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Dove ci porta l’evoluzione fra legge e casualità. Conoscenze e interrogativi

copertina-buccheridi Rosolino Buccheri [*]

Gli argomenti trattati sono rappresentativi di una ricerca, alcuni risultati della quale avevo anticipato in un certo numero di saggi già pubblicati [1] o ancora in forma di appunti, ricerca concepita allo scopo di descrivere il comportamento sociale dell’uomo, con particolare riferimento al perché dell’origine delle osservate inconciliabili diversità di opinioni e prospettive. Uno studio che, visto da una prospettiva più ampia, rimanda al più generale problema dell’evoluzione sociale dell’uomo nel corso dello sviluppo della conoscenza, la cui analisi, essendo io un comune cittadino che vive e analizza il suo tempo dal suo particolare punto di osservazione, viene in me influenzata dall’inevitabile lente della deformazione professionale insita nell’ambito di ricerca in cui ho operato, l’astrofisica.

Deformazione che mi ha suggerito, per questa analisi, di fare un confronto fra il comportamento della natura descritto dalle scienze e il comportamento sociale dell’uomo (che pure dalla natura discende), a partire dalla constatazione che nel comportamento umano, come anche nei fenomeni naturali e in particolare nei maestosi fenomeni che accadono nelle immensità del cosmo, osserviamo un altalenante equilibrio fra le opposte tendenze alla frammentazione e alla coesione, pur tenendo conto, come elemento di cautela interpretativa, della differenza fondamentale fra le rigide leggi della natura che non trovano eccezione nelle loro applicazioni e la nostra possibilità di scelta, per la quale la risoluzione di ogni problema di conoscenza e di comportamento dipende anche dalla volontà e dalla capacità di ognuno di decidere se affidarsi alla ridda di sentimenti, spesso diretti da preconcetti e interessi, oppure alla ricerca di fonti attendibili per una visione razionalmente coerente e apportatrice di utilità generale.

Dalla comparazione fra le rigide leggi naturali e le scelte dell’uomo scopriamo due importanti elementi che attenuano il velo dietro il quale la Natura, secondo Eraclito, si nasconde, permettendoci di estendere verso ambiti di più ampia prospettiva i confini della presente analisi. Il primo elemento consiste nel fatto che in entrambi i casi – la natura e l’uomo – la descrizione del comportamento può essere efficacemente schematizzata attraverso l’intervento di due fondamentali proprietà, opposte ma collaboranti.

Nel cosmo, la presenza di leggi ben definite che ne dirigono il percorso evolutivo lungo direzioni da esse determinate, insieme al continuo fiorire di una enorme e apparentemente contrastante varietà di configurazioni; nello sviluppo della vita, la varietà di esseri viventi emersa dalla necessità di adattarsi all’ambiente terrestre, e nell’uomo, la presenza di una altrettanto grande varietà di punti di vista e opinioni, spesso in contraddizione reciproca ma nell’ambito di un principio ordinatore dettato dalla ragione che mediamente ne dirige il percorso. Il secondo elemento consiste in una evidente circolarità delle tre evoluzioni – l’Universo, la vita, la conoscenza -, che ci parla della rincorsa, indefinita e probabilmente mai conclusiva, dell’essere umano alla conoscenza della natura che lo ha prodotto e della quale si fa continuamente produttore [2].

L’evidente, chiusa, circolarità esistente fra le tre evoluzioni succitate [3], dimostra l’impossibilità teorico-pratica di formulare alcuna certezza sui contenuti delle nostre conoscenze, affermando invece l’idea di un circolo virtuoso di evoluzioni guidate dalla combinazione, anch’essa virtuosa, di legge e casualità; quasi una costante della natura, che può essere presa a modello in campo sociale per smentire i voli pindarici di rigide utopie che immaginano mondi ideali, immuni dall’intervento del caso. Dunque né soltanto l’‘idea’ né soltanto l’osservazione della natura, ma una continua rincorsa fra osservazione e idea, fra ragione e intuizione, alle radici dell’origine e dell’evoluzione progressiva della conoscenza. Progressione che assurge pertanto a principio di base per qualunque aspetto dell’esistenza e che esclude ogni illusoria presenza di stabilità nel tempo riguardo ad eventi cosmologici, vitali e conoscitivi.

