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Emigrazione in Argentina, associazionismo e politica italiana. Il caso sardo

sardi-in_-argentina-1di Aldo Aledda 

La recente immersione in una realtà sociale come quella sudamericana, segnatamente in Argentina, mi ha consentito di mettere a confronto le tesi che, con un gruppo di esponenti del mondo organizzato dell’emigrazione italiana (in particolare quelli che si raccolgono nel Comitato 11 ottobre di iniziativa degli italiani nel mondo), andiamo sostenendo da qualche anno sull’opportunità di favorire una circolarità demografica tra l’Italia e il Paese bianco celeste, ma più in generale l’America Latina, dove ormai ha messo profonde radici la più grande emigrazione italiana dell’Otto/Novecento. E, poiché questa ha finito per condizionare anche la politica della società che li ha accolti, è lecito aspettarsi che ciò possa divenire un progetto per la creazione di un potenziale bacino demografico per il nostro stesso Paese.

Il riferimento a questa esperienza con le riflessioni e gli incontri avuti con autorevoli esponenti della comunità italiana mi ha permesso di verificare la percorribilità di questa strada non solo attraverso la proposta di legge Porta sul visto permanente per gli italo discendenti presentata alla Camera dei Deputati [1], ma anche circa le opportunità offerte da altre iniziative come le leggi (pure regionali) rivolte a favorire il rientro dei cosiddetti cervelli in Italia e lo stesso turismo delle radici soprattutto per chi non si volesse limitare a una conoscenza momentanea e stereotipata della realtà italiana. Si tratta di una nuova visione del rapporto con gli italiani nel mondo, residenti e non, che se attuata, forte anche del rapporto che sarà istituito dalla UE col Mercosur, potrebbe costituire una svolta importante nella politica di settore per le implicazioni demografiche, oltre che sociali ed economiche che sottende.

Per prima cosa, però, è necessario esaminare in quale contesto socio-politico potrebbero calare queste iniziative e contestualmente in quali termini si può concepire l’apporto delle comunità di connazionali che con la nostra emigrazione storica si sono formate all’estero (sempre che mantengano legami con la terra di origine) e, infine, se tutto ciò si possa tradurre in una visione politica condivisa, prima di tutto dagli italiani in casa a quelli all’estero. A questo proposito utilizzerò per la parte relativa all’associazionismo, fin dove applicabile, come caso di studio quello sardo che nel panorama nazionale, accanto a quello del triveneto, sembra presentare maggiori analogie culturali ed etniche e godere di un migliore stato di salute.

Riguardo al primo aspetto è difficile sfuggire alla sensazione che la gestione politica attuale del fenomeno migratorio sia strettamente legata ad alcune visioni di fondo della società che nutre la maggioranza parlamentare che governa in questo momento l’Italia e da cui dipendono le decisioni in merito, soprattutto nella misura in cui questa appare ispirata e, nelle frange più estreme, letteralmente ossessionata dalla concezione di Italian first che la indurrebbe a collocare fuori dell’orizzonte nazionale tutto ciò che anche materialmente si pensa non possa rientrarvi, per conseguenza anche ciò di cui trattiamo. Per limitarci a qualche caso concreto, anche a prescindere dal malvezzo di fare un po’ di cassa sulle spalle degli italiani all’estero, prassi che purtroppo non è da oggi, un particolare accanimento è stato osservato nei confronti dei pensionati italiani residenti all’estero che, anche relativamente all’aspetto sanitario oltre a quello retributivo, sono stati esclusi da alcuni vantaggi estesi ai residenti nella Penisola, accanto alla scarsa attenzione nel rispetto delle convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro Paese in materia previdenziale, riconoscimento di titoli e di patenti, ecc. ecc.

Poiché onestà intellettuale esigerebbe comunque che questi comportamenti non siano considerati come una svolta improvvisa e inaspettata ma che vadano letti in continuità con quasi tutte le gestioni precedenti a prescindere dal colore politico, ciò significa che ben pochi possano dichiararsi esenti da responsabilità in questo campo. La recente legge che ha ridotto i requisiti di accesso alla cittadinanza italiana a due generazioni di emigranti è stata la ciliegina sulla torta. Una decisione che, basata su fragili giustificazioni etiche per presunti abusi per l’ottenimento di questo diritto, più di tutti colpisce l’America del Sud, dove risiede una delle nostre più grandi e antiche migrazioni (e oggi purtroppo anche in condizioni di maggiore fragilità economica).

72-gli-italiani-in-argentina-storie-di-emigrazione-lingua-e-culturaCon riferimento ancora alla variabile politica sicuramente al riguardo pesa l’attitudine delle classi dirigenti del nostro Paese a tenere costantemente corta la vista, che induce i propri esponenti a guardare più all’imminente scadenza elettorale che ai problemi strutturali della società con la conseguente tendenza a far decantare quelli che esigono un maggiore impegno nel cercare soluzioni, cosa che pregiudica il futuro, soprattutto delle successive generazioni. Anche se è vero che ciò costituisce un antico vezzo delle classi di governo italiane dall’Unità del 1861 ai nostri giorni [2], il risultato continua a essere che taluni politici, pur ammettendo privatamente che posporre in continuazione la soluzione di quelli strutturali (ambiente, trasporti, benessere collettivo, debito pubblico, ecc.) sia esattamente il contrario di ciò che ci si aspetta da uno statista, la gran parte dei nostri governanti in epoca repubblicana, messisi alle spalle il “miracolo economico”, ha preferito andare avanti, come si suol dire, nascondendo costantemente la polvere sotto il tappeto.

Vittima ne è stata proprio la collettività degli italiani all’estero che i primi governi repubblicani, attraverso accordi con gli Stati che ospitavano i nostri migranti, si erano sforzati di non abbandonare, ma anzi di seguire e per quanto possibile gestire questa diaspora in modo da tenerla in tutti i modi legata alla madrepatria (anche in vista di un ulteriore ritorno). E ciò con l’obiettivo ulteriore di trarre un utile da questa forza lavoro che si era trasferita all’estero, come per esempio fare leva soprattutto su quella che prestava la propria opera nei bacini minerari europei allo scopo di risolvere i problemi energetici di cui aveva estremo bisogno il nostro Paese (allora grazie al carbone). In qualche modo la tragedia di Marcinelle può essere intesa come l’epitome di questa particolare fase storica.

