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Di tonnare e di imprese. Per una geografia mediterranea

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Mercato del pesce di Trapani, venditori di tonno all’inizio del XX secolo

di Ninni Ravazza

Un’epopea mediterranea. Gli italiani alla pesca del tonno è il titolo del dossier edito sul numero 14 della rivistaAmmentu”[http://www.centrostudisea.it/index.php/ammentu], una monografia curata da Giuseppe Doneddu, autore con Rosario Lentini, Nicolò Capriata e Maurizio Gangemi dei saggi raccolti nel fascicolo. Iniziamo dal titolo “Epopea”, estensivamente “serie di imprese straordinarie”; se poi volessimo scendere più nel particolare arriveremmo addirittura ad “ampia narrazione poetica di gesta eroiche”. C’è forse un’esagerazione nell’affidare agli italiani che si sono impegnati nella più nobile delle arti alieutiche, il “calar tonnare”, il ruolo di “eroi” artefici di gesta al di fuori dell’ordinario degne del canto del poeta? In fondo, si tratta solo di attirare in trappola un pesce per farne tranci sotto sale, scabecio sott’olio, nella migliore ipotesi larghe fette da arrostire sui rami dell’olivo, pianta mediterranea per eccellenza. Troppo accorto il curatore per cadere nella inappropriata glorificazione di un’attività che a prima vista potrebbe apparire niente affatto poetica ma piuttosto materiale, concreta, aspra e financo violenta. Dunque?

Se davvero solo agli eroi è dato parlare con gli Dei, e Archestrato di Gela consigliava di offrire il tonno «se a’ numi cena imbandissi» [1], ecco il collegamento, il trait d’union tra gli uomini pescatori e gli dèi del mare che sovrintendono alle loro azioni. Il curatore ha colto nel segno, e con lui gli altri autori dei saggi. Straordinarie sono le storie degli uomini che per millenni hanno inseguito i tonni nelle loro migrazioni, eroici gli imprenditori e i rais che hanno impegnato intelligenza e capitali per stendere sul mare le reti dove i grandi Ceti incappano nel loro viaggio d’amore. Non si spiegherebbe altrimenti la vasta letteratura sulla pesca del tonno, l’iconografia che affonda nel Neolitico, gli studi mai completi sulla sua biologia, l’investigazione dei rapporti con il divino dei tonnaroti, o tonnarotti secondo che siano siciliani o sardi (ma anche elbani o calabri) [2]. È una materia interdisciplinare la pesca del tonno. Interessa agli antropologi e ai biologi, ai pittori e agli storici, agli economisti e ai fotografi, ai musicologi e ai documentaristi.

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Tonnara di Favignana, camperia (ph. Ninni Ravazza, 2004)

Ancora oggi che dei cento e passa impianti di pesca italiani resistono solo le tre tonnare sarde del Sulcis, mentre uno scriteriato tentativo di rimettere in attività la Regina delle tonnare, Favignana che fu dei Florio, è miseramente fallito, l’interesse per la pesca del tonno con le reti fisse non scema, anzi si arricchisce sempre più grazie alle indagini e alla rete di collegamenti tra i ricercatori che come in un intricato puzzle mettono insieme tasselli nascosti in buste, cartelle, fogli, sperduti in archivi, fondi, cassetti. Quando credi di avere appreso tutto sulla pesca del tonno e sugli uomini che l’hanno fatta grande, ecco apparire un documento che conferma, smentisce, completa tutto quanto hai faticosamente messo insieme in anni di ricerca. E il puzzle diventa sempre più completo, anche se ciascuna tessera non sarà mai l’ultima.

Dall’amicizia e collaborazione tra Rosario Lentini e Giuseppe Doneddu, solo per fare un esempio, finalmente si può mettere un punto fermo sull’impianto delle tonnare in Sardegna, e il Dossier indica le date dell’esportazione dalla Sicilia del konw how tonnaroto: nel 1589 parte la proposta che i siciliani si rechino in Sardegna con le loro attrezzature per sperimentare la pesca con le tonnare fisse; nel maggio 1590 il rais palermitano Carlo Salomone è nell’isola per studiare i luoghi; il primo marzo 1591 da Palermo parte la nave con uomini, barche e reti diretta a Cagliari. La prima tonnara sarda viene calata a Carbonara, odierna Villasimius; seguirà quella della vicina Pula.

