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Dislivelli in quota DEA: persone e musei

 

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Museo delle genti di montagna, Palazzuolo sul Senio, Firenze (ph. De Simonis)

di  Paolo De Simonis

Selvaggi indomiti

«Ultimo negozio di prossimità» [1]: possibile funzione attuale del piccolo museo DEA all’interno del piccolo paese sfrattato dalla contemporaneità assieme ai suoi tradizionali punti vendita di ‘generi diversi’, commerciali quanto socializzanti. Un museo-casamatta della superstite minisocietà civile: per difendere la prossimità del suo passato e negoziarne il senso odierno favorendo dialoghi fra i diversi attori dell’impresa museale che troppo poco, nel tempo, si sono incontrati e ascoltati.

Fu nell’inverno del ’68 che don Luigi Pellegrini, a quota 1525 parroco di San Pellegrino in Alpe, fra Toscana ed Emilia, visse il suo maggio museografico all’oscuro dell’epifania museale metalinguistica celebrata l’anno prima in Palermo [2] da Alberto Mario Cirese. Il sacerdote, ‘semplicemente’, iniziò a raccogliere quel che tutti buttavano risignificando in museo [3], ricavato dai locali di un Santuario, un agglomerato indigesto di ferri da stiro e macchine per cucito, chiavi e serrature, vanghe e pentole.

Oggi, nel «borgo abitato più alto di tutto l’Appennino»[4] gli abitanti si sono ridotti a 11 ‘ma’, ci informa il web, per visitare museo e Santuario arrivano «da tutto il mondo pellegrini e caminanti» che, in un «caratteristico e storico punto vendita di prodotti tipici», possono acquistare «funghi porcini, miele, lamponi, mirtilli, fragoline di bosco, farina di castagne»[5]. Funzionano in paese anche due alberghi-ristoranti, un bar e un pesapersone en plein air affacciato sulla vallata.

C’è speranza, se questo accade a San Pellegrino in Alpe? L’apologo mi serve per aggiungere qualche ulteriore annotazione a quanto, su sollecitazione partecipata di Pietro Clemente, è stato già rilevato da Claudio Rosati e Mario Turci attorno al testo di Piercarlo Grimaldi e Davide Porporato [6].

In sintesi: la crisi dei musei DEA è evidente quanto quella dei partiti politici. Urgono quindi cambi di passo e fasi 2, ripartenze e rifondazioni: i dirigenti inoltre, secondo retorica di settore, dovrebbero porsi delle domande assumendosi qualche responsabilità. Siamo incappati, ammettiamolo, in errori e incidenti di cui occorre individuare le cause. Una di queste sta forse in radice: nell’ambiguità del ‘noi’ che sto usando e dell’impersonalità che spesso avvolge ‘il’ museo. Necessaria astrazione argomentativa o tic linguistico rivelatore?

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Museo della civiltà rurale di Montemassi Roccastrada, Grosseto

‘Il museo è’ o ‘il museo dovrebbe’: quasi fosse una entità spersonalizzata che oscura i tanti attori diversi della scena museale. Il primo passo del ripensarne il senso non può esimersi dal disambiguare il ‘noi’ in ‘chi’. Professionisti vs, o con dilettanti? ‘Museografi’, anche in questo scambio di riflessioni, parrebbero unicamente i primi: specialisti il cui oggetto di studio è stato fisicamente costruito da altri. Qualche specialista, per la verità, si è anche cimentato nella costruzione ma, per scarto di competenze e poteri, è quasi sempre entrato in frizione con la cultura locale

Utile, de quo, riprendere la categoria, a suo tempo messa a fuoco da Kezich, di ‘museo selvaggio’: «nel senso di ‘non domestico’ (e pertanto cresciuto fuori dalle mura di città e accademia) e ‘non dòmito’ (nel senso di incontrollato o non facilmente controllabile)»[7]. Un ‘buon selvaggio’ peraltro, non particolarmente addetto a pensare: «arduo a misurarsi, descriversi o controllarsi, ma invariabilmente ricco e fecondo»[8].

