di Antonio La Spina
Premessa
A partire da una settantina d’anni fa, per gran parte del tempo nei Paesi caratterizzati da un’economia avanzata e da regimi politici liberaldemocratici abbastanza consolidati vi è stata la tendenza a considerare tali regimi come compiuti e duraturi. In effetti le cose non stanno così. Una democrazia è sempre un cantiere che viene portato avanti ininterrottamente e faticosamente, erigendo architetture belle e audaci [1]. Perciò queste vanno costantemente sorvegliate, per tenerle in piedi ed eventualmente puntellarle quando vacillano. In effetti, se non si compie tale continuo lavoro di manutenzione, le democrazie potrebbero incrinarsi o addirittura collassare in brevissimo tempo.
Sono molteplici le giunture delicate dell’edificio democratico che, se intaccate, ne determinerebbero il crollo. Non bisogna però commettere l’errore di ritenere che tali giunture vadano eliminate, o radicalmente alterate, per pietrificare e blindare la democrazia. Si rischierebbe, così facendo, di snaturarla e pertanto di distruggerla comunque. La necessità di muoversi con delicatezza governando equilibri potenzialmente instabili non è un segno di debolezza, quanto piuttosto una caratteristica intrinseca delle democrazie, che va preservata. Ciò dipende dal fatto che esse devono saper fronteggiare problemi molto più numerosi, insidiosi e difficili da risolvere rispetto ai regimi politici non democratici. Ad esempio, il dissenso legittimo, che altrove viene vietato, nelle democrazie va non solo consentito, ma anche protetto e ascoltato. La pluralità dei punti di vista e degli interessi va in genere tutelata. Le libertà e i diritti individuali, che altrove vengono mortificati, nelle liberaldemocrazie vanno invece difesi e nei limiti del possibile rafforzati. La concentrazione eccessiva del potere politico-istituzionale o economico nelle mani di pochissimi, che sta alla base dei regimi non democratici, nelle vere liberaldemocrazie deve viceversa essere impedita. Le strategie o le derive antidemocratiche, che in certi regimi prevalgono, nelle democrazie vanno arginate.
Fin qui ho evocato questioni abbastanza risapute tra coloro che hanno studiato le esperienze democratiche e le loro vicissitudini. Non sempre, però, dette questioni sono percepite nella loro pericolosità, estensione e gravità da parte delle opinioni pubbliche dei vari Paesi interessati. In un mio recente libro, Ridisegnare la democrazia. I tasselli mancanti [2], ho provato a compiere qualche passo ulteriore, sia nell’analizzare certi fenomeni rilevanti, sia, ancor di più, nell’avanzare una serie di proposte volte a completare e migliorare i meccanismi democratici e il loro funzionamento. Si tratta di una riflessione incentrata non già su singoli Paesi, quanto piuttosto sul tema visto in termini generali. La rapidità delle vecchie e nuove dinamiche che oggi impattano sulle democrazie, purtroppo il più delle volte vulnerandole e facendo loro mancare il terreno sotto i piedi, è tale che già nei mesi successivi a quando il mio testo è stato stampato sono accaduti svariati eventi nuovi, astrattamente degni di considerazione. In questa sede posso accennare a qualcuno di essi (§ 4, infra), fermo restando che non mi è ovviamente possibile trattarli in modo esteso.
Tutti i sistemi devono soddisfare, finché restano in vita, un costante fabbisogno di risorse necessarie per il loro sostentamento. Tali risorse vengono reperite attraverso flussi di scambi con i propri ambienti. Ad esempio, il contadino semina, innaffia, fertilizza, in genere coltiva la terra (immettendo in essa proprie risorse quali sementi, attrezzature, lavoro umano, animale, meccanico, e così via) e ne ricava dei raccolti, più o meno variamente distribuiti durante l’anno e a seconda di quello che viene coltivato. Ciò vale anche per i sistemi sociopolitici, che nel mondo contemporaneo sono assai vasti e complessi. Tutti i sistemi sociopolitici hanno elevati fabbisogni di risorse. Alcuni in misura maggiore, altri in misura minore. Se essi si trovano a fronteggiare condizioni straordinarie, come avviene ad esempio durante le guerre, certi fabbisogni – metalli, munizioni, soldati, attrezzature, etc. – aumentano, mentre altri potrebbero subire restrizioni (si pensi al razionamento di certi alimenti e di altri beni, al coprifuoco, e così via).
