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Eat most, eat some, cut back on: cambiare dieta alle Isole Samoa

Posted By Comitato di Redazione On 1 marzo 2019 @ 00:45 In Cultura,Società | No Comments

 

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Bancarella di frutta in centro città (ph. Dario Pillo)

 di Dario Pilo [*]

 Il seguente lavoro si basa su una ricerca sul campo, condotta tra l’estate e l’autunno del 2016, riguardo ai temi della dieta e nutrizione nelle isole Samoa. Al lavoro personale di ricerca era abbinata un’esperienza di volontariato con una organizzazione internazionale che svolgeva delle campagne di sensibilizzazione pubblica riguardo ai temi della nutrizione per la popolazione locale.

Perché è interessante occuparsi di queste tematiche in un piccolo Stato indipendente polinesiano?  Le Isole Samoa, insieme a molte altre nazioni del Pacifico, oltre ad essere conosciute nell’immaginario collettivo per i paesaggi mozzafiato, stanno diventando tristemente note per il peggioramento dello stato di salute dei suoi abitanti e della scarsa qualità del cibo da loro consumato. Queste popolazioni hanno sviluppato una particolare preferenza per alimenti ricchi di grasso, sale, zucchero e snacks di importazione. Nel corso degli ultimi due secoli un’ondata di nuovi prodotti importati e nuove pratiche alimentari hanno alterato la dieta della popolazione, in molti casi hanno quasi completamente abbandonato gli alimenti che erano soliti consumare prima dell’arrivo degli occidentali. Questo cambiamento della dieta insieme ad uno stile di vita sedentario e più occidentalizzato, ha fatto salire esponenzialmente i livelli di obesità tra la popolazione (Ulijaszek, 2005).

Nel corso degli ultimi due decenni le popolazioni del Pacifico occupano costantemente le prime posizioni nella classifica dei Paesi col più alto tasso di persone sovrappeso e obese al mondo (Brewis, 2011). Diabete, ipertensione, cancro, obesità, malattie cardiovascolari sono entrati prepotentemente nel quotidiano di queste popolazioni, con dei livelli talmente elevati da superare quelli dei più importanti stati occidentali (Hill et al.1986).

Il cibo, inoltre, a Samoa, e più in generale in tutte le culture del Pacifico, riveste un importante aspetto sociale e socializzante (Pollock, 2011. McCullough, Hardin, 2013). Per i samoani cucinare vuol dire prendersi cura degli altri, specialmente delle persone più vicine al nucleo familiare. Le relazioni sociali, le maggiori attività e cerimonie che si svolgono sull’isola, sono tutte basate sul consumo di grandi pasti da condividere con la comunità. L’alimentazione è per i samoani sinonimo di famiglia, convivialità e socializzazione: attraverso il consumo di grandi quantità di cibo si creano o si rafforzano le relazioni all’interno delle comunità, si creano nuovi canali di comunicazione, si festeggiano eventi o si chiudono vecchie diatribe.

Schematizzando più di due millenni di storia samoana, si può notare come le abitudini alimentari delle Isole Samoa e più in generale di molte nazioni del Pacifico, sono il risultato di quattro forze di cambiamento, due provenienti dall’Est e due dall’Occidente. Le prime popolazioni che colonizzarono quest’area, i Lapita, portarono con sé nuove specie di piante come il taro e il cocco, insieme a nuovi animali come il maiale e il pollame. Ciò ha cambiato radicalmente la scena alimentare delle isole Samoa in un processo di antropizzazione che ha garantito così la necessaria sicurezza alimentare alle sue popolazioni nei secoli a venire. Il maiale e il pollame addomesticato erano consumati saltuariamente e il loro consumo era riservato principalmente alle occasioni speciali, non faceva parte della dieta quotidiana. Le carni che venivano consumate principalmente erano magre: volpi volanti (unico mammifero endemico delle isole) e quelle di piccoli uccelli selvatici. Il principale apporto proteico proveniva pertanto dalle risorse offerte dalla barriera corallina e dal mare. Era una dieta che i primi occidentali giunti sulle isole definirono monotona (Turner 1884; Churchward 1887) ma che da un punto di vista nutrizionale non faceva mancare nulla ai suoi abitanti. Le descrizioni fornite dai primi esploratori e i primi occidentali giunti nelle isole rimarcano tutte l’eccellente stato di salute e benessere delle popolazioni polinesiane e il vigore dei loro corpi: la malnutrizione doveva essere un fenomeno estremamente raro tra la popolazione. Gli unici casi di individui sovrappeso vennero riscontrati solamente tra le persone di alto rango (Baker, 1986. Ryutaro, 2007).

