EDITORIALE

Foto Patrick Bar. AP, 16 Aprile 2016

Foto Patrick Bar. AP, 16 Aprile 2016

Che il mare nulla sostiene e nulla trattiene e, come nel deserto, non vi restano in superficie né tracce né impronte del passaggio dell’uomo lo aveva scritto anni fa Vincenzo Consolo in occasione delle prime imbarcazioni dei migranti colate a picco nella traversata del Mediterraneo. Verità  drammaticamente certificata dal quotidiano stillicidio dei naufragi che oggi come ieri  inghiottono e cancellano l’umanità e l’identità di interi popoli in fuga. Che i corpi scompaiano e si rendano invisibili, che nulla rimanga delle loro speranze e delle loro esistenze, dei loro nomi e delle loro storie, fa ancora più debole la nostra capacità di indignarci, più arrendevole e inconsapevole l’assuefazione all’orrore dello scandalo. Per quanto tempo ancora dobbiamo scrivere di stragi e desaparecidos, di foibe e genocidi incredibilmente consumati in piccoli tratti di mare che separano i luoghi di guerra e di fame da quelli identificati con il benessere, la libertà e le opportunità? Quanti morti ancora dovremo sacrificare sull’altare delle inerzie e inettitudini di governi, istituzioni e organismi europei? Quanti pellegrinaggi di pietà e dolore in mezzo al fango dei campi e delle trincee dei profughi sopravvissuti dovrà compiere il Papa prima che sia finalmente fermata «la catastrofe umanitaria più grande dopo la Seconda Guerra Mondiale»?

Piccole e marginali località sono diventate epicentri di una nuova geografia della postmodernità. Ne abbiamo imparato i nomi: Lesbo, Idomeni, Kios che si sono aggiunti a quelli già noti di Lampedusa, Calais, Ventimiglia. Frontiere innalzate da un’Europa che ha smarrito la memoria della sua storia e l’eredità della sua civiltà e non incrocia gli sguardi dei profughi, se ne disfa barattandoli in un gioco di reciproci ricatti con la Turchia, li costringe al rimpatrio forzato, mercifica le loro vite e i loro diritti d’asilo, in violazione di fondamentali convenzioni internazionali. Frantumato il tessuto connettivo dell’Unione pensata da Spinelli e da Schumann, il vecchio continente è spinto alla deriva dai nazionalismi del nuovo millennio, dalle pulsioni xenofobe che sull’onda delle paure collettive agitate e drogate dalle eterne campagne elettorali producono espulsioni di massa e  rimozione di ogni atto e principio riconducibile a Schengen e alla libera circolazione dei migranti. In mezzo alla simmetrica incapacità di fermarli da un lato e di accoglierli dall’altro sta tutta la imbarazzante paralisi dell’Europa, della sua profonda crisi in quanto comunità politica e culturale.

Eppure appena quattro anni fa è stato attribuito all’Unione europea il premio Nobel per la pace avendo contribuito «alla costruzione di un continente di pace e di riconciliazione» e alla promozione di un modello sociale «fondato sul welfare e la Carta dei diritti fondamentali». Oggi questa stessa Europa fa paradossalmente la guerra a quanti fuggono le guerre, scaglia lacrimogeni, fumogeni e manganellate contro i richiedenti asilo alle frontiere, lascia che siano dati alle fiamme i campi profughi e siano ostruiti i valichi e costruiti nuovi muri antimigranti. Muri e fili spinati che mentre tengono fuori gli altri da noi rinchiudono le nostre identità in un sempre più angusto ed estenuato orizzonte. Siamo davvero – come ha detto l’arcivescovo  della Chiesa ortodossa di Atene Ieronymos – alla «bancarotta dell’umanità», se dall’Olanda alla Polonia, dall’Austria alla Gran Bretagna, dall’Ungheria alla Danimarca nulla più sembra essere rimasto dello spirito democratico dei valori comunitari originari e del sentimento condiviso di sacralità della vita. Il collasso geopolitico del vecchio continente si accompagna alla reviviscenza degli egoismi nazionali capaci di coalizzarsi solo contro il nemico comune: gli immigrati.

