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Evocare l’assenza e desiderare la presenza in una poetica di felice plurilinguismo

20260126_171219di Jean-Paul Manganaro

L’ultima raccolta di Sebastiano Burgaretta, Absentia (ed. Le Farfalle, Valverde) mi sembra volersi affermare come un completamento quasi definitivo della sua ricerca poetica, come se non ci fosse più nulla di contemporaneo cui ridare vita o forma. In questo senso, completamento è anche compimento, è realizzazione e si risentono, quasi nascoste, l’allusione e l’aspirazione alla compiutezza della sua espressione artistica.

Ecco, “compiuto”, è forse l’aggettivo più consono a quanto intendo: quest’ultima raccolta è compiuta, nell’accezione che tende a sottolineare una modalità della perfezione, il compiersi di una chiarezza dell’intimo che cancella inutili dubbi.

Cos’è mai l’assenza, qui mimetizzata nella sua antica forma latina di “absentia”, che potremmo tradurre o interpretare come “assente…” o “assenza da…”, ma anche come “fuori dai sensi” o “fuori dal sentire” e dunque “dal sentimento”, legandosi a quell’esser “fuori di sé”, nel vortice di un raptus che dall’inizio e da sempre è appunto una delle primissime caratteristiche del sentire poetico? Se restiamo nel significato più comune, è necessario rendersi conto che il locus specifico della raccolta, più che essere un’entità convincente o avvincente, è un “non essere”, una fuga, un non-locus. E in questa “fuga”, l’assenza si trasforma in movimento, un movimento costante, impresso a ogni inizio poetico che riesce a conferire alla parola un assetto definitivo. 

La raccolta è dunque compiuta e completa. Più che altrove, più che in altri momenti poetici dell’autore, c’è qui inscenato un grido – il gridare. Un grido che è rabbia e che tende a farsi universale, non tanto di dolore, direi – anche se è possibile reperirlo in diversi momenti del suo dirsi, come ha sottolineato Roberto Deidier nella sua prefazione e come asserito proprio all’inizio della prima composizione: cito: «Camminare all’ombra del dolore, / come se il sole filtrasse tra gli ulivi / non è cosa da passo quotidiano / e non bastano sorrisi a coprire / stu pugnu ch’è cutugnu cciùi raveru» – ma è piuttosto un grido di rabbia, un risentire condensato nell’evocazione del pugno. E poi, più lontano:«Fondata è sul dolor la verità / provechoso sea rebosamiento / nell’ora amara che volge al desìo». Ma è dunque anche l’“ombra” del dolore, un’ottusa insistenza: la rabbia si trasforma, mi sembra, in consistenza che dà corpo all’assenza specifica enunciata.

Forse il tono generale dell’elaborazione sembra riprendere e ripetere altri momenti poetici specifici dell’autore, ma in questa silloge il verso si è ristretto, si è ristretto in se stesso, come raccolto a cercare uno slancio, e tuona in guerra più precipitato, non perde tempo, va all’essenziale, si dà e incide come un’evidenza. I versi sono molto spesso brevissimi, quasi come lampi. E la pìetas che è sovente all’opera sembra quasi distaccarsi dalla propria materia.

L’autore insiste con una modalità già messa in prova in raccolte precedenti. Così la lingua elabora i suoi possibili: essa si fa paese e il paese si fa lingua e quando questa lingua non basta più per dire, si sposta negli altrove che conosce o che immagina. In questo e da questo spostarsi sgorga un dire diverso e nuovo che ritrova l’essenza stessa di Babele, che di noi tutti fa Babele. Le valenze e i valori della lingua o delle lingue utilizzate – italiano, spagnolo, siciliano, con l’accessione del dialetto al “parlare” e poi a lingua nobile – non sono mai stati così precisi. Ma avevo già trascritto a tal proposito qualche riflessione personale in un precedente momento analitico del comporre poetico del Nostro.