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Brochure illustrativa (ph. Dario Pilo)

La seconda ondata di cambiamenti è arrivata con i primi occidentali che hanno introdotto nuovi alimenti e pratiche alimentari, iniziando così un processo di transizione nutrizionale tra la popolazione locale. Nell’ultimo secolo e mezzo nuove forze di cambiamento sono arrivate dall’Oriente e dall’Occidente portate da migranti giunti specialmente dalla Cina. Le pratiche alimentari dei samoani subiscono l’influenza occidentale a partire dal 1830, anno in cui la London Missionary Society attraccò le proprie navi nelle isole Samoa (Turner, 1884; Bindon, 1982). Per quanto riguarda le tematiche qui analizzate bisogna sottolineare come i missionari abbiamo introdotto nuovi strumenti per cucinare (stufe, pentole, padelle) e nuove modalità di cottura come la frittura a discapito di quelle tradizionali. I missionari portarono con sé sale e zucchero che fanno capolino per la prima volta nella dieta dei samoani insieme a scatolette di carne, pesce e farina. Le pratiche e le preferenze alimentari dei samoani cominciano a cambiare e così pure la loro dieta ma, cosa più importante, il loro senso del gusto inizia a propendere sempre di più per il dolce, il salato e il grasso. Infatti le carni introdotte dagli occidentali erano estremamente grasse e non avevano niente a che vedere con le carni disponibili nell’isola. I samoani acquisiscono immediatamente un senso del gusto e del piacere nel consumare questi prodotti arrivati grazie ai pālagi, gli stranieri.

 Oggi le principali fonti di energia e proteine tra la popolazione sono diventate: carne importata, pane, pesce in scatola, riso, zucchero, burro, alcolici e bevande zuccherate (Baker P.T, Hanna, Baker T.S. 1986. Bindon 1984). Progressivamente è diminuito il numero di pasti preparati a casa ed è aumentato il consumo di cibo proveniente da fast food e snacks, mentre è diminuito quello di frutta e verdura fresca (Popkin 1998). Alimenti come il riso, introdotti nel Pacifico dai Paesi occidentali negli anni sessanta del XX secolo, con l’obbiettivo di poter garantire la sicurezza alimentare di queste popolazioni, hanno creato un’alternativa al consumo, più salutare per la dieta, di taro e pianta del pane (Pollock, 2011).

Nel ricordo dei più anziani il cibo tradizionale richiama una “Samoa” che non c’è più ed una dieta che è cambiata radicalmente nel corso degli ultimi due secoli sotto le spinte della modernizzazione e globalizzazione. Così dipingeva la situazione una vecchia signora da me intervistata.

 «Stiamo cambiando le nostre vite, ci stiamo focalizzando su uno stile di vita moderno. Molte persone oggi arrivano a Samoa da fuori. Prima non avevamo i soldi per comprare certi cibi. Avevamo soltanto mango, papaia e cocco. Tutti mangiavano frutta, specialmente i più piccoli. La dieta è cambiata negli ultimi 30 anni, non torneremo più indietro. La mia famiglia mangiava banane, taro, pianta del pane. I miei nipoti non ne mangiano. Questo mi rende molto triste».

