di Jacopo Lentini
Tra le migrazioni italiane nel Mediterraneo a cavallo tra Ottocento e Novecento, ha avuto particolare rilievo quella in Tunisia, a maggioranza siciliana, che raggiunse le oltre centomila presenze intorno al 1930. Da alcuni anni c’è un rinnovato interesse per questa comunità, anche da parte di semplici appassionati che hanno raccontato le origini della propria famiglia, un tempo emigrata a Tunisi. Si annoverano documentari, romanzi ed eventi dedicati, oltre ai saggi accademici: quasi tutti hanno in comune uno sguardo privilegiato verso la componente siciliana.
Secondo lo storico Gabriele Montalbano, «sebbene alcuni imprenditori e notabili siciliani fossero molto influenti nella Tunisia coloniale, la maggior parte dei siciliani che vi si stabilirono era composta da una classe operaia costituita da contadini e operai. [...] Secondo un rapporto consolare del 1906, che presentava statistiche basate sui registri del 1900, i siciliani costituivano il 72,70% dei cittadini italiani» [1]. Basta questo dato per comprendere come la sicilianità in Tunisia, e in prevalenza nella capitale, si potesse esprimesse anche nelle sue forme più popolari e folkloriche. Tra queste vi era l’opera dei pupi.
Le fonti sulla presenza di questi spettacoli sono scarse e non sono mai state fatte ricerche sul tema nella stampa italiana di Tunisia, nemmeno nelle cronache del Simpaticuni, un periodico siciliano edito a Tunisi tra il 1911 e il 1933. Ma il recente ritrovamento di alcune foto d’epoca che ritraggono alcuni teatri dei pupi nella capitale, insieme alle poche testimonianze disponibili, permettono di ricostruire alcuni dettagli sulla loro presenza nel Paese.
Le foto, reperite in Francia attraverso una nota piattaforma online di collezionismo, sono di Elio Montefiore, un fotografo attivo a Tunisi tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento, che aveva uno studio al numero 28 di rue des Maltais. Le immagini sono cinque e insieme formerebbero un “reportage”; sono datate 1939, secondo quanto appuntato sul retro di una di queste, e ciascuna riporta il nome del puparo a cui si riferisce. Si leggono tre nomi in tutto: Sammit, Gentusa e Sardo. Mentre dei primi due non si hanno notizie, Sardo, Nicola di nome (Tunisi, 1901-1955), ma di origini trapanesi) verosimilmente conosciuto come Don Nicolao, sarebbe stato l’ultimo a tenere gli spettacoli fino ai primi anni Cinquanta, mentre la tradizione dell’opera sarebbe sostanzialmente scomparsa all’avvento degli anni Quaranta.
Le principali fonti scritte che raccontano di questi spettacoli sono due. La prima è un articolo di Raoul Darmon (1885-1976), giurista a Tunisi di professione e autore di numerose pubblicazioni sulla vita socio-culturale in Tunisia, intitolato Les marionnettes à Tunis – Karakouz, Guignol et Pupi, e pubblicato nel Bullettin economique et social de la Tunisie, n. 54 – 1951. Vi si legge che queste marionette italiane furono in voga nei quartieri popolari e che «Tunisi ha avuto fino a tre di questi piccoli teatri per volta: quello de la rue des Potiers, trasferitosi infine nella rue des Teinturiers, diretto da Don Roccia; quello de la rue des Salines, che si è poi spostato a rue de l’Hiver nel quartiere Bab-Djedid; e un terzo nel quartiere de la Piccola Sicilia».
Quello di Bab-Djedid avrebbe operato fino al 1941 [2]. A proposito de la Piccola Sicilia, invece, l’autore non precisa se sia quella del centro di Tunisi, compresa tra l’avenue de Carthage e la laguna, o se invece sia il più antico e omonimo quartiere de La Goulette, località portuale a circa 10 km dalla capitale. Questa cittadina fu il punto di ingresso della migrazione siciliana in Tunisia e il quartiere siciliano era abitato in maggioranza da pescatori.
