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Elsa e la preziosa lezione di conoscenze e di umanità
Posted By Comitato di Redazione On 1 novembre 2026 @ 03:41 In Cultura,Letture | No Comments
di Gaetano Pennino
Quanto racconto negli episodi riguardanti i miei incontri con Elsa Guggino, descritti di seguito, è un piccolo frammento del tempo e delle occasioni che mi furono date nell’arco di circa venticinque anni di frequentazione evolutasi con il progredire delle rispettive traiettorie di vita personale e professionale.
Ricercando fra le memorie del mio rapporto con Elsa, navigo tra numerose stagioni, circostanze ed eventi che compongono una tavolozza troppo vasta perché possa restituire con respiro la complessità e la ricchezza della sua personalità.
Ciò che qui si legge è un tentativo di individuare alcuni elementi essenziali della sua straordinaria capacità di accompagnare la mia crescita con il suo insegnamento, il suo stile, l’acutissima intelligenza e il temperamento affascinante. Sono brevi tracce del suo disseminare un sapere critico sempre alimentato alla fonte di quello sguardo permeato di sentimento, compenetrazione, reciprocità; movimenti dell’animo senza i quali per Elsa nulla poteva essere ricercato, studiato, interpretato, decodificato, analizzato e, soprattutto, trasmesso.
Forse ciò che qui si legge è anche una testimonianza del rapporto di Elsa con l’altro, in questo caso un suo allievo divenuto adulto nel corso degli anni, restituita in cenni narrativi e rievocativi che ripropongono così il presupposto di ogni indagine e ricerca condotta da Elsa: la lettura del documento antropologico a partire dallo scavo nella biografia dei protagonisti e nel contesto di ogni fenomeno osservato.
Il mio primo incontro con Elsa fu una sorta di ‘accadimento tipo’ premonitore di esperienze fondative e di futuri sviluppi che condizionarono il mio destino. Nel gennaio del 1980 ero iscritto alla Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Palermo, al secondo anno del corso di laurea in lettere moderne. Fra le materie complementari avevo inserito Storia delle tradizioni popolari, il cui corso era allora tenuto dal Professore Giuseppe Bonomo. Nel primo anno di frequentazione universitaria, appena diciottenne, fresco degli studi classici consumati al liceo, avevo dato la priorità al superamento degli esami di letteratura italiana, di storia medievale, di filologia romanza e di altre materie che mi sembravano fondamentali per la mia preparazione; avevo così seguito i relativi corsi, imparato molte nozioni e soprattutto avevo iniziato ad acquisire un metodo di studio adeguato al livello universitario. Superati i primi esami, mi rivolsi alle altre materie, quelle a corredo, e, fra queste, quella insegnata da Bonomo mi sembrava una disciplina facile, alla quale accostarmi con un impegno modesto anche senza assistere alle lezioni. Avvicinandosi tuttavia la scadenza dell’esame, che per la parte monografica verteva sul testo Scongiuri del popolo siciliano (Bonomo 1978), volli orientarmi sugli argomenti che avrebbero potuto essermi proposti in quella sede e, per far ciò, decisi di assistere a una lezione tenuta da Bonomo. Al termine, non senza esitazione, decisi altresì di porre temerariamente alcune domande al Professore, che forse suonarono inopportune perché provenivano da uno studente mai visto prima in aula. Elsa, allora assistente di Bonomo e, come allora si usava, spesso presente alle sue lezioni, precedette il Professore e gli chiese immediatamente la parola, intuendo che un suo tempestivo intervento avrebbe probabilmente evitato una dura e più che legittima risposta a quella che fu, da parte mia, una vera e propria insolenza. Mi rimandò così, con garbo, ironia e sostanziale fermezza, a un breve colloquio a margine della lezione, non senza lasciare intendere che le mie domande non avevano dignità di spazio all’interno di quel momento didattico e formativo.