Tra i più è credenza comune che lo stato di salute della popolazione sia degenerato con l’arrivo degli Europei e che i cambiamenti della dieta e nelle abitudini alimentari, introdotti con il loro arrivo, siano stati l’inizio del declino: molti sono convinti infatti che l’alimentazione pre-coloniale modellasse corpi sani e che il ritorno alle abitudini alimentari del passato sia l’unica soluzione ai cambiamenti devastanti operati dalla modernizzazione e globalizzazione (MacPherson C., MacPherson L. 1990). Così descriveva le sue perplessità una mia intervistata.

 «La gente dovrebbe tornare a mangiare i cibi locali, se guardi le vecchie foto di Samoa non troverai neanche un samoano grasso. Vedrai solamente persone magre, in forma. Da poco sono stata ricoverata in ospedale, una delle cose più spaventose che ho visto è che tutti i pazienti erano estremamente giovani. Uno aveva avuto un infarto, aveva soltanto trentatré anni. Era pieno di pazienti col diabete. Quando ero giovane non era così, ci sono troppi giovani negli ospedali. Tra le nuove generazioni ci sono troppi malati».
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Lezione di zumba (ph. Dario Pilo)

Questa presa di coscienza sta interessando tutta la popolazione, attualmente anche nei villaggi più isolati e distanti dalla zona urbana si è sentito quanto meno parlare delle tematiche legate alla nutrizione. Nella zona urbana nell’ultimo decennio si è assistito ad una vera e propria primavera dell’informazione, portata avanti dal Ministero della Salute per sensibilizzare la popolazione. Anche gruppi di privati cittadini hanno creato dei workshop e lezioni sulla nutrizione con il sussidio di piccole radio e gruppi su internet. Tra questi, i più seguiti dai samoani sono i corsi di zumba (lezione di fitness musicale di gruppo) che vengono svolti in gran parte dell’isola e favoriscono un utile primo approccio alle tematiche legate ad una vita e dieta sana. Le lezioni, oltre ad essere svolte nei villaggi settimanalmente, vengono programmate anche nelle tv locali. Si tratta di lezioni pre-registrate nelle quali un istruttore svolge una lezione che può essere replicata in contemporanea comodamente a casa.

Tuttavia non è tutt’oro quello che luccica, anzi, una delle cose che più mi ha colpito è che durante le campagne di sensibilizzazione pubblica o le lezioni di zumba, venivano offerti alimenti non in linea con la dieta consigliata: spesso snack e bevande zuccherate.

L’impressione principale che ho avuto nel corso delle visite nei villaggi è che alla fine della giornata, di quanto era stato detto e spiegato, rimanesse ben poco e che tutti continuassero imperterriti con le proprie abitudini alimentari. In molti gettavano, senza leggere, le brochure illustrative che venivano fornite creando non poche difficoltà a chi si occupa di pubblicizzare questi eventi. Nonostante tutto però l’atteggiamento della maggioranza era accondiscendente nei confronti dei volontari, medici e nutrizionisti. Non ho mai sentito qualcuno che affermasse apertamente di non essere interessato anche perché fa parte della loro cultura rispettare il proprio interlocutore, specie se straniero.

 I samoani quando si parla di una malattia o altre patologie tendono a scherzare o ad essere molto fatalisti. In molti sono sinceramente convinti che si possa fare ben poco per curare determinate patologie e che intervenire attraverso l’utilizzo di medicinali non possa che peggiorare la situazione, avvelenando ulteriormente il corpo. Se ci si ammala gravemente vuol dire che è giunta la propria ora: in fondo morire tocca a tutti, prima o poi. Puaina (2008), in un suo articolo che prende in esame l’impatto della cultura tradizionale (fa’asamoa) sulle pratiche di prevenzione del cancro, nota come molti samoani si rifiutino di farsi visitare per le ragioni sopracitate e che molti pazienti che avrebbero bisogno di sottoporsi a dei trattamenti di dialisi a causa di patologie dei reni preferiscano vivere come hanno sempre fatto piuttosto che farsi curare.