Per le loro vaste implicazioni interdisciplinari e per la complessità degli argomenti coinvolti, le riflessioni qui proposte non pretendono di essere esaustive né di essere discusse in profondità in tutte le loro sfaccettature, ciò implicando l’ovvio rischio di incorrere in possibili errori di valutazione, carenza alla quale non c’è soluzione.  La validità dell’intera esposizione, in ogni caso, è da considerare temporanea in quanto fotografa una situazione contingente di cui conosciamo la storia passata ma della quale non possiamo prevedere gli sviluppi futuri. Ciò, per il semplice fatto che, mettendo nel conto la ‘caoticità’ (in senso matematico) dei fenomeni evolutivi di cui parliamo, non è detto che le leggi che abbiamo scoperto e alle quali si è sempre tentati di dare valore assoluto, abbiano come risultato definitivo e immodificabile l’essere vivente uomo e le sue conoscenze così come oggi ci appaiono.

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Caravaggio, La Medusa, part.

L’evoluzione dell’universo

Le credenze del 1600, per le quali la creazione del mondo doveva essere avvenuta non più di cinquemila anni prima [4], iniziarono ad essere messe in dubbio in cosmologia già con la Teoria della Nebulosa Primitiva, pubblicata dapprima nel 1755 da Immanuel Kant, e più rigorosamente nel 1795 da Pierre Simon de Laplace, il quale sosteneva l’ipotesi che una nube primordiale di particelle si fosse progressivamente condensata sotto l’azione della forza di gravità finendo per dare origine al Sole e ai pianeti.

Questo scenario generale è considerato possibile ancora oggi, pur con più precisi dettagli, consistenti, ad esempio, nella circostanza che la nube primordiale fosse composta da idrogeno, elio e polveri di elementi più pesanti, e che questa nube avesse subìto, nel corso di milioni di anni, la pressione di un’onda d’urto causata dall’esplosione di una vicina supernova. Ne sarebbe risultato un disco di materiale caldissimo (circa 2000°C) da cui si sarebbe staccata una protostella, poi evoluta in stella, mentre i frammenti espulsi dalla forza centrifuga avrebbero formato, per mezzo di continue reciproche collisioni, i pianeti con i loro satelliti. Da queste prime idee sulla nascita del sistema solare e dalle osservazioni di Edwin Hubble a metà del secolo scorso sull’allontanamento delle galassie emergeva il concetto di evoluzione dell’Universo.

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Caravaggio, La flagellazione di Cristo, part.

L’origine della vita e la sua evoluzione sulla Terra

Le informazioni ricavate dalla storia geologica della Terra e del sistema solare, insieme ai dati accumulati sulle strutture dissipative, ci danno buone ragioni per ritenere che l’‘emergere’ della vita possa essere il risultato dello sviluppo di una serie di processi di autoorganizzazione della materia elementare in feedback con l’ambiente, in contraddizione all’antico credo di un intervento ad hoc da parte di un Ente esterno all’Universo, diretto alla creazione dell’uomo e degli altri esseri viventi, così come li osserviamo oggi. Con L’origine delle specie di Darwin, pubblicata nel 1859, si affermava in biologia il concetto di evoluzione, per il quale le origini e lo sviluppo degli organismi viventi nel nostro Universo sono visti come il prodotto di una sequenza di processi governati da leggi naturali in un susseguirsi temporale di eventi caratterizzati da irreversibilità e imprevedibilità.

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Caravaggio, La crocifissione di Pietro, part.

L’evoluzione della esperienza cognitiva

La nostra immagine del mondo si basa sull’esperienza che ne abbiamo attraverso i sensi e la successiva elaborazione che ne fa il cervello. All’alba della civiltà, l’acquisizione e l’elaborazione delle informazioni provenienti dall’esperienza erano quasi soltanto basate su un processo inconscio di risonanza fra l’uomo e l’ambiente, amplificato dal corpo e trasmesso all’emergente coscienza.