La mia posizione è che, in condizioni non straordinarie, le democrazie si trovino gravate di fabbisogni relativamente molto più elevati rispetto ai regimi non democratici [3]. A parità di popolazione, livello di sviluppo economico, dotazione interna di risorse naturali, apparati amministrativi, uno Stato non democratico per definizione può permettersi di tenere a un livello alquanto basso o vietare del tutto certe domande sociali, attraverso la propaganda, il controllo delle comunicazioni, la repressione delle idee indesiderate, la persecuzione di chi avanza richieste ritenute improprie, la paura, e così via. Di conseguenza, il suo fabbisogno di risorse in concreto potrebbe risultare inferiore. Per parte loro, invece, gli Stati democratici devono rispondere in diversi modi alle aspettative dei loro elettorati, senza potersi avvalere, in linea di principio, dei vari mezzi di soppressione delle stesse evocati sopra. Pertanto, i fabbisogni degli Stati democratici saranno relativamente ben maggiori. In parte, ed entro limiti talora stringenti, detti fabbisogni possono essere soddisfatti con un’attenta gestione delle entrate da ottenere a carico delle risorse interne (quali materie prime, dotazione industriale, forza lavoro e così via). In parte andranno invece reperiti all’esterno dei sistemi democratici, guardando all’ambiente naturale, ad alcune comunità politiche straniere e così via [4].
Dalla fine del XVIII secolo in avanti gli Stati sulla via della democratizzazione e poi pienamente democratici, dotati di economie avanzate, erano anche quelli militarmente e tecnologicamente più potenti. C’era dunque la possibilità – poi non di rado effettivamente realizzata – che tale ricerca di risorse in alcune occasioni avvenisse a danno delle realtà esterne più indifese. Più in avanti nel tempo, però, ciò ha provocato effetti boomerang che si riflettono negativamente anche sulle democrazie inizialmente avvantaggiate. Si pensi al mutamento climatico, al risentimento da parte dei Paesi in ritardo di sviluppo, e a tanto altro ancora. È possibile rimediare agli sbagli compiuti e aggiustare la rotta? A mio avviso sì, ma occorre rendersi conto che ciò comporta alcune scelte assai ardue, oltre che estremamente urgenti [5].
Ho appena citato le tecnologie. Qualcuno potrebbe volerci convincere che queste possano sempre essere la soluzione. Pertanto, anche quando, come indubbiamente talora è avvenuto, certi usi di certe tecnologie possono aver generato problemi gravi, ulteriori innovazioni tecnologiche potrebbero porvi rimedio. Ad esempio, se i combustibili fossili generano troppi gas serra e in definitiva causano gran parte del surriscaldamento globale, si potrebbe suggerire di raccogliere e conservare tali gas, mettendoli in condizione di non nuocere. E così via. Prescindendo da questo esempio, e parlando in termini generali, potrebbe al contrario avvenire che talora le innovazioni tecnologiche prospettate per rimediare a danni tecnologici già prodotti in realtà non siano risolutive. Che lascino inalterato il problema o addirittura lo aggravino. Ecco che, anche sotto questo profilo, occorre riportare appropriatamente le diagnosi e le terapie di intervento nell’alveo delle istituzioni democratiche.
Le richieste degli operatori economici direttamente interessati vanno certamente considerate, ma servono anche e soprattutto esperti indipendenti, nonché forme adeguate e al passo con i tempi di coinvolgimento delle varie fasce della cittadinanza e degli altri interessi (ivi compresi quelli più deboli e che non hanno voce). Bisogna anche evitare sistematicamente e preventivamente di arrivare al punto in cui per una tecnologia messa in circolazione senza le necessarie riflessioni e restrizioni ci si debba poi porre il problema di inventare dei rimedi su cui scommettere, una volta che il latte è stato versato.
Uno strumento che sembrava adatto al riguardo erano le autorità regolative indipendenti [6], che in taluni momenti storici hanno effettivamente ottenuto importanti risultati. Oggi però, secondo me, occorre sia aprire ancora di più tali organismi, nel senso di dare più spazio alla deliberazione, nonché a certi soggetti assai poco potenti [7], sia mettere accanto a esse un tipo di autorità non regolative del tutto nuovo che ho provato a delineare [8], capaci di dare voce a chi non ne ha e di contribuire a controbilanciare il peso talora spropositato di alcuni potentati economici, i quali ormai talvolta tendono di fatto a porsi direttamente e in prima persona come soggetti di decisione politica.
Le nuove tecnologie nel campo della comunicazione, della telefonia, dell’informatica hanno prodotto e continuano a produrre benefici immensi. Tuttavia, a seconda di come vengono di fatto utilizzate, soprattutto in assenza di adeguate forme di regolazione pubblica e di cautele da parte degli utenti, potrebbero anche verificarsi conseguenze indesiderabili sull’integrità mentale, sulle fonti informative ritenute valide, sulla libertà di scelta, sulla formazione della personalità, sulla sfera intima, sul senso critico dei cittadini, i quali a loro volta compongono quel popolo la cui volontà dovrebbe essere tenuta in alta considerazione nelle democrazie [9].