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Campagna di sensibilizzazioone ad Apia (ph- Dario Pilo)

Per quanto riguarda le campagne di sensibilizzazione pubblica ho preso a modello quelle sviluppate dalla Heart Foundation-Pacific Heartbeat, un’organizzazione supportata dal Ministero della salute che produce degli opuscoli illustrativi molto dettagliati. Lo slogan di questa associazione era il seguente: mangiare più sano può essere facile. Perché non iniziare con qualche semplice passo? I semplici passi in questione, per una buona salute, erano i seguenti:

Mangiare cibo proveniente dai quattro gruppi alimentari:

1) Carne rossa, carne magra, pesce e frutti di mare, uova e frutta secca;

2) Latte e prodotti derivati dal latte;

3) Pane e cereali;

4)  Frutta e verdura.

 - Mangiare cibo a basso contenuto di grassi, sale e zucchero.

- Mantenersi in forma facendo regolare attività fisica.

- Bere almeno 8 bicchieri di liquidi al giorno.

- Consumare alcool in quantità limitate: non più di tre bicchieri standard per gli uomini e non più di due per le donne. Un bicchiere standard è un piccolo bicchiere da vino o da birra (30ml).

Il modello alimentare consigliato veniva sviluppato secondo il concetto di porzioni e calorie, venivano pertanto indicate in maniera illustrativa le quantità massime da consumare per ogni gruppo.

Tuttavia la cucina samoana si basa sugli insegnamenti che vengono tramandati di generazione in generazione. I pochi libri di cucina che è possibile trovare sull’isola sono troppo costosi per la maggior parte della popolazione, sono tutti scritti da chef internazionali nel tentativo di far conoscere la gastronomia samoana nel mondo. Nella preparazione degli alimenti non si calcolano con precisione gli ingredienti o le quantità, bisogna sempre cucinare in abbondanza mescolando gli ingredienti fino a quando chi cucina ritiene che abbiano ottenuto il giusto sapore. Generalmente, alla popolazione, viene consigliata la totale eliminazione del grasso animale prima della cottura e di utilizzare al minimo la crema di cocco per cucinare le pietanze. La frittura veniva sconsigliata a priori in quanto considerata non salutare.

Alcune di queste indicazioni si scontrano con le principali abitudini alimentari dei samoani. Per esempio: il consumo di verdure non ha mai fatto parte delle abitudini alimentari di questo popolo e sono i samoani stessi ad ammetterlo, quando interpellati a riguardo. Per molti le verdure non sono altro che cibo da dare ai maiali e alle galline, come raccontava divertita una mia informatrice.

«Le verdure veramente ricche di nutrienti sono quelle che crescono nei nostri giardini. Hai assaggiato gli spinaci samoani (laupele)? Qua li danno principalmente ai maiali. Non so perché, è la verdura più nutriente che abbiamo. Dovresti provarla. È molto buona. Un mio amico ci ha pure fatto le lasagne all’italiana. È la verdura più ricca di nutrienti che abbiamo sull’isola»

Sono in molti a possedere un piccolo orto ma, così come per le piantagioni più grandi, vengono destinate maggiormente alla coltivazione del taro e alberi da frutta. La maggioranza della verdura pertanto è di importazione ed è acquistabile nei supermercati.

Se il consumo di verdure ha un ruolo marginale nell’alimentazione possiamo tranquillamente affermare che siano dei grandi mangiatori di carne. È l’alimento più ricercato ed apprezzato in tutti gli strati della popolazione, non deve mai mancare durante i grandi eventi. Tre sono le qualità principali che possiamo attribuire alla carne disponibile in commercio a Samoa: l’alta percentuale di grasso; il costo irrisorio; il fatto che sia importata. In commercio sono disponibili soltanto cosce e alette di pollo. Il petto, la parte tendenzialmente più magra, non è commercializzato nei maggiori supermercati. Infatti, se le carni bianche per gli standard occidentali risultano essere una carne magra a Samoa, paradossalmente, risulta essere la più grassa in commercio: contiene infatti una percentuale di grasso che va dal 18% al 28% e pertanto forniscono un apporto calorico maggiore del 25% rispetto a quelle consumate in Europa (WHO, 2003).