Il colloquio con Elsa segnò l’ingresso in una dimensione fatta di attenzione, accuratezza, sensibilità, intuito, generosità e sollecitazioni che impressero un impulso decisivo alla mia maturazione di curioso e ambizioso studente. Mi aspettavo una sorta di rimprovero, più o meno felpato; viceversa, mi trovai di fronte a una docente che, anzitutto, si interessò alle ragioni che mi avevano indotto a porre quelle domande a Bonomo. Poi mi fornì le indicazioni necessarie per chiarire i miei dubbi, lasciando trapelare che essi fossero il risultato di un approccio sbrigativo all’argomento trattato, che avrei potuto e dovuto approfondire maggiormente non in vista del superamento dell’esame, bensì di una più compiuta assimilazione della disciplina. Quando l’incontro volgeva ormai al termine, Elsa mi propose una sorta di tempo supplementare nella sua casa di via Pignatelli Aragona, dove mi recai qualche giorno dopo l’episodio in Facoltà, timoroso e quasi incredulo all’idea che una docente potesse aprire la propria casa a uno studente sconosciuto per impartirgli quelle che, nella mia percezione da scolaretto, consideravo ‘ripetizioni’.

Elsa, con Ludovico Corrao, Vincenzo Consolo (?). Enzo Guarrasi, Borgetto, al Mulino, agosto 1985 (ph. Gaetano Pennino)
La casa di Elsa mi apparve immediatamente come un luogo denso di segni e di oggetti narranti: fotografie, quadri, pitture su vetro, ceramiche, una quantità debordante di libri, pupi di zucchero, piante grandi e piccole, strumenti musicali, suppellettili ai miei occhi indecifrabili ma di sospetta provenienza esotica, sedie ricoperte da tessuti artigianali, dischi in vinile, disegni, specchi di piccole dimensioni, lampadari di antica e pregevole fattura ma di sobria apparenza, bastoncini di incenso, fogli di appunti manoscritti, scaffalature geometricamente scomposte e molto altro si alternavano sulle superfici di mobili e pareti, creando una galleria di suggestioni e un’atmosfera plasmata da una forte personalità.
Mi accolse nel suo studio, dove già si trovava una studentessa che stava concludendo quello che intuii essere un colloquio volto a definire i contenuti di una tesi di laurea, e che poco dopo andò via, salutandola con un confidenziale ciao.
Seguì un tempo esclusivamente a me dedicato, interrotto soltanto dalle incursioni del figlio adolescente, Emanuele, con le sue piccole questioni prontamente risolte dalla madre con sorrisi rasserenanti e assertivi. Non ho mai dimenticato la densità e l’incisività di quel tempo.
Mi impartì una breve lezione sulla struttura degli scongiuri oggetto degli insegnamenti di Bonomo, mi fece capire con magistrale sintesi l’importanza della loro composizione per decifrarne il valore nell’ambito della cultura popolare, mi spalancò orizzonti interpretativi per me impensabili – infarinato com’ero di letture di Bembo, Ariosto, Metastasio, Carducci, apprezzato studente ai corsi del Professore Giorgio Santangelo – e mi insinuò il principio di quella curiosità e di quella sete di conoscenza del folklore che, sostenute poi dall’acquisizione dei necessari strumenti ermeneutici, segnarono per i successivi trent’anni la mia vicenda prima di apprendista studioso e poi di etnoantropologo nella Pubblica Amministrazione.
Poi dedicò qualche momento a sondare aspetti più personali della mia vita. Sciorinai i miei studi musicali, vedendo illuminarsi il suo volto, e le raccontai qualcosa di me e della mia famiglia, compreso il momento di tristezza che stavo attraversando a causa della malattia di mio padre (che poi morì nel maggio dello stesso anno). Annotò nella sua rubrica il mio numero di telefono.
Mi congedò, consapevole della scossa motivazionale che mi aveva infuso, raccomandandomi di preparare bene l’esame, per intanto. Poi mi disse che era certa che ci saremmo incrociati di nuovo per ragioni legate alla musica e che stava completando un lavoro sulla tradizione dei cantastorie ciechi a Palermo e che forse io avrei potuto avere un ruolo, se avessi voluto. Ma prima, l’esame!
Nei mesi immediatamente successivi al nostro incontro, Elsa mi fu vicina come amica, saggia consigliera e confidente. Non si rivolse più a me solo come docente, pur rimanendo tale in ogni circostanza; esercitava il suo ruolo dispensandolo come un balsamo tra le mille difficoltà conseguenti alla scomparsa di mio padre.
Un giorno mi propose di partecipare a quella che fu la mia prima esperienza di ricerca sul campo, portandomi con sé nel teatro dell’esecuzione di un Triunfu a Santa Rosalia: una casa popolare nel quartiere ZEN di Palermo, dove gli ultimi rappresentanti della tradizione degli orbi, cantori e suonatori, erano stati chiamati per rendere lode alla Santa a seguito di una grazia ricevuta dalla padrona di casa.
