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Dietro l’ovatta un disegno. In dialogo con Daniela Brogi

Daniela Brogi

Daniela Brogi

di Ivana Margarese 

Daniela Brogi è scrittrice, critica, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università per stranieri di Siena. Si occupa con sguardo rigoroso e al contempo originale di forme della narrazione in letteratura, nel cinema, nelle arti visive e di scritture femminili. Leggere i suoi libri è sempre stata occasione di arricchimento e riflessione per ripensare e far luce su argomenti anche noti, senza darli per scontati ma aprendoli a nuovi orizzonti interpretativi per disarticolare gli stereotipi e le ideologie, rovesciarli, sottrarli alla loro pretesa di assolutezza, esporli all’esperimento del viceversa. 

La prima domanda che voglio rivolgerti nasce da un’affinità o meglio da una passione che condividiamo, che non è quella per i gatti, di cui sarebbe anche interessante poter parlare, ma per il cinema.  Leggo sempre con interesse gli articoli sui film che scrivi per la rivista Doppiozero e da tempo vorrei chiederti quando hai iniziato a scrivere di cinema. 

«Ho cominciato a scrivere di cinema nel 2007, quando quella che era partita come una passione giovanile, da molti anni si era trasformata in una scelta di studio e di felicità intellettuale e creativa. Occupandomi di storia della cultura e di forme moderne e contemporanee, il cinema è diventato per me un linguaggio indispensabile per capire le esperienze novecentesche. Non serviva cioè a esemplificare, a documentare, ma proprio a vedere e comprendere meglio un nuovo modo di immaginare e inventare il mondo. Anche mettendo a punto, in senso metodologico, differenti possibilità di intendere l’incrocio tra verbale e visuale in termini di reciprocità e di ecosistema. Non era possibile studiare l’espressionismo o il neorealismo, per esempio, o la stessa storia delle opere d’autrice, senza ripartire anche dal cinema. Paesi tuoi (1941), di Pavese, dialoga con The Postman Always Rings Twice (1934), di Cain, ma pure con Ossessione (1943), di Visconti.

Poi, come accade nella vita, le cose cápitano, i livelli si mescolano, e così allo studio e al lavoro si è intrecciata, agli inizi del Duemila, una disavventura di salute che ha richiesto uno stile di vita più fermo. In quel periodo, l’occupazione più intensa è diventata, nei fine settimana, o andare al cinema o noleggiare molte videocassette – sembra di parlarti del Medio Evo, e invece si tratta soltanto di vent’anni fa. Guardare film, in quel momento più fragile, ha significato per me nutrire fiducia verso l’esistenza di altri orizzonti. Scrivere di cinema è diventata anche una forma di gratitudine per la vita che ti promette il cinema».  

978880625098higLo spazio delle donne (Einaudi 2022) è un piccolo libro prezioso in cui rifletti insieme ai lettori sul contributo dato dalle donne a una storia culturale più ampia, meno stereotipata, capace di fare luce sui silenzi o i rimossi che a lungo hanno caratterizzato la nostra formazione e il nostro sguardo. Vorrei mi parlassi di questo testo che include non soltanto artiste, letterate, studiose ma anche donne “comuni” con le loro testimonianze, strumenti importanti per analizzare, smontare e ricostruire i nostri saperi e le nostre pratiche quotidiane. Come è nato il progetto di questo libro e a chi si rivolge? 