Perciò anche in questo ambito è emersa nel tempo una politica erratica, come ebbe a definirla dall’Unità al Novecento l’illustre storico italo argentino Fernando Devoto [3], fatta non solo di linee discontinue e repentini cambiamenti di rotta ma anche di ipocrisia e di strumentalità, aggiungerei. Da un lato, infatti, vediamo una classe dirigente costantemente impegnata a enfatizzare il ruolo dell’emigrazione italiana nel mondo come soft power [4]. E, dall’altro, come si è appena detto, a svuotarne immediatamente il contenuto, a partire dal ruolo delle sue rappresentanze.

Negli anni, se non addirittura lungo il corso di due secoli di storia dell’emigrazione italiana, si è venuto così a configurare un sistema binario. Da un lato sembra prevalere una visione politica che esalta, promette e rassicura, soprattutto nelle sedi deputate (CGIE, Consulte regionali, Conferenze Stato/Regioni) e nei momenti topici (Conferenze nazionali, incontri istituzionali, tavoli e convegni). Dall’altro si annida quello che potremmo definire anche in questo ambito una sorta di stato profondo che, soprattutto attraverso la burocrazia (ministeriale e, talvolta, anche regionale) più che attuare linee politiche sembra intenta a ridurre o svuotare le istanze che emergono nei consessi rappresentativi. Un esempio è la tagliola della cittadinanza di cui sopra, che è stata immediatamente seguita dalla pensata di riservare tutte le pratiche di richiesta della cittadinanza direttamente al Ministero degli esteri che, per caratterizzare meglio questa svolta in senso sfavorevole all’emigrazione italiana, ha pure abolito la direzione generale dell’emigrazione che, negli anni, aveva almeno salvato una parvenza di interesse verso questa galassia. Il risultato oltre l’appesantimento delle procedure, già oggi al limite della sopportabilità presso gli uffici consolari, sarà di far rientrare gli emigrati italiani residenti fuori dell’Unione Europea nella categoria più generale degli “stranieri” affidata alla gestione del Ministero degli interni e, per conseguenza, gli emigrati italiani privi di cittadinanza saranno considerati e gestiti, al pari di tutti gli altri immigrati, in termini di polizia e di ordine pubblico. Una scelta di valore le cui conseguenze sono facilmente immaginabili.

A ben vedere l’allargamento dell’abisso tra italiani fuori e altri dentro stride vistosamente con la pelosa strumentalità del sistema istituzionale italiano. Tutti i giorni vediamo scorrere notizie di stampa che riecheggiano la ricchezza di iniziative delle istituzioni politiche, culturali ed economiche italiane nel mondo, principalmente di ministeri, aziende, università, regioni ed enti locali. Così celebrazioni di eventi nazionali, visite di personalità illustri, a tacere di mostre, fiere, appuntamenti musicali, conferenze, presentazioni di libri, esposizioni di prodotti della filiera agroalimentare, accanto ad altre più semplicemente turistiche e promozionali, ecc. ecc. finiscono per costituire la quotidianità della nostra presenza all’estero, espressione apparente della volontà di un Paese tutt’altro che interessato a chiudersi in sé stesso. Si tratta di momenti topici cui si accompagnano quasi sempre appelli alla mobilitazione delle comunità italiane all’estero da parte delle autorità consolari o regionali per aiutare, accogliere o quanto meno a fare da audience perché ne sia assicurata la riuscita, in cui, per finire, svolge un ruolo di riferimento proprio l’associazionismo italiano nel mondo. A tale proposito sosteneva efficacemente tempo or sono Gabriela Piemonti, docente di italianistica dell’Università di Rosario e Presidente del locale circolo giuliano, «la storia dell’emigrazione italiana è stata segnata da offuscamenti e parole poi finite nel nulla e ha ritardato… l’attuazione di iniziative sulle quali potevamo concordare tutti» [5].

devotoAltre volte trattando di questi problemi, oltre che alla vista corta della classe politica e dirigenziale italiana e a prescindere da una colpevole e diffusa esterofobia nazionale (non a caso primeggiamo nella classifiche europee per intolleranza e sentimenti razzisti), ne ho attribuito la spiegazione a quel profondo risentimento che permea le reazioni e l’atteggiamento dei residenti in Italia nei confronti di fratelli, parenti e amici che un tempo abbandonarono la propria terra accusati di averli lasciati soli ad affrontare i problemi mentre loro risolvevano più egregiamente i propri andando a fare fortuna all’estero. Che questa non sia stata solo una mera sensazione in qualche modo l’abbiamo riscontrato un po’ tutti noi che ci occupiamo del problema, e in particolare chi scrive per quanto riguarda i sardi [6]. Come pure è innegabile che di codesta forma di rifiuto si colga una eco nell’opinione pubblica e nei media italiani nella misura in cui, per esempio, celebrando le virtù dei piccoli borghi del Paese in via di spopolamento, non è difficile cogliere anche nelle analisi dei media, nelle parole dei presentatori e nelle interviste dei locali una implicita condanna nei confronti di chi ha abbandonato a suo tempo la propria terra contrapposta al “coraggio” civico di chi invece è voluto rimanere o, pentitosi, è tornato a combatterne la sparizione [7].

Se c’è una cartina di tornasole della volontà politica riguardo a uno specifico problema questa è data dall’impegno finanziario. Quello dello Stato e delle regioni italiane in questo primo squarcio di secolo ha conosciuto un taglio di oltre la metà delle risorse pubbliche destinate all’emigrazione italiana. A parte regioni speciali come la Sardegna, e qualche altra come il Friuli e la Provincia Autonoma di Trento, tutte le altre e con esse lo Stato centrale sembrano più che altro interessate a sostenere finanziariamente una miriade di iniziative perlopiù di circuiti politico-elettorali legati ai potenti di turno mentre da questa attenzione è tenuto ben volentieri fuori il mondo dell’associazionismo lasciando appena spazio alle espressioni di vertice che esercitano il proprio ruolo particolarmente in organismi finiti per essere sorta di “muri del pianto”, come il CGIE e le consulte regionali, nei confronti dei quali si esercita la collaudata tecnica di incanalare in un binario morto le espressioni di istanze considerate meno ricevibili del mondo dell’emigrazione italiana.

