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“Earth’s Cry Heaven’s Smile”. Alcune notazioni su Europa e geopolitica

todd_deifaitedi Enrico Palma 

Occidente e nichilismo 

Per quanto concerne la storia del mondo – quella che già Hegel in modo filosofico-ricostruttivo, alla luce dell’appropriazione dello Spirito di sé, aveva chiamato Weltgeschichte – non risulta solo importante il luogo, lo spazio, dai quali essa viene raccontata. Decisivo è il come della narrazione, o per meglio dire il punto di vista adottato. È questo il caso di un libro già divenuto giustamente di riferimento, La Défaite de l’Occident di Emmanuel Todd, che rappresenta, se nella sua lettura lo recepiamo dal côté occidentale (che è il nostro, nonostante tutto), un esempio chiarissimo di quelle che Eco o la socio-linguistica definirebbero una contro-narrazione, almeno in un paio di sensi, entrambi convergenti tra di loro. Con l’intenzione, da un lato, di andare contro, e oltre, le narrazioni spesso capziose e sostanzialmente fumose degli apparati d’informazione occidentali, che hanno messo in piedi una storia volta a giustificare l’operato internazionale degli ultimi anni, dalla questione ucraina a quella mediorientale, fino al punto da condurre, se le contraddizioni logiche non bastassero, a una reazione di sincero disprezzo, il tutto senza alcun interesse demolitore o patetica indulgenza nel sensazionalismo; dall’altro, di offrire un’argomentata, lucida e priva di pregiudizi – e dunque, già per questo, scientifica – visione dello status quo che potrebbe far comprendere, oltre che descrivere, le attuali dinamiche geopolitiche nella loro verità. E, almeno per l’Occidente fondamentalmente americano, la diagnosi e la prognosi di Todd non sono confortanti.

Detto in breve: l’Occidente, così come lo abbiamo conosciuto, dopo secoli di incontrastato dominio dapprima nel Continente europeo e poi in quello nordamericano, sta giungendo al collasso, se volessimo dirla con il profetico Spengler al suo tramonto, in favore dell’Oriente del mondo verso il quale il Weltgeist si è già spostato, in realtà, da diverso tempo. Le cause individuate da Todd sono molte ma possono essere ricondotte sostanzialmente a un’entità politica e a un processo: gli Stati Uniti d’America, in evidente crisi, e la secolarizzazione, il fatto cioè che le società occidentali, dismettendo quell’habitus religioso che da sempre le ha contraddistinte, specialmente cristiano nella sua declinazione protestante, starebbero inesorabilmente dissolvendo quel collante e quella carica politica, sociale e culturale che le hanno mantenute salde internamente e dominanti esternamente.

Se il motore religioso è stato quello che più di ogni altro ha caratterizzato la prassi occidentale, il suo inceppo nella struttura interna delle società ha determinato, secondo Todd, lo sfaldamento delle relazioni strutturali forti e, di conseguenza, l’indebolimento nei confronti delle realtà extra-occidentali, in cui tale processo è sì avvenuto ma in modo da non essere deleterio e depauperante.

In tutto questo, benché Putin e la Russia abbiano assunto nell’immaginario collettivo occidentale coltivato dai media il volto del tiranno satanico (per Todd, in verità, un satana redentore), essi non hanno alcuna volontà di proporsi quale nuova prima potenza del globo, perché non ne hanno, prima ancora che gli strumenti, l’interesse. La sedicente crisi russa non avrà effetti negativi sul mondo, quanto invece, al contrario, l’avrà quella degli Stati Uniti, che porteranno con sé tutto il resto dei Paesi a essi alleati, primo tra tutti l’Europa. «Aucune crise russe ne déstabilise l’équilibre mondial. C’est bien une crise occidentale et plus spécifiquement américaine, terminale, qui met en péril l’équilibre de la planète» [1].

Gli Stati Uniti hanno sempre avuto una proiezione globalistica e imperiale, motivata strutturalmente dalle ragioni interne della loro economia sfrenatamente capitalistica nella sua accezione neoliberista. La storia del Novecento, togliendo le due guerre mondiali, è piena di ingerenze americane in territori ben lontani dai loro confini. Si potrebbe dire, senza esagerare o distorcere, che non c’è stato luogo del pianeta in cui gli Stati Uniti non abbiano portato qualche marine o fatto detonare un ordigno.

Il peccato originale degli Stati Uniti d’America, e per converso dei Paesi europei che ormai, secondo Todd, fungono da vassalli e da meri esecutori di compiti, finanche obtorto collo, sta nella prevaricazione e nella volontà di dominio spregiudicata e incontrollata, per nulla consapevole e rispettosa, o solo in parte, della pluralità geopolitica che si esplica nella presenza di altre realtà statali, con una loro storia e una loro cultura, certamente più avveduti dell’equilibrio mondiale che viene sistematicamente compromesso dalla parte occidentale delle cose. «Le système occidental actuel aspire à représenter la totalité du monde et ne reconnaît plus l’existence d’un autre» [2], elemento che palesa tutta la debolezza dell’Occidente anche rispetto alla Russia, la cui forza, al contrario, «est de penser en termes de souveraineté et d’équivalence des nations : tenant compte de l’existence de forces hostiles, elle peut assurer sa cohésion sociale» [3].

