È difficile essere ascoltati fino in fondo. Note su un musicista siciliano

0 - immagine d'apertura     di    Vincenzo Maria Corseri

Stabilire una formula per presentare icasticamente la figura di Franco Vito Gaiezza è un’impresa di sicuro non facile. Egli è anzitutto un insigne musicista – tra i maggiori organisti italiani –, oltre che uno dei principali attivisti culturali che attualmente operano in Sicilia. Sua è la recente organizzazione del 1° Congresso degli organisti e organari professionisti siciliani, dedicato agli organi storico-monumentali della Sicilia: un congresso che, lo scorso luglio, ha visto riunirsi a Palermo i principali rappresentanti delle istituzioni musicali siciliane per riflettere sullo stato di degrado in cui versa il patrimonio storico dei beni musicali (gli antichi organi a canne, in particolare) e rinnovare, allo stesso tempo, «un abbraccio comune con i musicisti, gli organisti, gli organari della Sicilia, all’insegna del rispetto delle diversità e delle libere idee».

Gaiezza è un artista eclettico. Nella sua lunga carriera, si è alternato fra insegnamento, composizione, attività concertistica e scrittura narrativa, concedendosi anche alcune incursioni nella settima arte. Nel 1998 ha partecipato, sia in qualità di organista che di attore, al cortometraggio La cena informale del regista Salvo Cuccia, presentato al Festival del cinema di Locarno. Lo stesso anno, insieme al compositore Federico Incardona, organizza a Palermo un’importante manifestazione, seminariale e concertistica, su Hildegard von Bingen, nel IX centenario della nascita (1098-1998). È tra i protagonisti, nel 2003, del lungometraggio Il ritorno di Cagliostro dei registi Ciprì e Maresco. Nel 2007 si esibisce a Parigi, insieme a Jean Guillou (organista, pianista e compositore francese), in occasione del 18° Festival Internazionale St. Eustache, nell’esecuzione in prima mondiale de La Révolte des Orgues, Op. 69, una complessa composizione per 9 organi e percussioni dello stesso Guillou, sotto la direzione di Johannes Skudlik.

Una lunga ed eterogenea attività artistica, quella portata avanti da Franco Vito Gaiezza nell’ultimo trentennio, che non avrebbe senso se, nel considerarla, provassimo a prescindere, anche se per un solo momento, dalla musica. Ed è proprio la musica, questo mistero insondabile e spesso intraducibile in parole, a costituire la cifra più intima di ogni suo pensiero. Un pensiero semplice e al contempo dotto, determinato a non scendere a compromessi con alcuna istituzione e/o potentato accademico, ma anche capace di sorprenderci in ogni sua sortita, qualsiasi essa sia, senza mai privarci dello «stupore infantile» di cui è impastata la nostra esistenza.

Con il presente contributo, non potendo, per ovvi limiti di spazio, ripercorrere tutta la sua produzione artistica, mi limiterò ad esaminare i tre principali scritti – tre libri (purtroppo, fuori commercio) – che Franco Vito Gaiezza ha dato alle stampe, per i tipi della Associazione “Albert Schweitzer” di Palermo, dal 2007 a oggi.  Il primo, Retrospettiva di un musicista della domenica (Palermo 2007), pubblicato con uno pseudonimo (Anton Phibes), è una raccolta di prose brevi che trascende lo specifico della musicologia per sfociare nei meandri del racconto autobiografico: un self-portrait, quindi, tracciato con la sapida consapevolezza di colui che, in tutte le principali fasi della propria esistenza, è riuscito ad abbandonare ogni qualsivoglia certezza, per poi riappropriarsene con rinnovata energia e distaccata sapienza. 1

In queste pagine, Gaiezza afferma che la musica «è il nostro sogno ideale, il desiderio di eternare lo spirito umano». Come dargli torto? Il percorso formativo e quindi artistico-espressivo che ogni musicista dovrebbe affrontare è, né più né meno, un itinerarium mentis in Deum, ovvero un pellegrinaggio spirituale intrapreso e portato avanti con disciplina, un’attenta dedizione a quanto i grandi maestri della nostra tradizione ci hanno lasciato e, soprattutto, un’insaziabile curiosità intellettuale fatta di sensibilità auscultativa (un musicista deve anche saper vedere con l’udito e ascoltare con gli occhi) ed apertura – per rifarci a una celebre formula coniata da George Steiner – verso ogni «vera presenza». Franco Vito Gaiezza racchiude in sé tutto questo, e basterebbe scorrere le pagine di questo libro per farsene un’idea.