«Il progetto preciso di un libro sulla disparità di genere che fosse capace di parlare a un pubblico più ampio e trasversale possibile, affrontando al tempo stesso questioni, temi, categorie e riferimenti per niente scontati, ha preso forma qualche anno prima. Da tempo infatti, sia occupandomi di letteratura sia occupandomi di cinema e di arti visuali, sentivo l’esigenza di far sconfinare, per così dire, gli studi sulle donne. Ancora oggi, come sai bene, si tende infatti a pensare che occuparsi di autrici sia una possibilità a parte, tra le tante altre. Così capitava molto spesso, per esempio, che vari colleghi mi scrivessero per indicare alle loro o ai loro studenti una bibliografia di base per preparare una tesi su un’autrice. Si rivolgevano a me come se fossi un’esperta, che so, di una rarissima specie di minuscoli cetacei californiani; come se fosse una questione che non li riguardasse. Lo facevano con gentilezza, ma riproducendo, anche banalmente e in buonafede, un malinteso sessista e un’ignoranza che tutt’oggi abita troppo spesso la cultura italiana. A un certo punto ho deciso che non volevo più assecondare questo gioco; e che era tempo di far qualcosa di più, anche per le donne più giovani – e dunque spesso più in difficoltà anche rispetto al repertorio del maschilismo benpensante. Lo spazio delle donne contiene infatti una bibliografia di base che certamente non esaurisce centocinquant’anni di studi e di bibliografia sulla storia delle donne, ma può essere un ottimo punto di partenza. Sono partita da lì, in termini operativi, cercando di costruire soluzioni per la domanda molto concreta su come fare.

Come dici tu però, e te ne ringrazio, lo spazio che mi interessava e mi preme recuperare non era solo quello delle donne eccezionali, perché, se ci pensi, il mito della figura femminile leggendaria e eccezionale non demolisce ma semmai consolida le due idee portanti del patriarcato, vale a dire: il principio per cui le donne sono fuori dalla storia (1) e l’idea per cui quando una ce la fa è perché ha fatto fuori, con la sua eccezionalità, tutte le altre: ha fatto come un maschio, insomma (2).  Ragionare in termini di “spazio delle donne” significa invece riformare e progettare un tessuto storico e culturale complessivo. Senza avere paura – inclusa la paura di essere considerate/i e definite/i femministe/i». 

1447528895_altri20orizzonti“Intrecciare voci equivale a non smettere mai di dar valore alla propria esperienza individuale solo a condizione di farla risuonare in un concerto di vite e di storie, e anche a rischio, e onore, di mettere da parte la propria”. Queste le tue parole in Altri orizzonti. Interventi sul cinema contemporaneo (Artemide edizioni, 2015) a proposito di Antonietta De Lillo, bravissima regista italiana nota soprattutto per Il resto di niente (2004), tratto dal libro omonimo di Enzo Striano – pubblicato nel 1986. Mi piacerebbe mi parlassi del cinema come linguaggio interdialogico e interlocutorio, con possibilità molteplici di sperimentazione, risorsa di pensiero e scoperta che talvolta viene sostituita da facili confezioni che sembrano solamente mirare a compiacere gli spettatori. 

«Naturalmente non posso farlo qui, nello spazio di qualche riga. Quello che intanto posso dire, riprendendo anche aspetti affrontati in vari testi, è che il cinema è la camera oscura della contemporaneità, nel senso che respira l’immaginario circostante, lo reinventa e ce lo restituisce facendocelo guardare in modo diverso, spostando il nostro sguardo e il nostro sentimento delle forme. In tal senso, il cinema non è mai semplicemente testimonianza oculare. Antonietta De Lillo, per rimanere nel tuo esempio, sia nel Il resto di niente – che è una totale reinvenzione del romanzo di Striano – che nella sua opera successiva, sperimenta, dialoga, cerca di rovesciare le aspettative, cerca uno spazio suo, personale e diverso». 

Sempre ne Lo spazio delle donne scrivi: “Il successo mondiale della quadrilogia di Elena Ferrante ha intercettato e riempito anche il bisogno simbolico e culturale di una narrativa finalmente dedicata allamicizia tra donne intesa non come semplice contenuto, ma come asse narrativo capace di dare struttura e senso al quadro storico di unepoca. Lamica geniale non parla semplicemente di due amiche: racconta e guarda lItalia del secondo Novecento attraverso la relazione di amicizia tra due donne”. E ancora: “Spesso le donne, o le loro opere, sono state dimenticate, ma è stato svuotato di significato e serietà il modo in cui avevano scelto di appartenere al mondo: il loro impegno, le loro esperienze e relazioni intellettuali (comprese le amicizie e le alleanze con altre donne, che in molti casi, per esempio in quello delle lettere di Hannah Arendt a Mary McCarthy o di Cristina Campo a Mita [Margherita] Pieracci, possono spiegare una biografia culturale molto piú dei mariti o dei figli”.