Sarebbe difficile immaginare, senza il giusto contesto, una Russia rispettosa della sovranità degli Stati altrui, persino del wilsoniano principio di autodeterminazione dei popoli, e dell’equilibrio geopolitico quando, di fatto, è stata proprio lei a invadere l’Ucraina e a iniziare le ostilità. Questo lo si potrebbe affermare senza l’avanzata della Nato a ridosso dei confini russi, che altrimenti vuol dire l’Ucraina, di cui in pagine molto attente Todd restituisce la frammentarietà etnica e linguistica, soprattutto nella parte orientale.

9788867230037_0_350_0_75Nella lettura di Todd, questa guerra, piuttosto che danneggiare la Russia – bersagliata dal mondo occidentale con le sanzioni divenute ormai proverbiali, condannandola a un inevitabile suicidio, il cui unico responsabile sarebbe un folle tiranno a capo di un regno anti-democratico e ultra-conservatore – sta invece minacciando fatalmente proprio l’Occidente, in special modo l’Europa, la quale piuttosto che trarne beneficio ne è stata pesantemente condizionata, pensando soltanto alle spese militari in aumento (a tutto svantaggio degli altri servizi essenziali: istruzione, ricerca, infrastrutture, sanità) e alla notevole spirale inflattiva dalla quale Putin, affacciandosi a Oriente verso Cina e India, si è prudentemente posto al riparo.

La Russia, invece che disgregarsi, appare invece come un Paese solido: diversamente dai Paesi occidentali, gode ancora di una stabilità interna dovuta a una robusta coesione sociale, che dal punto di vista antropologico si spiega con la forte configurazione patriarcale della famiglia, l’impermeabilità alla questione del transgender e la mancanza di un individualismo spinto che erode le relazioni di base, prima di tutto la coppia e la famiglia. Afferma Todd:

«Nous devons aussi comprendre que ce qui a fait la solidité de la Russie, ce qui lui a permis de préserver sa souveraineté dans un système mondialisé, c’est sa capacité spontanée à empêcher le développement d’un individualisme absolu […] Il subsiste en Russie suffisamment de valeurs communautaires – autoritaires et égalitaires – pour qu’y survive l’idéal d’une nation compacte et que réapparaisse une forme particulière de patriotisme» [4].

Soltanto una nazione solida nelle relazioni sociali può mostrarsi tale anche nello scenario politico internazionale. E questo è il grosso pericolo che incombe in Occidente.

A mio avviso, il punto più intrigante della riflessione di Todd è l’individuazione della crisi dell’Occidente nella trasformazione religiosa del mondo contemporaneo, o per meglio esprimersi nella sua quasi totale erosione. Il tema, però, non è tanto cosa è scomparso, che è di facile individuazione, ma con cosa è stato sostituito, giusta quella postura antropologica secondo cui l’umano necessita di riferimenti solidi e aggreganti nel processo di sociogenesi sempre in atto. Nell’epoca successiva al Gottestod, alla morte di Dio, e dunque nel tempo, come si diceva, della secolarizzazione, la società che avrebbe resistito meglio alla dissoluzione del religioso come fattore sociogenetico e di tenuta culturale e politica sarebbe proprio quella russa, di contro a quelle occidentali, americana in testa, in cui i riferimenti religiosi sono quasi del tutto scomparsi, se non fosse, soprattutto in Italia, per alcune abitudini e conformismi ancora duri a morire, come i sacramenti del battesimo e del matrimonio celebrati più per forma che per sostanza o reale fede religiosa.

È interessante la tripartizione che Todd fa degli stadi contemporanei della religione, più in particolare, ovviamente, del cristianesimo: attivo, zombie e zero. Una società religiosamente zombie accoglie i sacramenti o le funzioni religiose, ma solo come occasioni abitudinarie. Più interessante, perché è quello maggioritario, è quello zero: «Le stade chrétien zéro se caractérise donc par la disparition du baptême et un essor massif de l’incinération. Nous vivons tout cela» [5]. È a partire da questo zéro che, secondo Todd, si può parlare di nichilismo occidentale, all’interno del quale, forse, si cela un qualche niccianesimo dei valori e dei disvalori. Cosa ha prodotto l’uomo dell’epoca della morte di Dio, il nuovo Occidente, ormai lo si deve ipotizzare, post-cristiano? C’è certamente il cedimento dell’asse Berlino-Parigi – proprio recentemente, l’auspicio di Macron a riconoscere lo Stato palestinese è stato duramente cassato da Trump – in favore di quello Londra-Varsavia-Kiev pilotato da Washington, la sottomissione de facto dell’Unione Europea agli interessi degli Stati Uniti, che l’hanno resa sostanzialmente una governance fantoccio e un braccio armato da dirigere a piacimento. Al punto che Todd recupera l’ironia del presidente russo:

«Vladimir Poutine peut ironiser en suggérant que, si les Étas-Units demandaient aux dirigeants européens de se pendre, ils le feraient, mais supplieraient que ce soit avec des cordes fabriquées chez eux ; et de préciser que cette supplique serait rejetée pour protéger les intérêts de l’industrie textile américaine. À obéissance extrême, explication extrême» [6].