Ricostruendo i fatti nell’epoca della mia maturità, posso affermare con certezza che fu una mossa strategica, una sorta di terapia d’urto che volle somministrarmi affinché sgombrassi dalla mia mente ubbie, timori, ripiegamenti e debolezze che mi attraversavano in quella fase della vita. Mi introdusse nell’arena, scegliendo con cura il set antropologico fra quelli in cui sapeva che il mio coinvolgimento emotivo avrebbe potuto essere maggiore, costringendomi a impattare con luoghi e persone, ma anche con atmosfere, suoni e perfino odori che immaginava fossero a me sconosciuti e rispetto ai quali dovevo mettere alla prova la mia capacità di non scandalizzarmi o anche solo arricciare il naso.
Al termine di quella giornata, tornai a casa con un fardello di immagini da rielaborare, musiche da riclassificare nella mia considerazione di ascoltatore abituale di musica classica e, soprattutto, con la sensazione di essere stato partecipe di un rito la cui semplicità era affatto apparente e i cui intensi significati aprivano prospettive interpretative affascinanti e molteplici.
Dopo qualche giorno riparlammo di quell’evento; Elsa, senza allestire un interrogatorio, ma inducendomi sottilmente a un serrato ragionamento, mi portò a rappresentare ciò a cui avevo assistito, fino a concludere che, al di là delle impressioni e degli aggettivi, frutto di sensazioni superficiali, che pure esposi, per poter essere sicuri di elaborare interpretazioni fondate su una corretta comprensione di quel fenomeno rituale, occorreva che il fenomeno stesso fosse analizzato in ogni sua componente, sia di testo sia di contesto. Tra tutte le componenti, in quel momento mi sfidò sul terreno delle conoscenze già presenti nel mio bagaglio e mi chiese di trascrivere le musiche e i canti, per poterli esaminare oggettivamente. (Quelle trascrizioni – arricchite dal fondamentale apporto di Girolamo Garofalo – dopo qualche anno confluirono nella pubblicazione che concluse la ricerca di Elsa sui cantastorie ciechi a Palermo [Guggino 1988]).
A quella prima indagine sul campo ne seguirono molte altre, corroborate dai preziosi seminari di formazione, denominati Metodologia della ricerca, a cui partecipavo sia come operatore e organizzatore sia come discente. La cura di Elsa nella preparazione dei suoi collaboratori era minuziosa: oltre che sulla conoscenza delle teorie antropologiche e dell’etnografia, poneva l’accento sulle tecniche d’uso delle attrezzature di rilevazione e, con grande scrupolo, ci indirizzava verso l’acquisizione di una solida capacità di analisi tecnico-musicale, per la quale fu fondamentale l’apporto teorico di Paolo Emilio Carapezza.
In poco tempo, cominciammo a darci del tu. Elsa, che nel frattempo aveva ottenuto la cattedra, mi propose poi di darle una mano al Folkstudio di Palermo, associazione fondata nel 1970 per «promuovere lo studio e la divulgazione della musica folklorica internazionale con particolare riferimento a quella siciliana» e di cui in seguito divenni segretario, e di contribuire a mettere ordine sia nelle questioni amministrative sia in quelle riguardanti la gestione delle raccolte di documenti sonori. Mi offrì importanti occasioni per verificare le mie capacità e affermare la mia personalità e, soprattutto, mi allontanò dalla tentazione di abbandonare gli studi per entrare rapidamente nel mondo del lavoro, aiutandomi a creare le condizioni più idonee per mantenermi anche attraverso qualche piccolo ruolo retribuito.
Seguì una lunga stagione di lavoro comune, che coinvolse anche un gruppo di altri studenti poi divenuti docenti, tra i quali ricordo il citato Girolamo Garofalo, Ignazio Macchiarella, il compianto Marcello Merlo, Fabio Politi, Rosario Randazzo e, dopo qualche tempo, Sergio Bonanzinga, tutti impegnati nelle pratiche di ricerca e riproposta della musica popolare nonché nel loro studio, sia sul versante strettamente etnomusicologico sia su quello connesso all’antropologia della musica.