Privati del diritto d’asilo universale che è uno dei fondamenti della civiltà giuridica europea, gli scampati al mare, ai conflitti e ai mille ostacoli naufragano nel ginepraio delle categorie selettive inventate dai burocrati di Bruxelles per fermare o frenare l’attraversamento di determinati confini territoriali. «La moltiplicazione di status – scrive Alberto Mallardo in questo numero – permette una gestione differenziale dei flussi e garantisce un filtro che possa identificare ed escludere gli individui sulla base di differenti provvedimenti giuridici. In questo contesto lo spazio d’azione garantito ai singoli individui si riduce sensibilmente». Nel suo contributo l’autore, che muove la sua analisi dallo speciale osservatorio-laboratorio di Lampedusa, rileva le molteplici criticità presenti nell’attuale sistema di controllo della mobilità non meno delle contraddizioni in ordine alla tutela dei diritti umani, affidata non solo ad iniziative istituzionali a carattere nazionale o internazionale, ma anche ad un sempre crescente numero di forze di polizia e di organizzazioni non governative e perfino private. Nell’ambiguità della gestione del contesto non appare chiaro – aggiunge Mallardo  – «se la retorica e le politiche delle istituzioni italiane ed europee abbiano teso a salvaguardare i diritti delle persone giunte in Europa o se siano state piuttosto rivolte a tutelare la cittadinanza da un’invasione».

Delle diverse prospettive attraverso cui osservare e studiare il fenomeno delle migrazioni questo numero di Dialoghi Mediterranei offre una rassegna quanto mai significativa. Chiara Dallavalle si occupa, per esempio, dei  profughi ambientali, tema lasciato spesso in ombra nell’analisi dei flussi, sebbene sia  notevole il numero delle persone costrette alla fuga a causa dei profondi mutamenti climatici e per effetto della desertificazione e della deforestazione. Cinzia Costa propone un’attenta lettura dei dati dell’Osservatorio sulle migrazioni in Sicilia per evidenziare e denunciare i luoghi comuni elaborati dal sistema convenzionale dell’informazione. Umberto Melotti descrive le rotte internazionali dei migranti nella loro evoluzione storica fino al loro intrecciarsi con i processi di globalizzazione della contemporaneità. Walter Nania e Lella Di Marco raccolgono le voci dei figli degli immigrati, rispettivamente dei giovani studenti a Palermo e delle adolescenti arabe a Bologna, che nel raccontare frustazioni, progetti e aspirazioni lasciano intravedere gli incerti profili delle loro identità in costruzione. Altri scrivono dei percorsi  tradizionali di mobilità degli italiani. Giovanni Cordova compie una originale ricognizione dei rapporti tra Tunisia e Italia, delle asimmetrie e dei conflitti nelle esperienze di ieri e di oggi. Flavia Schiavo, procedendo nella sua analisi sulle dinamiche di trasformazione materiale e funzionale dei quartieri di New York, contestualizza l’insediamento degli immigrati nel cuore dell’agglomerato urbano. Recensioni di libri offrono infine lo spunto a Francesca Rizzo per ragionare sulla complessa condizione dei minori stranieri non accompagnati costretti a viaggiare tra orrore e speranza, e a Antonio Messina per fare il punto, con l’aiuto delle pagine della sociologa Sassen, sulle “espulsioni” delle popolazioni impoverite ed espropriate delle loro terre quali cause principali dei grandi esodi. Sul Mediterraneo – mare di migrazioni, mare assassino – Tony Gentile, l’autore della popolarissima fotografia-icona di Falcone e Borsellino, ha scritto una inedita testimonianza a margine del suo straordinario lavoro di reportage a Lampedusa e in altri luoghi della Sicilia, un racconto che aggiunge al prezioso valore delle immagini quello delle storie di vita di chi, sopravvissuto ai naufragi, porta negli occhi la cupa e opprimente memoria della tragedia.

Ma, in tutta evidenza, non solo di migrazioni si occupa questo numero, che ancora una volta può contare su una grande ricchezza di contributi e nuovi prestigiosi collaboratori. Del mondo arabo ed islamico, e anche delle minoranze berbere e armene, dal punto di vista letterario, linguistico, filosofico e politico, il lettore può trovare utili elementi di riflessione negli scritti di Elena Biagi, Ada Boffa, Francesca Corrao, Piero Di Giorgi, Sebastiano Garofalo e Francesca Morando. Dei tenaci legami carsici che connettono il presente al passato più lontano delle nostre civiltà greca e latina scrivono i giovani studiosi Federico Furco e Virginia Lima, nonché Angelo Cucco e Maria Rosa Montalbano che si interessano delle tradizioni popolari attestate nelle devozioni e nei culti di santi e madonne. Da altra prospettiva, riconducono alla sfera e alla dimensione religiosa gli articoli di Marcello Fagiolo, storico dell’arte, e di Marcello Vigli, vaticanista, interpreti – ognuno dal proprio osservatorio disciplinare – delle rappresentazioni del sacro e delle relazioni tra il mondo e la Chiesa. A ricerche di etnomusicologia sono invece dedicati i saggi accurati e puntuali di Mario Sarica e Orietta Sorgi e a rilevanti temi di antropologia sociale di grande attualità i contributi di Alessandro Curatolo (sul mercato), Dario Inglese (sulla famiglia) e Gaetano Sabato (sul turismo). Della antica e mai risolta questione meridionale Rosario Lentini ripercorre posizioni intellettuali e orientamenti politici, attraverso le pagine dell’ultimo libro di Salvatore Lupo, volto essenzialmente a decostruire la lunga teoria di stereotipi accumulati nel mainstream storiografico.

