia per elaborare una strategia di sviluppo e valorizzazione a lungo termine. Occorre costruire una rete progettuale sviluppando una visione d’intenti condivisa che, a partire dalle caratteristiche essenziali delle proposte selezionate, elabori una progettualità che oltrepassi la logica del bando e abbracci una dimensione territoriale e paesaggistica ben più ampia.
È infatti un dato culturale ampiamente condiviso che per ottenere risultati sociali apprezzabili sia necessario “fare rete”, “fare sistema”, “creare sinergie”, tutte espressioni, che rimandano ad un insieme di attori che cooperano tra loro per una finalità comune. La convergenza di idee, di energie, e di visioni può portare ad una strategia di sviluppo nuova che integri le potenzialità endogene di un determinato territorio, in un’ottica di utilizzazione delle risorse locali.
L’elemento catalizzatore dei processi di adeguamento al cambiamento, che in modo imprescindibile deve identificare le iniziative delle aree fragili e marginali, è dato dalla partecipazione della comunità locale. Il processo partecipativo dal basso risulta fondamentale, la sinergia tra cittadini attivi, associazioni, artisti e creativi attiva processi virtuosi in tutti i settori: arte, capitale umano e socioculturale, biodiversità, paesaggio. Le associazioni attive sui territori raccolgono e elaborano le esigenze e le istanze di rigenerazione e di miglioramento dei territori fragili interpretandole attraverso le risorse storiche, artistiche, culturali, paesaggistiche e naturalistiche dell’area.
Allo scopo di perimetrare la dismissione o la ricollocazione di attività preesistenti in aree con connotazione marginale, è necessario, infatti, oltre alla responsabilizzazione dei soggetti istituzionali – condizione necessaria ma non sufficiente da sola – anche stimolare la reazione dei territori stessi. Come evidenziato nel XVI Rapporto Territori in transizione [14] della Società Geografica Italiana, alla base di tale concetto risiede «il paradigma della razionalità limitata, basato sul postulato secondo cui, ad eccezione di problematiche particolarmente semplici, non è ragionevole nella maggior parte dei casi attribuire ai decisori la capacità risolutiva di problemi reali» [15]. In particolare, è possibile definire specifici fattori in grado di attivare circoli virtuosi e dinamiche decisive rispetto a traiettorie evolutive di accesso ai servizi nelle aree marginali. Tali fattori evidenziano la complementarità delle azioni: azioni specifiche per lo sviluppo di competenze in aree marginali e azioni orientate al potenziamento dei domini di accessibilità e fruibilità dei servizi, sia essenziali che accessori, nei territori con le medesime caratteristiche. Gli investimenti nel solo capitale umano porterebbero a rendimenti decrescenti nell’accumulazione di competenze (lavoratori più qualificati, ma non necessariamente posti di lavoro). Come risulterebbe improbabile che il solo ed esclusivo incremento delle attività di trasferimento e avanzamento tecnologico, in assenza di lavoratori adeguatamente formati, possa ritenersi duraturo e quindi utile a programmare roadmap di medio-lungo periodo.
L’attività della cittadinanza attiva e delle Associazioni è senz’altro da ritenersi un’azione importante, che ha portato a risultati su cui è, evidentemente, opportuno investire. Letizia Bindi invita a riflettere, sui caratteri propri delle aree fragili, che non possono e non devono essere ritenuti un “parco divertimenti” quindi, confezionati per il divertimento effimero dei turisti. Occorre modificare l’approccio e guardare a quei luoghi per ciò che sono e cioè paesi, in cui è necessario, in primo luogo, introdurre modelli e progetti, costruire cioè una visione sistemica. La rivitalizzazione dei piccoli paesi deve necessariamente essere accompagnata da altre iniziative come l’incremento delle opportunità economiche e culturali, l’educazione, la sicurezza e la qualità dei servizi di base. È un processo in continua evoluzione, che richiede un approccio multidisciplinare e una partecipazione attiva da parte di tutte le istanze, pubbliche e private. Le esperienze realizzate, per quanto meritevoli, da sole non possono sopravvivere come isole felici in un contesto caratterizzato da mancanza di una seria progettazione. E sarebbe riduttivo, oltre che illusorio, pensare che la situazione cambierà semplicemente diffondendo le “buone pratiche” a macchia d’olio. Occorre elevarsi ad un livello sistemico [[16]]. La co-progettazione è un ingrediente chiave di tale approccio: occorre coinvolgere, oltre agli enti locali, tutti i soggetti che svolgono attività sul territorio, lavorare alla costruzione di un sistema comune verso una visione condivisa di sviluppo. È necessario chiedersi qual è il paese che vorremo avere anche quando la parola borgo perderà l’enfasi della risonanza mediatica.