Su tutto dobbiamo ammettere, quindi, che incombe il problema della qualità della spesa, su cui andrebbe fatta qualche autocritica e riflessione. Se prendo come caso di scuola, quello che conosco meglio, ossia la Sardegna, mi è difficile nascondere che, da tempo, quella che viene giudicata come una profusione di attenzioni verso il mondo dell’emigrazione sarda da parte dell’istituzione regionale abbia favorito il formarsi di giudizi tutt’altro che positivi da parte di isolani della cultura, dell’arte, dell’impegno sociale, verso la miriade di iniziative dell’associazionismo sardo nel mondo che, pur con tutta la buona volontà e qualche merito, tante volte si caratterizzano, più che per qualità, per improvvisazione, provincialismo e accentuato etnocentrismo. Gli stessi programmi regionali, talvolta imbevuti di ingenuo antropologismo culturale, sembrano incoraggiare queste tendenze aprendo velleitariamente oltre che alle espressioni culturali e artistiche più elevate al mero localismo paesano quasi a favorire una visione nostalgica del sardo come un “buon selvaggio”, un essere genuino e ospitale intento a coltivare le forme più primordiali di esistenza e di spirito comunitario con musica e arte a essa intonate, immerso nell’esistenza bucolica in una sorta di paradiso terrestre tra foreste e marine incantate, meglio se con un contorno di rovine di antiche civiltà, e con il calice colmo di vino generoso sempre rivolto verso l’alto e il cibo sano immancabilmente sul desco (immagine oggi rafforzata a livello internazionale dalla mitica isola dei centenari).

Una visione della realtà questa ampiamente radicata nel nostro associazionismo, quasi a livello di pensiero unico, e destinata a fare presa come esclusiva rappresentazione della terra di origine nella società ospitante ma che, a parere di chi scrive, stride non poco con le aspirazioni dei sardi moderni, dentro e fuori dell’isola, che preferirebbero essere descritti come individui e comunità proiettata in avanti piuttosto che concepiti chiusi nelle proprie tradizioni. A ben vedere in questo caso ci troviamo solo davanti a uno stereotipo che nasce dalle stesse caratteristiche di un‘emigrazione che origina in prevalenza dalle zone interne e agropastorali dell’isola (da cui, e appunto per ciò, spesso si è fuggiti) e si diffonde nell’esperienza migratoria. La qualcosa tocca non poco la sensibilità dei sardi residenti, la gran parte dei quali vive nella maggioritaria realtà urbana dell’isola in cui si ha eco degli antichi costumi dell’interno solo nelle celebrazioni topiche delle feste di Sant’Efisio a Cagliari, della Cavalcata a Sassari, della Sartiglia a Oristano e della festa dell’Ortobene a Nuoro, mentre chi vuole incontrare le espressioni culturali del mondo arcaico sardo deve recarsi nelle aree più interne (e più spopolate) dove ancora si rinnovano i riti suggestivi della Pasqua o le sfilate del Carnevale e le varie feste locali con tutte le maschere, gli addobbi, i costumi, i suoni e i sapori delle epoche cui nostalgicamente si riferiscono.

imagesE ciò mentre la popolazione prevalente dell’isola appare (o aspira a essere) perlopiù immersa nella cultura moderna o universale per effetto della quale le masse giovanili si rivelano più attratte dai concerti delle rock star degli stadi e dei palazzetti dello sport, la borghesia più colta dai rinnovati teatri dell’opera e di prosa dei capoluoghi, oltre che dai concerti di musica classica, dalle mostre d’arte e dalle iniziative letterarie negli ovattati ambienti destinati a ospitarli. Da qui in qualche modo le ragioni della distanza dalle iniziative dei corregionali emigrati, comprovata anche dal fatto che difficilmente chi emigra dai centri urbani della Sardegna sente l’esigenza di diventare socio di un circolo sardo all’estero.

Con ciò non intendo auspicare che vadano accantonate o bandite le manifestazioni che riportano alla superfice pezzi di radice della realtà territoriale, soprattutto in un mondo come quello moderno che ovunque sembra puntare al suo recupero e alla conservazione, anche laddove quelle nuove siano troppo recenti [8]. Come nelle Americhe o nel continente australiano, in cui gli europei, ultimi arrivati, cercano delle radici addirittura nei popoli che un tempo cacciarono via, soppressero o colonizzarono. Pensiamo al recupero delle tradizioni delle popolazioni inca e mapuche nel Sud America, dei pellerossa nel Nord, degli aborigeni e dei maori nel territorio australe. Ma pensiamo anche al costante riemergere di riti, miti, costumi e tradizioni ancestrali in tutta Europa, dal più caldo sud al più freddo nord, particolarmente nei momenti topici delle ricorrenze religiose, nelle feste carnascialesche e nelle celebrazioni di momenti fondativi della comunità.

Non è che tutto ciò si debba rigettare, solo che limitarsi esclusivamente alla sottolineatura di aspetti identitari rischia di fuorviare una realtà rappresentata unicamente come intenta a coltivare il proprio passato trascurando invece che gli strati più consapevoli di essa sono maggiormente interessati a fare i conti con il futuro preoccupandosi delle future generazioni sia che ne facciano parte sia ne abbiano interesse come genitori o educatori. Si tratta di una rappresentazione questa che, come passe-partout non dell’isola italiana più distante dal Continente ma anche di tutte le altre regioni, dubito che sia condivisa dalla maggioranza dell’opinione pubblica regionale, sia dentro sia fuori. Anche qui ci sembra opportuno richiamare il suggerimento della. Piemonti che, richiamandosi al pensiero di Edgar Morin. Scrive: «qualsiasi politica dovrà tenere conto della distinzione tra cultura e civiltà per potersi porre obiettivi raggiungibili e necessari… [nel senso che] qualsiasi critica o proposta dovrà indicare su quale alternativa culturale o di civiltà e su quale situazione di identità indirizzare le iniziative possibili», e altrove precisa: «Poiché questi sono gli argomenti che interessano maggiormente le nostre società, occorrerà stabilire su quali situazioni di identità indirizzare le iniziative che sono politica, cultura e società» e, nello specifico, «rapporti tecnico-professionali tra Italia e Argentina» [9].