Ma alla base c’è, secondo Todd, la liquefazione delle relazioni sociali fondamentali a cui, consequenzialmente, in una disamina socio-antropologica comunque non influenzata da cieco conservatorismo, moralismo bigotto o discriminazione sessuale, si sovrappone la speculare liquefazione delle identità sociali e di genere, che ha illanguidito la nervatura delle società occidentali, fondate adesso sul politically correct, il transgender e il culto dell’individuo a ogni costo, frutto, se vogliamo intenderla sotto la specie dell’economia, anche dell’ultra-liberismo contemporaneo e dalla finanza plutocratica. Come il nazionalsocialismo, afferma Todd, è emerso dalla disgregazione del protestantesimo, attualmente la crisi occidentale si misura con il grado di dissoluzione del collante religioso, rispetto a cui il vuoto dei valori, quali che siano, derivante dalla perdita di quelli cristiani – quelli, potremmo dire, più umanamente cristiani – si fa spaventosamente enorme.

L’analisi di Todd potrà apparire anche banale e scontata, ma non può negarsene la realtà. Rinvengo in questa affermazione il punto centrale della sua riflessione:

«Dans l’Amérique actuelle, j’observe, au plan de la pensée et des idées, un dangerereux état de vide, avec comme obsessions résiduelles l’argent et le pouvoir. Ceux-ci ne sauraient être des buts en eux-mêmes, des valeurs. Ce vide induit une propension à l’autodestruction, au militarisme, à une négativité endémique, en somme, au nihilisme» [7].

Un nichilismo che corrisponde al grado zero del cristianesimo, protestante più nello specifico, ma che è un nichilismo nella forma dell’impoverimento materiale e valoriale, politico e sociale ad ampio spettro e su molti livelli, di cui sono responsabili – almeno per l’Occidente a noi più prossimo, quello in cui siamo nati e germinati, l’Europa – gli Stati Uniti, la cui classe dirigente, totalmente investita da tale vuoto nullificante, disorientata e anche intellettualmente intorpidita, è a questo punto incapace di gestire la crisi in atto e la trasformazione culturale, e gli stessi governi del Vecchio Continente, asserviti, per non dire rassegnati, a ogni comando di un padrone che sta portando a morire i Paesi da loro rappresentati, vittime «de la puissance malade qu’est devenue l’Amérique» [8], al cui cuore non c’è più nessuna soluzione razionale ma solo un pericolosissimo «besoin de violence» [9].

Ha colto ed espresso con estrema chiarezza questa identità geopolitica degli Stati Uniti Alberto Giovanni Biuso, il quale, a proposito dell’Europa come «spazio della metafisica» [10], come evento e come laboratorio del pensiero metafisico storico e contemporaneo, da contrapporre alle adulterazioni nichilistiche della sua essenza che provengono da Oltreoceano e alle prone ricezioni della governance europea, scrive puntualmente: «Ora il dominio del padrone americano appare per come realmente è: brutale, colonialistico, violento. Merito di questo miliardario [Trump] è aver sollevato il velo – “gli allòr ne sfronda”, direbbe Ugo Foscolo – e posto davanti agli occhi degli europei la verità del dominio e della servitù» [11]. 

mazzarella_europa-cristianesimo-geopoliticaEuropa e cristianesimo 

Se, da un lato, l’analisi di Todd, come si è cercato di argomentare, è fondata per lo più sulla secolarizzazione e sull’agonia della religiosità confessionale in Occidente, potremmo recuperare, dall’altro, sottili ed eleganti riflessioni geopolitiche proprio a partire dal cristianesimo come dottrina dell’uomo e dei valori, tra cui non può eludersi quella di Eugenio Mazzarella, sulla quale cercheremo adesso di concentrarci.

Il cristianesimo, storicamente, non è mai stato soltanto una religione. Anzi, è proprio nel suo farsi storico che ha rivelato uno dei suoi aspetti principali, che sono stati indubbiamente la cura delle anime e la rassicurazione terrestre, e soprattutto la preparazione per il luogo e per la vita che secondo questa fede saranno da venire. Ma il cristianesimo, unitamente a ciò, è anche un fatto politico, come dimostra l’istituzionalizzarsi della sua essenza in Chiesa e l’avvicendarsi storico-epocale delle traversie che hanno segnato il suo percorso lungo quella linea che già Agostino, uno dei suoi padri più illustri, aveva idealmente concepito e tracciato verso la salvezza come arrivo in Dio.

Il cristianesimo è un fatto, a volersi esprimere in questi termini, che si è insediato in Europa e ha convissuto con essa per tutta la sua storia, ma che dall’Europa non è germinato, bensì provenuto, da quel Medio Oriente in cui ad avere la preponderanza sono adesso altre esperienze politico-religiose (ebraismo e islam), che dell’Occidente contemporaneo stanno determinando tutto. Ed è a questa consapevolezza che richiama Mazzarella, a quelle radici cristiane che l’Europa l’hanno fatta e nelle quali rinsaldarsi ulteriormente, in un esercizio intellettuale che è prima di tutto di memoria storica e politica: un’Europa che ha costruito la sua idea illuministica nella perfettibilità razionale, à la Kant, dell’identità umana come evento che dà la salvezza nel riconoscimento della pari dignità, dei diritti e della persona che viene dall’accoglimento del tu che fa me stesso, che è prima di tutto il tu divino che fa umano l’umano.