Kezich, nel 1999, metteva a fuoco una postura allora sostanzialmente mainstream: i muri cittadini e accademici hanno a lungo ostacolato la comunicazione tra chi faceva musei detti anche ‘spontanei’ (peggio mi sento) e chi li studiava ponendosi il problema di come avrebbero dovuto essere. Quegli allestimenti rappresentavano, attraverso la mediazione di intellettuali organici locali, una domanda di riscatto, di riconoscimento per «i prezzi pagati»[9] da una parte: l’altra condivideva il senso motivante ma non le sue modalità di rappresentazione e gestione.

I ‘musei selvaggi’, per esprimersi, si sforzarono di scrivere secondo le regole, imperfettamente apprese, della lingua museografica dominante: come i cittadini che, pur deprivati di scolarizzazione adeguata, vollero ugualmente prendere in mano la penna per lasciar testimonianza di sé in diari e lettere. In questo secondo caso, però, le inevitabili deviazioni dalle norme oggi non sono più valutate errori ma varianti motivate nonché, spesso, creative. Non altrettanto può dirsi per la scrittura museale non professionale, che invece meriterebbe analoga attenzione non pregiudiziale. Si è così persa la possibilità di individuare connotati e valenze di una lingua con cui eventualmente negoziare: in vista di una expografia capace di dar ascolto e voce al plurilinguismo che caratterizza comunità patrimonali largamente differenziate al loro interno e in ogni caso destinate a relazionarsi con il resto del mondo.

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Museo del bosco di Orgia Sovicille, Siena

Ho incontrato tratti pertinenti della lingua museale locale non ricercandoli ma contrastandoli quando sindaci e assessori mi hanno chiesto di ‘render presentabili’ allestimenti evidentemente ritenuti imbarazzanti. In chiave di autodafé ricordo di esser intervenuto sul ‘troppo’, per di più ‘disordinato’, di materiali e scritture esplicative: a favore di immagine grafica coordinata e presenza ‘equilibrata’ degli oggetti. L’integralità della loro esposizione era invece sentita necessaria in loco non per ragioni di efficacia comunicativa o estetica ma come segno di rispetto per chi li aveva donati al museo: un santuario dove cumulare ex voto affettivi.

Il dialogo mancato ‘tra le parti’ ha nei decenni contribuito a logorare la ragione sociale fondativa dei musei DEA. E quando noi abbiamo messo a punto il turn partecipativo loro stavano di nuovo partorendo in casa altra spontaneità: al riconoscimento per «i prezzi pagati» hanno fatto subentrare, dai ’90, l’approccio patrimonializzante del passato tradizionale. Il boom dei musei DEA, lo ha evidenziato anche Rosati, non coincide con la fine dell’agricoltura tradizionale ma con la nascita di una memoria ‘applicata’ alla messa a valore dei beni culturali locali.

 Templum e ludus

Il senso di quale sia, o possa divenire, la funzione del piccolo museo DEA non può più permettersi deleghe allo specialismo ‘di distanza’. Necessita, al contrario, il «negozio di prossimità», evocato in apertura, che prevede pluralità di voci: entro una etnografia di scala fine, centrata su giochi di ruolo che si confrontano in loco per avviare e mantenere relazioni collaborative. Turci [10] ha invece ben argomentato attorno a musei etnografici che espongono l’etnografia senza praticarla: così  producendo nuove gravi ‘incomprensioni’ tra livelli e consapevolezze. Per ridurre le distanze cercando di renderle ‘conoscenze’ è indispensabile quanto carente il classico sapere ‘cosa davvero sta accadendo qui’: non altrimenti raggiungibile se non con approccio boots on the ground, decisamente oneroso per tempi ed energie.

Simbdea Toscana vorrebbe comunque ‘provarci’: avviando con i musei DEA una ricerca qualitativa fondata su continuità di incontri, sguardi incrociati, alleanze, progetti comuni. Di seguito una prima serie di appunti indirizzati alla sperimentazione di un lavoro duro ma che qualcuno deve pur fare cominciando da zero.

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Museo Archivio della memoria di Bagnone, Massa Carrara

Al momento infatti, per i musei DEA toscani, già il loro numero corrisponde non a un ‘dato’ ma ad un obiettivo da raggiungere: 43 sono quelli registrati alla voce «etnografia e antropologia» nel sistema della Regione Toscana [11] vs gli oltre 100 di una mia lista personale, fondata sul criterio di includere qualsiasi ostensione pubblica, riconducibile allo sguardo DEA, che abbia deciso di presentarsi al mondo autodefinendosi ‘museo’.