Un libro che dà spazio ad amare riflessioni, soprattutto concernenti il vissuto dell’Autore, ma anche ad intuizioni musicologiche di raro acume. Soffermiamoci, ad esempio, sui Dieci punti sulla concezione del concerto. Qui ci si accorge subito che i primi nove punti preludiano al decimo, fondamentale per inquadrare la Weltanschauung filosofica e artistica del Nostro. Dopo aver fornito una serie di consigli, per lo più difficilmente esportabili ad altri artisti perché genuinamente personali e dunque non metodologici, Gaiezza ci regala una massima che da sola vale l’intero libro: «Io credo (almeno sono questi i miei intendimenti) che si debba suonare allo stesso modo e ugualmente bene, sia da soli che in presenza di un folto pubblico, pensando non alla musica, bensì pensandosi musica».

Fare musica «pensandosi musica», volendo utilizzare un’efficace espressione di vaga ascendenza jankélévitchiana: è qui che si pone la netta differenza tra una (mera) esecuzione ed una (vera) interpretazione musicale che – conosciamo in merito il pensiero dell’Autore, indubbiamente vicino alla concezione di un Alfredo Casella o di un Albert Schweitzer – viene a determinarsi allorquando, sedendosi allo strumento (organo o pianoforte che sia), l’interprete si mette a pensare, dando vita ad una nuova musica: la sua.

La musica – per dirla con Filippo Facci – è la migliore formulazione possibile di un qualcosa a noi completamente sconosciuto. Fare musica è coscientizzare il passaggio dal mondo acustico a quello della luce; fare musica è affrontare una misteriosa discesa agli inferi, che rende fragili le nostre capacità raziocinanti, per riemergerne rinnovati e intimamente consapevoli della perenne tensione fra gli opposti che significa la nostra esistenza; fare musica è ritrovare il nostro paradiso perduto a mezzo del linguaggio simbolico dei suoni. Musica – ci spiega l’Autore in queste intense pagine – è tutto questo e non solo.

2Anche il secondo volume che intendiamo esaminare, La gaiezza ritrovata (Palermo 2012), è una lunga riflessione sulla musica. Tutto quello che ci circonda, l’esistenza stessa, è musica, se ci facciamo attenzione. Per Mozart la musica è il ritmo realizzato per mezzo del suono. E, dal canto suo, in questo volume, Franco Vito Gaiezza ci dimostra che pensare di «armonizzare», in ogni nostra azione, suono e ritmo è cosa possibile. Ogni vicenda che l’Autore ci racconta, ogni sua considerazione su uomini, composizioni, iniziative culturali, esperienze di vita – spesso amare –, sono la cifra di un «sentire musicalmente» che, in una strana mescolanza di comico, tragico, sublime e triviale, attinge, per l’appunto, nella profondità di un’esistenza intrisa di suoni e ritmo.

Queste storie, che Gaiezza ha deciso di raccogliere per iscritto e di condividere con i lettori, hanno la forza sorgiva della testimonianza. Una testimonianza che – si badi – non cerca alcuna obiettività e che, anzi, con coraggio e senso del «gesto», arride ai luoghi comuni e a chi si fa latore, in maniera spesso carsicamente violenta, del «buon senso» manifestato a tutti i costi. Dalla lettura di queste pagine, emerge con chiarezza che l’animo di chi le ha vergate è quello di uno straordinario puer aeternus capace di rimettersi costantemente in gioco e di concertare sempre nuovi progetti artistici e culturali soprattutto con chi continua a credere nell’arte, nel valore dell’amicizia e nella possibilità di sincerare il proprio punto di vista con coerenza e senza incrinature di voce. Il libro, d’altronde, è scritto con la cognizione della semplicità. E quella della semplicità è una categoria estremamente familiare a chi si occupa di musica. Anche della musica più complessa.

