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EDITORIALE

Adagio Napoletano (ph. Stefania Adami)

Adagio Napoletano (ph. Stefania Adami)

Scriviamo queste righe mentre è in corso un attacco sconsiderato all’Iran dagli esiti imprevedibili negli equilibri della complicata geografia mediorientale. Altra guerra, altri bombardamenti, altri possibili fronti di combattimento, altre devastanti prove di forza militare. Altre vittime tra la popolazione civile inerme che paga il prezzo della tirannia dei regimi, dei fallimenti della diplomazia e delle tragiche sconfitte della politica. Tutto questo accade mentre sulle coste a noi vicine la pietà del mare non cessa di restituire, insieme a fango e detriti, cadaveri maciullati, corpi mutilati, carni straziate. “Resti” di umanità. La risacca della storia o della nostra cattiva coscienza. Quei brandelli di vite spezzate, trascinate dalle correnti, quelle spoglie gonfie e nude in decomposizione riconoscibili tra i flutti per i salvagenti arancione, sono ciò che resta dei migranti – forse più di mille – in fuga da guerre e povertà, naufragati nei giorni di gennaio quando infuriava il ciclone Harry nelle acque del Mediterraneo centrale. «Il mare nulla sostiene, – ha scritto Vincenzo Consolo – nulla può esservi fondato». Il mare è un potente e ostinato testimone di verità taciute, di responsabilità rimosse. Le mareggiate sospingono a riva quanto non vogliamo vedere, ciò che ci rifiutiamo di riconoscere. Ci costringono a guardare l’orrore delle nostre omissioni, l’oltraggio delle nostre decisioni.

La cronaca scorre rapida e concitata e le immagini sfumano e si dissolvono nel flusso confuso di altre immagini che parlano del festival di Sanremo e dell’ultima svolta sul caso di Garlasco. Il monito del mare è dimenticato, cancellato. I morti, come i vivi, non sono tutti uguali, ci hanno spiegato Aime e Faloppa nel loro libro I morti degli altri. Tanto più che dei migranti annegati «non sappiamo nomi, provenienza, storie, qualcosa che li possa rendere umani, vicini, simili a noi». Non ci appartengono, sono numeri senza volto, senza identità. Possiamo “lasciarli morire”, come a Lampedusa o a Cutro, e possiamo cristianamente commentare che avrebbero dovuto non partire, restare a casa loro, così ribaltando cause e colpe e trasformando le vittime in pericolosi incoscienti che minacciano i confini delle nostre quiete e tiepide case.

Non sapremo mai chi fossero, da dove venissero, cosa portassero con sé, cosa sognassero. Non lo sapremo e non ci interessa perché, scrivono Aime e Faloppa, «il prossimo è scomparso dall’orizzonte dei nostri interessi più intimi. Viviamo un progressivo allontanamento che gli individui contemporanei stanno manifestando gli uni nei confronti degli altri». Inciampiamo sui cadaveri disseminati sulle spiagge e con questo paesaggio di croci conviviamo nell’indifferenza e nella rassegnazione. C’è qualcosa che riguarda non solo la nostra morale collettiva ma anche l’antropologia dei nostri modi di vivere e di pensare, l’incapacità culturale di riconoscerci negli altri, la scomparsa o l’indebolimento del “senso di prossimità”, del sentimento di “vicinanza”, di solidale partecipazione umana che ha sempre caratterizzato l’ethos del nostro Paese. Se è vero che sul culto dei morti e sui riti della morte si sono fondate le culture di tutti i popoli, c’è qualcosa che l’età della protervia nella quale siamo precipitati sta depositando nel sentire comune, nel complesso sistema delle percezioni e delle rappresentazioni, nell’habitus sociale, ovvero nella socializzazione di idee e gesti, principi e parole che mortificano o sopprimono diritti e regole, costumi e memorie appartenenti al patrimonio storico dell’incivilimento delle comunità e delle città.

Un giorno quando le cronache si iscriveranno nella storia, quando si racconterà questo nostro tempo dominato da Neroni e Napoleoni, le generazioni che verranno si chiederanno dove eravamo mentre si erigevano muri, si progettavano blocchi navali, si boicottavano i soccorsi a mare, si srotolavano fili spinati lungo tutte le rotte europee, si rinchiudevano nei lager dei CPR i sopravvissuti, mentre tutto questo accadeva, che cosa abbiamo detto e cosa abbiamo fatto per  denunciare le storture, i silenzi, le complicità, le responsabilità, per contrastare le narrazioni che hanno trasformato lo stillicidio dei naufragi in un rumore di fondo sempre più debole eppure sempre più fastidioso. In questo orizzonte di senso ogni corpo che riaffiora dalle onde e giunge sulle nostre coste è un terribile capo di accusa, una prova senza appello del crimine commesso contro l’umanità, la tragica conferma dell’ecatombe consumata, della strage infinita che fingiamo di non vedere, distratti dalla celebrazione dei fasti del Piano Mattei. 