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Fast food cinese in centro città (ph. Dario Pilo)

La maggior parte delle campagne di sensibilizzazione promosse dal Ministero della Salute (ma anche quelle che vengono trasmesse nelle radio ed alla televisione) sono di stampo biomedico occidentale e a Samoa trovano un uditorio che difficilmente può comprenderle e condividerle appieno. Certo, la popolazione inizia ad interiorizzare molti dei principali messaggi che vengono pubblicizzati, si tratta perlopiù di slogan che vengono memorizzati in quanto tali e che trovano anche un richiamo nella memoria visiva grazie alla presenza nell’area urbana, sempre più frequente, di cartelloni pubblicitari promossi dal Ministero della Salute. Calorie, gruppi alimentari, carboidrati o proteine sono concetti che non trovano riscontro o corrispettivo nella cultura samoana. L’alimentazione e il concetto di salute sono trattati in queste campagne secondo gli standard e i canoni occidentali senza tenere conto della cultura e delle usanze della popolazione. Molte campagne di salute pubblica sono estremamente simili nei contenuti a quelle che si potrebbero incontrare in Europa. Bindon (1984) notava, nella sua ricerca sulle Samoa Americane, che negli anni 80 le campagne di salute pubblica erano tali e quali a quelle che venivano pubblicizzate negli Stati Uniti. Infatti, una dieta ed una alimentazione sana non possono essere categorizzati e concepiti come degli universali per tutte le culture del mondo.

In Occidente generalmente essere in salute significa avere un corpo sano e quindi libero da malattie, pertanto la salute è prettamente legata alla sfera del singolo e slegata da quella della relazioni sociali e della cultura in quanto attinente ai processi biologici che regolano il nostro stato di salute (Wiley e Allen, 2009). A Samoa il concetto di salute ha a che vedere non con il singolo ma piuttosto con il concetto di comunità e nucleo familiare. Essere in salute significa vivere in armonia all’interno del proprio villaggio e famiglia. Perché ciò avvenga bisogna essere generosi con i propri parenti e la comunità mantenendo gli obblighi familiari e instaurando in tal modo delle buone relazioni sociali (Hardin 2015). In una società in cui il singolo lascia spazio alla collettività del nucleo familiare e alle dinamiche di villaggio, mettersi a dieta, secondo i canoni occidentali, può incontrare delle barriere culturali ma anche logistiche. Sono gli stessi samoani a esprimere le proprie perplessità davanti a questi argomenti.

Generalmente come abbiamo visto i pasti vengono consumati collettivamente, preparati per tutti da una, massimo due persone. Il concetto di prepararsi i pasti da solo non è molto apprezzato né preso in considerazione. Si capirà che in questo modo è difficile imporre alla propria famiglia un cambio repentino di dieta che preveda il taglio di grassi, zuccheri o di cambiare radicalmente le modalità di cottura e preparazione degli alimenti. Anche la semplice richiesta di bere del tè non zuccherato può essere malvista in quanto comporta il fatto che tutti debbano berlo senza. L’individualismo mette in difficoltà il gruppo: è per questo che quando si svolgono le campagne di sensibilizzazione nei villaggi si cerca di coinvolgere il maggior numero possibile di persone o addirittura di mettere a dieta interi villaggi, spostando quindi l’intervento dal singolo alla collettività.

Durante la mia frequentazione nei villaggi in molti hanno espresso più di un dubbio di fronte al cambio di dieta, sottolineando il fatto di non avere voce in capitolo sul cibo che si preparava a casa,  di mangiare quello che veniva servito senza pensarci troppo o creare problemi. Inoltre il fatto di voler mangiare diversamente dagli altri può essere criticato in quanto potrebbe essere visto come un atteggiamento da straniero.

