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Etnografia di un addio e di una transizione: l’ultimo saluto a Papa Francesco

Roma, Vaticano (ph. Patrizio Gemello)

Roma, Vaticano, 21 aprile 2025 (ph. Patrizio Gemello)

di Rossana Salerno 

Introduzione 

È il giorno dopo Pasqua, ma Roma non è in festa. L’aria è sospesa, quasi irreale. Il cielo è nuvoloso, il sole si nasconde. Le strade, solitamente animate da turisti e fedeli che celebrano la resurrezione, oggi sembrano camminare a ritroso, come se avessero dimenticato la gioia del giorno prima. La notizia è arrivata da poche ore, come un colpo sordo: Papa Francesco è morto. La città eterna si è svegliata più fragile, più muta.

Cammino per il centro, tra palazzi antichi e sanpietrini che sembrano ascoltare e rimandare sotto forma d’eco i passi della gente. Nessuno riesce a dire molto. Si avverte un lutto che non è solo religioso, ma profondamente umano. Francesco non era soltanto il Papa. Era una voce che aveva accarezzato i dolori del mondo, un volto che aveva reso Dio più vicino, più comprensibile, più umano. Non è solo la scomparsa di un pontefice: è l’addio a una voce che ha saputo abitare le crepe del tempo con parole disarmanti e gesti profondi. «La realtà si capisce meglio dalle periferie», diceva spesso. E da quelle periferie, non solo geografiche ma anche esistenziali, erano accorsi in tanti. Perché Francesco non aveva parlato solo alla Chiesa, ma all’umanità intera, con il linguaggio della compassione, della giustizia e della prossimità. Aveva scelto i gesti semplici per rendere visibile il Vangelo. Aveva detto: «Abbiate il coraggio della felicità», e lo aveva fatto senza moralismi, con lo sguardo fermo e le mani pronte a rialzare.

La sede vacante non è solo un termine canonico. È un’esperienza umana. È il momento in cui ci si accorge che ciò che sembrava stabile può venire meno, e che nessuna autorità dura per sempre. In questo spazio vuoto si depositano la tristezza, l’incertezza, la paura di tornare soli. «Il vero potere è il servizio», aveva detto Francesco. E ora, priva di quel servizio, l’umanità si ritrova a guardarsi allo specchio, a chiedersi cosa resta quando una voce come la sua si spegne. 

Roma, Vaticano, 21 aprile 2025 (ph. Patrizio Gemello)

Roma, Vaticano, 21 aprile 2025 (ph. Patrizio Gemello)

Etnografia in cammino 

Via della Conciliazione è piena di gente. Migliaia di persone camminano in silenzio, ordinate, come in un lungo pellegrinaggio spontaneo. Non ci sono grida né canti, solo un mormorio continuo fatto di sguardi, rosari, fotografie in mano consumate. Non c’è caos, ma una composta solennità. Persone di ogni età e provenienza sono qui, come spinte da un richiamo interiore. C’è chi ha viaggiato tutta la notte, chi si è alzato all’alba, chi è uscito da casa senza pensarci troppo, seguendo solo il bisogno di esserci.

Sotto i portici, in un angolo protetto dal vento, i fedeli hanno creato un piccolo altarino spontaneo. Non è stato autorizzato né predisposto: è nato così, come un atto di fraternità. Fiori di campo, candele tremolanti, immagini del Papa che sorride, biglietti scritti a mano, e un grande cartello con una frase: “La speranza è audace, sa guardare oltre ogni comodità, oltre il piccolo conforto che stringe l’orizzonte”. La gente si ferma, si inginocchia, qualcuno tocca la foto, altri lasciano lettere, rosari, lacrime. Accanto a me, una donna con il volto scavato dal tempo sussurra: “Ci ha insegnato che Dio non giudica, ma abbraccia”. Vicino a lei, un giovane con una croce di legno sul petto chiude gli occhi e prega. In quell’istante, comprendo che non stiamo soltanto piangendo un Papa. Stiamo salutando un uomo che ha restituito senso a parole che sembravano svuotate: misericordia, fraternità, giustizia. Francesco non ha mai smesso di ricordarci che «la realtà è più importante dell’idea», e oggi questa realtà è fatta di mani strette, occhi lucidi, cuori aperti.