Il documento che attesta la nascita degli impianti sardi è stato rinvenuto da Lentini all’Archivio di Stato di Palermo e conferma e completa le notizie che Doneddu aveva già assunto nell’Archivio Regio di Cagliari, consentendogli di dare al suo saggio il titolo dirimente “Alle origini delle tonnare sarde”. L’avventura di la tunara vinguda de Sicilia e dei suoi uomini, il commerciante cagliaritano Pietro Porta che viene premiato dalla Corona spagnola per la sua intraprendenza, il rais Carlo Salamone che porta con sé tre figli, la ventina di tonnaroti arrivati dal palermitano ma anche da Trapani (quattro), si può benissimo leggere come la straordinaria impresa di chi ha lasciato la propria terra (col suo mare ben noto) per una sfida in mari e terre sconosciute, dove nessuno prima aveva sperimentato la pesca del tonno con le grandi reti. Una scommessa vinta a tutto campo, se come, ricorda Giuseppe Doneddu, sull’onda di quel successo nell’ultimo quinquennio del Cinquecento sono già operanti anche le tonnare di Portoscuso e Portopaglia, Malfatano-Piccinni, Santa Caterina di Pittinuri, Saline a Porto Torres, e si pongono le basi per quelle di Capo San Marco, Scala Salis, Argentina di Capo Marrargiu, Porticciolo, Trabuccato all’Asinara, Capo Bianco, Calagustina e Vignola, che saranno in pesca nei primi anni del secolo successivo.

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Tonnara Isola Piana, malfaraggio (ph. Ninni Ravazza, 2017)

I quattro autori sono storici dell’economia e nel Dossier ricostruiscono la grande avventura della pesca del tonno nei luoghi ove questa si è per secoli identificata con il divenire della società locale: Sicilia e Sardegna soprattutto (Lentini, Doneddu, Capriata), ma anche tutto il litorale italiano dove gli impianti di pesca erano quasi ovunque di dimensioni e rilevanza minore rispetto alle due Isole, ma pur sempre centro importante di crescita economica e sociale (Gangemi).

Il quadro fornito dai contributi è circoscritto alla ricerca storico-economica pur senza tralasciare interessanti spunti socio-antropologici (a Carloforte ci si sposava a luglio e agosto, quando la pesca era finita e gli uomini avevano qualche soldo di più in tasca, ricorda Nicolò Capriata), ma non può prescindere da un confronto con la realtà attuale. E il sentimento che emerge è di enorme rimpianto. Come può accadere che lungo le coste dove nel tempo sono state calate fino a centoventi tonnare oggi ne restino solo tre, Isola Piana, Portoscuso e Portopaglia, tutte nella costa sud occidentale della Sardegna, e quest’ultima pure con calo intermittente? Come si possono essere “spente” le meravigliose e “ubertose” tonnare trapanesi di Favignana, Bonagia, Formica, le tante di Milazzo, la siracusana Marzamemi, Pizzo Calabro, la Saline di Stintino? Le decine di tonnarelle che insieme a pochi tonni catturavano a migliaia palamite, alalonghe, tombarelli, occhiate, sugarelli?

Questo nel momento in cui il Mediterraneo è nuovamente ricchissimo di tonni, a lungo protetti dall’Iccat (Commissione Internazionale per la Conservazione del Tonno Atlantico) e oggi tanto numerosi da mettere in crisi la tradizionale pesca del pesce azzurro perché se ne cibano fino a distruggere i banchi che una volta davano lavoro a centinaia di pescatori. La Sicilia era la terra delle tonnare e il mare delle sarde e delle acciughe catturate con la rete “cianciolo”; oggi sono scomparse le une e le altre. Nel golfo del Secco a San Vito lo Capo, fino al 1969 sede di una tonnara piccola e bellissima, i tonni sono tanti e affamati, strappano le reti dove sono ammagliati gli sgombri e rubano le viole [3] dagli ami dei dilettanti, ma le “quote tonno” assegnate dalla Commissione non consentono il calo di ulteriori impianti.

