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Edgar Morin e la complessità ovunque

Morin all'università di Bergamo in ocacsione della Laurea Honoris Causa

Morin all’università di Bergamo in occasione della Laurea Honoris Causa

di Elena Bougleux

Se il mondo non fosse complesso, a breve si spegnerebbe. Adesso siamo senza Morin, e le cose vanno un po’ peggio.

Tra i tanti, tantissimi titoli onorifici ricevuti, Edgar Morin che si è spento a Parigi il 29 maggio scorso a quasi 105 anni, aveva ricevuto una laurea Honoris Causa dall’Università di Bergamo, nel lontano 2003. Io ero appena arrivata, anzi forse passavo da quelle parti un po’ per caso, non immaginando che ci sarei rimasta tanti anni. Conoscevo già bene la teoria della complessità perché nelle scienze naturali da cui provenivo era un approccio ben noto e studiato, anche se non proprio ampiamente diffuso. Le forme dell’interdipendenza tra i fenomeni apparentemente scollegati, le figure geometriche dei frattali che venivano calcolate da programmi in linguaggio dos lentissimi, e proprio per questo affascinanti, quelle implicazioni contraddittorie e non lineari mi erano familiari, ma le percepivo solo come un paradigma potenziale, come ipotesi alternative, come vie parallele e un po’ ribelli al determinismo che invece imperava, questo sì assai radicato e vincente, in tutti gli studi delle scienze.

Morin per me svolse il ruolo essenziale di collegamento, di ponte visionario e fondativo tra la teoria della complessità astratta per come veniva studiata nelle scienze, nell’informatica e nella fisica, e il mondo reale. Morin, con la sua carriera già ultradecennale la sua statura intellettuale quasi inarrivabile, fu invitato all’università di Bergamo da Mauro Ceruti che insieme a Matilde Callari Galli aveva fondato un centro di ricerca ambizioso e visionario, il Cerco, il Centro di Ricerca sull’epistemologia della complessità.

Per me, e per noi tutti, essere al Cerco era una continua visione: la complessità che diventava protagonista filosofica quotidiana, non più una teoria per leggere il margine sapendo di nascosto che poi, in fondo in fondo, saremmo dovuti tornare ai vecchi metodi e paradigmi, ma struttura del sapere intellettualmente legittimata, addirittura istituzionalmente consacrata. La teoria della complessità applicata alle Scienze umane, divenuta strumento metodologico per la lettura del mondo, delle relazioni tra soggetti, delle relazioni educative e di cura, era per Morin la conseguenza naturale di un salto epistemologico inevitabile, rispetto a cui gli attrattori e i frattali delle altre scienze apparivano semplici, in quanto calcolabili. La lettura non causale dei processi del presente invece, questa sì che richiedeva un salto epistemologico coraggioso, politico, inevitabile.

i__id10987_mw600__1xLe parole di Morin erano onnipresenti per noi, il Paradigma perduto (1974) e La testa ben fatta (1999) stavano sui tavoli del Cerco come testi di consultazione permanente, in molteplici copie. Ma più di tutti io caddi dentro ai volumi della Méthode. Sette tomi dai titoli criptici ma dal contenuto cristallino, pubblicati dal 1977 in poi, che io percorsi d’un fiato non appena ebbi nozione della loro esistenza e che ripercorro ogni volta che mi imbatto in un ostacolo, non solo di tipo metodologico (spesso). Come era possibile che questa ponderosa sistematizzazione dei problemi che facevano vacillare i fondamenti di tutte le discipline non fosse collocata al centro degli studi di tutti? In particolare mi chiedevo come potessero sopravvivere ai propri dubbi epistemologici tutti quegli scienziati (e ne conosco diversi) che quotidianamente si scontravano con le mancate risposte dei loro sistemi integrati per parti, con la mancata convergenza delle loro serie, con le risposte emergenti date da ogni sistema cellulare.

La Méthode sembrava parlare per noi, anticipava i dubbi, riempiva i gap e le lacune di sempre. Un elemento che emergeva come centrale era che non si potessero trovare risposte finali all’interno del singolo ambito disciplinare, e bisognasse percorrerne il limite, rischiare di cadere fuori. La Méthode parlava per metafore evidenti della società multiculturale e della crisi ambientale, della responsabilità condivisa intesa come forma di condivisione del linguaggio specialistico e soprattutto dell’esigenza di superare gli steccati disciplinari come di una questione di giustizia. Ad un certo punto grazie a Morin mi sembrò che studiare fosse diventato troppo semplice, che tutto fosse diventato afferrabile, finalmente tutto spiegato.  E glielo dissi, e lui rise, e mi rispose che sicuramente da qualche parte c’era ancora molto, forse tutto, da capire. Ovviamente aveva ragione, ma la generosità con cui mi dava torto mi faceva sentire ancora più minuscola di una che sbaglia.