Nel momento in cui l’addio si fa concreto, qualcosa cambia nel cuore di una comunità. Non è solo il vuoto lasciato dalla persona che se ne va, ma anche la ripercussione su ogni angolo di quello che resta. La ricerca etnografica dell’addio si avventura in questi spazi, in cui la perdita si intreccia con il quotidiano, trasformando non solo l’esperienza individuale, ma anche quella collettiva. Le persone si ritrovano a ricostruire un tessuto sociale che si fa più fragile, ma anche più denso di significato. Sono le pratiche sociali, quelle più radicate nella tradizione, a emergere per rispondere al dolore e al vuoto che si fa spazio tra di loro.

Si cominciano a vedere le mani che si intrecciano, le parole che non vengono più dette, ma restano sospese nell’aria. Si ascoltano i silenzi che parlano più di mille discorsi. L’addio spinge la comunità a fermarsi, a riflettere su chi si è e su cosa si sta perdendo. Le cerimonie, le commemorazioni, e i piccoli gesti che a volte sembrano insignificanti, diventano improvvisamente strumenti potenti di memoria e di ricostruzione. Una candela accesa, un fiore lasciato sulla soglia, una preghiera silenziosa sotto un cielo che sembra sempre più grande.

Roma, Vaticano, 21 aprile 2025 (ph. Patrizio Gemello)

Roma, Vaticano, 21 aprile 2025 (ph. Patrizio Gemello)

E così, mentre il lutto si fa strada, la memoria non si lascia sopraffare dal dolore. Si trasforma. Le pratiche religiose, i gesti simbolici, diventano ancoraggi, tracce che rivelano la resilienza di un gruppo. Questi momenti di separazione non sono mai del tutto finali; sono sempre il punto di partenza per una riflessione più profonda sulla comunità, sulla spiritualità, sull’identità che si rinnova nella sofferenza.

Nel tempo, queste pratiche si adattano, si rivelano in forme nuove. Le commemorazioni non sono più solo un ricordo del passato, ma un impegno a vivere il presente con la consapevolezza di ciò che è stato e di ciò che continuerà a vivere nelle persone, nei gesti, nei silenzi. E così, l’addio diventa un atto collettivo che supera la separazione fisica e si fa memoria di un legame che resiste nel tempo. Il vuoto che lascia è concreto, ma non paralizzante. È uno spazio che invita alla responsabilità, alla continuità. Nessuno parla ad alta voce, ma tutti sembrano ripetere dentro di sé la frase che lui ha donato al mondo in ogni discorso, in ogni gesto: «Non abbiate paura della tenerezza». 

Roma, Vaticano, 21 aprile 2025 (ph. Patrizio Gemello)

Roma, Vaticano, 21 aprile 2025 (ph. Patrizio Gemello)

Dal silenzio alla speranza 

Il passaggio da Papa Francesco a Papa Leone XIV è stato un momento carico di emozione e significato per tutta la Chiesa. Non si è trattato solo dell’elezione di un nuovo Pontefice, ma del naturale fluire di un’eredità spirituale che continua. Papa Francesco, negli ultimi mesi della sua vita, era apparso sempre più fragile, ma il suo messaggio di amore, accoglienza e giustizia sociale rimaneva forte.

Con l’elezione di Leone XIV, la speranza ha trovato una nuova voce. Già nelle sue prime parole da Papa, si è percepito un desiderio profondo di dialogo e vicinanza. Quando ha affermato: «È l’ora dell’amore, non del calcolo. L’ora del dialogo, non delle barricate», la piazza ha capito che qualcosa stava iniziando: non una rivoluzione, ma una continuità viva, coraggiosa e profondamente umana.

Il passaggio da Francesco a Leone XIV non è stato uno strappo, ma un abbraccio tra due pontificati diversi nel volto, ma vicini nello spirito. Una transizione che, nel cuore dei fedeli, ha il sapore della speranza e della continuità.