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Tonnara Isola Piana, edifici dismessi e antiche ancore (ph. Ninni Ravazza, 2017)

Il tentativo di rimettere in attività la storica tonnara di Favignana nel 2019, ispirato a ragioni turistiche più che imprenditoriali, è fallito miseramente perché ormai quel sito di pesca è irrimediabilmente compromesso dall’inquinamento acustico, con decine di traghetti, aliscafi e motoscafi che intersecano le rotte dei tonni che per millenni si sono insaccati nel canale tra le isole di Levanzo e Favignana; seppure così non fosse, la rinascita di Favignana sarebbe stata impedita dalla “quota” ridicola assegnata a questa tonnara: 28 tonnellate di tonno, poi ridotte a 14, insufficienti pure a pagare le spese di impianto. A ogni buon conto, per i motivi esposti, le catture non hanno raggiunto nemmeno le 3 tonnellate.

Continuano a pescare grandi quantità di tonni, invece, le tonnare carlofortine di Isola Piana e Portoscuso, e in misura minore Portopaglia; oggi anche qui si devono fare i conti con le insufficienti “quote” dell’Iccat che costringono a chiudere anzitempo la stagione di pesca, e Nicolò Capriata nel suo saggio “Profilo storico delle tonnare di Carloforte tra il XVI e il XX secolo” ci ricorda come per secoli queste tonnare abbiano reso ricco il territorio del Sulcis, altrimenti condannato a vita ben grama.

Anche nel Sulcis alla fine del Cinquecento arrivarono i tonnaroti siciliani per calar tonnare (Portoscuso nel 1594, un anno dopo Portopaglia), e a loro si aggiunsero i liguri portati dai nuovi padroni; a metà Settecento dall’isola di Tabarca rientrarono i carlofortini espulsi dalla Tunisia, che pescavano il corallo ma avevano già fatto esperienza nella grande tonnara di Sidi Daoud, e presero il posto di siciliani e liguri inaugurando la stirpe dei tonnarotti di Carloforte. Le mattanze superarono quanto a prodotto quelle siciliane e quella della più conosciuta Saline all’estremità nord occidentale dell’isola; il primato della fama restò però a Favignana che i Florio avevano posto al centro delle loro relazioni internazionali. L’illusione industriale con la modernizzazione delle miniere sulcitane e il corrispondente sversamento in mare dei prodotti di lavaggio misero in crisi le tonnare, che solo recentemente hanno ripreso la supremazia delle catture dopo la chiusura degli impianti minerari.

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Tonnara Isola Piana, antiche caldaie per la cottura del pesce (ph. Ninni Ravazza, 2017)

A Carloforte il tonno è ancora una realtà importantissima, con enorme positivo impatto su economia e società (lavoro stagionale, turismo, gastronomia etc.) [4]. Non è più così da decenni, invece, lungo le coste dello Stivale, ripercorse da Maurizio Gangemi col suo saggio “Di tonni e d’altri pesci. Tonnare e tonnarelle nell’Italia continentale tra età liberale e regime”. La situazione fotografata da Gangemi riguarda il periodo da fine Ottocento al 1930, ma da quella data in poi non è cambiato praticamente nulla, e i dati forniti (come sempre precisi, numerosi, affidabili) possono ritenersi definitivi. Dopo il 1930 sono stati pochissimi i tentativi di ridare vita a impianti già “spenti” e meno ancora quelli di realizzarne di nuovi.

Dalla Liguria alle coste istriane nel periodo in esame non c’era praticamente mare che da aprile a settembre non fosse costellato dai sugheri delle reti; quasi ovunque qui si pescava per un periodo doppio rispetto alle grandi tonnare siciliane e sarde, sei mesi piuttosto che tre, perché gli impianti erano di dimensione inferiore e catturavano più che tonni altro pesce minore, “selvaggina” come tunnidi e specie stanziali che non compiono migrazioni stagionali. Pesce “scamale” lo chiamavano in Sicilia, e spesso rappresentava una voce primaria nelle “entrate”.