sardegnamondo-cagliari-2023Regioni come la Sardegna che pur primeggiano quindi per investimento finanziario in questo campo: il budget regionale a favore dell’associazionismo sardo all’estero e in Italia negli ultimi bilanci rappresenta quasi un terzo dell’impegno complessivo di tutte le regioni italiane e, nelle attività, a parte le spese di manutenzione delle strutture, va quasi tutto nella direzione che ho appena indicato. Per questa ragione la polverizzazione degli interventi e l’indeterminatezza dei programmi, hanno fatto sì che esigenze di controllo della spesa e l’uniformazione alle regole siano divenute prioritarie rispetto ai contenuti, favorendo in alcuni casi una elefantiasi burocratica del tutto sproporzionata all’ambito di intervento e all’entità stessa degli stanziamenti. Si è venuto così a creare, e non da oggi, un meccanismo grazie al quale, absit iniuria verbis, parafrasando una delle più celebri definizioni della stupidità, la burocrazia appare sempre incinta (pensiamo solo al girone infernale in cui si trovano spesso coinvolti proprio in Sud America molti dei nostri emigrati negli uffici consolari che cercano di ottenere la cittadinanza).

Una situazione in cui lo stesso indirizzo politico risulta inevitabilmente compromesso, cosa che non è da oggi ma affonda le sue radici, proprio in Sardegna, in una legislazione anacronistica, segnatamente la legge regionale n. 7 del 1991, definita dell’“emigrazione”, antesignana di tante disposizioni analoghe delle altre regioni ma rapidamente da queste stesse superate. Emblematicamente questa contiene, infatti, un corpo di disposizioni politico-programmatiche per l’epoca relativamente avanzate che tuttavia facevano bella mostra solo nei primi cinque/sei articoli del testo e in qualche altro isolato passaggio ma che subito dopo erano svuotate da un’altra miriade che erigevano steccati, incanalavano istanze, costruivano metaforicamente autostrade a senso unico riservate a pochi inverando, se vogliamo, quanto diceva agli inizi del Novecento sul rapporto politica burocrazia, il sociologo tedesco della conoscenza, Karl Mannheimer, a proposito della tendenza storica degli apparati amministrativi a svuotare quelli politici con l“amministrativizzare” tutti i problemi. In realtà regioni come la Sardegna si dovrebbero mettere al passo di altre ordinarie, come la Lombardia e l’Emilia Romagna, per esempio, che hanno consegnato agli archivi le vecchie leggi sull’emigrazione preferendo una legislazione più moderna o, più semplicemente, concentrandosi su interventi che danno la precedenza ai giovani che vorrebbero rientrare portando nel territorio esperienze e conoscenze maturate all’estero.

italiani-argentina-buenos-airesSi può dire che, effettivamente, la responsabilità di questo stato di cose si sia smarrita e diluita nel tempo ma anche il fatto che non si sia mai provveduto tempestivamente a porvi rimedio significa che più di tutto abbia prevalso un’eccessiva acquiescenza unita a indifferenza. Ciò ci consente di disporre di uno straccio di spiegazione per capire perché nell’ordinamento di una regione come la Sardegna continui a sopravvivere una simile legge che già dopo cinque anni dalla sua entrata in vigore chi la maneggiava si diede da fare per cambiarla perché aveva compreso che non poteva funzionare e tanto meno garantire trasparenza (non a caso proprio in quell’epoca seguirono le peggiori e uniche vicende giudiziarie che hanno caratterizzato questo mondo in Sardegna rivelando intrecci poco puliti tra affari, politica, burocrazia e vertici dell’associazionismo). Probabilmente ciò è accaduto perché è più facile mettersi al riparo di un sistema normativo apparentemente garantista, ma in realtà manipolabile grazie alla quantità di interstizi che finiscono per favorire soprattutto chi, associazionismo compreso, voglia costituirsi rendite di posizione avendo come obiettivo solo mere ragioni di sopravvivenza e di profitto, facilmente esaudibili con la realizzazione di tante micro iniziative apparentemente qualificanti e formalmente in linea con programmi regionali pensati senza coerenti e condivisi indirizzi politici. Programmi che si possono perseguire e barattare più facilmente sotto la copertura di un sistema in cui politica e burocrazia coincidono e funzionano in modo patologico quanto più sono distanti dai riflettori mediatici (gli importi di denaro che prendono direzioni diverse da quelle per cui sono destinati sono talmente irrisori da non richiedere le attenzioni di solito riservate ai grandi esborsi, anche se messi insieme poi fanno cifra).

E così siamo all’altra cruciale questione che riguarda la seconda gamba del sistema, l’associazionismo. Oggi non vi è chi non riconosca l’esistenza di una crisi specifica nel fenomeno associazionistico italiano nel mondo in termini quantitativi e qualitativi, fatto di contrazioni nel numero di associazioni soprattutto all’estero, esaurimento della classe dirigente e difficoltà dei giovani ad assumerne le redini mentre le attività si fanno sempre più improbabili, omologate, routinarie, celebrative e ricreative [10]. Conoscere il fenomeno serve non solo a coglierne i limiti, ma anche a non scoraggiarsi e cessare di avere fiducia nel futuro cedendo alla tentazione di decretare prematuramente la fine di un’esperienza se non addirittura di un’epoca, quando alla base vi è spesso solo un’inadeguata comprensione di un fenomeno o l’incapacità di non riuscire a superare momenti di difficoltà.

circulo2-2Il fatto che in Argentina vi sia il circolo sardo più antico al mondo, i “Sardi Uniti” di Buenos Aires, costituito nel 1936 dai flussi migratori novecenteschi, e che si sia mantenuto in piedi con i successivi arrivi del Secondo Dopoguerra, superando anche la crisi per molti circoli di identità degli anni Novanta (che coincideva con un secondo ricambio generazionale) e oggi si mostra ancora vitale, può costituire il migliore esempio di come faccia premio non cessare di essere ottimisti e, soprattutto, più operativi. E aggiungo, pure, che, come conferma ancora di più il caso di Buenos Aires, in cui il circolo sardo è riuscito a metabolizzare le crisi e le cadute di tensione dovute all’abbassamento della curva di interesse, prova che alla fine dei conti rappresenta un grave errore chiudere un’associazione buttando via le chiavi, come si suol dire, solo perché si ha la sensazione di trovarsi nel bel mezzo di una crisi apparentemente insuperabile. È facile mandare tutto all’aria quando ciò che si è costruito con fatica non sembra reggere all’usura del tempo ma lo è ancora di più cercare poi di riprenderla qualora si ravvisasse la necessità di ripartire o di ricostruire.