Nel corso dell’evoluzione, la necessità di comunicare generò il linguaggio orale, inizialmente di tipo mimetico-poetico, basato su immagini mitiche. Successivamente, l’oralità assunse caratteristiche di tipo dialettico, la cui struttura ‘a domanda e risposta’ iniziava a mostrare una separazione spaziale e temporale fra gli individui comunicanti [5]; con la scrittura intervenuta dopo l’oralità, veniva ad essere del tutto eliminata ogni residua sovrapposizione spazio-temporale fra l’emittente e il ricevente della comunicazione, con il risultato di rendere più difficili le risonanze empatico-partecipative e andare verso una conoscenza più quantitativa, più ‘oggettiva’ [6].

Con l’oralità iniziava a svilupparsi il pensiero razionale, stabilizzato poi con la scrittura. Pensiero prevalentemente basato sulle categorie della logica, della matematica e dell’empirismo tipici dell’approccio scientifico alla conoscenza e su una più precisa coscienza sul fluire del tempo dal passato al futuro, continuando comunque a lasciare presenti ma pressanti, ancorché nello sfondo, quelle abilità ‘soggettive’ maturate nei secoli precedenti e alimentate dalla conoscenza inconsapevole immagazzinata nell’attitudine partecipatoria, pronte in ogni caso a integrarsi con gli strumenti logici; integrazione essenziale sul piano emozionale per il soddisfacimento delle proprie tendenze ma anche sul piano pratico per la soluzione di tanti problemi personali altrimenti irrisolvibili.

Già a partire dalla sua formazione, definita dall’evoluzione della vita in modo imprescindibilmente legato all’ambiente terrestre, il ‘progetto’ di ogni singolo individuo – scritto nel suo DNA -, pur essendo del tutto simile sul piano programmatico per tutti, si rivela un ‘unicum’, mai identico a quello di un altro e quindi implica che non tutti gli organi sensori di una persona hanno la stessa identica capacità percettiva nella descrizione della realtà esterna. È anzi ragionevole pensare che la maggiore o minore sensibilità di un organo sensorio rispetto ad un altro implichi da parte dell’individuo l’attribuzione di un valore corrispondentemente più grande o più piccolo agli stimoli provenienti da quell’organo e pertanto una posizione di maggiore o minore importanza relativa ai dati di quell’organo che vengono ammessi all’analisi da parte del cervello.

Ne segue che ogni piccola differenza nella dinamica della selezione degli stimoli provenienti dall’esterno produce in ogni individuo differenze di valutazione più o meno importanti rispetto agli altri individui (e, a un superiore livello, agli altri gruppi sociali) nel modo di rappresentarsi l’insieme sia delle singole ‘unità conoscitive’ sia delle loro reciproche relazioni che costituiscono la realtà esterna. A questa diversa sensibilità degli organi sensori, derivata dal ‘progetto’ individuale, vanno poi aggiunti tutti gli altri fattori che alimentano la variabilità dell’elaborazione dell’esperienza che abbiamo del mondo, come la nostra variabile relazione con le condizioni ambientali, fisiche o economiche, le pre-comprensioni, e i pregiudizi personali di vario genere costruiti lungo il corso della vita e trasformati gradualmente in schemi più o meno rigidi di pensiero ai quali ci riferiamo quando osserviamo e interpretiamo i fenomeni che accadono intorno a noi.

Nella sua storia evolutiva, la civiltà umana si presenta alla nostra osservazione, come un sistema aperto a molti corpi, caratterizzato da interazioni reciproche complesse con l’ambiente da cui riceve risorse e informazione.  Questo processo evolutivo è attraversato, come teorizzato da Ilya Prigogine, dalla continua attivazione degli stessi processi caotici che, come in altri aspetti del­l’evoluzione, lo conducono verso una direzione, imprevedibile a priori. Nello specifico, l’interazione fra gli elementi di ogni singolo gruppo sociale e con l’ambiente conduce il gruppo stesso – con modalità certamente più complesse rispetto ad altri sistemi dissipativi più semplici – verso una direzione imprevedibile ma che almeno temporalmente tende a mediare i singoli Modelli Mentali di Realtà all’interno del gruppo stesso, mantenendone tuttavia l’intrinseca variabilità statistica individuale.