Ritornando ad Absentia: viene evocato essenzialmente l’essere lontano, il fatto stesso di essere lontano, forsanche il disparire, la scomparsa, il non essere più presente. Sentiamo: «Nulla rimane dei giorni consumati / e tutto si compatta nel coraggio / di volare al vento in libertà, né remora di sorta né inciampo». Ecco il valore e la valenza più intimi di Absentia: questo “nulla rimane” come soggetto è il corpo stesso del farsi poetico, la valenza di sostituzione per ciò che viene silenziosamente o rumorosamente meno. Ciò che viene a mancare: questo è ripetuto come un’eco dolorosa o rabbiosa dell’antecedente “nulla rimane”.

9788811813125_0_0_536_0_75Ma la parola e il titolo Absentia, inoltre, fanno indirettamente appello al suo contrario, o lo fanno almeno rivivere, e potrebbe dunque anche essere Praesentia quasi come un’eco venuta da lontano, o come un’eco supposta perché attesa. La presenza, quale che sia, è chiamata a chiare lettere, mi sembra, come un trapelare segreto in Pioggia d’autunno per esempio o anche ne Il giallo dei limoni, due partizioni che evocano un passato, lo stesso passare, con presenza, quasi il richiamo evocativo a una natura morta. Così: «Rombi di tuoni ora a modulare / corde di violini e violoncelli, / antiche corde che non sapevi tu / di custodir da sempre in seno a te, stupore che ritorna e si rinnova». O anche: «Un gesto ch’è viatico al cammino. [...] ma il giallo dei limoni non dà luce, quando l’assenza replica se stessa». Un’eco remota, come richiamo o evocazione di una remota presenza pirandelliana di “lùmie di Sicilia”. Ma anche la brevissima citazione da Dante sviluppa tale funzione.

Evocare l’assenza è dunque anche desiderare la presenza. Assenza di chi, dopo tutto? Di un Io narrante errabondo, del tu, di noi, di tutti? Quest’ultima domanda si condensa nell’evocazione di ricordi come ne Il noto marinaio che riesce a evocare la fedeltà all’assenza-presenza dell’amico Vincenzo Consolo, attraverso la messa in scena di un titolo dell’autore: Il sorriso dell’ignoto marinaio. Così: «Davvero l’amicizia è una forma / d’amore autentico e sovrano / negli uomini capaci di ascolto».

61ko3ef91bl-_sy385_E l’assenza richiama infine l’assenzio che dà l’oblio, assenza da sé, la sospensione e la sottrazione della coscienza, una lontananza, una mancanza. E praesentia come presentimento… Forse è dolore, insisto, ma è soprattutto infinito gridare o grido infinito di lacerazione, una rabbia che esplode…

Una solitudine dunque affollata, questa di absentia-praesentia: solitudine di sé nel mondo, ma affollamento del mondo nel sentire animoso del soggetto-poeta, soggetto come suddito di se stesso, delle sovrapposizioni che ci costituiscono come entità forse paradossali ma comunque irretite in una verità. Un Io desideroso e samaritano infine che impreca e lenisce grazie a una poetica fatta di equilibri o di squilibri linguistici, di ripensamenti linguistici, come altrettante riflessioni. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026

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Jean-Paul Manganaro, professore emerito di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Lille, saggista e critico letterario e teatrale, traduttore dall’italiano al francese e dal francese all’italiano dei più grandi scrittori dei due Paesi. Ha studiato e tradotto, fra gli altri, le opere di Carlo Emilio Gadda, di Carmelo Bene, di cui ha curato l’opera omnia in tre volumi, di Italo Calvino, tutta l’opera Roberto Calasso e poi ancora libri di Vincenzo Consolo, Daniele Del Giudice, Giovanni Testori, Michele Mari, Tomaso di Lampedusa, Dolores Prato. Dal francese all’italiano ha tradotto opere di Antonin Artaud e di Gilles Deleuze. Due romance ha dedicato a Federico Fellini e a Elizabeth Taylor.

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