Intanto occorre capire che il fenomeno associazionistico non può estinguersi, fosse solo per semplice il fatto che costituisce l’unica forma di rappresentanza di quelle comunità etniche che un tempo si insediarono all’estero e che per lo stato di origine, le sue politiche, la sua rappresentanza, i suoi interessi economici e culturali, di immagine, ecc., come abbiamo visto, costituiscono indispensabili punti di riferimento. E ciò anche perché le strutture amministrative periferiche dello Stato di origine non sempre sono adeguate a soddisfare l’esigenza che hanno i migranti di individuarsi, distinguersi, sostenersi, vivere la nuova condizione a cavallo, mantenendo nello stesso tempo i legami con la terra di origine senza tuttavia rinunciare alle novità e alla necessità di integrarsi nella società ospitante. Cosa che riesce meglio all’iniziativa individuale e privata. Al massimo il “pubblico” può incoraggiare, sostenere, meglio ancora se si sforza di comprendere. Sullo sfondo vi è il problema non di poco conto della rappresentatività politica delle comunità dei migranti, che oggi in parte è risolta dal voto italiano all’estero, ma che i loro antenati più legati al Paese di origine non potendola più assolvere in modo più puntuale nel Paese di origine se la sono dovuta ricostruire personalmente nel nuovo. Un problema certo non marginale e con un vigoroso precedente storico allorché la mancanza di rappresentatività nella terra madre costituì una delle molle della rivoluzione che fecero i coloni inglesi in terra di America nel 1776 dando vita alla costruzione di una delle realtà sociali e politiche più importanti dell’era moderna.

Mi verrebbe quasi da dire che trovandosi davanti al baratro di una stagione che apparentemente sembra giunta al termine soci e dirigenti di un’associazione dovrebbero convincersi che la vicenda di un corpo associativo in qualche modo è analoga a quello umano (non a caso in diritto per le figure associative più complesse e rilevanti per l’ordinamento si parla addirittura di “personalità giuridica”), giacché come quello nasce, poi si sviluppa e infine muore, con la differenza però che in più ha la possibilità di non estinguersi ma di riciclarsi. Come insegna appunto il caso di Buenos Aires le associazioni degli emigrati hanno davanti un percorso a ostacoli per effetto del quale: a) si creano con l’arrivo dei primi migranti, b) si consolidano e si sviluppano di pari passo con le comunità che rappresentano e c) entrano in crisi di identità quando la generazione che ne ha promosso la costituzione abbandona per stanchezza o per limite di età oppure perché sente la necessità di passare la mano a una più giovane. Probabilmente oggi ci troviamo ad attraversare proprio questa terza fase, laddove i dirigenti che hanno dato l’imprinting al fenomeno associazionistico e che hanno resistito fino alla fine del secolo scorso stanno praticamente abbandonando il campo e dietro di essa premono (o si rendono disponibili o vanno ricercate) forze nuove.

Buonos Aires, gruppi sardi in una manifestazione folklorista

Buenos Aires

Questa è una possibile interpretazione del momento storico in cui ci troviamo, ma al suo interno vi sono alcuni problemi che bisogna assolutamente individuare anche nella misura in cui possono ostacolare un eventuale processo di transizione. Cosa che d’altronde è sempre accaduta, da quando le prime associazioni italiane dall’Unità modificarono la ragione sociale da “mutuo soccorso” in quello più propriamente politico e sociale, fino a ricomprenderne altre di natura più strettamente ricreativa e culturale, come è avvenuto in Sardegna. Paradossalmente oggi ciò che si oppone a un passaggio generazionale indolore è proprio la struttura classica delle nostre organizzazioni a conduzione democratica (statuto/assemblea/direttivo/programmi/dibattiti/decisioni/votazioni) che è sopravvissuta a tutti i passaggi epocali, ma che, nell’era dei social e dei rapporti più fugaci ed essenziali (e forse anche di una minore fascinazione di metodi democratici che si rivelano forse troppo pesanti in un’epoca caratterizzata da forti nostalgie autoritarie e istanze efficientistiche e populiste che parte del popolo sovrano ritiene meglio esaudibili da “uomini forti” ), è messa in discussione e appare inadeguata.

Non so come si risolverà il problema, l’unica cosa che mi pare certa è che fintanto che la vecchia generazione di soci e dirigenti si arroccherà nella difesa di tradizionali privilegi e prolungherà inveterate abitudini e non sarà disponibile a ridiscutere anche le modalità e le finalità dell’associazionismo, il risultato sarà che le alternative social che stanno prendendo sempre più piede tra gli italiani nel mondo alla lunga faranno di queste gli unici interlocutori delle istituzioni locali e del Paese di origine che troveranno più comodo usare un click o le videoconferenze piuttosto che misurarsi in giro per il mondo nelle più impegnative riunioni frontali con gli emigrati italiani.

Tirando le somme, occorrerebbe capire che cosa possa dare più opportunamente senso al mondo organizzato dell’emigrazione e a ciò che si fa all’interno e all’esterno di esso, dopo avere ammesso che i maggiori pericoli provengono dai limiti interni di questo sistema. Donde, ad avviso di chi scrive, l’esigenza di costruire un coerente disegno politico che rimetta al centro i problemi e le aspirazioni dell’Italia con quelli dei Paesi in cui si sono insediate le nostre comunità, in particolare degli italiani e italo discendenti in America Latina. Il primo accertamento da fare è se tra questi due mondi, italiani residenti nel Paese ed emigrati, si trovi un interesse reciproco che non si basi solo sul semplice dato sentimentale oppure sulla sola idea di risarcimento (per quella che viene considerata un’immeritata espulsione dal territorio nazionale). Ma piuttosto se, al netto dei sentimenti di nostalgia, di risentimento, di rivalsa, di invidia sociale, di amor patrio, ecc. ecc., vi siano degli ambiti in cui gli interessi degli uni possano convergere in qualche modo in quelli degli altri. Cosa che comporta la necessità di individuare particolari segmenti su cui lavorare, impiegare risorse e far svolgere alle associazioni un ruolo attivo, con l’obiettivo di catturare meglio l’interesse delle istituzioni e le attenzioni più qualificate della società italiana. E ciò anche perché, facendo leva su meccanismi di visto permanente (magari in termini di portable visa, come si sta profilando in tutto il mondo che ha la necessità di utilizzare temporaneamente forze di lavoro esterne), in qualche modo si ovvia alla difficoltà di ottenere a breve la cittadinanza italiana che potrebbe essere concessa dopo una necessaria acclimatazione a chi si mostri più inserito e fattivamente impegnato nel sistema nazionale piuttosto che per una lontana provenienza nazionale che non conserva più nulla di italiano.

