Filologa esperta e appassionata, nel suo ultimo lavoro Dalla Lavra a Loreto. Inseguendo una parola travisata. Acqua, Pietra, sacralità diffusa (ETS Pisa 2025), Franca Bellucci ci propone un percorso breve ma articolato intorno ad una parola tanto diffusa quanto in parte misteriosa: la parola ‘laura’ (e derivati), assunta non nella sua più evidente etimologia latina, che la ricollega alla pianta dell’alloro, ma nella meno nota – purtuttavia non meno importante – origine greco-bizantina, che invece indica una forma di vita monastica semicenobitica. Il tutto a partire da un’indagine specifica sulla cappella del palazzo comunale di San Miniato, detta il Loretino, indagando oltre l’apparente ovvietà l’origine del termine in questione.
Il volume dedica, infatti, la prima parte a tale Loretino (Il Loretino tra parole e memoria; Effetto crocifisso; Strade e istituzioni, un nodo) e la seconda ad alcune ‘Letture sul Tardo-antico’ (Approdo Po e archeologia; I cives delle Alpi. Costantino; Sacro e tardoantico nello spazio mediterraneo imperiale; Tardoantico come continuum. Un sondaggio su quattro presidi), chiudendo con un riassuntivo congedo e un’appendice didattica.
Nell’indagine sul Loretino il punto di partenza è stata la curiosità intorno al proverbio locale: “il Loretino non può fare l’elemosina al Duomo”, evidentemente connesso alla fase storica del Basso Medioevo che per S. Miniato coincise con una crescente importanza come avamposto imperiale. Si parte quindi dall’oratorio presente nell’antico edificio del Palazzo comunale di San Miniato, costruito appunto in epoca medievale per permettere ai maggiorenti della città di coniugare esercizio del potere e fede religiosa.
Di questa bellissima cappella riusciamo a farci un’idea concreta anche grazie alle foto che coronano la parte finale del libro: una splendida architettura che sovrasta l’altare, tutta scolpita nel legno e ricoperta in lamina d’oro, con una serie di tele incastonate nelle sue finestre. All’interno della sala spicca l’altare, ancora integro, che nel 1718 fu interessato dal trasferimento del Crocifisso, presente almeno dalla fine del XIV secolo, verso la chiesa omonima, costruita nelle vicinanze. Al posto del Crocifisso miracoloso, da allora l’altare dell’oratorio ospita una statua della Madonna nera di Loreto, che secondo la tradizione darebbe il nome alla struttura.
Eppure, secondo l’autrice, quella sorta di cappella palatina d’età federiciana che è il Loretino non può derivare il suo nome dal santuario di Loreto: «Il culto mariano marchigiano ha senz’altro influito sul termine – afferma Bellucci – ma non risponde a molti interrogativi storici e filologici», o anche semplicemente cronologici. L’altare dedicato alla Madonna di Loreto è cioè un culto recente, mentre sussistono storie, oggetti e fonti più antiche che si riferiscono piuttosto alla presenza in loco del crocifisso, nel significato che questo culto ha avuto a inizio e fine Trecento per organizzare gruppi di fede che erano anche gruppi di corporazioni lavorative.
La parola Loreto (forse anche quella stessa del Santuario mariano) avrebbe allora una derivazione assai più arcaica, e si sposerebbe probabilmente con lavra o laura, a loro volta riferibili alle costruzioni di epoche antiche, in particolare monasteri composti da agglomerati di celle o di grotte eremitiche.
Non ci si può, tuttavia, accontentare neppure di questa origine, accreditata anche dai dizionari che collegano ‘lavra’ alla religiosità medievale. È cioè possibile, secondo Bellucci (a partire dagli studi per la sua prima tesi di laurea sulle tavolette micenee), andare più in profondità e ricordare, ad esempio, che parole che somigliano a ‘lavra’ riguardano le miniere d’argento che Atene sfruttava per la monetazione e che il concetto di ‘lavoro’ – labor come sostantivo latino, che i comparatisti confrontano in altre lingue – ha attraversato varie fasi, prima della dignità sancita a metà del XX secolo: è stato l’attrito che consuma, a partire dall’acqua, che labitur, ‘scivola’, ma anche ‘corrode’, e ‘ravaneti’ sono i canaloni, naturali ma alimentati dagli scarti del ‘cavar pietra’.”
L’ipotesi dell’autrice è allora che «…un sistema di assettare luoghi per la collettività, da presumere come ‘lavra’ o sue variazioni, sia stato impiegato dall’antichità, finché progressivamente superato dalle tecniche di lavorazione di età moderna». In quest’ultima direzione, ricerche toponomastiche su località italiane (il monte Labro presso l’Amiata; il pian di Laura a Crespina, la località piemontese di Lauriano…) e straniere, con nomi collegati ai termini in esame, consentono di ipotizzare l’insistenza su accampamenti militari romani in tutta l’area dell’ex Impero Romano d’Occidente; parimenti, le strutture civili o monastiche con simile toponomastica sembrano avere la stessa origine e mantenere nel tempo le caratteristiche degli accampamenti militari romani che erano luoghi di autorità, di commercio e incaricati della manutenzione dei tracciati viari, favoriti in questo dalla vicinanza di corsi d’acqua per trasporto e pietrame.
Così il Loretino di San Miniato rientrerebbe in questa casistica di luogo dove si costruiva l’osmosi tra l’autorità civile, il commercio e la cura delle strade. E il riferimento al culto mariano avrebbe, per così dire, monopolizzato l’interpretazione di situazioni in gran parte precedenti. Certo, anche davanti a questa ipotesi interpretativa – avverte consapevolmente Bellucci – restano aperte una serie di domande, tra le quali: quell’impiego valse solo per l’Occidente? In che parte del Mediterraneo o dell’Europa si origina? Con riferimento anche a recenti studi di Gioachino Chiarini, si può dire che «nel cambiamento di civiltà e nel disperdersi e ricrearsi delle comunità non è impossibile che rimangano o riaffiorino delle parole, seppure con riferimenti diversi?» Il volume si offre appunto come apri-pista e strumento di dibattito: un inseguimento di parola travisata, questo di Franca Bellucci, che consegna al lettore la convinzione che la dimensione dello scavo storico-antropologico possa essere piena di interessanti sorprese.
Infine, nell’Appendice (fatta da proposte per tre possibili sviluppi di didattica della storia) l’autrice affianca alla perizia storico-filologica tutta la sua passione per l’insegnamento, dando centralità a una fase come quella del passaggio dal Tardo-antico all’Alto medioevo, spesso purtroppo trascurata, e auspicando un approccio pluridisciplinare per comprendere meglio il passato come l’oggi.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
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Liviana Gazzetta, Dottore di ricerca in storia sociale europea presso l’Università Cà Foscari di Venezia, è docente nelle scuole secondarie superiori. Socia della Società italiana delle storiche, studia la storia dei movimenti femminili in età contemporanea, anche di matrice religiosa; tra le sue ultime pubblicazioni i saggi Orizzonti nuovi. Storia del primo femminismo in Italia (1865-1925), Roma 2018 e Virgo et sacerdos. Idee di sacerdozio femminile tra ‘800 e ‘900, Roma 2020. A Padova è direttrice della delegazione locale dell’Istituto per la storia del Risorgimento.
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