Napolitano decide di non decidere

elezioni_politiche

di Piero Di Giorgi

La situazione di stallo generata dal risultato elettorale rende difficile la formazione di un governo, mentre la crisi morde e la recessione fa aumentare la disoccupazione. Una grande responsabilità grava su Grillo.

Come ha scritto il linguista Tullio De Mauro, più della meta degli italiani si può considerare analfabeta. L’OCSE ci colloca a livello dei Paesi più poveri per quanto riguarda gli standard di lettura, di scrittura e di comprensione. Siamo uno dei Paesi che investe di meno in cultura, ricerca e nel sistema educativo.  Ovviamente, tutto ciò non può non riverberarsi sulla consapevolezza dell’importanza dell’esercizio della cittadinanza attiva, che è la conditio sine qua non per un reale cambiamento di un Paese all’insegna della democrazia e del primato del bene pubblico.

Le elezioni politiche del 24-25 febbraio  hanno avuto come risultato un Parlamento ingovernabile ma con alcune novità insieme a tante conferme: e’ scesa l’età media dei parlamentari ed è anche aumentata la percentuale di donne ma soprattutto il Parlamento è abitato da un nuovo protagonista: il Movimento che fa capo a Beppe Grillo.

Ciò significa che il nuovo Parlamento non sarà certamente piatto e uniforme come quello precedente, nel senso che i comportamenti di ogni forza politica erano prevedibili e senza grandi differenze e che ciascuna di esse si muoveva all’insegna dell’establishment.

La coalizione di centro-sinistra, che avrebbe quasi certamente vinto se si fosse andati alle elezioni l’anno scorso dopo la caduta del governo Berlusconi, come prassi costituzionale voleva, ha avuto la maggioranza relativa di voti, con una maggioranza bulgara di seggi alla Camera ma non ha la maggioranza di seggi al Senato e quindi non è autosufficiente per governare. Questa condizione si e’ verificata, non solo grazie all’irrazionalità della legge Porcellum, che consente alle oligarchie di nominare i deputati, ma anche per una serie di errori commessi daI PD, a cominciare dal non avere avuto il coraggio di dire no alla decisione del presidente della Repubblica di non sciogliere le Camere e andare alle elezioni subito nel 2012 e poi con il successivo appoggio incondizionato dato al governo Monti, che ha portato l’Italia in recessione attraverso provvedimenti ragionieristici e lineari, che hanno fatto pagare la crisi ai soggetti più deboli. Come se ciò non bastasse, Il PD, prima e durante la campagna elettorale, porgeva costantemente la mano a Casini e a Monti, ricevendo in cambio schiaffoni. Così, pur avendo un buon margine di vantaggio nei sondaggi, si è adagiato sulla convinzione di una vittoria ormai a portata di mano ma anche, nel timore di dispiacere Monti, non ha avuto il coraggio di esplicitare in maniera chiara e forte le riforme di cui abbisogna il Paese. In tal modo, non è riuscito a intercettare il disagio sociale diffuso, dando luogo a una comunicazione con l’elettorato quasi invisibile, in sordina, senza pathos e senza nerbo e comunque inefficace nel rendere chiara la proposta di governo e soprattutto senza entusiasmo e senza aprire una prospettiva di speranza, mentre occorreva dare l’immagine di una vera e propria trasformazione antropologica. Il centro-sinistra, tuttavia, dopo la caduta del governo Monti, ha mobilitato il proprio popolo, non approfittando, come altre volte e come d’altronde hanno fatto anche questa volta le altre formazioni politiche, ma ricorrendo a elezioni primarie, seppure limitate, riservandosi, comunque, l’oligarchia di partito una franchigia del 10% al Senato e alla Camera per gli intoccabili. Non dissimile il comportamento elettorale di SEL, che ha deluso molti militanti di base per avere fatto delle finte primarie.

Al risultato elettorale deludente del centro-sinistra ha contribuito anche la ripetizione di quel dramma che ha sempre segnato la storia della sinistra: la divisione al suo interno. Forse un patto del PD con la lista di Rivoluzione civile di Ingroia avrebbe evitato la dispersione di alcune decine di migliaia di voti e avrebbe potuto rendere possibile la governabilità al centro-sinistra. D’altronde, la lista Ingroia, nata da pezzi della società civile, è stata fatalmente vittima della logica degli apparati dei partitini e dei loro leaderini che in essa hanno confluito, cioè di quel che restava della c. d. sinistra radicale (Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Verdi) e di Italia dei valori, che hanno preferito la logica del Porcellum a quella della partecipazione dal basso.