Ricordo ancora il giorno in cui incontrai per la prima volta Franco Vito Gaiezza. Ci trovavamo a Gibellina, presso l’auditorium del Museo Civico, per una commemorazione di Mario Schifano. La manifestazione prevedeva la presenza di un critico d’arte molto vicino all’artista romano, Tanino Bonifacio, e di un duo musicale, composto da Francesco La Bruna, al violino, e dal Nostro, al pianoforte. Il critico avrebbe dovuto tenere la scena, in una drammaturgia della memoria fortemente legata ai suoi ricordi personali, ad aneddoti, a qualche accattivante analisi delle opere di Schifano (proprio in quel museo si conservano le dieci meravigliose tele del Ciclo della natura, donate dall’artista alla comunità gibellinese, in virtù dell’amicizia che lo legava all’allora sindaco della città, Ludovico Corrao). La musica, da come si presumeva dovesse andare l’incontro, aveva il compito di fare da cornice al racconto di Bonifacio. Ma così non fu. Il duo portava un programma piuttosto atipico: se non ricordo male, alcune pagine lisztiane e degli adattamenti, piuttosto personali, per violino e pianoforte preparato, di alcune suggestioni musicali del filosofo armeno Georges Ivanovič Gurdjieff. Fu per i presenti un’esperienza molto forte ed emozionante. I due musicisti, guidati da Gurdjieff, forse senza rendersene conto, bypassarono le parole del critico e intrapresero un dialogo, alla pari, con il grande assente, Schifano. Man mano che il ritmo dell’anti-discorso musicale di Gurdjieff emergeva dal suono degli strumenti, il silenzio che avvolgeva quella musica, timbricamente e strutturalmente poco familiare a noi che la ascoltavamo per la prima volta, scaturiva dagli strumenti per venirci incontro con il suo ancestrale messaggio di bellezza.

 Gaiezza, a Parigi, con Jean Guillou e Johannes Skudlik

Gaiezza, a Parigi, con Jean Guillou e Johannes Skudlik

Un musicista molto caro a Franco Vito Gaiezza, il violinista e filosofo Yehudi Menuhin, in un discorso pronunciato a Londra alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, ebbe a dire che il silenzio «è calma, non vuoto, è chiarezza ma non assenza di colori; è ritmo come quello manifestato da un cuore sano; è il fondamento di ogni pensiero, della vera creatività. Dal silenzio nasce tutto ciò che vive e permane; colui che conserva in sé il silenzio può affrontare impassibile il rumore esteriore, perché il silenzio ci collega all’universo, all’infinito. È la radice stessa dell’esistenza e dà equilibrio alla vita» (cfr. Musica e Vita interiore, Rue Ballu edizioni, Palermo 2010: 39-40).

Le note «bagnate dal silenzio» che ascoltammo quella sera, a Gibellina, ci aiutarono ad entrare nel cuore del mistero inquietante e apocalittico della pittura di Schifano e, in generale, a intuirne l’incomprensibile forza salvifica.

Negli anni che seguirono, ho avuto la fortuna di ascoltare Vito (all’organo, al pianoforte, al sintetizzatore, ecc.) in diverse occasioni. Ogni volta, ne è sortita un’esperienza estetica (musicale e non solo) unica, di straordinaria forza comunicativa. Nelle conversazioni private, ma anche in alcuni suoi scritti, egli ha sempre sostenuto, saggiamente, che il musicista deve avere la capacità di andare oltre i limiti fisici dello strumento musicale, qualsiasi esso sia. Il vero interprete, d’altra parte, è un musicista tout court, avendo la possibilità di misurarsi ogni giorno con le anime magne della musica, quali Bach, Mozart, Liszt, Messiaen, ecc., e non sempre lo strumento musicale che gli capita di utilizzare può soddisfare in pieno tutte le sue (le nostre) aspettative. «Lo strumento nella sua materialità – sostiene uno dei maggiori poeti del nostro tempo, Yves Bonnefoy, riflettendo finemente proprio sui limiti e le possibilità della riproduzione dei suoni attraverso gli strumenti musicali – è il luogo in cui riposa la memoria dell’Uno; è nei rumori e nei fremiti che gremiscono le canne o le corde che il “vecchio ricordo” può riprendere vigore, ma esso non è il solo richiamo, è anche, stavolta in virtù della sua pluralità, dei suoi diversi modi di trattare il suono, l’offerta di altrettanti modi di incamminarsi nella nostra vita com’essa è nella sua esperienza limite: permettendoci, lungo questo cammino, di individuare più chiaramente le nostre capacità e le nostre lacune, e di lavorare quindi su di esse» (cfr. L’alleanza tra la poesia e la musica, Archinto, Milano 2010: 54). È difficile trovare qualcosa che spieghi meglio il modo di considerare la creazione musicale attraverso i limiti fisici dello strumento. Gaiezza ne è sempre stato consapevole, ed ecco configurarsi la ratio delle sue «meditazioni» bachiane o chopiniane eseguite al sintetizzatore elettronico. Di questo, gli ascoltatori hanno fatto esperienza in diversi, indimenticabili concerti.