Morin ha vissuto in un’epoca in cui gli strumenti digitali sono passati dall’essere niente all’includere tutto, credo che la sua traiettoria biografica abbia attraversato quattro o cinque rivoluzioni digitali. Lo sottolineo perché la sua visione sempre globale, sempre di larga scala, ha abbracciato spesso processi più grandi di lui e il suo pensiero ha metabolizzato tali processi, come anche le rivoluzioni digitali, con una naturalezza quasi premonitoria. La rivoluzione digitale ultima, l’emergenza dell’AI, è quella che secondo me più di tutte dialoga con una visione sistemica delle relazioni tra aree del sapere. La sua ossessione per i processi educativi, che poi informava alla base la chiarezza con cui si riproponeva di spiegare il proprio pensiero tutt’altro che facilmente accessibile, è una costante che io ho sentito via via più vicina in questi anni, in cui la didattica accademica ha preso porzioni sempre più grandi del mio tempo (alas) e che l’incontro/scontro con gli studenti è diventato pratica quotidiana dominante.

5000089560205_0_0_536_0_75Senza Morin non si potrebbe insegnare, ho pensato più volte, ma è sempre più difficile insegnare la sua visione sistemica in epoca di AI: gli studenti di oggi (e in realtà tutti, non solo gli studenti) hanno accesso in tempo zero a una quantità di informazioni infinita e la mera ipotesi di sistematizzarle è abbandonata in partenza. I problemi epistemologici, e forse le crisi, legati alla fine della causalità diretta potevano essere percepiti come urgenti solo se prima si era fatto in qualche modo affidamento, su tale casualità diretta. Ma se l’acquisizione delle infinite informazioni e conoscenze, e le forme della riflessione che ne seguono, sono invece traiettorie a zig-zag in uno spazio immenso e grigio dove le fonti non contano più e dove la sequenza è random in quanto generata da un algoritmo, allora anche la non linearità come procedimento emergente perde fascino, perde mordente perché diventa la regola, è solo lo stato immanente delle cose. In qualche suo modo caotico la non linearità e l’interconnessione sistemica sono onnipresenti, e dunque Morin aveva ragione. Con la differenza che qui, nello spazio delle fasi della conoscenza statistica AI-generated, l’umano è messo al margine e assiste al processo di caoticizzazione senza esserne protagonista, meno che mai attore. La forza del pensiero di Morin invece risiedeva esattamente nell’interpretazione di questo passaggio caotico come fortemente agito e costruito, nell’identificare l’umano sempre come il perno intorno a cui tutto il comprensibile ruota, e come il fine ultimo, politico, dell’integrazione dei saperi.

Caos, altra parola chiave, polisemica e ambigua. Il caos della teoria della complessità è generativo come certe AI, ma mentre alla fine del processo l’AI ha generato una risposta, il sistema di integrazione fra le aree del sapere non è mai uno solo, ma è molti sistemi, tutti diversi e tanti quanti sono i problemi multidisciplinari che si possono incontrare e affrontare. Ogni traiettoria che attraversa costruttivamente le aree della conoscenza, nella teoria della complessità, è unica ed è utile solo in quel dato specifico caso: in tal modo perde senso non solo la parola paradigma, ma anche si riduce al minimo la generatività della macro operazione statistica operata dai LLM.

Negli anni successivi alla sua frequentazione del Cerco all’università di Bergamo ho incontrato Morin solo a distanza, e sui testi. È proseguito un dialogo ricco e asimmetrico a molte voci che ha coinvolto colleghi, amici, ricercatori, passanti ricorrenti e occasionali nell’orizzonte denso degli incontri accademici, e in tutte le occasioni si è trattato come di un riconoscersi, di un ritrovarsi, con la percezione (chissà se illusoria) di avere un codice in comune, di condividere delle parole chiave, e mai alcun paradigma. Adesso dobbiamo essere ancora più responsabili di prima.  

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026

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Elena Bougleux, è docente di Antropologia Culturale e di Antropologia della Scienza presso l’Università di Bergamo. Svolge ricerche nell’ambito dell’antropologia ambientale e della conoscenza, in una prospettiva costruttivista e critica basata sull’etnografia e sull’analisi comparativa multidisciplinare. Ha studiato le società complesse in Europa orientale, in India (Karnataka e Kerala) e in Antartide, analizzando le comunità di laboratorio, i contesti fluviali, i processi di integrazione socio-tecnica, le interazioni umano-acqua-ambiente. Ha coordinato progetti di ricerca internazionali e unità di ricerca nell’ambito di progetti sul patrimonio industriale, la sostenibilità e l’eco-linguistica. Dal 2014 è membro dell’Anthropocene Curriculum Project. Dal 2021 coordina la Summer School Waterscapes in Heritage and Environment.
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