538988186_10089762034461973_4012713305209121664_n-720x1080Il punto ottimale di ricaduta perciò, per quanto ci riguarda, potrebbe essere di mettere insieme l’interesse dell’Italia a contrastare gli effetti negativi del problema della denatalità che produce la desertificazione delle aree interne aggravando il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione – cosa in sé non certo negativa ­–, ma che il più delle volte senza volerlo si mette di traverso a un ricambio effettivo di forze giovanili, per tutta una serie di ragioni di ordine psicologico e sociale che qui non stiamo a indagare ma che possono in qualche misura contribuire a generare conservatorismo nelle posizioni politiche, erigere barriere generazionali (pensiamo al mondo del lavoro oggi quasi tutto in mano agli ultracinquantenni e domani a ciò che potrà accadere in materia pensionistica). Ciò che conta e che senza forze fresche si vanifica ogni discorso relativo non solo al futuro ma anche al benessere delle generazioni attuali: tutti gli studi e le ricerche internazionali concordano nel dire che senza l’apporto dei giovani ci si fa solo del male giacché non cresce la produttività, scarseggiano intraprendenza e rischio e non si sostiene neanche la popolazione che invecchia perché diventerà sempre più arduo non solo pagare le pensioni ma reperire pure il personale in grado di provvedervi. Mentre per quanto riguarda lo straniero che desidera far parte del nostro sistema può esservi il vantaggio rappresentato dall’ampliarsi del ventaglio delle possibilità esistenziali che ha chi riesce a muoversi in uno spazio geografico più ampio possibile.

Oggi stiamo assistendo a una sorta di competizione internazionale volta ad attrarre due tipi di risorse giovanili. Per primi i cosiddetti “cervelli”, ossia le professionalità più elevate che siano disponibili a trasferirsi nei Paesi che offrono le migliori condizioni. Si parla non solo dei tradizionali canali dell’America del Nord e dell’Europa, ma anche di Paesi asiatici e arabi che si stanno attrezzando per una migliore competitività e che, comunque, anche essi incominciano a essere afflitti dal calo della fertilità interna (Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Singapore, ecc.) compresa la stessa Cina che, dopo la disastrosa politica del figlio unico volta a contenere il sovrappopolamento, è passata all’incentivo per chi arriverà al secondo e oltre. La seconda linea è data dall’esigenza di una manodopera generica, che appare ancora troppo carente in tutto il mondo ed esistente solo in bacini come l’Africa Subsahariana che offre una massa di 241 milioni di lavoratori esportabili perché in eccesso rispetto ai lavori formali disponibili sul suo territorio.

Come possono inserirsi l’Italia, e la Sardegna come pure le altre regioni, nella competizione internazionale per l’acquisizione di risorse umane di entrambe le qualità anche rispetto al fatto che da questa si stanno tirando fuori in modo forse suicida proprio gli Usa? L’Italia che, in omaggio a una logica nativista, sembra puntare più che altro sulla natalità interna, tuttavia trovandosi al 1.4 di fertilità, quindi sotto la crescita zero, non sarà mai in grado di assicurare la necessaria sostituzione della popolazione residente. È nota la posizione contraria ai flussi migratori degli attuali partiti di governo, ma le organizzazioni imprenditoriali richiedono, soprattutto per l’agricoltura, l’edilizia, l’industria, il turismo e i servizi alla persona, sempre più manodopera straniera. Così hanno ottenuto l’allargamento delle “quote di ingresso” al limite del mezzo milione di lavoratori, ma sembrerebbe che ciò ancora non basti. Naturalmente c’è sempre chi sostiene che una soluzione potrebbe essere di impedire in qualche modo ai giovani di emigrare. Ma siccome non possono essere applicati metodi coercitivi, l’esigenza non sembra destinata a trovare appagamento, da qui la preferenza a fare leva sul rientro nel Paese di origine dei giovani che all’inizio del secolo espatriarono.

470181145_10231695149116174_2967490988066139562_n-1080x810Il rientro in Italia dall’estero sul piano pratico si rivela di ardua realizzazione. Infatti, a prescindere da chi nel frattempo si è creata una solida posizione lavorativa e ha provveduto a farsi una famiglia all’estero, all’atto pratico si sono erette le solite difficoltà burocratiche del nostro Paese a rendere possibile o semplicemente accelerare anche le cose più semplici sorrette da volontà collettive, Così le leggi finanziarie del 2010 e 2020 , che stabilivano vantaggi fiscali per chi rientrava, furono affossate dalla burocrazia statale (segnatamente l’Agenzia delle Entrate che richiedeva l’iscrizione all’Aire, poi chiarita come non necessaria anche retroattivamente dalla legge del 2020); in quel decennio più delle metà di coloro che avevano dato la fiducia allo Stato italiano ripresero la strada del rientro all’estero. In questo modo si inaugurò con un flop l’intervento pubblico nella competizione internazionale per l’attrazione dei “cervelli”.

Si può anche affrontare il problema più alla radice senza sottovalutare il fatto che, incombendo su tutto con caratteri di forte soggettività la questione dell’attrattività economica, sociale e ambientale, solo agli occhi chi proviene da aree in cui l’Italia possa essere percepita soggettivamente più attrattiva può essere destinatario delle relative attenzioni, e perciò posto al centro delle politiche di cui andiamo discutendo. Tra queste mettiamo in primo luogo proprio le aree dell’America Latina perché vi risiede la più grande comunità italiana nel mondo, mentre per quelle dei Paesi più avanzati appare più realistico attendersi un tipo di interesse basato sulla convenienza reciproca data, per esempio, da un lavoro a distanza o da un rientro parziale di iniziative.