Importante, va da sé, l’adozione di strumenti meno vaghi e più autorevoli. Istituzioni e amministrazioni mirano a incrementare la qualità stabilendo standard normativi di non facile applicazione proprio per i piccoli musei DEA. La ratio sottesa ai requisiti necessari in Toscana per ottenere la qualifica di ‘museo di rilevanza regionale’ [12] non è in fondo troppo lontana da quella che ha generato DOP, DOC, IGT e SGT: garantire la qualità territoriale richiesta dalla «produzione di località»[13] del turismo contemporaneo.

Diversamente, per finalità di conoscenza riflessiva, acquista senso anche il succitato criterio extralarge. Per dire: la stessa eventuale appropriazione indebita di ‘museo’ è indicativa del suo radicamento nell’orizzonte locale. ‘Un museo ci vuole’, quasi come il campanile e il campo sportivo, non fosse altro che per ascensione sociale: «we, too, are in the picture»[14].

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San Pellegrino in Alpe

Informazioni non banali emergono inoltre, ancora in zona censitaria, dalle opzioni lessicali messe in opera per autodefinirsi. Accanto a quella plebiscitaria di ‘museo’ ne permangono altre, indicative della processualità del settore anche in chiave di nominazione: ‘collezione’, ‘mostra’, ’bottega’, ‘casa museo’, ‘centro di documentazione’. Evidente erede, quest’ultimo, dell’originario clima etico-politico caratterizzato dalla predilezione per fonti e modalità ‘alternative’.

In questa direzione si dimostra straordinariamente ricco di indicazioni l’elenco delle discipline coinvolte e dei temi trattati che, complessivamente, formano di fatto una mappa di comunità regionale. Dove ogni museo corrisponde ad un valore patrimoniale che, in punto di Convenzioni internazionali,  «non è più stabilito dai detentori di un sapere tecnico-scientifico ma dal gruppo che lo produce o lo riproduce»[15]: antropologia, etnologia, etnografia, storia ed etnografia, storia locale, cultura del  territorio, cultura rurale, collezione rurale, cultura contadina, civiltà contadina, vita contadina, vita artigianale e contadina, genti di montagna,  civiltà del lavoro, arte del lavoro, arti e tradizioni popolari, lavoro e civiltà rurale, lavoro e tradizioni popolari, Vita e Lavoro, identità, memoria locale, memorie sommerse e maestri d’ascia, Liberazione, Resistenza, deportazione, emigrazione, paesaggio, miniere, ferro e ghisa, ferri taglienti, bilance, pietra serena, marmo, alabastro, terracotta, acqua, pesca e tradizioni lagunari, bosco, carbone, castagno, sci, carta, mulino, olio, vite e vino, tartufo, paglia e intreccio, falegnameria, tessuto, figurina di gesso, bambole, arte sacra e religiosità popolare, teatro popolare, ciclismo, polvere da sparo e contrabbando.

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Museo del carbonaio di Baggio, Pistoia

Difficile, indubbiamente, classificare a Porciano, in Casentino, il Museo del Castello la cui torre, «oltre all’abitazione dei proprietari, ospita un museo dove sono conservati oggetti antichi di uso agricolo e domestico legati al mondo della mezzadria locale, reperti archeologici riguardanti la storia del Castello e una piccola collezione americana di oggetti dei pionieri e delle tribù Navaho e Dakota legati alla vita del padre della proprietaria, George Specht»[16].

Una cultura ‘espulsa’e adottata dalla ‘scienza dei rimasugli’ non poteva del resto pretendere sedi proprie e specifiche. In Toscana i musei DEA abitano castelli, torri medievali e palazzi pretori, santuari e abbazie, granai e fattorie, case coloniche e capanni agricoli, cantine, mulini, frantoi, mattatoi, falegnamerie, miniere, consorzi agrari, capannoni industriali. Anche una ex-stazione ferroviaria. Tanta varietà di situazioni depotenzia, come si vede, gli stereotipi identitari toscani: documentando come il pur prevalente carattere agricolo mezzadrile confinasse, relazionandovisi, con notevole varietà di altre forme di vita.