“Tonnarelle” erano appellati questi impianti che impiegavano il metodo del “monta e leva”, cioè ogni giorno facevano due o anche più “levate” dei pesci finiti nel “corpus” (camera della morte), diversamente da come avveniva nelle grandi tonnare isolane dove si aspettava di avere centinaia di tonni per fare la “mattanza”. Praticamente nessuna tonnarella disponeva di fabbricati dove lavorare il pescato, e spesso non c’erano nemmeno edifici per la conservazione di reti e barche. Oggi di questa realtà produttiva distribuita lungo tutte le coste italiane restano solo malinconici toponimi, a significare che lì una volta uomini e pesci si sfidavano in una gara a chi era più bravo. “Tono” è chiamato ancor oggi in Sicilia il luogo delle tonnarelle, ma ben pochi sanno quale sia il suo significato. Anche la memoria è andata perduta assieme ai riti della pesca e all’economia a essa legata. Non solo tonnarelle, però, nel viaggio di Gangemi.

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Tonnara di Bonagia, 1948

In Toscana e Calabria venivano calate vere e proprie tonnare, sia di “corsa” che di “ritorno”, alcune delle quali attive fino agli anni ’60 del secolo scorso; gli impianti maggiori dell’Elba (Enfola e Bagno di Marciana) e quelli del Golfo di Sant’Eufemia (Pizzo e Bivona) hanno vissuto stagioni esaltanti con migliaia di catture (seppure il peso medio dei tonni era di molto inferiore rispetto alle tonnare isolane) e investimenti notevoli, col coinvolgimento di imprenditori siciliani già impegnati come caratari nelle tonnare isolane.

Non mancarono gli insuccessi come nel caso dell’imprenditore trapanese Giovanni Adragna D’Alì che all’inizio del XX secolo cercò di impiantare un’industria di inscatolamento del tonno presso la tonnara calabra di Sant’Irene (o santa Venere) dimostratasi improduttiva e definitivamente “spenta” nel 1920. Scommettere su impianti che tutti insieme producevano l’otto per cento del tonno italiano era certamente un’avventura, ma la tonnara non può che essere un’impresa straordinaria, perché qui non sono i mercati che mancano, piuttosto non c’è alcuna certezza sul prodotto.

Quanto ai mercati e alla produzione, Gangemi dopo aver ricordato – al pari degli altri autori – la guerra dei dazi per l’importazione di tonno lavorato da Spagna e Portogallo, sottolinea come nel Ventennio si cercò di potenziare il settore industriale conserviero per dare ossigeno alle imprese dalle dimensioni minori. Il saggio di Maurizio Gangemi elenca gli imprenditori che coraggiosamente hanno investito negli impianti continentali ed è ricco di statistiche e grafici che mostrano l’andamento della pesca e confrontano i dati peninsulari con quelli di Sardegna che contribuiva al prodotto nazionale col 27 per cento, e Sicilia che da sola pescava il 65 per cento del tonno del Paese. La Sicilia, dunque, dove tutto iniziò.

Rosario Lentini traccia il “Profilo storico delle tonnare siciliane fino all’Ottocento”. Praticamente, la storia di questo mondo perché se è vero, come lo è, che la produzione media pro capite per impianto è stata superiore per quelle sarde (lo ricorda nel suo saggio Gangemi), nessuna regione ha contato lungo le sue coste tante tonnare come la Sicilia, favorendo la nascita e lo sviluppo di un settore che ha costituito a lungo l’unica e vera industria dell’Isola, con migliaia di addetti tra pesca e indotto, e con un giro vorticoso di affari ma anche di uomini (di qui le migrazioni non solo di tonni, ma anche di individui, culture e capitali di cui parla Doneddu nel suo saggio).