È probabile che Darmon si riferisca al centro della capitale, dove erano maggiormente concentrate le attività culturali, teatri di vario genere, le sale da ballo, e dove il pubblico, non solo siciliano o italiano, era di varia estrazione sociale. Infatti l’autore rileva che «gli spettatori non erano esclusivamente italiani, tutt’altro. Molti dei nostri connazionali seguivano assiduamente queste rappresentazioni», e prosegue citando nomi altolocati del tempo «come il signor Léal, ex direttore della Sûreté, il professor Noël, il presidente Vionnois, il presidente Victor Pietra e molti altri, sensibili all’omaggio reso alle virtù francesi attraverso queste bambole italiane». Secondo il letterato, i giovanissimi italiani ammiravano le gesta dei Paladini di Francia, «i cui tratti avevano già visto dipinti sui carri siciliani», più dei loro coetanei francesi che spesso ne ignoravano le vicende.

Retro delle foto di Montefiore con timbro e dicitura Sammit in alto e in basso “marionettes sicilians” Tunis Opera dei pupi, 1939
Infine, Darmon aggiunge: «questi umili burattini meritano un po’ della nostra gratitudine. Sarebbe un lavoro utile da molti punti di vista, tirarli fuori dalla polverosa stanza sul retro di Rue de la Commission, dove sono attualmente relegati, per farli rivivere e risvegliare un entusiasmo autentico». L’articolo è quindi corredato, a pagina 58, da due foto di Elio Montefiore, che raffigurano «una parte dei circa 250 pupi» appesi nel retro di una bottega di questa via, che si trovava nella medina di Tunisi, e che le foto sono state scattate «grazie alla cortesia di Nicola Sardo, proprietario di marionette», come si legge nelle didascalie.
Proprio nella rue de la Commission, Nicola Sardo, appassionato di pupi ma idraulico di mestiere, aveva la sua bottega, e avrebbe comprato e conservato per alcuni anni un teatro dei pupi. Il figlio Ubaldo Sardo lo avrebbe aiutato ad allestire alcuni spettacoli, e questo ha raccontato come il padre veniva chiamato dal pubblico proprio “Don Nicolao” [3].
È possibile ipotizzare che questi spettacoli si tennero proprio nel teatro che fu di tale Don Roccia presso la rue des Teinturiers, citato da Darmon, dal momento che numerose testimonianze orali concordano sul fatto che in questa via, fino ai primi anni Cinquanta, c’era proprio il teatro di Don Nicolao, e che non vi era più traccia di altri pupari.
Tra queste fonti vi è la signora Franca Manardo, la cui famiglia aveva un pastificio a Tunisi, di cui una sede si sarebbe trovata proprio nella rue des Teinturiers in quegli anni, nei pressi del civico 108. Secondo la signora, che oggi sarebbe ultraottantenne, gli spettacoli dei pupi si tenevano proprio di fronte l’attività di famiglia [4].
E ancora, all’interno di alcuni gruppi Facebook prevalentemente francofoni, dedicati agli italiani e siciliani di Tunisia, una ricerca per parole chiave ha permesso di trovare brevi ma significative testimonianze di vari anziani nati a Tunisi tra gli anni Trenta e Quaranta, di origini italiane o francesi. Come quella della signora Nicole Catalogna: «da piccole andavamo a vedere l’opera di dei pupi da Don Nicola; le mie prime lezioni di storia francese furono Orlando, la durlindana (la sua spada), ecc. “Il teatro” era rudimentale, si trovava vicino alla moschea della rue des Teinturiers. Ero veramente piccolina». La rue des Teinturiers, nel cuore della medina, era una strada commerciale e vedeva una forte concentrazione di residenti italiani con le loro attività.