Ci sarebbe tanto altro da aggiungere. La voce che Franco Vito Gaiezza fa vibrare in queste pagine è quella di un uomo che non ha mai barato con la vita. E, di sicuro, la lettura di questo piccolo – ma agilissimo nel racconto e autentico fino all’ultima parola – volume potrà essere un’occasione fruttuosa per percorrere, insieme all’Autore, i sentieri in cui la vita e l’arte convergono in un unico orizzonte di «concordanza» e di fiducia.

Dopo averci regalato i due suddetti, intensi, volumi in cui sono state raccolte alcune prose autobiografiche, diversi saggi brevi, numerosi aforismi che confermano un incommensurabile, miracoloso attaccamento all’arte, ai valori dell’amicizia, alla vita, Franco Vito Gaiezza, con la sua terza fatica letteraria, stavolta una prova prettamente narrativa, Là dove si posano le coccinelle (Palermo 2014), ha deciso di condurci per mano alla frontiera estrema dell’amore, cioè davanti a quel mistero che si accosta al sogno e alla visione e che difficilmente la parola scritta può esplicare in maniera compiuta.

La vicenda su cui si intesse la trama del racconto è semplice. È la storia di un’«affinità elettiva» tra un uomo e una donna che vivono, indipendentemente l’uno dall’altra, per la musica, e che dalla musica hanno saputo trarre il profondo sentimento di giustizia che regola le loro parole, i loro più intimi pensieri, le loro azioni. La musica, che è l’arte del tempo per antonomasia, favorisce loro una concezione assolutamente personale e, allo stesso tempo, dinamica del senso della vita. Amandosi (spiritualmente e, nonostante la notevole differenza di età, perché no, forse anche carnalmente), Vito e Serafina, i due protagonisti della storia, riescono ad esorcizzare la paura della morte e la sensazione di alienazione coatta, di spaesamento, cui la cinica società in cui viviamo vuole costringerci con i suoi luoghi comuni e le viete abitudini che cerca di inculcarci per renderci «funzionali» al sistema politico ed economico vigente.

4Il palinsesto amoroso narrato – parafrasando Barthes – in questi frammenti di un discorso musicale, si articola in un continuo rinvio di confessioni improvvise, di «boutades» verbali, di ammiccamenti casti e gioiosi, ma anche di momenti di percezione estatica della natura (e, in particolare, del meraviglioso paesaggio agrigentino in cui la storia è stata ambientata), che sono, in fondo, il segno di una consapevolezza dell’amore piuttosto precisa: quella che ci porta a comprendere che la condivisione di forti emozioni e la certezza di essere vocati alla ricezione dei messaggi eterni della conoscenza sono la diretta conseguenza dell’innata capacità dell’artista di cogliere l’amore come l’esperienza universale per eccellenza.

Si badi, un racconto è pur sempre un racconto, e non tutto quel che vi si accenna può essere dipanato in maniera organica, letterariamente compiuta. Franco Vito Gaiezza ne è perfettamente consapevole, tanto più che la funzione di questo libretto è quella di accompagnare «sinesteticamente» un disco con un programma musicale interamente selezionato e interpretato dallo stesso Autore. È, certamente, la conferma della sua corale amicizia nei confronti dei suoi lettori/ascoltatori. Ma anche un possibile «luogo», non solo ideale ma concreto, in cui ritrovare le tracce di un’umana armonia verso cui intraprendere un nuovo, silenzioso, cammino. A noi resta la possibilità, non meno stimolante, di seguire con attenzione questo personalissimo contrappunto letterario e musicale che egli ha deciso di donarci e di godere del messaggio di bellezza cui questo breve scritto rimanda: di una bellezza che è verità.

Dialoghi Mediterranei, n.9, settembre 2014
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Vincenzo Maria Corseri, dottore di ricerca in Filosofia, dal 2007 è redattore delle due riviste dell’Officina di Studi Medievali di Palermo: «Schede Medievali» e «Mediaeval Sophia». Ha collaborato con la cattedra di Storia della filosofia medievale presso l’Università degli Studi di Palermo e con la Facoltà Teologica di Sicilia per la redazione del Dizionario Enciclopedico  dei Pensatori  e  Teologi  di  Sicilia.  Secc.  XIX-XX  (Roma-Caltanissetta 2010).  I suoi interessi si rivolgono allo studio della teoria estetica e di alcuni momenti della storia della cultura e del pensiero politico e filosofico europeo. Insieme a Luca Parisoli, ha curato il volume miscellaneo Il soggetto e la sua identità. Mente e norma, Medioevo e Modernità (Palermo 2010).

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