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Tonnara di Formica (ph. Ninni Ravazza, 2004)

In Sicilia il tonno si cattura da sempre, come provano le pitture neolitiche della grotta del Genovese a Levanzo e le vasche per la realizzazione del garum disseminate lungo tutte le coste ove poi verranno calate le tonnare (ancora Levanzo, San Vito lo Capo, Marzamemi, Isola delle Femmine etc.); Lentini sottolinea come i primi documenti d’archivio che attestino la presenza delle tonnare siciliane nel Basso Medioevo, studiati dallo storico Henri Bresc, indicano tra XI e XII secolo l’esistenza di sei tonnare: Scibiliana a Marsala, Isola delle Femmine e Cefalù nel palermitano, Oliveri e Milazzo nel messinese, e una non meglio identificata Mactila in territorio di Siracusa; io aggiungerei anche Trapani dove il geografo arabo Edrisi (1150 circa) osserva grandi reti per la pesca del tonno [5]. In appena trecento anni, dal XII al XV secolo, le tonnare siciliane censite sono già trentanove; il primato è del territorio palermitano con 19 siti, seguono Trapani con 11, Messina con 6 e Siracusa con 3. Per la Sicilia è l’inizio dell’era d’oro della pesca del tonno.

I tecnici militari Tiburzio Spannocchi (architetto senese) e Camillo Camilliani (ingegnere fiorentino), chiamati in Sicilia a pianificare le difese costiere contro i pirati barbareschi, nelle loro Relazioni fanno spesso riferimento alle tonnare esistenti, molte delle quali già difese dalle torri; la loro testimonianza è decisiva per avere un quadro della consistenza numerica nella seconda metà del Cinquecento (24 o 26 a seconda del relatore). Gli impianti si moltiplicano e a inizio del XVIII secolo vengono censite 55 tonnare in attività (più o meno continua) e inoltre 9 definite “abbandonate” e una “rovinata”.

Il primato delle catture, e della fama, già spetta alle due tonnare egadine Favignana e Formica, da sempre accomunate nella proprietà e gestione. I Florio a partire dalla metà dell’Ottocento ne faranno ben più di una semplice impresa di pesca: sperimenteranno e metteranno in pratica nuovi metodi di conservazione, adotteranno misure sociali innovative, porranno l’industria del tonno e Favignana al centro del mondo imprenditoriale e mondano. Industriali illuminati ma anche uomini dal grande coraggio.

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Tonnara del Secco a San Vito lo Capo (ph. Ninni Ravazza, 2018)

Furono gli esiti della pesca nelle Egadi ad assicurare la supremazia della provincia di Trapani nella produzione siciliana della seconda metà dell’Ottocento; oltre a Favignana e Formica sul litorale trapanese venivano calate le tonnare di Magazzinazzi, Castellammare del Golfo, Scopello, Secco, San Vito lo Capo, Cofano, Bonagia, San Giuliano/Asinelli, Mazara/Tre Fontane/Torretta, e inoltre la tonnarella dell’Uzzo (o Guzzo); risultavano già spente le tonnare marsalesi (Scibiliana, Boeo, Cannizzo, San Teodoro) e quella trapanese di Nubia dalla vita brevissima. L’elencazione di Rosario Lentini è puntigliosa, precisa, ricca di informazioni sulla realtà di ciascun impianto nel suo evolversi e sui passaggi proprietari.

Un capitolo a parte è dedicato alle due tonnare palermitane di Solanto e Sant’Elia, poco distanti l’una dall’altra e accomunate nella proprietà, già oggetto di precedenti approfonditi studi da parte dell’autore. Qui ricorderemo soltanto che la mattanza nella tonnara di Solanto fu immortalata in tre famose tele del pittore Paolo de Albertis a inizio Ottocento in occasione della presenza del proprietario Ferdinando IV di Napoli il quale si ingegnò a trasformare la tonnara di Sant’Elia, tradizionalmente “di corsa” e dunque rivolta ai tonni nella fase genetica (maggio-giugno), in impianto polivalente con l’alternanza di una tonnara grande di corsa e una tonnarella “di ritorno” per i tonni in fase post genetica: così facendo la pesca abbracciava un arco di sei o sette mesi, da aprile a settembre/ottobre. Un esperimento simile fu compiuto a metà Novecento nella tonnara del Secco a San Vito lo Capo, e la tonnarella calata dopo la passa dei grandi migratori catturò migliaia di “pesci scamale”, soprattutto tombarelli (qui chiamati bisi), assicurando ulteriori entrate nel bilancio della stagione di pesca alla famiglia Plaja, proprietaria e conduttrice dell’impianto.