Questa rivista – che guarda al Mediterraneo come ad un mare in cui tutto è già accaduto, anche quello che deve ancora accadere, un mare «sincretico, polifonico e ubiquo», come lo definisce Massimo Canevacci nel suo contributo – è nata per interrogarsi sul fenomeno delle migrazioni, nella consapevolezza che su questo drammatico ed eclatante movimento di uomini e popoli si misura e si giudica non solo la cultura politica dell’Europa ma anche e soprattutto la civiltà tout court del mondo occidentale. In questi tredici anni di vita Dialoghi Mediterranei non ha cessato di promuovere dibattiti, approfondire questioni, decostruire retoriche, tessere discorsi: tenaci fili di un ordito dipanato sulla trama complessa della storia contemporanea.

Anche in questo numero si ragiona su temi e aspetti diversi: sulle strategie suprematiste e xenofobe della remigrazione, che dagli Stati Uniti sembrano ispirare gli orientamenti politici dell’Unione Europea; su Lampedusa e il regime di frontiera che nel selezionare i corpi determina i destini dei migranti; sulle molteplici connessioni tra le crisi climatiche ed ambientali e le dinamiche dei flussi; sulla coesistenza di immigrazione ed emigrazione che, come spiega con attenta analisi Antonio Ricci, oggi interessa anche i “nuovi italiani”, i giovani di seconda generazione che, avendo costruito in Italia la propria biografia scolastica e sociale, «più compiutamente incarnano il volto plurale e multiculturale della società contemporanea», e,  come i loro coetanei italiani, lasciano il nostro Paese, notificando il clamoroso fallimento delle politiche di cittadinanza e inclusione, dal momento che «non basta garantire accesso all’istruzione, se manca la possibilità di riconoscimento e di piena valorizzazione nei percorsi lavorativi e civici». 

La guerra contro i migranti, la sopraffazione del potere sui poveri disperati che tentano le traversate, la violenza cieca esercitata dai trafficanti non sono diverse dalle atrocità consumate in Ucraina dopo quattro anni di bombardamenti e a Gaza dopo la dichiarazione enfatica di una pace beffarda che non ha affatto interrotto lo sterminio ovvero la pulizia etnica di uomini, donne e bambini. Su Gaza dunque continuiamo a discutere, anche attraverso la lettura ragionata di libri recentemente editi che hanno fatto della martoriata città palestinese un simbolo dell’immaginario culturale e letterario, una moderna Troia occupata e saccheggiata che resiste alla distruzione della propria esistenza. Gaza abusata e affamata è diventata immagine emblematica della tragedia umanitaria, vittima della reviviscenza coloniale e della crisi del diritto internazionale. Un eccidio perpetrato con il consenso, attivo o passivo, di Stati e governi, a guardar bene, non diversamente dalla sorte che toccò agli ebrei in Europa durante la Seconda guerra mondiale.

Per comprendere quanto è accaduto e sta accadendo nella Striscia, si legga tra gli altri l’illuminante contributo del giurista Lauso Zagato che sulla scia del libro di Ilan Pappé studia le radici storiche e le dinamiche politiche di un territorio laboratorio di un futuro drammaticamente possibile a livello globale. Contro ogni pessimistica prospettiva, sarebbe bello tuttavia che si realizzasse l’auspicio dello psicanalista Gérard Haddad che evoca la costruzione di uno Stato confederale di Canaan, «fondato sul riconoscimento reciproco e su un doppio memoriale – della Shoah e della Nakba – che finalmente restituisca simmetria al lutto e alla memoria». Dirà la storia se a prevalere saranno gli odî etnici e gli egoismi nazionalisti o piuttosto la forza del diritto e della ragione. 

Chissà se la storia potrà dare una risposta alle domande che pone Iain Chambers nel suo acuto indagare sul ruolo coloniale dell’Istituto di Studi Orientali di Napoli, oggi Università L’Orientale, dove ha insegnato per molti anni. Lo studioso si chiede se i colonizzatori sono in grado di decolonizzarsi, dal momento che «il regime concettuale, le pratiche politiche e le coordinate intellettuali continuano a comporre il senso del presente»: «possiamo decolonizzare noi stessi, le nostre istituzioni, la nostra lingua? (…). I palestinesi hanno il diritto di avere diritti? E perché devono sopportare il peso di secoli di antisemitismo europeo culminato nella Shoah? Non solo non sento alcuna risposta, ma non sento nemmeno le domande», conclude Chambers. 