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Piccolo negozio che vende snaks (ph. Dario Pilo)

Come sottolinea Rochelle (2013) chiedere ad una persona di mangiare diversamente dalla sua famiglia, anche se per motivi di salute, può essere estremamente difficoltoso. Altrettanto accade quando si devono curare patologie come il diabete che richiede elevati livelli di autocontrollo e disciplina. Un paziente diabetico deve cercare di prendere regolarmente le proprie medicine, cambiare il proprio stile di vita e di dieta per evitare il sopraggiungere di patologie più gravi.

Un altro aspetto mai preso in esame dalle campagne della salute pubblica è proprio quello della convivialità e del gusto. Molto spesso l’invito a bere il tè e mangiare qualche snack è un invito a socializzare, rifiutare può essere considerato una mancanza di rispetto. Molte persone affette da diabete che ho incontrato nei villaggi hanno espresso tutta la loro frustrazione riguardo queste dinamiche. In quanto la maggior parte delle cerimonie e eventi degni di nota della comunità si basa sul consumo di grandi quantità di cibo, pur sapendo di non poter consumare certi alimenti preferiscono non frapporre gli obblighi della comunità al proprio stato di salute.

Le campagne della salute pubblica da questo punto di vista sono troppo aggressive. Per i samoani consumare questo tipo di alimenti è sinonimo di piacere, in quanto non viene colto il loro valore nutrizionale. In molti si trovano disorientati a cambiare così repentinamente il proprio stile di vita e modo di alimentarsi. Questo è l’aspetto che più suscita rimostranze da quello che ho potuto sperimentare nei villaggi e nella zona urbana. Molte donne fanno candidamente notare come loro il tè senza zucchero non riescano a berlo o come trovino assurdo dover buttare il grasso della carne. Così faceva notare una signora durante una visita ad un villaggio:

 «Come faccio a buttare il grasso del pollo? A me piace. E poi ho cinque bambini da sfamare, se butto il grasso non mi rimane nulla da mangiare per me e i miei figli. Non posso permettermi di buttare da mangiare così».

Anche il consumo di carne grassa è particolarmente apprezzato non solo per il suo gusto ma anche per la capacità di fornire senso di sazietà se consumata in grosse quantità. Chiedere di buttare il grasso della carne prima o dopo averla cucinata vuol dire non conoscere le abitudini alimentari dei samoani né tanto meno la qualità della carne che viene consumata e commercializzata e per molti il dover buttare così tanta carne è uno spreco inaccettabile.

In nessuna campagna di sensibilizzazione ho mai trovato un processo graduale che aiutasse la popolazione a sperimentare la preparazione e il consumo degli alimenti con meno crema di cocco, sale e zucchero. Il loro palato e senso del gusto ormai sono abituati ad un certo tipo di alimenti e come abbiamo visto, hanno difficoltà oggettive a consumare alimenti con gusti diversi. La soluzione, forse, sarebbe cercare un punto di incontro e iniziare a diminuire gradualmente le quantità di questi alimenti dannosi. Nel mio piccolo era quello che consigliavo di fare nei villaggi alle donne quando si parlava di zucchero nel tè: «Perché lo dovete bere senza zucchero? Provate a metterne un po’ di meno».

Dialoghi Mediterranei, n. 36, marzo 2019
[*] Testo della relazione presentata al Convegno internazionale “Peoples and cultures of the world”, Università degli Studi di Palermo, 24-25 gennaio 2019.
 Riferimenti bibliografici
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 Dario Pilo, laureato in Antropologia e Storia del mondo contemporaneo all’Università di Modena e Reggio Emilia con una tesi sui temi della dieta e nutrizione nelle Isole Samoa, i suoi principali ambiti di interesse e di ricerca sono: cultura materiale, antropologia e storia delle Isole Samoa e della Polinesia. Si è occupato anche di antropologia museale: da maggio ad agosto 2018 ha svolto un tirocinio presso l’ Asia and Pacific Museum di Varsavia col progetto Erasmus+ dove ha collaborato allo studio, analisi e schedatura di oggetti provenienti dal Pacifico e materiali d’archivio.

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