È partendo da questa prospettiva, dalla memoria nuovamente rievocata, agita e applicata con convinzione che può nascere un nuovo progetto di Europa e di mondo, realmente orientato verso la pacificazione e solidale alla sofferenza traversale delle tante tragedie umanitarie in corso e potenzialmente sempre verificantesi nella storia presente e futura, come «grande avventura della civilizzazione umana» [12]. Lo sforzo è quello di edificare uno spazio cristiano di cui l’Europa può e deve farsi promotrice prima e indiscussa, poiché è la sola in grado di farlo nell’agone economico e geopolitico attuale. Uno spazio cristiano che non è esclusivo ma è da intendersi, con un’espressione anche alquanto provocatoria ma concettualmente efficacissima, come un pantheon cristiano, che sappia essere punto focale di un dialogo profondo e paritario in senso intraculturale, multiculturale e interreligioso, ma sempre all’insegna di ciò che Mazzarella individua come la tesi forte: la comunità dei pari, l’essere comunionale dell’umano che viene veramente a se stesso solo nell’incontro con gli altri, che danno il fondamento e lì lo trattengono nel suo essere vero alla propria essenza.

13Un richiamo all’alterità che è anche un vibrante controcanto alle idealizzazioni contemporanee dell’immaginario, che negano invece tale cura comunionale e rinvengono il fondamento nella lacerazione del tra, accentrandone l’essenza nell’individuo, il quale da solo, però, non può farcela, predisponendo in questo modo tutta una serie di esiziali conseguenze, dalla paura dell’altro che si generalizza e si esternalizza nel migrante o nel nemico geopolitico di turno. Uno scollamento all’interno della famiglia umana che ha smesso, quindi, di sentirsi tale, e che ha generato individui scollegati l’uno dall’altro che vengono agiti dall’unico atteggiamento conoscibile da parte di una società così atomizzata: la competitività dell’homo oeconomicus quale esito naturale dell’intera dinamica, distribuito nella pluralità della gerarchia e non dell’incontro, della verticalità del successo e non dell’orizzontalità dell’affratellamento.

Nel sorgere della paura e nel fraintendimento dell’affidamento, non più inteso come nell’ottica cristiana antica quale fiducia relazionale bensì come protezione sorta appunto dalla paura e dall’insecuritas, Luca Licitra e Antonio Sichera individuano nella Costituzione italiana una possibile bussola e quindi, ancora una volta, nei diritti. Nelle circostanze storiche della genesi costituzionale «c’è paura. E c’era stata la grande paura dell’abisso. Ma, nell’assemblea costituente, si crea anche affidamento» [13]. Tra la paura e l’affidamento, i partiti politici, in una parità di forze data dall’incertezza di un esito elettorale ancora da definirsi, non indietreggiano rispetto al corpo murandosi dietro una facile astrazione, ma lo fronteggiano apertamente, prima di tutto nella sua identità di animal laborans, come la chiama Hannah Arendt. Un richiamo ai diritti che emergono naturaliter dalla carne, dal corpo, dall’integralità della persona, dal suo essere-con e nel mondo, dal riconoscimento di una relazione Persona-Stato da facilitare anche attraverso corpi di mediazione. Nella Costituzione si compie l’affidamento come riconoscimento da parte di un popolo della possibilità del suo stesso auto-affidamento, che vede in sé il corpo a cui affidare lo Stato e la volontà, alias sovranità, sapendosi infatti come corpo collettivo.

Su questa scia, si tratta, per Mazzarella, ancora prima che confessionale o religioso, di un cristianesimo in senso ampio come scelta e progetto antropologico che, giusta l’intuizione di Croce, anche se passato al vaglio della ragione è ciò che garantisce la maggiore tenuta concettuale e politica. Il cristianesimo è la migliore scommessa, per dirla con un certo Pascal, per avere in cambio una vita storica e collettiva sostenibile e dignitosa. Mazzarella, infatti, parla della «profezia antropologica del cristianesimo», la quale, come detto, insiste maggiormente sul fatto che «chi annuncio davanti a me, a cui preparo le strade, è un Tu, l’Altro che mi fa me» [14]. Un fare il me attraverso l’altro che ha la sua gioia certamente nell’ambito delle prime relazioni e poi in quelle più ampie, mondiali, dei dialoghi tra i popoli e le culture, nella consapevolezza che il divino si è rivelato e instaurato nel dialogo tra gli uomini e se stesso, e quindi principio teologico e antropologico insieme, che si tramuta, sul piano esistenziale, in quell’«infinito diritto del singolo che cede solo davanti a Dio, la sua radice di essere, cui si affida» [15], e che in quanto tale diviene sacro e intoccabile proprio perché, come notava Kierkegaard in una pagina potente, ciascuno è irriducibilmente principio di dialogo e di ascolto con Dio: 

«Il cristianesimo insegna che questo singolo uomo, e quindi ogni singolo uomo, qualunque sia la sua condizione: uomo, donna, ragazza di servizio, ministro, commerciante, studente ecc., che questo singolo uomo esiste davanti a Dio […] Inoltre, per amor di quest’uomo, anche di quest’uomo, Dio viene nel mondo, nasce, soffre, muore; e questo Dio sofferente prega quasi e supplica l’uomo di accettare l’aiuto che gli si offre!» [16]. 

Quella in gioco, secondo Mazzarella, è l’Europa che ha incamerato la forza razionale dei Greci, la forma giuridica dei Romani, la speranza e la voglia di futuro come istanza temporale di perfettibilità dell’età dei Lumi, guidata dal cristiano Kant che ne è stato più di tutti gli altri l’ispiratore politico.