Si tratta di ricadute ormai note, in larga parte visibili a occhio nudo, che cominciano a essere dibattute, anche con riferimento alle misure da adottare. Al riguardo avanzo alcune proposte, tra l’altro sui requisiti soggettivi per la fruizione di certe tecnologie, sui tempi di esposizione, sull’anonimato, sul controllo pubblico [10]. Un ruolo cruciale dovrebbe essere svolto dalla scuola. Ciò a condizione che essa sia messa effettivamente in condizione di mobilitarsi, anche attraverso un impiego controcorrente di certe nuove tecnologie, per la tutela dello sviluppo umano degli allievi e la formazione di cittadini consapevoli e autonomi nell’esercizio della propria libertà di giudizio [11].
Ho poi formulato varie altre proposte, di cui qui non posso dar conto nella loro totalità. Mi limito a evocarne alcune, tralasciandone altre. Le liberaldemocrazie sono notoriamente rappresentative, non dirette. Al loro interno possono peraltro trovare più o meno spazio alcuni istituti di democrazia diretta, come il referendum propositivo. È uno strumento non privo di rischi, assai diversificati. Uno è quello della disaffezione e della mancata partecipazione. Un altro è che, a seconda delle regole vigenti nei vari contesti, per il suo tramite possano prevalere interessi minoritari e particolaristici. È tuttavia possibile non soltanto evitare detti rischi, ma anche affinare grandemente il percorso e i quesiti referendari, innestandovi elementi di deliberazione e fornendo effettivamente alla popolazione un’occasione per esprimersi su questioni circoscritte di elevata rilevanza [12].
Occorre poi riflettere attentamente sui sistemi elettorali, sui partiti, sulla partecipazione al voto, sulle forme di governo, sui pericoli dell’accentramento in capo all’esecutivo di poteri eccessivi, sull’opportunità di dialogare e trovare punti d’incontro, ove possibile, anche con le opposizioni e con i diversi interessi in campo (il che non solo è coessenziale alla democrazia, ma corrisponde alla complessità del momento odierno). Anche su questi temi suggerisco alcune strade, eventualmente da percorrere [13].
Bisogna credere nella democrazia per saperla difendere
Come dicevo all’inizio, alcuni potrebbero ritenere che la democrazia sia un’acquisizione ormai scontata, il che è un errore. D’altro canto, oggi vi è anche chi si va convincendo che le democrazie siano troppo lente, inefficienti, internamente eterogenee, permissive, incapaci di mantenere molte delle promesse che fanno. Si diffonde così una delegittimazione che potrebbe sfociare in veri e propri sentimenti antidemocratici. C’è anche chi è deluso, chi si sente dimenticato, messo al margine, abbandonato, perché ha effettivamente subìto o si accinge a subire una penalizzazione nel godimento di posizioni soggettive che riteneva garantite, in campi quali lavoro, reddito, previdenza, sanità, casa, altri ambiti delle politiche sociali [14]. Insoddisfazioni del genere, in buona parte fondate e comprensibili, possono tuttavia sfociare nell’astensione, ovvero nel sostegno a partiti che mobilitano lo scontento e, almeno a parole, la protesta contro i ceti dirigenti [15].
Emergono formazioni politiche e leader i cui programmi sono più o meno apertamente una sconfessione della democrazia liberale, a partire dall’attacco alla separazione dei poteri per arrivare allo sbriciolamento di ciò che resta dei diritti sociali. Certe tendenze oligarchiche sono sempre più evidenti, con intrecci stretti e ostentati tra personalità politiche e proprietari di imperi economici, alcuni dei quali (ma non tutti) fondati sulle nuove tecnologie. Si intravedono sintonie con regimi autocratici, mentre al contempo viene esplicitamente attaccata l’Unione Europea, vale a dire la parte del mondo in cui, a quanto molti erano abituati a pensare, la democrazia ha raggiunto il grado più elevato di maturità [16].
Alcune conseguenze negative dei più recenti ritrovati nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione possono riguardare, tra le altre cose, un incremento dei consumi di energia e materie prime rare, nonché dell’impatto ambientale; il mettere strumenti potentissimi di fatto a disposizione di soggetti del tutto inadatti o di organizzazioni criminali; l’opacità del funzionamento di tali ritrovati e l’eventuale perdita di controllo su di essi; la soppressione o la mancata attivazione di allarmanti quantità di posti di lavoro, e così seguitando. Si tratta di possibili effetti perversi che si potrebbero contenere o evitare del tutto, adottando misure appropriate [17]. Il presupposto di ciò è tuttavia che si affermino delle leadership politiche autenticamente votate alla difesa delle democrazie. Leadership che non si facciano intimidire dallo strapotere economico e tecnologico, né siano conniventi con esso.