652-3L’amicizia tra donne è un argomento che mi sta molto a cuore. Considero lo scambio durato per tutta la vita tra Hannah Arendt e Mary McCarthy o Cristina Campo e Mita un’intelaiatura non solo di confidenze private ma di reciproci sproni creativi, un intreccio significativo per leggere le loro opere in maniera più estesa, multifocale. Vorrei una tua riflessione sul valore politico e creativo dell’amicizia. 

«Anche qui posso rispondere in sintesi, ma proverò a dire e tenere assieme due punti di solito separati. Sarei una persona e un’autrice sicuramente peggiore se, nell’arco di tutta la mia vita, non avessi incontrato amiche in cui rispecchiarmi, da ammirare, amare, da sfidare, da ascoltare e da studiare. Oltre alla complicità privata e emotiva, la complicità e le alleanze pubbliche tra le donne sono state fondamentali e hanno fatto la storia della cultura del Novecento, per limitarsi a questo secolo.

Ma questa situazione, così importante, per agire come verità politica va riconosciuta dalle donne per prime – incluse le intellettuali. E qui dobbiamo ancora lavorare molto, senza farsi ingannare dalla retorica del sentimentalismo o del cinismo. Quello che tu dici sulla forza dell’amicizia tra le donne è vero, ma dobbiamo avere il coraggio di dire che la cultura patriarcale del mancato riconoscimento delle donne è troppo spesso praticata e riprodotta, ancóra, oltre che dagli uomini (abbastanza regolarmente) anche dalle donne, anche dalle autrici, quando riconoscono autorevolezza solo agli uomini, agli autori, per esempio, citando soltanto loro (è la ragione per cui, come mi ha insegnato Liliana Rampello, credo che sarebbe giusto che nelle bibliografie si indicasse per intero anche il nome: per vedere bene quante poche donne sono citate). Anche quello è patriarcato, come è patriarcato regolarsi, spensieratamente, in maniera tale che il lavoro e le parole degli uomini siano autorevoli, emblematiche, e il lavoro e le parole delle donne siano invece “spunti” interessanti e ispiratori di cui appropriarsi e via. Purtroppo questa è la cultura del mansplaining, che non richiede necessariamente la presenza fisica di un uomo che spiega e classifica il mondo dando per scontato che le donne ascoltino in silenzio; può verificarsi anche quando le donne ignorano le altre donne».  

9788843092949In Un romanzo per gli occhi. Manzoni, Caravaggio e la fabbrica del realismo dedichi un capitolo alla storia di Gertrude, la monaca di Monza e scrivi: “Tra il desiderio e latto, per Gertrude, cade sempre lombra degli sguardi altrui. Questa circostanza è, alla prova del testo, ancora più vera di quanto si creda, e rappresenta, in ultima analisi, loffesa più grande subita da Gertrude: più grave ancora, in un certo senso, della condanna al convento. Proprio per questo, infatti, la storia di Gertrude continua a strapparci un interesse riflessivo, diventa qualcosa che ci riguarda, nonostante che lusanza di costringere i figli alla monacazione forzata sia ormai passata di moda”. Vale la pena soffermarsi in questa dinamica tra desiderio, sentimento di colpevolezza e sguardo altrui (“Era quel padre, era irritato, e lei si sentiva colpevole” – ci dice Manzoni).

La donna così com’è è un individuo completo”, scrive Carla Lonzi, la trasformazione non deve avvenire su di lei, ma su come lei si vede dentro luniverso e su come la vedono gli altri”. E ancora: “Ho un momento di felicità non voglio neppure muovermi dalla sedia per paura che passi”. Mettendo insieme i pezzi sparsi del discorso l’intuizione manzoniana di una ragazza che entra in crisi non per una ribellione consapevole ai dettami e alla cultura familiare ma perché avendo reso suo quel modello superbo del padre scopre di essersi nutrita di illusioni per compiacere e autocompiacersi, colpisce nel segno e rende Gertrude una figura femminile ancora oggi interessante.

