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Emigrare, insegnare, raccontare: viatico e riscatto nel memoir di una donna siciliana

9791281700277_0_0_536_0_75di Livia Romano 

La lezione di Josephine. All for Love of Teaching, Torri del Vento Edizioni 2025, è un bellissimo diario che viene restituito dall’autrice con passione, originalità e rigore scientifico. A ben vedere, il racconto ricostruisce non solo una storia, quella della protagonista principale, ma tante storie, poiché la vita della maestra Giuseppa/Josephine si svolge come dentro ad un crocevia di questioni di interesse storico-pedagogico, storico-scolastico, storico-educativo, storico-filosofico, storico-culturale, storico-sociale e storico-politico.

Si tratta in primo luogo di uno spaccato di storia delle donne, soprattutto di storia dell’educazione e della condizione femminile: la madre – scrive Michela D’Angelo nell’introduzione al volume – vuole a tutti i costi che la figlia possa studiare nel nuovo mondo, anche per lei oltre che per se stessa, testimoniando in questo modo un desiderio di emancipazione e indipendenza femminile: «lei sperava che io potessi divenire un’insegnante e rimase sempre ferma nella sua determinazione.E la giovane Josephine studia fino a conseguire, presso la Lowell Normal School di Lawrence, il titolo di maestra elementare nel 1927. E poi due lauree, alla Boston University nel 1936 e alla Tuffs University di Boston nel 1959» (ivi:10).

Seguendo le vicende della giovanissima protagonista, Giuseppa Di Mauro,  che dalla Sicilia si trasferisce in America, il lettore scopre due dimensioni, lontane e allo stesso tempo vicine per alcuni aspetti. Viene, infatti, descritta la storia dell’Italia post-unitaria, mettendo in evidenza l’arretratezza culturale in cui questa, e in particolare il Mezzogiorno, in questo caso la Sicilia, si trovavano. La scuola non era come la intendiamo noi oggi; le scuole dei primi del Novecento erano quelle del periodo postunitario e soprattutto in Sicilia: molte fonti d’archivio restituiscono scuole urbane e rurali che non sempre corrispondevano a edifici, arredamenti e condizioni igieniche adeguati. Si trattava molto spesso di soluzioni caratterizzate da precarietà e da provvisorietà, sia dal punto di vista materiale sia per quel che riguardava le risorse umane coinvolte, come molto spesso veniva registrato dagli ispettori nei verbali di visita e nelle relazioni. Venivano messe in evidenza le condizioni assolutamente inadeguate, innanzitutto degli spazi e degli ambienti, poiché si trattava di case private adibite a scuola, improvvisate, sudicie e sprovviste del materiale didattico necessario ai bambini e alle bambine. Così le descrive l’autrice: «ancora all’alba del Novecento l’isola aveva poche classi elementari, e quelle esistenti ospitavano fino a sessanta alunni in stanze fredde e buie, con banchi di fortuna» (ivi: 29).

La piaga dell’analfabetismo era una ferita aperta, non tutti frequentavano la scuola e la situazione non era migliorata dopo la legge Sonnino del 1906 che aveva istituito nelle frazioni, nelle borgate e nei villaggi delle zone rurali le prime scuole, sia maschili che femminili. 

«Non era stata messa in conto la resistenza delle famiglie, che ritenevano i figli braccia per il lavoro. Gli spostamenti stagionali dei contadini costringevano i figli a seguire i genitori per contribuire alle fatiche nei campi, interrompendo la frequenza scolastica. Le case agricole si trovavano distanti dalle scuole rurali e, nonostante il costante impegno di parroci, maestri e maestre, furono tanti i bambini, ma soprattutto bambine, a rimanere esclusi dall’istruzione elementare» (ivi: 29-30). 

tl07-1911-208x300La piccola Giuseppa che emigra in America lascia questa situazione, una realtà, quella siciliana, dove la donna non aveva alcun protagonismo e dove il diritto all’istruzione femminile era leso, le donne dovevano soltanto essere educate a divenire mogli e madri. La scuola femminile era poco attenta all’alfabetizzazione e impegnata soprattutto nell’esercizio di pratiche religiose e dei lavori donneschi come cucito, maglia e ricamo. Al fondo c’era l’idea ottocentesca che meno la donna studia meglio è, perché la cultura può essere deleteria. Una donna che studiava non era ben vista, ella doveva istruirsi, ma non troppo; a lei si dovevano solo quelle cognizioni poi utili, una volta madre, per l’educazione dei figli: nozioni, dunque, limitate in modo da non superare il pericolo dello stravolgimento delle tradizionali strutture familiari.

Questo era il destino di Josephine com’ella stessa racconta: 

«il compito di una ragazza era considerato quello di essere una sorta di serva per il futuro marito. A un’età piuttosto precoce le donne venivano educate dalle madri e dalle zie nelle arti domestiche, come cucinare e cucire. […] Già prima della mia nascita era stato dunque scritto nelle stelle quello che io dovevo diventare. … il piano silenzioso del padre prevedeva il lavoro in fabbrica almeno fino a quando non fosse arrivato un adeguato matrimonio» (ivi: 43). 

Un altro merito del volume è la restituzione della condizione della donna insegnante, che non era trattata alla pari dell’insegnante uomo; infatti, c’era anche una differenza salariale fra maestri e maestre, una discriminazione che sarà superata in Italia soltanto negli anni Sessanta grazie a una battaglia che sarà fatta proprio da una donna siciliana deputata al Parlamento nel 1965, Anna Nicolosi Grasso, che presentò la proposta di legge di una graduatoria unica per i maestri e le maestre elementari che sarebbe stata accolta dopo dieci anni di lotte.