È per tutte queste ragioni che per Mazzarella si può avere fiducia nella soluzione cristiana a ciò che appare iniquo, ingiusto, direi appunto inumano, e anche perché questa soluzione è storicamente apparsa, si è data nel mondo, anche al di qua di ogni fede.«Il Cristianesimo è stato inventato, “trovato”, da questo, da questo puro genio dell’accoglienza, che ti libera da tutto, da tutte le condizioni date; che fa incarnare il divino in mezzo agli occhi, che ci fa vedere divino ogni uomo che ci venga incontro» [17]. È questo principio, è questa visione che rendono il cristianesimo «il “candidato migliore” alla convivenza necessaria […] tra religioni e democrazia, tra religioni e culture posto che il loro confronto possa, debba e voglia mettere capo alla profezia giuridico-positiva dell’Europa: la dignità umana e i diritti dell’uomo» [18]. Una volontà cristiana che è un ponte e un dialogo, incarnata e sostenuta con forza da Francesco, di cui, se vogliamo, lo sforzo teoretico di Mazzarella non è che la concettualizzazione in termini rigorosamente filosofico-politici.

È necessario quindi non mancare la lezione che Cristo, proprio in quanto uomo e notizia data all’uomo, rende all’umanità, quanto mai necessaria soprattutto nei tempi più recenti di profonda crisi sociale e politica. Mazzarella è chiarissimo: «Per questa teologia dell’uomo Cristo vale, il contenuto del suo messaggio vale, anche se la preghiera a lui come Dio non si fa strada nel cuore o ne trovi di altre, o nessuna». È questa disponibilità al riconoscimento del tu divino nell’io umano a fare l’idoneità politica del cristianesimo rispetto alle altre istanze e agli progetti, poiché l’unica in grado di costruire un mondo in cui a valere è l’umano di per sé, di accogliere tutti gli uomini con un unico abbraccio spirituale in forza, scrive Mazzarella, dell’uni-unicità del Dio, «lo stampo divino del suo essere in ogni uomo che viene ad essere tra gli uomini» [19].

Un’idea di Dio e dell’umano che interviene anche nelle sperequazioni sociali, nelle disuguaglianze, auspicando un concetto di responsabilità che vada incontro a un progetto di pace duratura e di inclusione degli esclusi, senza dimenticare la protezione dell’ecumene, della casa-mondo. Un richiamo, dunque, alla politica sociale della Chiesa di Leone XIII o di don Sturzo, che non hanno da perdere il loro smalto e la loro tenuta, per i quali gli interessi economici sono volti a tutti gli uomini, da riconoscere pienamente come tali e non come clienti-sudditi-soldati, come invece i principali avvenimenti del presente annunciano con pesante tristezza. Con un motto conclusivo, Mazzarella, infatti, formula così il suo augurio per il futuro: «La via del cosmopolitismo oggi possibile: Fratelli tutti» [20], secondo un internazionalismo dell’amore filiale, fraterno, genitoriale che può anche sembrare un’ingenuità del sentimento ma sicuramente non un errore razionale. 

mazzarella_contro-loccidenteContro l’Occidente 

Seguendo l’ottimo insegnamento di Giuseppe Savoca, tra i più importanti critici e studiosi contemporanei della nostra letteratura, il senso dei libri, a volte, va colto e meditato anzitutto nella dedica che gli autori vi appongono, la quale supera di gran lunga la mera riconoscenza e la gratitudine, e costituisce, se si tratta appunto di una dedica avveduta e dirimente, inizio e termine ideali della riflessione, ciò a cui un pensiero è rimesso, un atto di pura e insieme partecipata trascendenza, che dall’autore germina fino a giungere alla persona o alle persone dedicatarie, divenute così concetto, e a ritornarvi, chiudendo il cerchio. L’eminenza grigia, o per meglio esprimersi, la santità eccellente di questo tentativo di riflessione, che emerge carsicamente ma la cui presenza è indubbia in ogni pagina, è il compianto Francesco, il quale è stato molto di più di una guida spirituale, vicario immanente di Cristo nella trascendenza del suo trovarsi in un aldilà anelato con giustizia terrena e solidarietà comunitaria, come vuole, del resto, la lezione cristiana di Paolo e della sua carità edificante, bensì metonimia concettuale di un’idea in naufragio, l’Europa.

Nelle intenzioni di Mazzarella c’è da cogliere un appello scaturente dal rischio che la morte di Francesco possa restare senza discepoli e ascoltatori, nella convinzione che il papa argentino sia stato l’unico leader politico ad aver proposto, nel supermercato geopolitico della globalizzazione spietata, tecnocratica, militarizzata e finanziaria, un progetto sostenibile, ragionevole, rispettoso dell’umanità che da sempre l’Europa cristiana, appunto la Christianitas, pur con tutti i suoi limiti e le sue sciagure storiche, ha propugnato e difeso. Una globalizzazione che deve essere prima di tutto un affratellamento universale all’insegna dei valori pienamente umani, di cui il Vecchio continente è stato da sempre fucina di forgiatura.