Tralasciando la biografia dello scrittore, laddove è ormai noto il comportamento indifferente e crudele nei confronti della figlia Matilde, come possiamo rileggere oggi lo splendido affresco manzoniano della vicenda di Gertrude? 

«Come un esempio perfetto di almeno tre cose: della grandezza della scrittura dei Promessi sposi; della forza narrativa di Gertrude, che non finisce di catturare generazioni nuove e diverse di studenti. Ho seguito tesi su Gertrude preparate da studenti di Pechino o di Kinshasa, per dire: nessuno teme la monacazione forzata, ma ogni persona che legge i due capitoli dedicati a Gertrude sente che si parla anche di lei. In terzo luogo, le pagine di Manzoni ci mostrano come quando ci si occupa di finzioni dobbiamo affidarci alle verità di cui ci parlano i testi e non alle dichiarazioni d’autore».  

Hai recentemente composto la prefazione de La vagabonda di Colette (L’orma editore) dove torna la questione dei bisogni autentici e della scrittura come riconoscimento, anche coraggioso, di questi bisogni. 

«La protagonista della Vagabonde si chiama Renée, che, oltre a indicare un nome proprio, in francese significa anche “rinata”. Rinascere attraverso la scrittura, vale a dire riappropriarsi della propria storia: è la parabola della grande personaggia inventata da Colette, nel 1910, ma se ci pensiamo è anche il primo e definitivo passo di ogni cammino di libertà e di emancipazione: «What a plunge!»: «Che tuffo!» direbbe Virginia Woolf».  

Avrei ancora tantissime questioni da porti ma concludo chiedendoti dei progetti ai quali stai lavorando e ti ringrazio molto per questo dialogo. 

Oltre ai lavori per il #Cantiere Banti e per il #Cantiere Colette ho un tavolo pieno di autrici, tra cui Woolf. E sono io che ringrazio te, cara Ivana Margarese, perché quando si ragiona ascoltando un’altra si lavora meglio».  

01095cbd98ef7899b7-paperback-750x10502-5Conclusione 

Confrontarmi con i testi e le parole di Daniela Brogi è stata ed è un’opportunità preziosa di rigore e fiducia nel pensare, consapevoli dei meccanismi che spesso anche in buona fede finiscono per riprodurre mascheramenti o rimozioni. Un lavoro, il suo, sulle prospettive e sulla qualità dello sguardo con cui possiamo osservare e riosservare la storia, anche a partire dai contributi delle donne (le loro opere, la loro storia sociale) che sono stati prodotti negli ultimi centocinquant’anni.

Scrive Anna Banti nel racconto Le donne muoiono: «Come matte, come sante, vergini suicide, malate, morte giovani, puttane, isteriche o ninfomani, come streghe, zitelle e bruttone: quasi sempre le donne che ce l’hanno fatta a non essere sommerse dall’oblio sono state consegnate all’immortalità a condizione di un ‘eccezionale stranezza di vita e temperamento che di fatto le ricollocava fuori dalla storia».

Raccontare la storia ragionando sullo spazio delle donne significa interrogarsi su come i canoni, l’opinione pubblica, le scelte culturali che facciamo quotidianamente, siano il frutto di prese di posizioni, di punti di vista, di rimozioni violente, di responsabilità, anzitutto verso chi arriverà dopo. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025

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Ivana Margarese, fondatrice e direttrice editoriale della rivista Morel, voci dall’isola. Ha conseguito un dottorato in Studi culturali e un postdoc in Cinema documentario presso l’Università Elte di Budapest. È stata docente a contratto di Teoria della letteratura all’Università degli Studi di Palermo. Ha curato Ti racconto una cosa di me (Edizioni di passaggio 2012), I miti allo specchio (Mimesis 2022) e Tra amiche (Les Flâneurs, 2023) e ha pubblicato racconti in diverse antologie. Di prossima pubblicazione Il tempo è un altro. Colloqui con Anna Maria Ortese (Iacobelli 2025). Fa parte della Società italiana delle letterate e collabora con le riviste Leggendaria e Letterate Magazine.

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