Ancora una volta a intrecciare saperi e discipline sono in questo numero diversi autori. Nel segno della scrittura Gabriella D’Agostino e Vincenzo Matera mettono in dialogo l’antropologia e la letteratura; Concetta Garofalo e Stefano Montes ibridano la lettura antropologica della fenomenologia della vita quotidiana con la strumentazione semiotica; Emanuele Buttitta, Gandolfo Schimmenti e Pietro Clemente sono impegnati – tra letteratura civile e antropologia dello spazio – a tessere i fili della memoria intorno all’identità e all’eredità morale di personaggi che hanno avuto un ruolo di primo piano nella politica e nella cultura: il siciliano Giuseppe Borgese e il sardo Emilio Lussu. Infine Rosolino Buccheri si cimenta sulla frontiera più impervia, argomentando su scienza e fede e coniugando con esiti brillanti e sorprendenti  letteratura e neurofisiologia, mythos e logos, Hermann Hess e Antonio Damasio.

A guardar bene dentro il fitto e denso sommario di questo numero di Dialoghi Mediterranei è possibile ritrovare le ragioni che l’amico Nino Giaramidaro non si stanca di rivendicare: «il diritto al passato (…) questo bene anche materiale che fa parte di noi, pure se non ricordiamo – ogni giorno di più – di averlo in custodia». Nel grumo di memorie i luoghi abitati nell’infanzia custodiscono il tessuto connettivo delle nostre sfilacciate esistenze. Lo è stato Armungia per Lussu, Polizzi Generosa per Borgese. Così in fondo è anche per questa nostra piccola rivista, che vuole incrociare globale e locale, la rete e la casa, volendo leggere i segni degli spazi mobili e dilatati del nostro tempo complesso e contestualmente conservare un elementare radicamento territoriale, una geografica riconoscibilità. Perché – come scrive Pietro – «restare paese, è in un certo senso un imperativo, o un ottativo». E – come ci ha insegnato Pavese – «un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

Ripensando alla condizione dei migranti e al loro drammatico rapporto con il paese abbandonato, distrutto dalle guerre, avvolto dalle fiamme del terrore, vengono in mente i versi della giovane poetessa fuggita dal Kenia, Warsan Shire: «Nessuno lascia la propria casa a meno che/ casa sua non sia la bocca di uno squalo/ (…) la canna di un fucile/ (…) Nessuno lascia casa sua/ a meno che non sia proprio lei a scacciarlo/ fuoco sotto ai piedi/ sangue che ti bolle nella pancia/ Dovete capire/ che nessuno mette i suoi figli su una barca /a meno che l’acqua non sia più sicura della terra/ (…) Nessuno lascia casa sua se non quando essa diventa una voce sudaticcia/ che ti mormora nell’orecchio/ Vattene».

Mentre va in rete Dialoghi Mediterranei il governo della Gran Bretagna respinge tremila minori siriani trattenuti a Calais. La Norvegia concede un bonus di diecimila corone (poco più di mille euro) a quanti tra i richiedenti asilo decideranno di tornare “volontariamente” al loro Paese. A Lesbo si registrano violenti scontri tra polizia e rifugiati nello stesso campo visitato giorni fa dal Papa. Ad Aleppo un raid dell’aviazione siriana ha colpito due ospedali sostenuti da Medici senza frontiere. Centinaia le vittime. In Austria nel valico del Brennero è in costruzione una rete metallica di 370 metri di lunghezza e di 4 metri di altezza, una barriera di filo spinato presidiata da agenti, soldati della milizia e cani lupo, che taglia tutte le vie di comunicazione con l’Italia, linea ferrata, strade e autostrade, pur di impedire l’ingresso ai profughi, pronti all’assalto del piccolo fortino da espugnare. Si consuma così l’ultima idiozia, l’oscena resa finale, l’insano epilogo dell’eutanasia dell’Europa, mentre affonda l’ennesimo gommone al largo della Libia. Imprecisato il numero dei dispersi.

Buon Primo Maggio!

amnesty -RegeniDialoghi Mediterranei, n.19, maggio 2016

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