Gli errori del centro-sinistra, unitamente alle indiscutibili capacità istrioniche e seducenti di Silvio Berlusconi all’interno di un contesto di subcultura e di una fenomenologia di psicologia di massa e d’identificazione gregaria con il leader carismatico, hanno riportato nuovamente in vita il personaggio, dato per morto, che da 20 anni condiziona la scena politica italiana. Silvio Berlusconi, che si è qualche volta paragonato a Dio, a differenza di Gesù che è risuscitato una sola volta, è risuscitato  tre volte: la prima per opera di D’Alema, all’epoca della bicamerale; la seconda, per opera di Veltroni, all’epoca del  tentativo di cambiare il Porcellum; infine, per l’opera congiunta di Napolitano, Monti e Bersani. Berlusconi, dopo avere buttato giù il governo Monti e avere costruito la sua compagna elettorale contro quel governo che aveva appoggiato, oggi propone nuovamente un patto attraverso un governo di unità nazionale pur di non restare tagliato fuori. Pretende di avere il Quirinale e antepone, nelle trattative, come di consueto, i suoi problemi personali a quelli del Paese.

La vera novità delle elezioni è stato l’irrompere nel nuovo Parlamento di una grossa compagine del M5S. Già le piazze gremite di persone di ogni età e ceti sociali, specialmente giovani, facevano prefigurare il successo del Movimento di Grillo, il quale è riuscito a intercettare la rabbia, l’insofferenza, il senso d’impotenza di moltitudini, a sintonizzarsi con la sfera del desiderio delle persone, con la voglia di partecipare, di decidere, di prendere in mano il proprio destino; ad accendere la speranza di potere sostituire all’individualismo competitivo e all’esclusione il bene comune con l’inclusione di tutti. Ed erano questi i concetti che Grillo andava esprimendo in tutte le piazze d’Italia e nel suo blog: non delegate più i vostri problemi e la soluzione dei vostri bisogni; prendete consapevolezza della vostra forza, è il popolo il sovrano; fatevi comunità solidale e organizzatevi perché lo Stato siete voi.

Non c’è dubbio che questo dovrebbe essere il percorso, un bellissimo percorso verso l’isola che non c’è, fatta di cittadini consapevoli e di uguale dignità, in cui ciascuno dedica parte del proprio tempo al bene comune, senza deleghe permanenti ma temporanee e revocabili. Ma i tempi dell’utopia e della parusia non sono dietro l’angolo, sono lunghi, forse lunghissimi, ma si deve pur cominciare e da alcuni anni si è già cominciato in svariate realtà, non solo italiane e sebbene con qualche contraddizione, di cui non è esente neanche il M5S. Grillo, per esempio non si comporta certo come un primus inter pares ma come un guru cui tutti debbono ubbidire. Non è soltanto uno che aiuta a crescere in consapevolezza e in capacita di organizzarsi in un confronto continuo, ma uno che guida, che non ammette punti di vista diversi e che rischia di trasformarsi  da leader autorevole in leader autoritario.

Oggi, dopo che il M5S è diventato il primo partito, si grida, da parte di quasi tutte le forze politiche, dei commentatori politici, degli inclusi e dei benpensanti che hanno sguazzato nelle istituzioni, “al lupo al lupo”. Si è parlato di tsunami, di terremoto, di caos. E che cosa c’e stato finora se non disordine, disequilibrio, vergognosi privilegi e scandalose disuguaglianze, protervia e arroganza da parte dei potenti, mentre gli esclusi faticano nel vivere quotidiano e avvertono tutta la loro impotenza rispetto a uno Stato che si presenta, attraverso i suoi governanti, nella veste di nemico e di oppressore? Che cosa c’e stato se non partiti non scalabili ma dominati da ras locali e da professionisti della politica inamovibili, da viceré, caudatari e reggiborse, da banchieri, manager e alti burocrati recintati e premiati da alte prebende anche quando la loro gestione era fallimentare, vassalli, valvassori e valvassini che richiamano monarchie assolute e dittature?

Penso che il M5S un primo effetto dirompente lo abbia già avuto, quello di scandalizzare i benpensanti, quelli che sono arroccati dietro rendite di posizione e ai loro privilegi, ma ha messo in allarme anche i partiti politici tradizionali, chiusi ormai nelle loro case matte e distanti dai bisogni reali dei cittadini, impermeabili ai loro problemi e al loro disagio. Qualche effetto positivo ha determinato anche nella spinta al cambiamento, a cominciare dai candidati alle elezioni, costringendo gli altri partiti a eliminare dalle liste almeno i più impresentabili. L’ha avuto, soprattutto, nel dare una scossa al PD, in particolare nella determinazione del suo leader di intraprendere la strada del rinnovamento, dando anche un preciso segnale nella scelta dei presidenti delle assemblee legislative, rivoltando la prassi di un’elezione basata su giochi di vertice e di carriere all’interno della nomenclatura di partito.