Di quel periodo, oltre a quanto già descritto, mi resta l’immagine di Elsa, autorevole sulla scena e nel rapporto con quelli che noi ‘ragazzi’ chiamavamo ‘informatori’ (carrettieri, contadini, artigiani, pescatori, salinari), con orrendo termine mutuato dalle schede ministeriali di catalogazione dei documenti sonori. Elsa, ben diversamente da noi, grazie a un protagonismo benefico che abbatteva ogni muro di diffidenza, ma anche grazie alla conoscenza maturata nel tempo e a un’empatia immediata, li chiamava direttamente per nome; ed essi ricambiavano quella familiarità facendosi beffe di noi giovani che, con aria da professorini, frapponevamo nella relazione barriere involontarie ma nocive alla buona riuscita delle rilevazioni.
Nel corso degli anni successivi, quando ormai eravamo vicini alla laurea e poi nel periodo seguente alla laurea, Elsa decise che era giunto il tempo, per me come per gli altri componenti del gruppo, di esercitarci nell’elaborazione di saggi e contributi collegati agli esiti della ricerca etnomusicologica svolta. I lavori, se meritevoli, avrebbero poi trovato spazio in monografie, riviste o dischi della collana Albatros, con cui il Folkstudio aveva già realizzato, negli anni Settanta del secolo scorso, fondamentali pubblicazioni sul folklore musicale siciliano, e anche in cd editi dallo stesso Folkstudio (solo a titolo esemplificativo, tra molti titoli, cfr. Guggino – Pennino d. 1987, Pennino – Politi d. 1989, Garofalo – Guggino d. 1987, Bonanzinga cd. 1996).
Anche in questo caso, la sollecitazione che trasmise contribuì in modo determinante all’acquisizione di strumenti e metodi per l’analisi documentale e la scrittura tecnico-scientifica, che avrei continuato a utilizzare lungo tutto il mio percorso professionale.
Definito l’oggetto della trattazione e circoscritto il campo dell’indagine, individuavamo le questioni da affrontare e le tesi da verificare, selezionavamo i documenti pertinenti e ne analizzavamo contenuti e significati, facendo emergere progressivamente dall’analisi la trama argomentativa sulla quale avrebbe preso forma il testo. Al termine di questo percorso, Elsa interveniva con una revisione condotta con un’accuratezza, una concentrazione e una scrupolosità che non ho più ritrovato in alcuna persona né in alcun revisore con cui abbia lavorato.
Questa postura di Elsa, improntata a un rigoroso controllo della scrittura, non era esente da ripensamenti, riflessioni progressive, maturazioni lente, sovvertimenti di quanto appariva già consolidato. Non posso tacere l’acuta sofferenza che talvolta provavo nel corso di queste sessioni, che definirei laboratoriali. Elsa poneva domande sul perché avessi scritto una frase piuttosto che un’altra, pretendeva risposte chiare e nette e sovente mi dimostrava che il testo non esprimeva ciò che ritenevo di aver scritto, e ancor meno ciò che avrei voluto comunicare. Insomma, soprattutto all’inizio di questo periodo produttivo, mi sottopose a una vera e propria scuola di scrittura, che ancor oggi non so dire se abbia saputo tesaurizzare fino ad acquisire un livello stilistico degno di questo nome, tanto elevata era l’esigenza del risultato atteso. E ben si può comprendere quale fosse il modello di scrittura a cui Elsa tendeva, sfogliando la sua produzione saggistica, che, come rilevato da moltissimi studiosi, presenta talvolta uno spessore letterario pari all’originalità dello specifico antropologico della trattazione.
Elsa era lucidamente consapevole della durezza del lavoro a cui mi sottoponeva e vi introduceva, come abile compositrice di un ordito musicale, pause brevi o tempi più distesi, dai quali scaturivano vigorose ripartenze.
Delle pause brevi ricordo, per necessità di sintesi, soltanto l’attenzione con cui sceglieva e proponeva, magnificandoli, biscotti e dolciumi squisiti, accompagnati da un ottimo caffè il cui aroma si diffondeva per tutta la casa: prelibatezze selezionate con sapienza all’interno di un vasto repertorio nel quale non mancavano i dolcetti ericini, la cioccolata di Modica, la martorana delle suore e molto altro. Per i tempi più distesi, Elsa sceglieva pause di mezza giornata o di una giornata intera: talvolta, fin dalla primavera e fino al primo autunno, si andava al mare – abilissima nuotatrice, più volte mi fece temere per lei, sparendo alla vista – oppure al mulino, una sua proprietà in località Borgetto, dove si rifugiava d’estate con la famiglia, alla ricerca di una dimensione di contatto con la natura che riteneva fosse quella a lei più confacente.