Lo sguardo di chi fa ricerca sul campo, è senza dubbio uno sguardo privilegiato. Come la stessa Bindi sostiene:
«Nei progetti che si seguono come ricercatori e talvolta anche come partner tecnici della progettazione, il tentativo che si è fatto e si sta facendo è quello di partire dalle molte esperienze già in atto, nate sulla scia di azioni locali spesso spontanee o attività sorte grazie a piccole misure di finanziamento, ma in genere profondamente condivise dalla popolazione: le cooperative di comunità, le esperienze di festival itineranti consolidatesi nelle diverse aree del paese, le residenze d’artista, i laboratori creativi sparsi nelle aree interne e montane, le sinergie positive tra esperienze di innovazione e sostenibilità in agricoltura e le nuove forme dell’abitare, tra recupero dei patrimoni locali e creatività nelle aree rurali» [17].
La maggior parte dei progetti post pandemici, che si sono concentratati sulle aree rurali e periferiche, si sono caratterizzati per un sistematico processo di coinvolgimento dal basso, un ricorso costante alla prospettiva della citizen science e al radicamento territoriale delle politiche. Il settore culturale e creativo non è strategico soltanto in quanto generatore di rivitalizzazione ma anche come sviluppatore diretto di valore economico e per la capacità endogena di attivare altre aree dell’economia. Di conseguenza, assumono sempre più importanza le politiche di sostegno e di sviluppo che ne possano valorizzare e massimizzare il potenziale in altri contesti territoriali con le stesse caratteristiche.
E, infine, per concludere, è bene richiamare le parole di Letizia Bindi:
«Fare cultura inclusiva delle diversità, riportare al centro i corpi e le loro differenze nei progetti di rilancio delle aree interne e fragili, non è un dettaglio politicamente corretto, ma aiuta a modificare in modo radicale la prospettiva sul cambiamento, sull’innovazione sociale e sulle culture da valorizzare e sostenere nelle diverse realtà locali. I percorsi di innovazione sociale si basano sulla conoscenza reciproca e sulla cura profonda dei luoghi e delle persone: un’economia morale ed emotiva capace di ritesse- re relazioni screpolate, logore e perdute tra le persone, tra gli esseri umani e non solo umani, con la natura, ripensando queste relazioni attraverso la critica culturale, le arti e la creatività. In questo senso, il ri- invoca una dimensione del ritorno, del ripetere, del ricominciare, che ha la forza del rinnovamento e della trasformazione radicale, seppure tra le pieghe di una narrazione rigeneratrice spesso più evocata che praticata. (…) Le azioni rinviano alle pratiche complesse, fratte, variegate, orientate al cambiamento; restituiscono le fatiche e gli entusiasmi del fare insieme che sono alla base di tutte le trasformazioni, di ogni possibile ritorno, di tutti i nuovi inizi. Unite al genere, infine, richiamano al fluire delle generazioni, al filo verticale della temporalità che scorre e alterna i padri e i figli, le madri e le figlie, che crea genealogie, mondi, e apre futuri che a loro volta affondano le loro radici nel passato, in una circolarità e complessità di corrispondenze che non lascia alcuno spazio alla semplificazione e alla razionalizzazione cui vorrebbero condannarci le logiche normative e di mercato. Nuda vita che, come acqua, penetra in profondità nella pietra e nei meccanismi, li incrina, li svuota per dare vita a nuove, inaspettate forme» [18].