Quanto di fatto si osserva, piuttosto, è che le punte più avanzate delle imprese ad alta tecnologia attraggono verso di sé enormi quantità di investimenti e prestiti. Il che per un verso comporta il rischio di indebitamenti eccessivi e bolle finanziarie che a un certo punto arriverebbero a scoppiare. Se però ciò non si verificasse, o avvenisse in misura tale da consentire comunque la continuazione o la ripresa della corsa in atto, non è detto che ci sarebbe da stare allegri. Un siffatto risucchio di capitali, energie creative, talenti personali in una sola direzione potrebbe dar vita a realtà esageratamente potenti, le cui strategie di mercato talvolta potrebbero per di più mischiarsi con idee sugli esseri umani non sempre compatibili con una sana convivenza democratica, con la dignità della persona, con l’effettiva garanzia per tutti di una genuina autonomia di scelta.
La democrazia si trova ad un punto di svolta. Potrebbe andare in pezzi, riducendosi a un simulacro di sé stessa. Ovvero potrebbe rifiorire, riprendendo in mano le redini del proprio destino e puntando a traguardi di benessere, equità e tutela dei diritti ancor più luminosi di quelli raggiunti nel trentennio successivo al 1945 [18]. Ciò dipende dalla sfera politica. Quindi, in democrazia, anche da tutti noi.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] La Spina, “Le ragioni dell’audacia e l’audacia delle buone ragioni”, Le nuove frontiere della scuola, 63/2023.
[2] Armando editore, 2025.
[3] Come argomento in La Spina, op. cit., cap. I; Introduzione e passim.
[4] Ivi, cap. I, § 3.
[5] Ivi, cap. I, §§ 5 e 6.
[6] La Spina e G. Majone, Lo Stato regolatore, Mulino, 2000; La Spina e S. Cavatorto, Le autorità indipendenti, Mulino, 2008.
[7] La Spina, Ridisegnare …, cit., cap. VI, § 4.
[8] Ivi, cap. VI, §§ 6, 8.
[9] J. Haidt, La generazione ansiosa (trad. it.), Rizzoli, 2024. La Spina, Ridisegnare …, cit., cap. IV, §§ 4-8.
[10] Ivi, cap. IV, § 9.
[11] Ivi, cap. IV, § 10.
[12] Ivi, cap. VI, § 1-2; La Spina, “Gli istituti di democrazia diretta e la loro incidenza sui processi deliberativi e sulle politiche pubbliche”, Amministrazione in cammino, 29/11/2019.
[13] La Spina, Ridisegnare …, cit., cap. VI: 9-10.
[14] Una tendenza iniziata già alla fine del secolo scorso (Ivi, cap. III, §§ 3-5).
[15] Ivi, cap. III, § 6; La Spina, “Gli istituti …”, cit. Sul populismo, tra i tanti, anche C. Mudde, C. Rovira Kaltawasser, Populismo. Una breve introduzione (trad. it.), Mimesis, 2020; Y. Meny, Popolo ma non troppo, Mulino, 2019; Müller, Che cos’è il populismo? (trad. it.), Egea, 2023; M. Olivetti, Democrazia costituzionale e populismo, Studium, 2024.
[16] È pur vero che l’UE esibisce un livello ormai insostenibile di frammentazione, e ospita addirittura al proprio interno stati membri i cui governanti si pronunciano contro il liberalismo politico. Su un possibile percorso di riforma dell’UE La Spina, Ridisegnare …, cit., Conclusioni, § 4.
[17] Ivi, cap. IV, §§ 5-6.
[18] Ivi, cap. II. §§ 4-5.
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Antonio La Spina, attualmente pensionato, è stato professore ordinario alla Luiss “Guido Carli”, Roma (in precedenza nelle università di Palermo e Messina). Alla Luiss ha insegnato, tra l’altro: Sociology, Analisi e valutazione delle politiche pubbliche, Sociologia del diritto, della devianza e del crimine organizzato, Politiche sociali e del lavoro, Politiche della sanità. Tra i suoi libri più recenti: Il contrasto alla miseria globale, Armando; The Politics of Public Administration Reform in Italy (con S. Cavatorto), Palgrave Macmillan; Cultura civica e insegnamento religioso (con G. Frazzica e A. Scaglione), Rubbettino. Ha partecipato con diversi ruoli e responsabilità a esperienze di studio applicato e attuazione concreta della valutazione delle politiche pubbliche in sede nazionale, subnazionale, di Unione Europea.
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