Ho sempre sentito dire: “Morto un Papa, se ne fa un altro”. Una frase delle volte pronunciata con leggerezza, come se si parlasse di un incarico qualsiasi, di un ruolo che si cambia come si cambia un abito. Certo, il significato più immediato è chiaro: la Chiesa non si ferma, va avanti. Anche se un Papa muore, un altro viene scelto, e la missione continua. Ma dentro quel detto popolare, sento anche qualcosa di più profondo.

Roma, Vaticano, 21 aprile 2025 (ph. Patrizio Gemello)

Roma, Vaticano, 21 aprile 2025 (ph. Patrizio Gemello)

Quando Francesco è venuto a mancare, ho avvertito un vuoto, un silenzio particolare. Lui non era solo il Papa: era una presenza familiare, una guida affettuosa e forte. Le sue parole, i suoi gesti semplici, la sua vicinanza agli ultimi avevano tracciato una strada. La sua scomparsa non è passata come un fatto qualunque. È stata un commiato, un tempo di ascolto, di memoria, di gratitudine.

Poi è arrivato il Conclave, l’attesa delle fumate, le preghiere collettive. E quando finalmente si è levata quella bianca, ho provato un’emozione difficile da spiegare: un misto di sollievo, sorpresa, speranza. Quando ho sentito pronunciare il nome “Leone XIV”, mi sono resa conto che sì, un nuovo Papa c’era davvero. Ma non “un altro”, come se fosse uno qualunque. Era una nuova voce, un nuovo volto che portava con sé la forza della continuità e la possibilità del cambiamento. Dunque, “Morto un Papa, se ne fa un altro”, significa che la fede non si ferma davanti alla fine, innanzi alla morte. Che ogni Papa è unico, irripetibile, ma al tempo stesso parte di una lunga catena di mani che si tendono, che si passano la fiamma della fede. Siamo testimoni di una storia che non smette mai di ricominciare. 

Roma, Vaticano, 21 aprile 2025 (ph. Patrizio Gemello)

Roma, Vaticano, 21 aprile 2025 (ph. Patrizio Gemello)

Conclusione 

La morte di Papa Francesco giunge come un istante che spezza il respiro del mondo. Non è solo la fine di un pontificato, ma l’inizio di una riflessione più profonda, come se il cuore stesso della Chiesa avesse cessato di battere per un momento. Ma nel silenzio che segue, nell’assenza che ora pesa sulle piazze, sulle strade, e nelle anime di chi lo aveva seguito, risuona ancora forte un messaggio che non può essere dimenticato: quello che Francesco aveva lanciato con la sua enciclica Laudato sì. «Tutto è connesso», scriveva. E ora, quella frase sembra riempire il vuoto che lascia la sua figura, chiedendo a ciascuno di noi di fare un passo indietro, di osservare la fragilità che ci circonda e di rispondere. Quando finalmente arrivo in prossimità della basilica di San Pietro, la cupola appare come una presenza silenziosa e materna. Le sue colonne sembrano voler contenere tutto questo dolore, tutta questa speranza. In quella fila che si snoda ordinata e infinita, sento che non siamo soli. Siamo un popolo che ha perduto una guida, ma che ha ricevuto in dono un’eredità.

La grande piazza di San Pietro, il posto dove Francesco ha parlato al mondo, dalla sua finestra, dal balcone dal quale per la prima volta e nel giorno di Pasqua ha benedetto, ascoltato, sorriso, oggi tace. Ma in quel silenzio, qualcosa resiste. La sede vacante diventa così metafora di una condizione più ampia: un’umanità che cerca un senso dopo una perdita. Una comunità globale che, smarrita, non cerca solo un nuovo Papa, ma un nuovo modo di stare al mondo.