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Caravaggio, La cena di Emmaus, part.

Specializzazione e frammentazione: la difficile ricerca dell’equilibrio

Il rapidissimo aumento delle conoscenze ha causato la loro suddivisione in un numero sempre crescente di settori distinti di specializzazione, ognuno dei quali prodotto da un atto di astrazione dalla complessità del contesto, capace di isolarne le caratteristiche intrinseche per poterle studiare in profondità. Come conseguenza, il sapere si è suddiviso in un gran numero di aree generali e particolari. Nelle condizioni evolutive odierne, questa suddivisione in settori disciplinari diventa un passo necessario volto a ‘ordinare’ le conoscenze in quanto permette di andare sempre più a fondo nelle singole discipline ma che, paradossalmente finisce, per limiti intrinseci, con il separarle sempre di più generando una sempre maggiore e sempre più artificiosamente ‘ordinata’ separazione che non può che aumentare nel tempo diventando pian piano frammentazione con l’approfondirsi delle conoscenze delle singole discipline e la conseguente specializzazione di metodologie di indagine e di linguaggio.

L’unica speranza di miglioramento della situazione sta in possibili future modificazioni del nostro DNA in un cervello umano più efficiente nell’immagazzinamento, nel ritrovamento e nell’elaborazione delle informazioni, per una collaborazione sempre più efficiente fra le due modalità – l’intuitiva e la razionale – e, in ogni caso, sempre regolata dalla ragione che, nella reciproca irriducibilità, ‘obbliga’ intuizione, creatività, tecnica e valutazione a supportarsi reciprocamente in ogni tentativo di comprensione e analisi della realtà esterna.

Purtroppo, nella fase attuale, l’intervento delle due modalità di conoscenza collaboranti alla strutturazione dei nostri modelli mentali avviene con una netta differenza di struttura logica; differenza che inevitabilmente risulta nella presenza di molteplici elementi di contraddizione, che nell’ambito della vita di ogni giorno delle singole persone si ripercuote sia nei ragionamenti sia nel comportamento pratico. Inoltre, essendo intrinseca alla struttura psico-fisica dell’uomo, in quanto definita nel corso dell’evoluzione della vita a partire dalle sue origini sulla Terra, e pertanto imprescindibilmente legata all’interazione con l’ambiente terrestre, questa mescolanza di ‘logiche’ contiene una ‘imperfezione’ di base a livello planetario che limita ogni plausibile valutazione, e al correlato modo di esprimerla, a conoscenze acquisite nell’esperienza quotidiana di questo mondo. Imperfezione alla quale tentiamo di riparare integrando le nostre conoscenze dirette con credenze prese tout court dagli usi acquisiti. Situazione, questa, che dovrebbe spingerci alla cautela nell’esprimere certezze su una completa e ‘obiettiva’ conoscenza della realtà, a maggior ragione per quanto concerne l’intervento di casi ed eventi che stanno al di fuori di ogni esperienza diretta.

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Caravaggio, Il martirio di San Matteo, part.

Alla ricerca delle condizioni sufficienti per lo sviluppo della vita

 Le conoscenze che ci trasmette la ricerca scientifica ci permette di interpretare l’origine dell’uomo come il risultato dello sviluppo della vita a partire da originari elementi organici; elementi che potrebbero essere stati generati sulla Terra o portati, insieme all’acqua, da impatti di meteoriti o asteroidi vaganti all’interno del sistema solare. Ma come si è innescato il processo che fa passare dalle sostanze inerti alla vita durante il percorso di autoorganizzazione della materia a partire dalla fusione nucleare all’interno delle stelle?