Il problema principale, data l’emergenza economica, sociale e morale in cui versa il Paese, è, oggi, quello di garantire un governo al Paese. Grillo poteva scegliere di restare un movimento di protesta e di stimolo ma ha deciso di entrare nelle istituzioni, eleggendo 163 rappresentanti di cittadini tra camera e senato e perciò bisogna sporcarsi le mani. Hic Rodhus, hic salta. Bersani, ottenuto il preincarico da Napolitano, ha anche scelto otto punti (Legge elettorale, conflitto d’interessi, legge anticorruzione, riforma della politica, misure di rilancio dell’economia e della riduzione delle disuguaglianze, riforma fiscale, disoccupazione e lavoro giovanile), che sono anche contenuti nel programma di Grillo e promettendo una squadra di governo di persone di alto livello e prestigio etico e culturale e competenti. Ha ottenuto in risposta solo insulti e improperi. A tal punto, incomprensibile appare la rigida e intransigente posizione di Grillo, che, addirittura, ha intimato le dimissioni a quella pattuglia dei suoi che hanno scelto di votare per Grasso al senato, in contrasto con quanto hanno sempre sostenuto e cioè di votare o operare una scelta di fronte a singoli provvedimenti. Siamo consapevoli della portata antisistema del movimento di Grillo e della non-volontà di fare inciuci e siamo altresì consapevoli della necessità e dell’urgenza di dare un governo al Paese.  E’ vero che Bersani è corresponsabile di una sinistra che, da parecchia anni, dopo la crisi d’identità a seguito della caduta del muro di Berlino, sembra avere dimenticato di essere nata per essere dalla parte dei poveri e degli ultimi, per perseguire giustizia e uguaglianza. Tuttavia, Bersani aveva espresso la convinzione della necessità del cambiamento, lanciando una sfida a Grillo che avrebbe potuto, per la prima volta dopo decenni, aprire la strada a riforme fondamentali. Ma ciò che è più grave è l’avere chiuso a priori la porta a qualsiasi nome potesse fare Napolitano e rinunciando a farne di propri. Confermando di fatto di aspirare a una maggioranza tutta sua e quindi una volontà di non fare ma di andare alle elezioni.

Sembra che Grillo abbia voluto rimandare a un futuro messianico ciò che si poteva realizzare adesso concretamente, in nome di una purezza escatologica, che rischia di trasformarsi in inanità e paralisi del Paese. Chiuso nel suo recinto per paura di essere contaminato, il M5S rinuncia a farsi lievito, sale, coscienza critica trasformatrice, a incidere sulla carne viva del Paese per trasformarlo. Ha lasciato cadere l’occasione storica di rinnovare e rigenerare la politica e l’etica, di rilanciare l’economia attraverso uno sviluppo sostenibile, di aprire un futuro ai giovani. Grillo, almeno, avrebbe dovuto aprire una consultazione con i suoi rappresentati, considerato che il suo movimento è espressione di cittadini che si fanno Stato. Il rapporto ISTAt-Cnel, la Confcommercio e la Commissione europea nel loro rapporto trimestrale hanno presentato un Paese in grande stato di depauperamento e con tante famiglie disperate, in condizioni di grave privazione, tante imprese che chiudono e tante altre in grave sofferenza e una disoccupazione sempre più crescente, con una concentrazione soprattutto nel Mezzogiorno e tra i giovani.

A fronte di queste condizioni, c’è Il rischio che nasca il sospetto che Grillo voglia praticare una politica del “tanto peggio, tanto meglio”, che, oltre a convertirsi in un boomerang per il suo movimento, farebbe imboccare al Paese una china assai pericolosa. Credo che la sofferenza, la disperazione che attraversa vasti strati della popolazione italiana lo punirebbe.

Napolitano, fatte le sue consultazioni in prima persona, alla fine ha partorito una commissione chiamata di “saggi”, tra cui un campione di saggezza è certamente il falco Quagliarello, cioè uno di quelli che ha votato che Ruby era la nipote di Mubarak. E mentre la situazione ristagna, noi cittadini attendiamo impotenti di conoscere come si evolverà la situazione e soprattutto se si farà un governo o se si tornerà di nuovo alle urne. Per fare cosa? senza una nuova legge elettorale, non si rischierebbe di replicare la situazione di ingovernabilità odierna?

Dialoghi Mediterranei, n.1, aprile 2013
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