La più recente prestazione filosofico-diaristica di Mazzarella, con i suoi contributi per lo più giornalistici usciti nelle maggiori testate nazionali (Avvenire, Domani, Il Fatto Quotidiano, L’Osservatore Romano, La Voce di New York, Il Mattino, Il Sussidiario), è volta dunque da un lato ad argomentare prima di tutto un irretimento dal presente, dall’attuale Occidente che sostanzialmente ha disconosciuto se stesso nelle guerre senza quartiere e per procura che avvengono nelle zone liminari del mondo, più che mai diviso in blocchi (Ucraina tra Nato e asse sino-russo; Gaza in Medio-Oriente), e dall’altro a suggerire un invito al rinsavimento, all’evangelizzazione, anche in nome di nessun Dio ma in ogni caso fortemente richiamantesi alle proprie radici, che sono cristiane, globalistiche non nel senso del dominio o della predazione bensì del totale riconoscimento della dignità umana, che va oltre ogni tipo di settarismo, idiozia economica, propaganda elettorale, nazionalismi redivivi e vetuste logiche di potenza che se inverate e condotte fino in fondo condurrebbero alla globalizzazione dell’estinzione, stavolta non negoziabile poiché definitiva e irreversibile.

Contro l’Occidente significa allora un tentativo di non restare a guardare inermi e inebetiti dinanzi all’evidentissimo e inaggirabile massacro, che avviene nelle cosiddette periferie dell’Europa, i confini che determinano, del resto, la sua politica e la sua identità, le quali, se così stanno le cose, sono tutt’altro che edificanti. Contro, allora, le politiche inerti, incapaci, in malafede e persino servili dei governi, prostrati agli USA, che utilizzano vampirescamente l’Europa come continente succursale e avamposto bellico in Ucraina. Contro, inoltre, la catastrofe umanitaria che si sta compiendo in Palestina, avallata da un Occidente che con tutta evidenza, se consente tutto ciò, ha smarrito se stesso.

Il tentativo, quindi, è di predisporre «un diario di guerra che prova, almeno sul terreno della riflessione pubblica, a limitare il disonore per quel che sta accadendo, l’inerzia a non contrastarlo, a non denunciarlo o, peggio ancora, di servirlo» [21], in una doppia intenzione di onestà e di preservazione riflessiva, giusta la lezione di Mazzarella in queste pagine, come segno di un impegno civile e intellettuale che il nostro tempo impone doverosamente.

Berlino

Berlino

Quello che si vorrebbe fare, attesa l’impossibilità di un intervento concreto e materiale nella prassi storica, e comunque distanti da un arrendevole hegelismo della comprensione “a cose fatte”, è rimettere l’Occidente dinanzi a una scelta, rischiosa ma a questo punto ineludibile: se permanere nella «occidentalizzazione “materiale” che ha proposto ed imposto, mettendo da parte, per semplificare analisi e gestione della situazione, lo strumentario dell’esportazione dei diritti umani, limitandosi a gestire le relazioni internazionali come rapporti di forza tra le sovranità statuali in campo» [22], oppure optare per la «scommessa cristiana della pari dignità creaturale di ogni individuo quale che sia il suo posto nella gerarchia sociale, dell’aggio del semplice essere nati alla comunità per avervi pari titolo umano e morale di partecipazione» [23]. Di questo Occidente cristiano, da ri-evangelizzare in nome di una dignità umana da collocare alla base di qualunque rapporto internazionale, in altre parole agganciato al messaggio di Cristo come perfetto controcanto dell’homo oeconomicus che ha generato lo scenario bellico e le tensioni pronte a sfociare in altro.

La trascendenza diventa, allora, un compito reale per il pensiero e per l’azione, perché essa è l’ontologia dell’esserci umano, il suo essere rimesso al fondamento che non è mai se stesso e basta, ma ricerca dell’altro in cui fondarsi e lì trovare un senso, che logicamente deve essere lontano e distante da ogni rischio bellico, il cui pericolo, o fatto compiuto, è quello di una distruzione tanto del sé che dell’altro, per i quali, insieme, il fondamento si perde, del tutto. 

«Come trascendenza, l’esserci è lo spazio del relativo, non nel senso di un in-essere, e cioè che siamo immersi in una rete di relazioni, che abbiamo relazioni – questo sì anche, ma in modo derivato –, ma nel senso che siamo relazione agli altri e alle cose; ci costruiamo, ci edifichiamo, ci tiriamo su a noi stessi nel relativo, nella relazionalità di cui siamo intramati, che è la nostra sostanza» [24]. 

Una trascendenza nell’alterità della relazione, tuttavia, che non può non concepirsi nell’immanenza del suo situarsi, nella prestazione concreta del suo agire affinché la relazione stessa avvenga e si consolidi in una struttura pacifica a tutti i livelli, interpersonale e internazionale; che non manchi, insomma, il suo aggancio al trovarsi circospetto, per dirla con Heidegger, oppure, ancora meglio, alla sua circostanza come luogotempo imprescindibile della salvezza, di cui è stato maestro indiscusso Ortega y Gasset, lungamente ricordato da Mazzarella come un vero e proprio mantra. «Se non salvo la mia circostanza non salvo neanche me stesso», dice Ortega nelle sue Meditazioni del Chisciotte, che raccogliendo idealmente il testimone da Unamuno, sono una riflessione sulla Spagna, su un popolo, certamente, ma soprattutto su una precisa idea di Europa e sulla missione a cui gli intellettuali sono chiamati.