Ripensando a tutto ciò che ho vissuto in questi giorni – il dolore per la morte di Papa Francesco, il silenzio della Sede Vacante, l’attesa del Conclave e infine l’annuncio di Papa Leone XIV – mi rendo conto che non si è trattato solo di un cambio ai vertici della Chiesa, ma di qualcosa di molto più profondo: un rituale collettivo di passaggio. In questo senso, mi è tornato alla mente il pensiero dell’antropologo Victor Turner, che ha studiato con grande sensibilità i riti di passaggio nelle culture tradizionali, introducendo il concetto di “liminalità”, dal latino limen, cioè soglia. Secondo Turner, ogni rito di passaggio si articola in tre fasi: separazioneliminalità e riaggregazione.

Roma, Vaticano, 21 aprile 2025 (ph. Patrizio Gemello)

Roma, Vaticano, 21 aprile 2025 (ph. Patrizio Gemello)

La separazione è il momento della rottura con l’ordine precedente: la morte di un Papa rappresenta, simbolicamente e concretamente, questa fase. Con la fine di un pontificato, la comunità dei fedeli entra in uno spazio di sospensione: le certezze si arrestano, le guide tacciono, e tutto viene messo in attesa. Segue la fase liminale, la più intensa e carica di significato: è il momento della soglia, in cui nulla è ancora definito. I cardinali si riuniscono in Conclave, le fumate si alternano, i cuori sperano. È un tempo fuori dal tempo, in cui la Chiesa – come corpo vivo – si ferma, riflette e si prepara a rinascere. È uno spazio di trasformazione, come lo descrive Turner: un terreno fertile in cui le strutture si allentano e si crea la possibilità di un cambiamento autentico.

Infine, giunge la riaggregazione: l’elezione del nuovo Papa. Quando il cardinale protodiacono annuncia Habemus Papam e compare il nuovo Pontefice, la comunità ecclesiale si ricompone. Un nuovo volto porta con sé non solo continuità, ma anche novità. Papa Leone XIV ha varcato quella soglia, incarnando il ritorno all’ordine, ma in forma rinnovata. Il passaggio non è solo istituzionale, ma spirituale, simbolico, identitario.

Così, comprendere il passaggio da un Papa all’altro attraverso la lente di Turner mi ha permesso di coglierne la profondità: non è una semplice transizione, ma un’esperienza collettiva di trasformazione, in cui la Chiesa attraversa un momento di sospensione per ritrovare sé stessa, rinnovata, nella figura del suo nuovo pastore.

In questo cammino – fatto di silenzio, attesa e rinascita – ho percepito che la fede non è statica: è un movimento che attraversa la soglia del tempo, si lascia trasformare e poi riprende a battere nel cuore di chi crede. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
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Rossana Salerno, ha studiato presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Trento, si laurea in Sociologia Territorio ed Ambiente nel settembre 2008. Prosegue i suoi studi con il Master I in Comunicazione, Educazione ed Interpretazione Ambientale presso il Dipartimento Ethos e Dismot dell’Università degli studi di Palermo. Nel 2010 vince il Dottorato di Ricerca in Sociologia, seguita dal prof. Salvatore Abbruzzese nello svolgimento delle attività di ricerca, presso la Libera Università “Kore” degli studi di Enna. Nel 2013 diviene membro di diverse associazioni accademiche nazionali ed internazionali e nel 2014 consegue il Dottorato di Ricerca in Sociologia dell’Innovazione e dello Sviluppo. Nel 2016 si specializza con il master universitario internazionale di II livello in Sociologia – teoria, metodologia e ricerca – interuniversitario Roma tre, La Sapienza di Roma e Tor Vergata sotto la tutela direttiva del prof. Roberto Cipriani. Nel 2017 è impegnata come “Researcher” in Francia in partenariato con A.R.S – Università di Lille2 (France) e Università Kore degli studi di Enna. Ad oggi è autrice di testi ed articoli sulla Sociologia della Religione, del Territorio e dell’Ambiente. Nel 2023 riceve da parte della Scuola di Medicina e Chirurgia di Palermo con sede presso il Policlinico Universitario “Paolo Giaccone” un incarico a contratto di docenza in Sociologia dei processi culturali e comunicativi in ambito lavorativo.

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