Dialoghi Mediterranei si conferma luogo elettivo di dibattito e di confronto. Torna a ragionare sull’ultimo libro di Fabio Dei, sulle pagine che sembrano di per sé invocare, come in una sfida intellettuale d’altri tempi, la dialettica politica del dialogo critico, invitando a ripensare le scuole di pensiero del ’900 e i modelli di interpretazione dei fatti culturali e delle nuove forme delle culture popolari nonché del ruolo della soggettività niente affatto passiva o subalterna rispetto ai poteri più o meno occulti. Non meno politico è lo sguardo antropologico di Letizia Bindi, con il suo volume Territori in movimento, al centro di una riflessione collettiva su concetti e pratiche della rigenerazione nelle aree interne fragili e depauperate. Non una postura nostalgica né palingenetica, ma un approccio problematico e laico che sul terreno etnografico verifica ipotesi, interroga, ricerca, smaschera le retoriche di certe narrazioni, non edulcora i processi conflittuali, intreccia l’attenzione per le attività produttive locali con la cura dei luoghi e delle relazioni multispecie da cui dipendono le ragioni della comunità e la tutela della vivibilità. Per il carattere aperto alle molteplici implicazioni sociali e simboliche, il libro si offre ad una lettura plurale e stratificata e gli autori dei diversi contributi ne colgono e sottolineano i particolari risvolti e significati.

Il tema – come si sa – è caro a Pietro Clemente che da quasi dieci anni ormai cura su questa rivista lo spazio che ha denominato “Il centro in periferia”, volendo sollecitarci a rovesciare il punto di vista, a spostare l’attenzione sui margini, sui luoghi liminari dove si legge meglio, come in un palinsesto, il conflitto tra il logos e il caos, tra le spinte centripete e quelle centrifughe della storia. Dai paesi periferici si può meglio capire lo stato di salute del Paese, della sua democrazia, del lievito civico della convivenza, della sua capacità di tenere insieme le generazioni e le comunità del territorio. In questo numero Clemente compone un patchwork, «un caleidoscopio della vitalità e della ricchezza dei territori e dei ‘mondi locali’ fatti di musei, ecomusei, associazioni, cooperative, volontari. Questo spazio – scrive – rappresenta un’utile rassegna di pensieri, di lotte, di resistenze che si possono trasmettere tra protagonisti e che si possono “copiare” per arricchirsi delle esperienze comuni». Nel suo disegno auspica la creazione di una “rete di piccoli paesi”, «fatta di attivisti tra i quaranta e i cinquant’anni, operativi nell’impegno di frenare il calo demografico delle comunità, agendo, creando, sviluppando progetti con al centro il ‘ritorno’ ai paesi in abbandono e la volontà di combattere per la loro rinascita».

A guardar bene, rete è essa stessa questa rivista, un sistema reticolare che mette in dialogo autori, idee, luoghi, letture, memorie ed esperienze. Qui troviamo insieme lo Zen di Palermo e i ghiacci della Groenlandia, il teatro delle ombre in Turchia, Egitto e Tunisia e la serie televisiva di Vince Gilligan, rileggiamo i classici della letteratura, da Goethe a Manzoni, da Pirandello a Consolo, ma sfogliamo anche la storia e la cultura delle paste, dei vini e dei formaggi siciliani e sardi. Ci sono pagine sulla scuola tra false riforme e vere minacce, sul ruolo delle religioni nello spazio pubblico, sul prossimo referendum costituzionale, su libri, mostre, film e una sempre più ricca e raffinata antologia fotografica che merita particolare attenzione. Sulla presenza della fotografia nel mosaico compositivo della rivista non può non riconoscersi ormai una funzione autorevole, non secondaria né marginale.

Nella complessa architettura del sommario ci sono pure due scritti che propongono una riflessione sulla morte e sull’immortalità culturale e sembrano dialogare e integrarsi vicendevolmente: Sergio Todesco descrive i riti tradizionali del lutto nella cultura popolare che oggi rischiano di diventare obsoleti a fronte delle “morti digitali”, «di persone che prima di congedarsi dai propri simili hanno impresso nella rete i loro pensieri, le loro passioni, i propri sogni», così che i social «diverranno, oltre che l’archivio più ricco delle memorie condivise, il cimitero più popoloso dell’intera storia umana»; Pietro Vereni, da parte sua, muovendo dal racconto di una esperienza personale, osserva la solitudine del morto destinato a transitare nei nuovi “strani alberghi della morte”, le moderne Case Funerarie che offrono “servizi e confort” , in ossequio ad una concezione del morire inteso non come condizione ontologica della finitudine umana ma come «un “incidente” del sistema, una variabile esterna, l’interferenza di un nemico». Da qui l’esternalizzazione dei riti dell’intimità domestica (veglia e commiato) affidati al mercato e delegati alle imprese delle onoranze funebri.