Dobbiamo accettare che la vita sia solo un ‘accidente statistico’, così come risulta dai calcoli sulla probabilità di formazione delle lunghe molecole organiche che costituiscono gli esseri viventi? D’altra parte, se non è un accidente statistico e se non è stato un atto creativo relativamente recente, qual è il quid che ha fatto sviluppare la vita sulla Terra quasi quattro miliardi di anni fa a partire dalle condizioni favorevoli del pianeta e dagli altrettanto favorevoli valori numerici delle costanti di natura che costituiscono le condizioni necessarie? Al di là delle condizioni favorevoli necessarie, esiste una condizione sufficiente perché nasca la vita, a sostegno dell’ipotesi del Final Anthropic Principle?

Sembra che l’unico argomento tangibile che al momento abbiamo per trovare un condizione ‘sufficiente’ per lo sbocciare della vita nel cosmo, argomento che non dipenda dal calcolo delle probabilità, sembra provenire dal verificarsi di un evento – l‘informazione’ – imprevisto dalla scienza classica, accaduto durante il percorso di autoorganizzazione della materia; una proprietà emergente ad un alto livello di complessità, che costituisce il cercato salto di qualità, adeguato a farsi carico dell’organizzazione rigorosa e coordinata di miriadi di cellule (~1027 atomi), ognuna costruita al pari di complesse macchine produttrici di lavoro che si supportano a vicenda. Una proprietà fondamentale, la cui inopinata emergenza separa la materia inerte dalla materia vivente e che pertanto deve essere inerente alla materia stessa come lo sono le leggi elementari della fisica a un livello inferiore di complessità.

D’altra parte, è necessario immaginare (nella religione come nella scienza) che ciò che non conosciamo sia sempre e soltanto a nostra immagine e somiglianza? Perché non tentare anche qui di applicare il ‘rasoio di Occam’ [7] che è stato tanto utile allo sviluppo delle scienze? Se è vero che il fenomeno della vita è dovuto a un processo di autoorganizzazione di strutture sempre più complesse a partire dagli elementi fondamentali (forze e particelle) scaturite dal Big Bang e alla collegata emergenza di nuove proprietà non sempre prevedibili dalle leggi conosciute; se è vero che la vita sorge sempre, anche in condizioni molto sfavorevoli (vedi deserti o profondità oceaniche); se è vero che appare statisticamente impossibile, per le enormi dimensioni dell’Universo, che l’unico posto ad avere strutture tanto complesse come gli esseri viventi possa essere la Terra, non è più semplice (nel senso di Occam) pensare che la capacità della materia di produrre la vita sia già inscritta in essa? Se così fosse, non sarebbe la Vita a doversi adattare alle costanti della natura (e non viceversa)? E avere, di conseguenza, forme di vita diverse in mondi con proprietà fisico-climatiche diverse?

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Caravaggio, Sacrificio di Isacco, part.

Dove ci porta l’evoluzione?

In generale, proprio perché la base di tutte le considerazioni fin qui fatte concerne il concetto di evoluzione, non possiamo fermarci a considerare il ‘momento’ presente come il suo culmine finale; dimenticheremmo la nostra tesi fondamentale e cioè che noi stessi siamo esseri evoluti dalla materia inerte alla vita cosciente fino al punto di comprendere la nostra origine e di analizzare i fenomeni naturali in cui siamo immersi. Di conseguenza, potremmo avere davanti a noi un futuro di ulteriore evoluzione verso direzioni del tutto incognite, presumibilmente verso una sempre maggiore complessità; naturalmente, sempre nel caso di assenza di cataclismi da noi stessi provocati o che si abbattano sulla Terra dall’esterno, oppure che la Terra stessa diventi nel frattempo inospitale.