Il signor Giovanni Canino, classe 1937, ricorda invece che gli spettacoli di Nicolao si sarebbero tenuti anche durante la Seconda guerra mondiale, terminata in Tunisia nel maggio del 1943. «Io all’epoca avevo 6-7 anni, abitavo all’inizio del quartiere Montfleury e frequentavo la chiesa di Santa Lucia. Oltre alle attività della chiesa non c’era molto altro e la rue des Teinturiers era poco distante; si andava lì vicino a comprare il pane con il libretto dei buoni – la tessera annonaria – da un panettiere di nome Salah; ci si passava davanti prima di andare da Nicolao. L’unico divertimento era il teatro dei pupi che si trovava in un grande cortile dove era stata predisposta una sala. Non c’erano sedie ma banchi lunghi e un palco sopraelevato con delle tavole di legno a mo’ di pavimento, che mi è rimasto impresso, perché all’inizio degli spettacoli il puparo vi batteva forte con le scarpe per zittire la sala. Prima della fine della guerra non erano rimaste altre attività, quello era l’unico intrattenimento per i siciliani della zona, al cinema non si andava perché il biglietto costava tanto».
Eppure, secondo Christian Sardo, nipote di Nicola Sardo, suo nonno e la famiglia si sarebbero rifugiati fuori Tunisi durante i bombardamenti [5]. Posto che le fonti orali possono essere imprecise o riferirsi a periodi diversi, queste forniscono comunque una nuova prospettiva rispetto a quella presentata in un articolo dello stesso autore, dal titolo “Sunnu troppi Don Nicolao, scalamu!”: le tracce dei pupi siciliani in Tunisia, pubblicato su Treccani.it .
La tesi più accreditata finora, in mancanza delle ritrovate testimonianze, era che alla fine della guerra, nel maggio 1943, non rimase alcuna traccia di espressioni italiane, dal momento che i francesi in quel momento chiusero le scuole, gli ospedali, i giornali e altre istituzioni della comunità, per neutralizzarne la presenza rilevante che avrebbe potuto compromettere gli interessi del protettorato. Già molti anni prima, infatti, i colonizzatori introdussero politiche di naturalizzazione per ridurre il numero delle presenze italiane e integrarle nel sistema francese.
Ma la “bonifica” delle attività italiane non sarebbe quindi stata così chirurgica, almeno nel caso di un teatro dei pupi, come quello di Nicolao. Va però detto che questi teatrini erano installazioni che potevano essere spostate, montate all’interno di magazzini o di luoghi improvvisati, e il loro richiamo e visibilità erano decisamente inferiori rispetto quello di un vero e proprio teatro stabile.
Nicola Sardo avrebbe quindi potuto operare fino al suo decesso nel 1955 o poco prima. In seguito, le marionette furono vendute a un noto antiquario italiano di Tunisi, lo stesso citato in un articolo del giornale La Presse (Tunisi) del 15 novembre 1963, che costituisce la seconda fonte scritta sulla presenza dei pupi nella capitale e sulla figura di Nicolao.
Si tratta di un’intervista ad Arbace Evangelisti – il cui figlio Folco racconta le memorie del padre nell’articolo di Treccani – che spiega come Don Nicolao fosse «una figura popolare a Tunisi» e ricorda la reazione del pubblico alle lotte tra Orlando e gli infedeli: con un colpo di spada il paladino ne avrebbe uccisi troppi in una volta e lo racconta citando il puparo.
« “Allora, con un solo colpo della sua durlindana, il famoso Orlando uccise trentacinque infedeli”. Ci furono proteste tra il pubblico; la gente gridava: “Ah! Stai esagerando, abbassa un po’ il numero”. Imperturbabile, il puparo continuava: “Poi, con un solo colpo della sua durlindana, il famoso Orlando uccise ventitré infedeli. E la protesta continuava: “abbassalo ancora, sono troppi”». E via dicendo finché il puparo non si rivolgeva al pubblico: «“ditelo voi, ditelo, quanti infedeli ha ucciso il famoso Orlando!”».