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] Bindi L., (2025), Territori in Movimento. Ri-generazioni in aree fragili, Donzelli Editore. Letizia Bindi, professoressa ordinaria di discipline demo-etno-antropologiche presso il Dipartimento SUSeF dell’Università del Molise, dirige Biocult, Centro di ricerca sul patrimonio bio-culturale e lo sviluppo locale.
[2] Bindi L: 12-13
[3] Nel 2012, Fabrizio Barca, il Ministro per lo sviluppo economico del Governo Monti, riportava in evidenza il tema delle aree interne promuovendo la definizione di una strategia nazionale da integrare nell’accordo di partenariato 2014-2020. Il Comitato tecnico, costituito per l’occasione, definiva le aree interne come quella parte di Paese che dal secondo dopoguerra ha subito una decrescita sia demografica che economica e di conseguenza una forte diminuzione nell’utilizzo del capitale territoriale. La Strategia Nazionale per le Aree Interne nasce dalla consapevolezza che molti interventi, sia pubblici che privati, dei decenni precedenti hanno sfruttato le risorse dei territori senza tuttavia ridistribuire la ricchezza, né generare benefici per gli stessi.
[4] Aa.Vv., XVI Rapporto. Territori in transizione. Geografie delle aree marginali tra permanenze e cambiamenti, Società Geografica Italiana, 2024: 67.
[5] Bindi L: 46
[6] ivi: 6
[7] Ibidem
[8] Ivi: 11
[9] Ivi: 10
[10] Ivi: 18
[11] Sustainable Development Goals, SDG. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono una serie di 17 obiettivi interconnessi, definiti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite come strategia “per ottenere un futuro migliore e più sostenibile per tutti”. Più conosciuti anche come Agenda 2030, dal nome del documento che porta per titolo Trasformare il nostro mondo. L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, che riconosce lo stretto legame tra il benessere umano, la salute dei sistemi naturali e la presenza di sfide comuni per tutti i paesi. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile mirano ad affrontare un’ampia gamma di problemi sullo sviluppo economico e sociale, che includono la povertà, la fame, il diritto alla salute e all’istruzione, l’accesso all’acqua e all’energia, il lavoro, la crescita economica inclusiva e sostenibile, il cambiamento climatico e la tutela dell’ambiente, l’urbanizzazione, i modelli di produzione e consumo, l’uguaglianza sociale e di genere, la giustizia e la pace.
[12] Bindi L.: 18-20
[13] Ivi: 164
[14] Aa.Vv., XVI Rapporto. Territori in transizione. Geografie delle aree marginali tra permanenze e cambiamenti, Società Geografica Italiana, 2024.
[15] Ivi: 33.
[16] Tantillo F., (2023), L’Italia vuota, editori Laterza, Bari-Roma.
[17] Bindi L: 164-165
[18] Ivi:165-167.
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Teti V., (2019), Riabitare i paesi. Un “manifesto” per i borghi in abbandono e in via di spopolamento, in Dialoghi Mediterranei, n. 35.
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Laura D’Alessandro, Ricercatrice, dopo la laurea in Sociologia, presso l’Università La Sapienza di Roma, ha conseguito il Master in Cittadinanza europea e integrazione euromediterranea: i beni e le attività culturali come fattore di coesione e sviluppo presso l’Università Roma Tre (in collaborazione con il Ministero dei Beni culturali). Ha svolto attività di docenza su tematiche legate all’identità e alla storia del Mediterraneo presso l’Università Roma Tre e su esperienze progettuali finanziate dai fondi europei nel settore dei beni culturali, delle imprese creative e delle politiche sociali presso l’Università di Salerno. Ha pubblicato il saggio Mediterraneo crocevia di storia e culture. Un caleidoscopio di immagini, sui tipi de L’Harmattan, 2011 (ristampa 2016), con il quale ha vinto il Premio Letteratura, Poesia, Narrativa, Saggistica (XXXII edizione – 2016), dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Collabora con riviste e periodici.
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