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Murale raffigurante la mattanza nella tonnara Saline, Stintino (ph. Ninni Ravazza 2015)

Questo modestissimo contributo alla lettura del Dossier è tutt’altro che esaustivo, e vuole essere solo una riflessione dopo aver avuto modo, ancora una volta, di aggiungere tasselli di conoscenza al mio amore per il mondo delle tonnare grazie al lavoro di prestigiosi studiosi che mi onorano della loro amicizia. L’avere io collaborato per vent’anni alle stagioni di pesca nelle tonnare di Favignana e Bonagia nella veste di sommozzatore mi ha consentito di conoscere e apprezzare un universo che riassume millenni di tecnica e di cultura, fino a farmi sentire parte integrante di esso; conosco anche gli uomini e i mari del Sulcis per avere partecipato come giornalista alle fasi del lavoro nella tonnara di Isola Piana. Ovunque ho riscontrato la medesima sacralità nel lavoro, lo stesso vivere in una enclave spazio-temporale che rimanda alla universalità della sfida dell’uomo alla natura.

Le reti di Bonagia, divenuto l’impianto più produttivo in Sicilia dopo la crisi di Favignana, negli ultimi venticinque anni vennero calate nei pressi dello scoglio Asinelli, di fronte alla montagna “sacra” di Erice. Qui le navi di Enea si affrontarono in regata nelle celebrazioni di Anchise [6]. È questo il mare degli Eroi. No, non c’è esagerazione nel definire “epopea” l’avventura della tonnara.

Dialoghi Mediterranei, n. 42, marzo 2020
 Note
[1] I frammenti della Gastronomia di Archestrato raccolti e volgarizzati da Domenico Scinà, Reale Stamperia, Palermo, 1823.
[2] G. Manfrin, A. Mangano, C. Piccinetti, R. Piccinetti, Les données sur la capture des thons par les madragues dans l’archive du Prof. Massimo Sella.
[3] Donzella di mare, Coris julis, variopinto pesciolino mediterraneo spesso preda delle lenze.
[4] Carloforte, sede della tonnara Isola Piana, la pesca si combina col turismo e la gastronomia; un centro sub accompagna i subacquei nelle immersioni tra le reti, e un evento culturale-gastronomico si tiene nei giorni delle mattanze, richiamando turisti e studiosi.
[5] Al Edrisi (1099-1165, date incerte), Il libro di Ruggero (Flaccovio Palermo 1994).
[6] Eneide, V.

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Ninni Ravazza, giornalista e scrittore, è stato sommozzatore delle tonnare siciliane e corallaro. Ha organizzato convegni e mostre fotografiche sulla cultura del mare e i suoi protagonisti. Autore di saggi e libri sulla vita dei pescatori di tonni e di corallo, per l’Editore Magenes ha scritto: Corallari (2004); Diario di tonnara (2005 e 2019); Il sale e il sangue. Storie di uomini e tonni (2007); Il mare e lo specchio. San Vito lo Capo, memorie dal Mediterraneo (2009); Sirene di Sicilia (2010; finalista al “Premio Sanremo Mare” 2011); Il mare era bellissimo. Di uomini, barche, pesci e altre cose (2013); Il Signore delle tonnare. Nino Castiglione (2014); San Vito lo Capo e la sua Tonnara. I Diari del Secco, una lunga storia d’amore (2017); Storie di Corallari (2019). Dal libro “Diario di tonnara” è stato tratto l’omonimo film diretto da Giovanni Zoppeddu, prodotto dall’Istituto Luce Cinecittà, in selezione ufficiale alla Festa del Cinema di Roma 2018, di cui l’Autore è protagonista e voce narrante. È autore di numerosi altri studi dedicati al mare, per i quali ha vinto premi nazionali e internazionali.

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