Ortega, infatti, continua con una citazione pseudo-biblica, aggiungendo un’ulteriore indicazione, cioè di fare del bene nel luogo in cui ci si trova, qualunque esso sia, dalla propria residenza fino all’intero sistema-mondo, che è, dopotutto, la dimensione a cui si rivolgono le riflessioni di Mazzarella. In tal senso, «Francesco ci aiuta a vedere che nel mondo globale è arrivata all’evidenza della storia, l’unicità – che chiede un’unità solidale – della famiglia umana. Che l’esserci umano, il suo essere-nel-mondo, è un noi ambientato, cioè una comunità di destino solidale alla sua nicchia ecologica, che è ormai un’unica nicchia storica possibile» [25]. Con questo, bisogna abbandonare ogni idea di esiziale suprematismo, di cainismo, cioè guerra e odio fraterni, nella fattispecie di imperi economici e divoranti che condannano le loro periferie a luoghi di conflitto per rinsaldare falsamente se stessi, in preda a deliri egoistici e individualistici che compromettono seriamente il benessere di chi starebbe dalla parte giusta delle cose, ma invero nel pieno della crisi, tanto per iniziare, dei principi che tali relazioni le fanno, l’affidamento reciproco del sé all’altro minacciato da ogni tipo di ostacolo sociale, professionale e persino etico.

La soluzione di Mazzarella mi sembra ravvisabile in un breve ma icastico giro di frasi che racchiude in sé un intero programma per il futuro, che non è altro, in fondo, che una rimessa in circolo di un passato di cui, altrimenti, potrebbero restare soltanto le spoglie, pur gloriose: 

«Per farlo cominciamo a parlare di “noi”, contro di noi, l’Occidente. E proprio a favore dell’Occidente, del meglio che è stato e che è. Ponendosi anche come esempio a qualsiasi altro “noi”, grande o imperiale che sia, di saper parlare contro sé stesso per saper vedere le ragioni degli “altri”, insegnando così agli altri a vedere anche le nostre» [26]. 

Se non fosse per quest’ultima, per me decisiva, affermazione, coglierei il rischio di un’ulteriore imposizione di un paradigma cristianocentrico che molta pena ha dato alla storia del nostro Continente (penso, exempli gratia, alla Guerra dei Trent’anni, conclusa, come ricorda Schmitt, con una pace ragionevole da ricercare ancora oggi). Eppure, Mazzarella insiste su un riconoscimento del cristianesimo ontologico che è in noi, grazie al quale può avvenire la nascita spontanea del cristianesimo che è anche negli altri, dove non c’è posto per una dialettica belligerante di una globalizzazione economicistica aggressiva e spietata, in cui a governare sono il “noi” e il “loro”. Il punto è di vedere in ogni “noi” il “noi” che è in tutti gli altri, popoli, Stati, nazioni, storie e culture, nei quali, a mio parere, risiede il vero segreto di Francesco: l’abbraccio dato a tutti, all’umanità che è in tutti, e che è la gemma del “noi” della sola circostanza umanamente sostenibile.

9788839912862_0_0_536_0_75Il suprematismo dell’Occidente, ammesso che esista, è tale solo su base valoriale, quella del «valore dell’umano, il valore della sua eguale dignità in ogni individuo, scoperto in Cristo, come la migliore idea dell’uomo venuta alla storia» [27]. Un progetto che non è imposto, come vorrebbero le logiche predatorie e vampiresche del neoliberismo, che non è lesivo delle giuste diversità tra gli Stati e le culture rispetto a cui ogni ingerenza non può che essere illegittima, e il cui obiettivo non è il dominio ma «sollecitare l’idea di dignità umana indigena a ogni cultura a venire fuori presso sé stessa, in una fioritura dell’umano che consenta un equilibrio sostenibile tra individuo e comunità quale che sia il regime di governo di questo nesso» [28]. In questo modo, in considerazione del dispositivo ontologico di Identità e Differenza applicato anche in ambito geopolitico da Biuso, talché diviene solo prevaricazione e ingiustificata volontà di potenza dominare sulle altre differenze inglobandole nella propria identità originaria, si difende la pluralità e la diversità in nome di un’unica «famiglia umana» [29], nonché di un’Europa morente che si è letteralmente prestata a un «suicidio assistito» [30].

A proposito del “noi”, dell’in-essere nel segno della trascendenza che realizza l’affratellamento in una geopolitica della comune familiarità umana nei confronti della nostra circostanza-mondo, quello di Mazzarella mi sembra che si declini, quindi, come un atto di resistenza persino catecontico contro il malum della storia, alla luce di un grande evento che, implicitamente, potrebbe essere stato la pietra tombale posta sull’unico, serio e rassicurante progetto di mondo, incarnato da un “grande della Terra” il cui messaggio potrebbe restare una vox clamantis in deserto. A prescindere da ogni fede o confessione religiosa, la potenza del morire di Francesco, davanti al quale più che mai il mondo intero è rimasto attonito, come a significare che era proprio un “grande” a spegnersi, ha colpito profondamente la sensibilità collettiva, o quello che ne resta, nel suo richiamare a sé l’umanità dell’umano nel momento più doloroso della sua fine, persino nell’immagine di una maestà sofferente in cui, come voleva Benjamin, la creatura si riconosce integralmente. Forse è con questo pensiero che Mazzarella ha licenziato le sue pagine, per dare voce a un progetto che deve sopravvivere a colui che l’ha proposto.