In questo numero dedichiamo un focus approfondito di interventi a Lorenzo Reina, scomparso improvvisamente il 27 dicembre scorso. Lorenzo era un pastore, uno scultore, un artista visionario, un costruttore di sogni. Nelle campagne di un piccolo paese dell’Agrigentino, Santo Stefano di Quisquina, ha trasformato un pascolo in un museo a cielo aperto, una terrazza di pietre in un teatro, un mestiere e una vita in un’arte tout court. È stata una singolare figura di artista pastore o, se si vuole, di pastore artista, nella consapevolezza che l’ordine interscambiabile dei termini corrisponde alla eguale dignità delle due identità, alla loro intima e inconfondibile unità. «In nessun luogo è il mondo – ha scritto Rilke – se non dentro di noi». Il mondo di Lorenzo era quello di un ammutinato della storia, di un uomo radicato nel luogo del suo orizzonte esistenziale, nel paesaggio che era una sorta di mappa del suo corpo, di estensione di sé. Un microcosmo che era parafrasi di latitudini amplissime, speciale osservatorio del mondo, l’universo umano e poetico abitato da Lorenzo nella dimensione del continuum di natura e cultura, nell’assiduo colloquio con le erbe e i frutti, gli animali e le stagioni, la terra e il cielo, ma anche con la scrittura e la scultura, con la ricerca della bellezza e la vocazione all’arte, identificata nelle forme naturali del lavoro quotidiano.

Dentro il vissuto del pastore, Lorenzo ha coltivato le ragioni e le passioni dell’artista, ha avvertito l’urgenza di un ambizioso progetto, una grande utopia, qualcosa che ha a che fare con il monumentale e con il sacro, avendo innalzato con le pietre diseppellite e scolpite un monumento alla memoria del padre, un altare del tempo, uno scenario teatrale, un’architettura che ha dentro la stessa materia l’eco di miti e di civiltà lontane, un museo autobiografico che, in tutta evidenza, porta disseminati ovunque nello spazio en plein air i segni del suo demiurgo fondatore. Per conoscere qualcosa di questo suo mondo, di questa sua impresa affascinante e titanica abbiamo raccolto le intense e preziose testimonianze di chi lo ha conosciuto da vicino. Ma per capire la cosmologia intima e poetica di Lorenzo vi proponiamo la lettura di un suo testo consegnato alle stampe pochi mesi prima di morire. Così ha scritto nelle ultime righe, come per un misterioso presentimento: «Vivere è tutto, l’immortalità è solo nella morte, che ci trasforma in ciò che eravamo prima di nascere».

Salutiamo infine l’amico Piero Di Giorgi che ci ha lasciato appena pochi giorni fa. Direttore responsabile di questa rivista, di cui è stato tra gli ideatori e fondatori e a cui ha dato il nome, Piero ha collaborato finché ha potuto, contribuendo con le sue esperienze di pubblicista e di promotore di attività editoriali e culturali. Autore di più di sessanta articoli su storia e politica, migrazioni e diritti, educazione e scuola, letteratura e arti figurative, ha sempre scritto con passione civile, impegno morale, onestà intellettuale. Il Sud e la questione meridionale, il lavoro e i giovani sono stati spesso al centro dei suoi interessi di studioso. Nei suoi contributi alla rivista amava far dialogare psicologia e sociologia, la religione con le scienze, avendo curiosità per gli apporti conoscitivi delle neuroscienze e le nuove frontiere della fisica quantistica. Docente di Psicologia dello sviluppo presso l’Università di Roma “La Sapienza” e poi di Storia della psicologia e di Psicopedagogia differenziale presso l’Università di Palermo, ci lascia un numero considerevole di pubblicazioni. Tra i titoli più recenti: Dalle oligarchie alla democrazia partecipativa (2009); Il codice del cosmo e la sfinge della mente (2014); Siamo tutti politici (2018); Scuola ed educazione alla democrazia (2021); Personaggi straordinari del XX secolo conosciuti da vicino (2024). Per ricordarlo ripubblichiamo il testo di uno dei suoi ultimi articoli, un breve scritto di educazione civica, un appello appassionato a difesa della Costituzione, un richiamo oggi quanto mai attuale. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026

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