Delle circa duecento marionette che possedeva, Nicola Sardo ne avrebbe realizzate cinque, tutte le altre sarebbero state acquisite dagli altri teatri dismessi in passato. Christian Sardo conserva ancora un “Gladinoro”, uno dei paladini del ciclo carolingio, realizzato dal nonno a Tunisi.
Vale poi la pena di menzionare Daniel Passalacqua, ex imprenditore italiano di Tunisi, classe 1928, secondo il quale ci sarebbe stato un teatro dei pupi a Tunisi anche nella rue Sidi El Benna, scomparso nel 1940-41, «installato in un rione a forte densità siciliana e destinato prevalentemente alla prosa in dialetto o all’ “Opera dei Pupi”, del quale serbo un ricordo da bambino» [6]. Non vi sono però altri dettagli per ricostruirne le vicende.
Tornando all’articolo del 1963, Arbace Evangelisti sostiene che i teatri dei pupi caddero in disuso già a metà degli anni Trenta, «senza dubbio eclissati dal cinema parlante», ma le foto di Montefiore ne attesterebbero ancora l’esistenza nel 1939. E sebbene Darmon, nel testo del 1951, auspichi che i pupi tornino a «rivivere», facendo intendere che in quel periodo l’opera non c’era più – lo stesso Nicola Sardo viene indicato come semplice proprietario di marionette e non come oprante – le recenti fonti orali ribadiscono che gli spettacoli ci sarebbero stati ancora nei primi anni Cinquanta – e secondo alcune, si tenevano la domenica pomeriggio.
È quasi certo che dopo l’indipendenza della Tunisia nel 1956, dell’opera dei pupi non vi era più alcuna traccia. Il Paese, tra le altre cose, iniziò un processo di riaffermazione della propria identità nazionale e culturale musulmana. Secondo Folco Evangelisti «anche se vi fossero stati ancora i pupari, gli spettacoli non avrebbero potuto più contenere frasi come “vile scellerato pagano”, urlate dai paladini cristiani (come Orlando o Rinaldo) contro i loro avversari, che erano rappresentati come “infedeli” o “pagani”, cioè musulmani. Sarebbe stato politicamente inaccettabile» [7].
Ad ogni modo, che sia con discontinuità o nel tempo libero, Nicola Sardo si sarebbe dedicato alle marionette siciliane che amava. Pare che fosse lui Don Nicolao, l’ultimo puparo di Tunisi?
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Note
[1] Cit. Gabriele Montalbano, Gli Italiani di Tunisia. La costruzione di una comunità tra migrazioni, colonizzazioni e colonialismi 1896-1918 (Le Penseur Edizioni, 2025).
[2] Cit. Daria Settineri, I pupi dell’Opera a Tunisi, in Islam in Sicilia, un giardino tra due civiltà, Gibellina Museo delle trame Mediterranee (2012).
[3] Memorie scritte di Ubaldo Sardo di data ignota, fornite dal figlio Christian Sardo (nipote di Nicola Sardo).
[4] Intervista video di Marcello Bivona e Alfonso Campisi, rispettivamente regista e produttore del documentario Siciliani d’Africa (2022), realizzata nel 2019 a Tunisi nell’ambito di questo progetto ma non pubblicata integralmente.
[5] Intervista di Jacopo Lentini a Christian Sardo, giugno 2025.
[6] Cit. Daniel Passalacqua intitolato Cenni sommari sulla vita culturale a Tunisi nel XIX° e nella prima metà del XX secolo, pubblicato nel volume Memorie italiane di Tunisia (Finzi ed., 2000): 214.
[7] Intervista di Jacopo Lentini a Folco Evangelisti, Hammamet, 2021.
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Jacopo Lentini, giornalista freelance con un piede in Sicilia e uno sguardo all’Africa. Tra le altre cose, ha realizzato vari reportage sulla comunità italiana di Tunisia e su quella Tunisina in Sicilia. Ha collaborato con varie testate italiane e internazionali come il Manifesto, Nigrizia, Treccani, Internazionale, Deutsche Welle e altri.
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