Quindi in Italia queste criticità relative alla scuola e alla condizione della donna-insegnante durarono per lungo tempo. E in America? Dal racconto di Josephine la situazione non appariva rosea: la scuola presentava molti problemi; anche qui si trattava, soprattutto per le donne, di una carriera molto difficile, lunga e incerta che aveva carattere di provvisorietà. Infatti, Josephine insegnò come prima esperienza in una scuola rurale e in un’unica classe che comprendeva studenti di diverse fasce di età. Ella descrive in maniera meticolosa tutti gli aspetti critici sia di questa scuola rurale in cui insegnò per tre anni, sia della precedente da cui fuggì immediatamente. Così, a questo proposito, scrive: 

«senza riscaldamento centralizzato, senza acqua corrente, senza luce sufficiente, senza infermeria, senza palestra, senza caffetteria, senza telefono, senza laboratorio artistico o spazio creativo, senza l’ufficio del dirigente, senza ufficio di orientamento, ovvero priva delle cose ritenute oggi essenziali. Solo un’insegnante dotata di buona volontà, con forniture di base e si sperava, con studenti che volessero imparare» (ivi: 89). 

Un aspetto su cui Josephine si sofferma è poi la condizione dell’insegnante donna, che anche qui doveva avere un comportamento moralmente corretto, non poteva addirittura entrare in un locale in cui si beveva del vino, non poteva interagire con persone dell’altro sesso, non diversamente dalla mentalità siciliana a cui ella era stata educata, una mentalità maschilista, dovuta forse – così dice –  alla dominazione araba, quindi alle «credenze islamiche che hanno forse avuto la maggiore influenza sullo stile di vita locale, uno stile di vita che tuttora resiste in alcuni dei villaggi più remoti dell’isola» (ivi: 44-45).

Si trattava di un’educazione su cui pesavano condizionamenti culturali difficili da superare:

«mi venne caricato sulle spalle un pesante fardello di tabù e di divieti. Il comportamento frivolo e mondano da parte di un’insegnante era proibito. “Ci sono tre sessi: uomo, donna e insegnante”. Il matrimonio era per legge vietato alle donne che sceglievano questa strada e le povere anime, diciamo avventurose, che osavano sposarsi, erano immediatamente espulse dal sacrosanto circolo dell’insegnamento. Il campo educativo era pieno di adorabili zitelle che si erano sacrificate allo Spirito Santo, e tutto per amore dell’insegnamento (ivi: 55).  

Ella stessa racconta che dopo essersi sposata era stata costretta a rinunciare al suo ruolo di direttrice a Needham a causa del divieto di insegnare imposto alle donne sposate.

Un’altra criticità riguardava la precarietà del lavoro, che veniva rinnovato annualmente, creando una continua tensione nell’insegnante che mirava probabilmente a spingerlo a fare sempre meglio: «bisognava tenere un insegnante sempre all’erta» (ivi: 110). C’era un controllo, non diversamente dalla situazione italiana, dove, come già ricordato, gli ispettori scolastici periodicamente facevano visite nelle scuole e dove le maestre dovevano avere un comportamento morale ineccepibile che andava documentato con un attestato di moralità.

Un altro tema importante che viene affrontato nel volume riguarda la storia della didattica, perché Josephine, nelle ultime pagine, racconta come sia i modelli educativi sia le metodologie didattiche fossero cambiati nel corso degli anni.

Giuseppa Di Mauro

Giuseppa Di Mauro, Josephine

Le memorie furono scritte nel 1997 e tanti aspetti nuovi erano stati introdotti nella scuola: «negli ultimi decenni – così ella scrive – si sono verificati parecchi cambiamenti radicali nel campo dell’educazione»: l’immagine dell’insegnante; problemi scolastici; edifici scolastici; management interno; espansione dei programmi; i bisogni dei bambini (ivi: 189).

A ben guardare, Josephine non accolse con entusiasmo le troppe innovazioni che erano state introdotte nella scuola e, pur avendo raggiunto il massimo grado della carriera (prima direttrice e poi consulente di orientamento), non condivideva il superamento della scuola delle tre R (reading, writing, arithmetic), perché sembrava che da quella scuola si fosse passati ad una scuola che in realtà non formava veramente cittadini. Infatti, riferiva con preoccupazione il diffondersi della violenza nelle scuole e di nuove emergenze educative che oggi, nel 2025, sono presenti anche nella scuola italiana. Questo volume ha quindi il merito di tracciare un percorso che attraversa quasi un secolo (Josephine muore a 103 anni nel 2011) restituendo, attraverso le vicende di una donna che fa ogni scelta per amore dell’insegnamento, un lungo capitolo della storia della scuola, prima italiana poi americana. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 

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Livia Romano, Professoressa Ordinaria di Storia della Pedagogia e dell’educazione presso il Dipartimento SPPEFF dell’Università degli Studi di Palermo, dove insegna Storia della Pedagogia, Storia della scuola primaria e dell’infanzia, Storia dell’educazione, Storia della Pedagogia contemporanea, Storia dell’educazione degli adulti e della formazione continua. I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla storia della pedagogia e dell’educazione nel Novecento, con particolare attenzione ai temi della democrazia, della famiglia, del cinema, della comunità, delle tradizioni orientali, ma anche all’epistemologia della ricerca storico-educativa. È delegata ai rapporti con i docenti a contratto dei Corsi di studio del Dipartimento SPPEFF. Tra le sue pubblicazioni: Storia, Scholé, Brescia 2024; Comunità, Scholé, Brescia 2024; La pedagogia di Aldo Capitini e la democrazia. Orizzonti di formazione per l’uomo nuovo, FrancoAngeli, Milano 2014.

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