Mi viene in mente un altro grande del pensiero, che del Widerstand, della resistenza intellettuale ha fatto la sua ultima missione esistenziale, quel Dietrich Bonhoeffer che ha speso ogni sua energia, fino a dare la sua stessa vita, alla salvezza della mondanità del mondo, nella vita di fede vissuta nell’essere-aldiquà che il teologo protestante rinveniva, con grandi ottimismo e fiducia, in un’etica del lavoro come antidoto ai mali della storia: «Può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore» [31], in una santità da guadagnarsi, se mai si possa farlo, nell’immanenza dell’impegno mondano.

camus_la-pesteNon si può allora non rilanciare il rimando per me essenziale e dolcissimo che Mazzarella fa, in più occasioni, alla Peste di Camus, alla sua vera conclusione, in cui Rieux e i suoi compagni, «in un mondo appestato dal male, non fuggono ma restano a morirvi per gli altri, per portare soccorso», perché, pensando alle pesti dell’oggi, «la storia di Gaza è la nostra storia» [32], come lo è quella dell’Occidente, tutto. La Peste è senz’altro, come sostiene la critica, anche una metafora del male politico, nella fattispecie quello totalitario e bellico degli anni Trenta e Quaranta, ma è un’opera metafisica nella sua accezione più nobile e più piena, perché spiega il senso dell’essere e del destino più propriamente umano, se egli vuole presagire e compiere la salvezza: purificare la circostanza con l’impegno costante del lavoratore che non si arrende, finché ci sono vita e forza, e si oppone a quanto imbruttisce l’esistenza.

Rieux «sapeva tuttavia che questa non poteva essere la cronaca della vittoria definitiva. Poteva essere soltanto la testimonianza di quel che si era dovuto fare, e che contro il terrore e la sua arma instancabile forse avrebbero ancora dovuto fare, nonostante le lacerazioni personali, tutti gli uomini che, non potendo essere dei santi e rifiutando di accettare i flagelli, si sforzano tuttavia di essere medici» [33]. Lo sapeva anche Platone che i filosofi devono essere medici se vogliono dirsi tali, che la salvezza della vita è una questione inscritta nella guarigione circostanziale, persino in un concetto alto di igiene della deiezione da trasformare in redenzione, nel plesso fondativo-quotidiano in tensione messianica del deietto-redento

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025 
Note
[1] E. Todd, La Défaite de l’Occident, Gallimard, Paris 2024: 20.
[2] Ivi: 35.
[3] Ibidem.
[4] Ivi: 61.
[5] Ivi: 157.
[6] Ivi: 190.
[7] Ivi: 245.
[8] Ivi: 287.
[9] Ivi: 370.
[10] A.G. Biuso, «Europa e metafisica», in C. Giarratana (a cura di), EuRoad. Percorsi della cultura europea tra filosofia e scienza, Rubettino, Soveria Mannelli 2025: 43-58, 43.
[11] Id., Carl Schmitt: la guerra giusta e l’Europa del XXI secolo, in «Dialoghi Mediterranei», 73, maggio-giugno 2025: 193-203, 201.
[12] E. Mazzarella, Europa, Cristianesimo, Geopolitica. Il ruolo geopolitico dello “spazio” cristiano, Mimesis, Milano-Udine 2022: 16.
[13] L. Licitra, A. Sichera, Ritornare ai corpi. La politica tra paura e affidamento, Mimesis, Milano-Udine 2022: 52.
[14] E. Mazzarella, Europa, Cristianesimo, Geopolitica. Il ruolo geopolitico dello “spazio” cristiano, cit.: 21.
[15] Ivi: 24.
[16] S. Kierkegaard, La malattia mortale (Sygdommen Til Döden, 1849), trad. di M. Corssen, Mondadori, Milano 1991:101.
[17] E. Mazzarella, Europa, Cristianesimo, Geopolitica. Il ruolo geopolitico dello “spazio” cristiano, cit.: 30.
[18] Ivi: 31.
[19] Ivi: 83-84.
[20] Ivi: 102.
[21] E. Mazzarella, Contro l’Occidente. Trascendenza e politica, Castelvecchi, Roma 2025: 13.
[22] Ivi: 17-18.
[23] Ivi: 20. Il corsivo è nel testo.
[24] Ivi: 29.
[25] Ivi: 73.
[26] Ivi: 116.
[27] Ivi: 118.
[28] Ibidem.
[29] Ibidem.
[30] Ivi: 156.
[31] D. Bonhoeffer, Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere (Widerstand und Ergebung. Briefe und Aufzeichnungen aus der Haft, 1979), a cura di E. Bethge, ed. it. a cura di A. Gallas, Edizioni San Paolo, Milano 1988: 76.
[32] E. Mazzarella, Contro l’Occidente. Trascendenza e politica, cit.:129.
[33] A. Camus, La peste (La peste, 1947), trad. di Y. Melaouah, Bompiani, Milano 2019: 325. 

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Enrico Palma è dottore di ricerca di ricerca in Scienze dell’interpretazione, con una tesi dal titolo De Scriptura. Dolore e salvezza in Proust. Ha pubblicato saggi, articoli e recensioni in numerose riviste di filosofia, estetica, ermeneutica, critica letteraria e fotografia. Nel 2022 ha curato il volume L’anima della collana del «Corriere della Sera» Greco. Lingua, storia e cultura di una grande civiltà a cura dei Proff. M. Centanni e P. B. Cipolla. Collabora con Il Pensiero Storico ed è fondatore e co-direttore de Il Pequod.

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