I confronti che abbiamo avuto di recente con i giovani sardi in Svizzera, grazie alla locale federazione sarda [11], hanno dato, almeno per la Sardegna, un opportuno riscontro a quest’ultima ipotesi. Quindi, anche se può apparire a prima vista contraddittorio che un’Italia che vede i propri giovani emigrare all’estero ormai in dimensioni quasi bibliche possa costituire allo stesso tempo un’area di attrazione, con riferimento all’aspetto strettamente soggettivo, occorre in tutti i casi chiarire che questa costituisce una variabile su cui si impernia tutto il discorso del rientro. Nel senso che ciò che può apparire poco conveniente o attraente all’uno invece può esserlo per l’altro e, infine, rispetto al dato oggettivo, che tanti lati dell’economia e della produzione italiana si trovano già in linea con gli standard internazionali (la moda, l’arte e la musica colta oltre che la gastronomia di alto livello, ecc.). Tutti aspetti del problema che ci inducono a ritenere che la cosa, se ben gestita, possa alla lunga funzionare.

Tuttavia, anche questa soluzione può apparire scarsamente realistica e di non facile attuazione se si prescinde dal bacino cui attingere queste forze. Riferendomi in particolare all’Argentina, risposte in qualche modo indirette e prospettazioni di difficoltà ad attuare questi disegni mi provengono oltre che dai contatti dall’osservazione diretta. L’idea di un Paese che necessita di una maggiore popolazione deriva dalle dimensioni fisiche e dalle notevoli risorse naturali di questa realtà geografica, per la quale gli attuali 47 milioni di abitanti sono chiaramente insufficienti e non accorciano di certo le distanze abissali tra i vari centri abitati. Il fatto che il ritmo e la qualità del ripopolamento come quello avvenuto attualmente non sia esattamente ciò di cui ha bisogno questo Paese è dimostrato indirettamente dalla stessa evoluzione architettonica dei suoi centri. In essi, infatti, fanno bella mostra nelle più estese metropoli e città, come Buenos Aires, Cordoba e Rosario, antichi ed esteticamente pregevoli edifici residenziali e istituzionali costruiti nelle diverse epoche secondo i canoni del neoclassicismo o del gusto post rinascimentale e barocco – segno di una popolazione urbana di derivazione europea che aveva e non ha smesso e tuttora continua ad avere come punto di riferimento culturale Parigi, Londra, Vienna, Roma, ecc.

889546242Qui è avvenuto che, anche per l’effetto della mancanza di piani regolatori o di volontà politica di metterli in atto, la configurazione urbana si presti a essere considerata una autentica metafora dei processi di trasformazione sociale, nella misura in cui i nuovi arrivati letteralmente riempivano gli spazi interstiziali tra un edificio e l’altro con macroscopiche ed elevate costruzioni per la residenza popolare, dando vita a una discutibile mescolanza di stili il cui significato, a tacere delle cosiddette villas miserias, ossia delle periferie degradate, è che in vari fasi storiche di questo Paese i new entry hanno alterato la struttura originaria. Perciò, e ancora di più oggi, la classe più benpensante reputa che l’ingresso di popolazioni marginali dal vicino Perù, Bolivia, Uruguay, Ecuador alla fine non abbia giovato alla crescita del loro Paese ma abbiano piuttosto aggravato il carico demografico creando problemi di ordine pubblico col generare mendicità, microdelinquenza, lavoro dequalificato, bisogni abitativi e assistenziali insostenibili per la fiscalità generale e, aspetto niente affatto secondario, abbiano favorito in ultima analisi, derive populistiche come il post peronismo in Argentina. E ciò determinando, come ricorda Piemonti, la convergenza ancora attuale tra la “cultura del sussidio”, ossia l’attendersi tutto dall’altro, la “cultura dell’inflazione”, il voler tutto senza la misura del tempo e senza considerare i passi intermedi e i tempi logici di accadimento e, infine, la “cultura di massa”, vale a dire lo smarrimento dell’io nella massa informe [12].

Più prosaicamente sono venuti a mancare i gettiti necessari di una classe media che un tempo era composta in gran parte dai flussi migratori europei e oggi arranca. Per giunta la classe dirigente di origine europea, soprattutto italiana, spagnola e tedesca, giudicando il Paese poco affidabile continua a spostare le proprie risorse finanziarie in Paesi dell’Europa e dell’America del Nord, indebolendo così la condizione economica del Paese. In buona sostanza, per tornare al nostro discorso, anche l’Argentina avrebbe bisogno di un apporto consistente di popolazione ma con uno status più elevato di consumatori e professionisti mostrando così esigenze per un certo verso analoghe a quello di un Paese come l’Italia. E, in questo senso, complica un poco le nostre le nostre ipotesi e le nostre esigenze.

Questa situazione ci riporta all’esigenza di fare idonee scelte politiche in un campo in cui si intrecciano esigenze analoghe e contrapposte. Una soluzione potrebbe essere di stringere accordi tra Stati per gestire i problemi migratori, come in fondo si faceva nel Novecento quando anche i Paesi dell’America Latina, al pari di quelli europei e nordamericani, selezionavano gli ingressi, davano preferenze (al netto delle tendenze razziste) e comparti in cui impiegare eventuali arrivati. In questo senso, escludendo iniziative a senso unico, come quelle per cui i lavoratori sono richiesti nominativamente dall’Italia, potrebbe essere più vantaggioso creare una zona di libero scambio lavorativo con corsie di ingresso a doppio senso in cui chi sceglie di stare in un Paese o in un altro possa decidere sulla base di precise sperimentazioni in età giovanile che si rivelino alla lunga positive sia per chi intende eleggere una nuova residenza sia per chi intende tornare alle origini ricco di un patrimonio di esperienze, formazione e competenze.

ssssNaturalmente ciò implica innanzitutto coraggio politico ed esclude la miopia di chi chiude aprioristicamente le frontiere, ma esige accordi e interventi soprattutto di istituzioni culturali e formative come le università e investimenti da parte soprattutto di chi possiede maggiori risorse, come le regioni e lo Stato italiano, mettendo anche in conto che il maggiore sforzo finanziario dovrà essere il nostro e non quello delle più instabili economie sudamericane. Il più delle volte si tratta solo di agevolare ingressi, di riconoscere più puntualmente titoli e patenti e agire sul piano dell’esenzione fiscale. In buona sostanza il primo passo è semplificare la burocrazia mettendosi sullo stesso piano dei Paesi europei che hanno fatto dell’attrazione dei giovani una scelta di governo.