Il destino futuro dell’uomo ci è ignoto; come non è impossibile un ulteriore aumento della frammentazione della cultura che ci conduca verso un’autodistruttiva Torre di Babele planetaria, non è impensabile che opportune modificazioni future del nostro DNA, oggi imprevedibili,  possano condurre a diversi e più efficaci strumenti e metodi di conoscenza che potrebbero guidare l’uomo futuro verso nuove mirabolanti scoperte sull’origine e sulla fine dell’universo e di tutto ciò che in esso si sviluppa, vita compresa. L’evoluzione potrebbe pertanto continuare per mezzo di nuove mutazioni genetiche, seguite dal relativo adattamento ambientale; mutazioni che risultino nella generazione di nuove connessioni neuronali specializzate nel nostro cervello, mutazioni rivolte ad una più efficace interazione fra le due irriducibili logiche di mythos e ragione, e quindi ad un ulteriore miglioramento delle nostre capacità cognitive. Nuove attitudini che ci permetterebbero di sfruttare in modo più efficiente le esperienze fatte e le conoscenze acquisite nel corso della vita, la gran parte delle quali vengono oggi ‘dimenticate’ proprio a causa dell’odierna limitatezza del cervello umano, causa di una insufficiente capacità di immagazzinamento-ritrovamento di dati, il cui effetto, oggi, è la necessaria rimozione psichica.

Forse l’uomo di oggi non è il culmine dell’evoluzione della vita, la quale potrebbe ulteriormente evolvere in un futuro anche remoto producendo altri tipi, diversi, di strutture viventi, magari con maggiori abilità conoscitive, se non altro per la non riducibilità della storia ad un’unica e precisa evoluzione indipendente da ogni circostanza.

Dialoghi Mediterranei, n. 38, luglio 2019
[*] Si pubblica per gentile concessione dell’editore Saladino uno stralcio tratto dal volume Fra il mito della certezza e la certezza del mito. L’evoluzione della conoscenza fra legge e casualità, di Rosolino Buccheri, in corso di stampa.
Note

[1] Lavori in collaborazione con Marina Alfano pubblicati nell’ambito di akousmata· orizzonti dell’ascolto, altri pubblicati con il Centro Internazionale di Studi sul Mito e altri ancora derivati da scritti pubblicati su questa rivista online, Dialoghi mediterranei.
[2] Forse, secondo l’‘epistemologia evoluzionistica’ di Donald Campbell, Konrad Lorenz e Karl Popper, un unico processo evolutivo che include il Cosmo e la Vita.
[3] Vedi figura in copertina.
[4] Keplero fissò nel 3877 a.C. la data d’inizio dell’Universo e l’arcivescovo James Ussher l’anticipò al 4004 a.C., mentre Johannes Hevelius propose il 3963 a.C. (Cfr. Bocchi&Ceruti, 2006: 17).
[5] Ong, 1986: 23-28.
[6] Questi temi sono ripresi da Alfano&Buccheri, 2006: 269-302 e rielaborati per adattarli al presente contesto
[7] Il principio di semplicità o dell’economia nell’interpretazione di un fenomeno (rasoio di Occam), dice che, data una scelta di teorie, spiegazioni, ipotesi o leggi, a parità di tutto, è meglio preferire quella più semplice.
Riferimenti bibliografici
Marina Alfano, Rosolino Buccheri, Il Symbolon tra le Simplegadi di Mito e Logos, in Il Simbolo nel Mito attraverso gli studi del Novecento, a cura di A. Aiardi, M. Martellini, G. Romagnoli, S. Sconocchia, Recanati-Ancona, 2006
Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, Origini di storie, Feltrinelli, Milano, 2006
Walter J. Ong, Orality and Literacy. The Technologizing of the Word, Routledge & Kegan, London 1982 (trad. it. Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, il Mulino, Bologna 1986: 23-28.

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Rosolino Buccheri, già Dirigente di Ricerca del CNR in Astrofisica e Fisica Cosmica, direttore dell’Area della Ricerca CNR di Palermo e docente di Istituzioni di Fisica Nucleare e di Storia del Pensiero Scientifico all’Università di Palermo. Ha rappresentato l’Italia alle missioni spaziali della NASA e dell’E.S.A. e annovera la scoperta della prima pulsar binaria superveloce. È autore di oltre duecento pubblicazioni, coautore del libro L’idea del Tempo con Margherita Hack e co-curatore di diversi libri. È Accademico dell’Accademia Siciliana dei Mitici e Presidente dell’Associazione di Astrofili ORSA.

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