Quasi completamente da scrivere è poi il fondamentale capitolo dedicato agli autori dei musei, alle loro storie di vita segnate, maggioritariamente, dalla passione collezionista oscillante tra generosità e gelosia, dominata dal mito della ‘completezza’: «grandioso tentativo di superare l’assoluta irrazionalità della semplice presenza dell’oggetto mediante il suo inserimento in un nuovo ordine storico appositamente creato: la collezione»[17].

Il lascito ai cittadini di Gorfigliano degli oltre 1400 oggetti di una collezione privata ha generato l’Associazione Culturale ‘Paese Vecchio di Gorfigliano’ il cui impegno volontario ha consentito nel 2009 la nascita del Museo dell’identità dell’Alta Garfagnana.

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Museo etnografico della Linea Gotica di Bruscoli Fiorenzola, Firenze

Sotto al Passo del Giogo, sull’Appennino tosco-romagnolo, il Museo della Linea Gotica costituisce un ‘condensatore’ di iniziative che collegano i reperti conservati nelle vetrine ai luoghi circostanti da cui provengono. In particolare durante una rievocazione storica che si svolge tra il 17 e il 18 settembre: «Una vasta area verrà allestita a museo a cielo aperto e sarà possibile visitare accampamenti, postazioni, trincee, bunker e veicoli»[18].  Il pubblico «può entrare in scena, chiedere informazioni direttamente ai rie­vocatori o ai responsabili dell’associazione presenti»[19]. Al Museo si può accedere con la Scarperia Musei Card, dove convergono le diverse eccellenze della tradizione locale: il Palazzo dei Vicari che accoglie il Museo dei Ferri Taglienti, la mostra dei pupazzi in movimento ispirati al mondo dell’agricoltura e dell’artigianato locale, il Centro di Documentazione Archeologica e la Raccolta d’Arte Sacra. Le recen­sioni su TripAdvisor attestano come anche la memoria della Linea Gotica risulti per il visitatore una delle componenti del brand Mugello: «Un museo militare che potrebbe essere da stimolo per molte iniziative. E per finire, non dimenti­chiamo la cucina e il fantastico panorama toscano!».

Esigenze di marketing consolidano in effetti la postura flat, che in termini tariffari coordina e semplifica spazio e tempo nel ‘pacchetto tutto in­cluso’. Nel banner del sito ufficiale di Monterchi l’icona del Museo delle bilance è affiancata a quella dalla Madonna del parto di Piero della Francesca.

I musei DEA finiscono per svolgere il ruolo di templum del ludus: un riferimento culturale che accredita forme di svago in massima parte collocate nei mesi estivi, la stagione del raccolto turistico.

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Museo di Casa Zela Quarrata, Pistoia

Al popolo dei musei Dea toscani si è aggiunto nel 2015, vicino a Cortona, il Museo ai Borghi: figlio di una passione per trattori d’epoca contornati da «ricostruzioni scenografiche accurate, musiche originali ed una sorprendente raccolta di oggetti, mobili, attrezzi, ambienti didattici naturali adeguati a creare un rapporto emotivo e coinvolgente tra il visitatore e la Storia»[20]. Tra gli ‘amici del museo’ appare un’azienda agrituristica «acquistata dalla famiglia Luciani nel 1960 quando, finita l’epoca della Mezzadria, si trasferì dai vecchi poderi padronali a nuovi terreni di loro piena proprietà; mettendo a frutto un’esperienza atavica nella conduzione della campagna l’azienda è stata guidata per tanti anni dal nonno Lorenzo con l’aiuto del fratello Ottorino e dei figli, e, attualmente, dopo il pensionamento del nonno, è condotta a tempo pieno dal nipote»[21].