In realtà non c’è da inventare più di tanto perché tutto o quasi tutto è stato già sperimentato e realizzato dai nostri vicini. Si tratta solo di adeguare, cucire degli interventi su misura e andare avanti adeguando strumenti e iniziative a mano a mano che si creano le esigenze. In fondo gli strumenti sono sempre quelli: borse di studio, stages, ospitalità ed esenzioni fiscali, incentivi per star up miste tra italiani residenti e non. Le università ci sono, comprese quelle che operano all’estero, qui vi tengono corsi per studenti stranieri e in lingue straniere. Così pure non mancano le aziende in cui fare stage e percorsi formativi. Talvolta ci sono anche disponibilità finanziarie. Ciò che manca è la volontà politica e i quadri dirigenti necessari per sviluppare l’innovazione. Un ruolo centrale in questa politica ce lo ha proprio l’associazionismo che può costituire il giusto canale non solo per far transitare le informazioni (che appese solo alle bacheche dei consolati pochi possono vedere e ancora di meno se sono limitate ai soli siti universitari), ma anche specifiche attività informative e formative, come corsi di preparazione linguistica e culturale organizzati da enti qualificati. Tutte iniziative sulle quali può essere chiamato a collaborare e realizzare in primo luogo proprio l’associazionismo italiano all’estero.

In definitiva l’auspicio è che si creino delle porte girevoli in cui, parliamo di loro ma non solo, i discendenti degli italiani che un tempo decisero di risiedere lontano dalla loro terra, abbiano o meno il diritto alla cittadinanza del Paese dei loro padri, possano avere la possibilità di contribuire a risolvere i problemi, non solo demografici, ma anche economici e lavorativi sia del Paese in cui si sono insediati i loro antenati sia di quello da cui questi provenivano. Il problema ora è solo politico. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 
Note
[1] Proposta di legge n. 1439 presentata alla Camera dei Deputati primo firmatario On. Fabio Porta.
[2] Infatti, eccettuata la Destra storica e che si pose responsabilmente il problema di come gestire una nazione appena fondata (e da cui incominciava il grande esodo degli italiani all’estero), e i partiti dell’ultimo Dopoguerra, impegnati a ricostruire un paese quasi interamente distrutto, in tutte le altre fasi della storia nazionale le classi dirigenti italiane si sono concentrate prevalentemente sui problemi contingenti
[3] F.J. Devoto, Historia de los italianos in Argentina, Editorial Biblos, B. Aires, 2006 [ed. It. Storia degli italiani in Argentina, Roma, Donzelli 2007]: 70 ss.
[4] La qual cosa che si è ripetuta di recente per le celebrazioni del centenario della potente organizzazione italoamericana, la Niaf, in cui i nostri governanti hanno colto l’occasione per sperticarsi di lodi e di riconoscimento della centralità del ruolo degli italiani all’estero.
[5] Piemonti, G., Mantenimento e valorizzazione dell’identità italiana, giuliana e istriana in Sud America, relazione presentata a “Incontro del Sud America”, Buenos Aires, ottobre 1998.
[6] Cfr. il mio, Sardi in fuga in Italia e dall’Italia. Politica, amministrazione e società in Sardegna nell’era delle moderne migrazioni, Milano, Franco Angeli 2022, particolarmente i cap. 3 e 4: 40 e seguenti in cerco di spiegare il fenomeno del risentimento e dell’invidia che circondano chi affronta l’esperienza migratoria.
[7] Mi riferisco a trasmissioni della Rai, in particolare “Geo”, che seguo quotidianamente su Rai3, affascinato dagli stupendi servizi sull’ambiente e sul recupero delle attività e delle tradizioni particolarmente del nostro paese, ma non posso negare che esista questa sorda e sottile polemica nei confronti di chi ha abbandonato quelle realtà.
[8] Al riguardo osserva acutamente Piemonti cit. «I club e i circoli […] si muovono principalmente su due strade: con attività e iniziative introspettive e o espansive, in altre parole per l’approfondimento delle conoscenze sulle proprie radici (proiezioni verso il proprio io) o per la promozione e l’espansione del gruppo sociale (proiezione verso l’altro, la società), momenti questi che convivono con maggiore o minore conflitto a seconda dei rapporti creativi [all’interno dell’associazione]».
[9] Piemonti cit. nello specifico per cultura si intende quanto di singolare e di specifico ha una società il cui supporto è, nel caso europeo, il tessuto giudeo-cristiano-greco-latino con ragionevole ritorno alle fonti mentre per civiltà si intende quanto può essere intenzionalmente acquisito e trasmesso da una società a un’altra, un accumulo di condizioni, quindi, per il miglioramento delle condizioni materiali di vita
[10] Per questa e le successive analisi rimando al mio libro Gli italiani nel mondo e le istituzioni pubbliche. La politica italiana nei confronti dell’emigrazione e delle sue forme di volontariato all’estero Milano, Franco Angeli 2018, in particolare il capitolo 12, Istituzioni italiane e mondo dell’emigrazione in rotta di collisione: 161 ss.
[11] Risultanze che abbiamo riportato in un apposito volume, Per una Sardegna Glocal, Zurigo 2024.
[12] Piemonti, G. cit.

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Aldo Aledda, è esperto e consulente di relazioni internazionali, oltre che di fenomenologia politico-amministrativa e di flussi migratori. Suoi sono Interna Corporis. Anatomia di una pubblica amministrazione (Roma, Europa Edizioni 2013, pp. 546); Gli italiani nel mondo e le istituzioni pubbliche (Milano, Franco Angeli 2018, pp. 238), Sardi in fuga in Italia e dall’Italia. Politica e società in Sardegna nell’era delle moderne emigrazioni (Milano, Franco Angeli, 2022: 264).

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