Quando le pause al mulino erano più lunghe, accadeva che si organizzassero gioiose serate d’incontro con colleghi, amici e familiari di Elsa, alle quali noi ‘ragazzi’ partecipavamo come animatori musicali, portando ciascuno il proprio strumento e improvvisando riproposte di musiche e canti già oggetto delle nostre ricerche sul campo.
Nella rilassatezza di quel tempo, le discussioni che si intessevano fra i presenti, intorno a tematiche politiche, sociali e culturali, erano spesso interessantissime e offrivano a noi più giovani la possibilità di osservare e ascoltare i docenti al di fuori dei ruoli ufficiali, in atteggiamenti di una spregiudicatezza e vivacità intellettuale che non ci saremmo mai aspettati nell’ambito di un contesto universitario. Talvolta Antonino Buttitta, marito di Elsa, rubava la scena e si lanciava in prolungate e teatrali narrazioni di episodi che avevano caratterizzato la sua carriera sia politica sia accademica. Non sempre lui ed Elsa concordavano nelle valutazioni e nella rappresentazione di fatti, personaggi e punti di vista, e i loro battibecchi giocosi aggiungevano smalto alle serate.
Anche quelle circostanze si trasformavano così in occasioni di proficuo apprendimento, in un clima accogliente, inclusivo e ravvivato da sincera e affettuosa amicizia.
I miei incontri con Elsa si fecero progressivamente meno frequenti da quando iniziai la mia carriera quale ‘esperto laureato etnoantropologo’ (così era allora definita la qualifica, oggi dismessa) nei ruoli della Regione Siciliana. Elsa fu sempre attenta e curiosa rispetto al mio lavoro, nell’ambito del quale ci incrociammo in numerosi progetti e in molte occasioni in cui ebbi modo di chiederle consigli, posto che lei, nella qualità di docente universitaria, era uno dei punti di riferimento fra i consulenti dell’allora Dipartimento dei beni culturali e dell’educazione permanente. Come lei stessa mi disse, io rimanevo comunque ‘uno di famiglia’, anche se non avevamo più occasioni di vederci con la stessa frequenza di un tempo.
Nell’ultimo periodo, rispettando il suo desiderio di riservatezza, la cercai poche volte e con molta discrezione. Capivo che aveva scelto di vivere in una nuova e diversa dimensione di relazioni, di rapporti con le cose e con gli altri e che non aveva voglia di parlarne. Mi disse che ascoltava molta musica e ripercorreva molte letture. Sapevo che una silente intesa era intervenuta ancora una volta fra noi e che reciprocamente ci immaginavamo immersi nei rispettivi percorsi, ciascuno portando con sé il ricordo dell’altro.
Ne ho avuto conferma quando le diedi il mio ultimo saluto: sullo sfondo, dietro la salma, scorsi, forse non casualmente, una pianta che le avevo regalato una ventina d’anni prima e che, con il tempo, era divenuta gigantesca. Fra le ultime cose che ebbe a dirmi, quando le parlai per l’ultima volta, credo fosse il 2022, vi fu il riferimento scherzoso a una caratteristica magica di quella pianta, alla quale attribuiva la sua crescita esagerata; la sua consistente presenza manteneva sempre vivo in lei il mio ricordo.
Indelebile resterà in me la sensazione di tenerezza che provai, un sentimento mai avvertito prima nei suoi confronti, che arricchì, un’ultima volta, il meraviglioso dono della sua amicizia e la grande lezione che mi aveva consegnato.
A testo concluso, non appaia come un espediente narrativo quanto mi è accaduto: sfogliando alcuni libri di Elsa, ho ritrovato, all’interno di uno di essi, una foto della pianta. Dietro v’è scritto: «Gaetano caro, me l’hai regalata tu qualche tempo fa. Il mese scorso è fiorita. Mi è sembrato un miracolo. Non ne avevo mai vista una in fiore, né altri cui ho mostrato la pianta. Il profumo intensissimo per molti giorni ha occupato il mio studio-salotto: un insieme di magnolia, tuberosa, gardenia. E tu qui, dove adesso sono, insieme a me. Un bacio, Elsa, Pa 29 novembre 2004».
E da dove adesso sei, cara Elsa, mi sembra che tu abbia voluto consegnarmi un ultimo, ulteriore dono che avevo colpevolmente dimenticato, ma non rimosso dai miei più intimi luoghi dell’anima.
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