Infine, e per alleggerire, una pertinente comica finale: tra ‘l’innaffiatore annaffiato’ e ‘l’effetto apprendista stregone’. Giorni fa mi appare sullo schermo un Museo del pane gestito, nei dintorni di Firenzuola, da un’azienda agricola montana di cui, or è un quarto di secolo, conobbi gli appassionati fondatori scrivendone poi qualcosa sulle pagine regionali dell’Unità. Clicco sulla voce ‘storia’ del sito e leggo: «I membri della famiglia Martelloni, sono stati identificati da un noto [sic !] antropologo,  Paolo de Simonis, come nuovi abitanti della Valle del Santerno distinguendosi per l’autosufficienza mirata all’economia domestica e al recupero di antichi mestieri della cultura contadina del ‘900 e restaurando antichi edifici. […] Successivamente la famiglia Martelloni ha deciso di coltivare il grano tenero e trasformare il raccolto prima in farina e poi in pane nel relativo laboratorio di trasformazione per essere infine collocati in mostre e mercati»[22].

Dialoghi Mediterranei, n. 42, marzo 2020
Note
[1] P. Grimaldi, D. Porporato, I musei etnografici. Forme e pratiche di resilienza alpina, [2012], in “Dialoghi Mediterranei”, n. 41, 2020.
[2] Mi riferisco a A. M. Cirese, Le operazioni museografiche come metalinguaggio, in Id., Oggetti, segni, musei. Sulle tradizioni contadine, Einaudi, Torino, 1978: 35-56, presentato come relazione  d’apertura del seminario di studi Museografia e folklore, tenutosi in Palermo dal 21 al 23 novembre 1967.
[3] Museo etnografico ‘don Luigi Pellegrini’: <http://www.centrotradizionipopolari.it>.
[4]https://www.luccaprodottitipici.com/default.asp?nome=La%20Sorgente%20Prodotti%20tipici%20della%20Montagna&pag=35>
[5] Ivi.
[6] P. Grimaldi, D. Porporato, cit.
[7] G. Kezich, Il museo selvaggio. Note per uno studio di antropologia museale, in “La Ricerca folklorica”, 39, 1999, 51-54: 54.
[8] Ivi: 53.
[9] A. M. Cirese, cit.: 25.
[10] Cfr., almeno, M. Turci, Ci sono i piatti ma non l’appetito. Riflessioni sulla natura expografica della scrittura etnografica, «Roots&Routes. Research on Visual Culture», Politics and poetics of displaying, 2012,  http://www.roots-routes.org/.
[11] https://www.regione.toscana.it/-/musei-della-toscana-rapporto-2018.
[12] Cfr. legge regionale del 25 febbraio 2010, n. 21, per il  Riconoscimento della qualifica di museo ed ecomuseo di rilevanza regionale.
[13] A. Appadurai, Modernità in polvere, [1996], Meltemi, Roma, 2001.
[14] M. Herzfeld, Anthropology through the Looking Glass. Critical Ethnography in the Margins of Europe, University Press Cambridge, Cambridge, 1999: 12.
[15] C. Bortolotto, Partecipazione e patrimonio culturale immateriale, in ASPACI (a cura di), Identificazione partecipativa del patrimonio culturale immateriale, Milano, Regione Lombardia, 2011, 66-72: 68.
[16] <https://www.castellodiporciano.com/cms/it/il-castello/il-museo.html>
[17] W.  Benjamin, I ‘passages’ di Parigi, Torino, Einaudi, 2002: 214.
[18] < http://www.okmugello.it/scarperia/rievoca­zione-della-battaglia-di-monte-altuzzo>
[19]  Ivi.
[20] <https://ilmuseoaiborghi.it>
[21] <http://www.agrocentorio.com/azienda.htm>
[22] http://www.laselvaditirli.com
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Paolo De Simonis, ha incontrato le storie degli altri lavorando nelle “150 ore”, per le pagine toscane de L’Unità e insegnando Dialettologia italiana nell’Università di Scutari e Antropologia Culturale in quelle di Pisa e Firenze. Ha progettato e realizzato in Toscana mostre e musei DEA. Tra i suoi scritti: Fissazioni. Tempi e metodi nell’accogliere e conservare voci e immagini di Toscana (2007); Luoghi comuni e singolari. Fratture antropologiche nel paesaggio (2009); L’anno dei mezzadri: da esperienza toscana a legge nazionale fra istituzioni, memoria e futuro (2014); “Un progetto campato in aria”: cornici fiorentine attorno al primo museo di etnografia italiana, (2014); Ibidem: esponendo altri tempi attorno a Scarperia (2017); Graffiti sulla gavetta (2018).

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